mercoledì 1 aprile 2020

onore

Lo dicevo prima a un amico che mi parlava di alcuni testi prodotti a caldo, in queste settimane, da alcuni autori, più o meno amati, ma che comunque hanno una voce, una visibilità. Siamo ancora emotivamente coinvolti, è vero, ma per quello che ne penso io, la cosa più bella, alta e vicina a una poesia uscita in e su questo periodo è la canzone di Bob Dylan, il che però non fa onore ai nostri poeti, molti dei quali gli rinfacciavano il Nobel come immeritato. Il dissenso si dimostra coi fatti, non con le recriminazioni.

basta che funzioni

Tutte le belle donne credevano
che ogni mia poesia d’amore
fosse scritta per loro.
Io invece mi vergogno di sapere
di averle sempre scritte
soltanto
per amor del mio lavoro...

(Orhan Veli Kanik)

martedì 31 marzo 2020

e-book e pandemia

Da una parte te li lanciano in faccia o a prezzi stracciati.
Dall'altra quelli che mi interessano davvero costano quanto i cartacei.

lunedì 30 marzo 2020

ignoranza

Ogni sera sento tutti questi politici che gridano indignati che dare 600 euro a un cittadino per il bonus è un’elemosina, e ogni volta che li sento penso a mio nonno che era contadino e si è spaccato la schiena tutta la vita per un padrone che non gli segnava le giornate. Mio nonno di euro ne prendeva 500, ma mai nessuno che abbia detto: “poverino, tu prendi un’elemosina,” ma tutti sempre invece: “è la tua pensione questa, non sei contento che la prendi?” Mio nonno era ignorante e stava zitto, e così si prendeva quello sputo e andava avanti come poteva, senza accendere la luce o portando il cappotto in casa per risparmiare. Poveri pensionati da 500 euro al mese, penso, che sono abituati all’elemosina, ma ora si sentono anche sputare in faccia ogni sera.

domenica 29 marzo 2020

jannacci e il sistema

Sette anni fa (già sette anni?) se ne andava Enzo Jannacci che è forse il mio cantante italiano preferito, e il giorno dopo di lui lo seguiva il Califfo. Di Jannacci si ricordano sempre o il lato dada oppure quello disperato. Io qui linko una sua canzone minore, Il metrò, scritta da Bruno Lauzi, da un suo disco mai ristampato in CD (come tanti), in cui viene fuori un suo lato più pop, molto british nell'arrangiamento. Parla di un amore mai nato in metrò… perché lei "non ha capito il sistema" e alla fermata è andata via con un altro. Storie di tutti i giorni per noi vecchi romantici dall'amore facile. 

sabato 28 marzo 2020

bud in bob

Il titolo del nuovo pezzo di Dylan viene da Shakespeare, Amleto. Io aggiungo una cosa sull'ultima citazione nel brano (Play "Love Me Or Leave Me" by the great Bud Powell). Che io sappia (ma ho chiesto anche a Sergio Pasquandrea per conferma), Bud Powell non ha mai inciso una sua versione di "Love Me or Leave Me". Ne ha fatto una riscrittura che si chiama "Get It" (in "Swingin' with Bud"), cioè ha preso la melodia originale dello standard e l'ha riscritta per farne una canzone sua... pratica per cui lo stesso Dylan, da buon folksinger, è famoso, o famigerato, e spesso viene accusato di plagio. La domanda è: lo ha fatto apposta, o è stato un caso ben riuscito?

un ricordo nella morte

«Tersa morte dovresti averlo.
Sarà l’ultimo suo libro, è certo.
Mario dal buio non ritorna».
Me lo diceva una ragazza in libreria
riparati dietro uno scaffale.
Io di lui non conoscevo quasi nulla e
m’informavo. Ma più acuto mi rimane
il richiamo di quei seni vivi, osceni.
Sussultavano violenti e non d’amore
per difendersi da me che sorridevo
e dai molesti assalti. Esternava
Bendetti per difendersi, Tersa morte
a scoraggiarmi: l’ho capito tardi,
di lì a un mese. Resta limpida d’allora
questa cruda opposizione: la morte
già fitta nel suo nome e il muro della carta
la fame intrecciata alla rabbia di chi
subisce attenzione e poi, servita fredda,
la colpa che ci macchia. Quel giorno
il libro non l’ho comprato.

venerdì 27 marzo 2020

analogia

Ho letto adesso che questa mattina è morto il poeta Mario Benedetti e ho trovato un'assurda analogia fra questa notizia arrivata nel silenzio quasi totale (ho cercato notizie in rete e non se ne fa un cenno) e l'immagine del papa che questo pomeriggio pregava all'imbrunire in una piazza vuota e avvolta dalla pioggia. Come se la parola ormai non servisse più a nulla.

homo novus

Rivedendo oggi al Tg la notizia dello scontro avvenuto ieri fra Giuseppe Conte e il resto degli stati dell'unione europea con Conte che rifiutava i “vecchi” meccanismi politici, ho pensato a come si sia avverata in lui quella che in fondo era l’ambizione romantica del M5S, ovvero che il cittadino potesse sostituirsi ai partiti nella gestione della cosa pubblica se animato da un sentimento sincero e dai giusti mezzi per sopperire al suo compito. Conte, che in altri tempi si sarebbe detto un homo novus, non piace a tutti, anzi; in molti gli rimproverano degli errori, ma va detto che, da perfetto homo novus, si è preso in prima persona le responsabilità, non solo politiche e morali, ma anche storiche, di questo periodo. E devo aggiungere con sincerità, pensare che al posto suo potesse esserci un Salvini adesso, che della parola “responsabilità” non conosce nemmeno il significato sul dizionario, mi fa venire i brividi. A Conte però non va riconosciuta solo la spregiudicatezza unita a una misura che molti definiscono, credo con ragione, di marca democristiana, ma anche il fatto, come dicevo sopra, di avere i mezzi. Perché Conte, non va scordato, è anche un professore*. Ed è in questo che ha superato nei fatti le stesse premesse del M5S, la cui ansia di apertura pseudo-democratica (ma fortemente qualunquistica) si è scordata una cosa fondamentale: che per fare politica, ancora di più senza partiti alle spalle, e specie a determinati livelli, serve non solo l’onestà degli intenti, oppure una naturale astuzia, ma anche la statura, la preparazione culturale. Non basta volere, bisogna studiare! Non basta dire che tutti possono fare tutto perché lo si vuole e poi arrangiarsi, che è un modo di fare le cose molto italiano; ma per arrivare a fare bene qualcosa, occorre rimboccarsi le maniche e applicarsi! Che è una lezione vecchia come il cucco, ma facilissima da dimenticare, se non quando c’è da rimproverarla a Di Maio, facendo finta che non ci riguardi tutti. 

*Nella classifica di molti studenti quello del professore è uno dei mestieri più da sfigati in assoluto.

una canzone inedita

Stamattina, a poche ore dagli annunci in cui si diceva che gli USA avrebbero creato delle liste di proscrizione per le cure mediche dei cittadini in base a delle discriminanti odiose, mi sono risvegliato con questo nuovo brano di Bob Dylan che parla dell'assassinio di Kennedy, guarda caso il presidente americano "simbolo" di una più ampia apertura sociale e ucciso da un complotto di Stato (business is business and it's murder most foul). Scrive Dylan a proposito: "Questa è una canzone inedita che abbiamo registrato qualche tempo fa che potreste trovare interessante. State al sicuro, state attenti e che Dio sia con voi." Non è proprio una canzone in effetti, ma una spoken word, ovvero una canzone parlata o se si preferisce una poesia recitata con la musica in sottofondo. Dylan si accompagna al piano, come nel discorso musicato per il Nobel. Forse è troppo lunga per essere goduta appieno, almeno senza il testo, che però contiene alcuni bellissimi versi e una lunga coda in cui Dylan rievoca, con amarezza, affetto o malinconia, un'intera stagione della sua vita attraverso opere, canzoni e artisti che l'hanno segnata (play Love Me or Leave Me by the great Bud Powell, play the bloodstained banner, play murder most foul). 

mercoledì 25 marzo 2020

dantedì

Da una parte il papa prega.
Dall'altra si legge la divina Commedia.

meccanismi

Chissà per quali particolari meccanismi di un autore ti innamori e di un altro resti solo amico, qualcuno te lo porti a letto e qualcun altro in bagno... Me lo chiedevo proprio stamattina, con un libro in mano.

martedì 24 marzo 2020

levi

Domani parte la Legge Levi sui libri e devo dire che peggio non poteva capitare come tempistica. Non lo dico per le librerie che hanno anche i loro diritti, ma perché credo che se già la gente comprava poco fino a ieri, dopo questo periodo di fermo lavorativo, mancava solo l'annullamento delle scontistiche (max 5%) per dare al mercato del libro la più violenta mazzata economica dai tempi della seconda guerra mondiale. Leggevo oggi che già si stimano quasi 19.000 titoli in meno pubblicati quest'anno. Che forse è un modo per ripulire il mercato da tanta paccottiglia: come si dice sempre, si pubblica troppo in Italia. Però dietro un libro non ci sono soltanto gli editori e i librai (che soffrono) gli autori e i lettori, ma anche tante altre figure intermedie (editor, grafici, illustratori, traduttori, tipografie, uffici stampa, agenti, i famigerati distributori, ecc.) che se non si vendono libri e non entrano soldi semplicemente finiranno senza lavoro in un settore che già così stenta a riprendersi.

carlo bordini legge fine della tragedia

domenica 22 marzo 2020

high water everywhere

tre

Nonostante il brutto momento che stiamo vivendo, ieri, guardando una diretta di Serena Di Lecce, mi sono accorto di come questo 2020 è cominciato con la pubblicazione di ben tre capolavori: due indiscutibili, in quanto nati già come classici, cioè le opere complete di Leonardo Sinisgalli (Mondadori) e di Ferruccio Benzoni (Marcos y Marcos); e uno che a mio avviso lo diventerà, Addizioni di Lino Angiuli (Aragno). In particolare le prime due pubblicazioni si muovono nel solco di una più ampia azione di riscoperta, recupero e riproposta emersa negli ultimi anni (vedi Salvia, Di Ruscio, Cattafi, Riviello, Scotellaro) che non solo è giusta, ma anche necessaria: c’è un’intera generazione di autori che è andata completamente perduta, cancellata, ignorata per ragioni di mercato, di rifiuto o di censura, o semplicemente per pura indifferenza, e la cui assenza è ora avvertita da molti come una carenza, una violenza, un furto. E se è vero che autori come De Angelis, Magrelli o la Cavalli sono fondamentali, è anche vero che non possiamo ridurre cinquant’anni di poesia italiana (dagli anni ’70 ai giorni nostri) a tre o quattro nomi, non fosse altro che quei tre o quattro nomi si sono mossi in un contesto letterario assai più ampio, fervente e seminale, a cui hanno dato ma da cui hanno anche attinto. Sarebbe un’ingratitudine immensa, oltre che una falsità critica, sottostimare quel contesto fino al punto (com’è successo purtroppo) di saltarlo a piè pari e fermare gli orologi del ‘900 agli anni ’70 o a Castelporziano, come vuole Mazzoni. Perciò, nonostante siamo in piena emergenza, non solo faccio un plauso per questi libri agli editori sopra citati, ma spero che continuino nell’opera, e per questo invito chiunque possa farlo ad acquistate e leggere questi autori, non solo per sapere che ci sono stati, ma anche per scoprire che ci sono ancora.

sabato 21 marzo 2020

qualcuno ha suonato?

A tutti gli amici come me in isolamento dedico questa poesia del poeta bosniaco Izet Sarajlić, non perché oggi è il 21 marzo, ma perché la poesia, sempre, ci faccia sentire un po' meno soli. Soprattutto di sera.

Eravamo rassegnati ormai a non veder venire più nessuno
né con la slitta
né con la carrozza del vento,
quand’ecco che ha suonato qualcuno.

Zelja con il suo Klaudije?
Čedo?
I Radonic?

Zeliko non poteva venire.
Sono già tre mesi
che lo punzecchiano con le iniezioni
laggiù in ospedale.

Ivan Ivanovic non viene da tempo
benché dica sempre
vengo domani.

Eppure qualcuno ha suonato.
Si è visto bene che anche Puskin nello scaffale
si è rianimato tra i libri.

Forse è qualcuno che ama i giambi?
Forse qualcuno che la sa lunga sulle donne?

Va bene,
ma davanti alla porta non c’è nessuno.

Comunque io scriverò
“Qualcuno ha suonato”.
Perché anche i versi sono contenti
quando la gente si incontra.

storia di ogni poeta

Io ero un professore ed insegnavo in una scuola. Mi chiamano da Roma perché avevan letto un mio libretto di poesie, e così sono venuti per far questa sceneggiatura che si svolgeva in Romagna. Il mio stipendio era di 39.000 lire. Il produttore mi dice se vieni a Roma te ne do 300.000. Ho lasciato la scuola, sono andato a Roma, e ho fatto dieci anni la fame. 

(Tonino Guerra)

poesia necessaria

venerdì 20 marzo 2020

cogliere l’attimo

Pensavo che è straordinario come nel giro di appena due settimane siamo vorticosamente passati dalla lotta per eliminare le scontistiche sui libri (per dare fiato alle librerie indipendenti) agli editori che vista la situazione ti regalo gli e-book, da quelli che “devi stare a casa e allora approfittane per leggere” a quelli che “aspetta, ti faccio il collegamento video così il mio libro te lo racconto io in diretta”. Ultimamente il mio schermo è pieno di gente che parla di libri dalla mattina alla sera e confesso che a furia di sentirne parlare h24 a me di leggere sta quasi passando la voglia. Perché anche se il mercato dice il contrario e i libri ormai si vendono più per un fatto relazionale che qualitativo, la lettura il più delle volte è un gesto privato, più sono da solo e meglio è. Ancora, nel pieno della crisi editoriale, dove sono tutti fermi in attesa (le librerie, le tipografie, persino l’Agenzia delle Entrate) non ho mai ricevuto così tante proposte editoriali o telefonate da gente che non sa nemmeno chi sono, ma vuole capire come funziona per farsi pubblicare un libro. Ieri mi ha mandato il suo un autore che lo ha scritto in circa un giorno e mezzo, lo ha cominciato martedì mattina e l’ha finito mercoledì nel primo pomeriggio, poi me l’ha spedito senza nemmeno rileggerlo, perché quando la musa arriva bisogna cogliere l’attimo.

crash

Leggevo stamattina che Internet potrebbe non reggere e crashare sotto il peso di tutti quelli che sono connessi a Netflix e PornHub. A me una volta capitò di avere problemi e restare senza linea per sei mesi e posso dire che il primo mese è come disintossicarsi, hai solo voglia di menare la testa contro i muri. Lì vi voglio vedere, Internet che crasha, lo stronzo di turno (non io) che vi dice che questa è una buona occasione per cominciare a leggere e voi che non avete nemmeno un libro in casa e vi dovete arrangiare con Topolino rubato a vostro figlio.

giovedì 19 marzo 2020

rumore

Stanotte ho sognato Martino Fumarola. Mi ha chiamato per suonare l'organo a canne in chiesa. Io gli ho detto: Martino, io non lo so suonare l'organo. E lui: Quante storie che fate voi giovani, se non sai fare una cosa, la impari! E io gli ho detto: Martino io non sono più giovane, ho 40 anni... E lui: E non sei contento? finalmente hai smesso di fare rumore...

mercoledì 18 marzo 2020

pensiero sui poveri

Continuo a leggere post, anche parecchio sarcastici, su come “Il papa ha dato i soldi a se stesso!” in merito alle donazioni fatte alla Caritas (anche se forse “donazione” non è la parola più esatta in questo caso) e mi fanno specie non tanto per il disprezzo e l’ostilità mostrate verso la Chiesa (ostilità e disprezzo che la Chiesa si è attirata da sé coi propri errori) ma per il fatto che commenti del genere evidenzino spesso la più totale mancanza di conoscenza di come funziona la Caritas, che non è una banca in cui depositi o investi denaro, ma usa quei soldi per distribuire beni di prima necessità a famiglie povere o indigenti, attraverso mense, dormitori, centri di accoglienza, che hanno dei costi. La Caritas ovviamente non è perfetta, anzi, ma non la fa il papa, la fanno le parrocchie ed è una delle poche realtà a sostegno delle fasce sociali più deboli che funziona in Italia, assai più dello Stato. Quindi, sinceramente, o si pensa che quei soldi destinati ai poveri non arriveranno mai a destinazione (com’è successo con le raccolte fondi per i terremotati), oppure chi ci sputa sopra lo fa perché la sua antipatia per il papa è più forte della sua pietà per i poveri. La cosa tristemente ironica in tutto questo è che ci lamentiamo dalla mattina alla sera di non lavorare e ci chiediamo dove andremo a finire se questa stasi economica continuerà, ma quelli che trovano sbagliato donare soldi alla Caritas dicendo: “Il papa dia quei soldi a chi davvero ha bisogno” non hanno ancora capito come, se questa crisi degenera, quando i risparmi finiranno alla Caritas potrebbero andarci anche loro.

lunedì 16 marzo 2020

cento anni di tonino guerra

Cento anni fa di oggi nasceva Tonino Guerra, che è uno dei pochi poeti che ho amato veramente, tanto più perché, persino nei suoi versi, dovendo scegliere se piangere o sorridere lui sceglieva sempre di sorridere, e non è dono di tutti. 

Tonino, le tue storie più belle 
sono quelle che rimangono sognate 
o appena disegnate 
come ragnatele nella luce.


non riconosce più nulla

La foto del papa che cammina per le strade di Roma in preghiera e fa esattamente quello che, stando al suo ruolo e alla sua fede, dovrebbe fare un papa in questo momento: ovvero pregare per tutti restando "in mezzo agli uomini" anche lì dove c'è pericolo di contagio (per lui per primo, vista l'età); e i commenti a quella foto di chi gli risponde piccato: "Ok, mi sei anche simpatico, ma dovresti stare a casa (proprio come faccio io!) e dare il buono esempio, tu per primo", mi fanno davvero pensare che il senso del religioso, persino di fronte alla malattia e all'incertezza, è davvero finito; non serve più nemmeno a confortare chi ha paura, ma non riconosce più nulla alla chiesa, nemmeno la possibilità di un esempio che possa convivere col laico.

domenica 15 marzo 2020

fratelli d'italia

Anche qui è arrivato Fratelli d'Italia. È la prima volta che lo sento cantare spontaneamente a Locorotondo da che mi ricordo. Prima da casa mia si sentiva solo Faccetta nera, quando la cantava Nannino il brasiliano la domenica mattina, anche lui dal balcone di fronte. Poi Nannino è morto e c'è stato silenzio. Ora #andràtuttobene però, sono convinto.

sabato 14 marzo 2020

senza strafare

Nemmeno un mese fa, quando si cominciarono a condividere in Italia i video dei poveri cinesi in quarantena che, da soli o in coro, cantavano dai loro appartamenti il loro inno nazionale, in Italia a commento di quei video si sprecarono le definizioni, passando dalla commozione alla pietà, dalla presa per il culo più o meno feroce al compiacimento, dalla paura alla visione "apocalittica" di quello che ci aspettava di lì a poco. Ora io mi chiedo, ma i video in cui sono i nostri adesso che cantano dai loro balconi, da soli in coro, esattamente in cosa sono diversi da quelli dei poveri cinesi in quarantena? E cosa penseranno quelli che li guarderanno domani? Altra cosa, ho letto adesso una poesia sul Coronavirus scritta da un noto poeta italiano in cui cercando delle rime nuove e propositive con la malattia si inventa: "Diamocilamanus", "Chebelloiltuovisus" e "Coronasorrisus". Ora io lo so che lo ha fatto apposta, però, per favore, cercando di far del bene non rendiamoci la vita peggiore di quello che è già. Casomai, senza strafare, chi vuole, mi trovi delle rime serie e proviamo a farne qualcosa che rimane.

venerdì 13 marzo 2020

l'intuizione era giusta

Sto leggendo in questi giorni Giardino della gioia di Maria Grazia Caladrone, un libro di quasi 200 pagine, suddiviso per suite, in cui si mischiano vari registri, generi e linguaggi: poesia e diario, prosa d'arte e giornalismo, con veri e propri innesti di cronaca nera e attingendo persino allo spam. Vi ho ritrovato, insomma, la stessa struttura di un mio libro di alcuni anni fa, Bestiario Fiorito, che non ebbe molta fortuna e anzi fu criticato un po' da tutti per questa sua promiscuità di toni. La differenza fra i due libri la fa la calma luminosità dell'opera della Calandrone rispetto alla mia che invece era nervosa, in chiaroscuro. Ma oggi vedere la stessa struttura nell'opera di una scrittrice assai più importante di me mi dà un grande piacere. Come se avessi avuto conferma che l'intuizione era giusta, per quanto nelle mani sbagliate.

boccaccio 2.0

Stamattina pensavo che ai tempi di Boccaccio, con la peste ci si chiudeva in casa a raccontarsi storie. Oggi i più romantici raccomandano di leggere i libri. Ma è, per certi versi, romanticismo appunto, che non tiene conto dell’evoluzione dei tempi, dei media. Se è vero che il libro non è morto, è anche vero che ormai il fabbisogno di narrazioni, di storie, mai sopito nell’uomo, assume altre forme, passa da altri canali. Quasi tutti i miei amici che hanno, come chiunque, la necessità di narrazioni per combattere la noia, infatti, spesso non hanno libri in casa, ma passano le giornate guardando fiction su Netflix (che è un’evoluzione del romanzo a puntate, o d’appendice). Già oltre la televisione, altro che libri! Oppure, i più colti, da un paio di giorni stanno su PornHub che per venire incontro alla crisi, nella più grande campagna promozionale che ci si potesse inventare con la peste, per imbonire futuri abbonati ha messo a disposizione gratuitamente la versione Premium del suo canale. Che a me pare l'estrema evoluzione, ai tempi del 2.0, del boccaccesco (istinto vitale, e dunque sensuale, contro istinto morte), anche a scapito dello stesso Boccaccio (autore raffinato di storie non solo licenziose), ma dubito che qualcuno noti la differenza.

mercoledì 11 marzo 2020

contro la maniera (nota su ezio sinigaglia)


La grandezza di uno scrittore si misura anche dalla sua capacità di rinnovarsi di opera in opera, non solo nella storia narrata, ma anche nella ricerca linguistica e strutturale, e pur rimanendo fedele alle proprie ossessioni. In tal senso Ezio Sinigaglia, che ad oggi ha pubblicato tre romanzi dall’indiscutibile carattere “sinigagliano”, è per me uno scrittore grandissimo. In particolare, l’ultimo libro (L’imitazion del vero) è esattamente l’opposto del primo (Il pantarei), entrambi pubblicati da TerraRossa. Lì dove Il Pantarei è cerebrale, notturno, pieno di dubbi, pentimenti, divagazioni, aperture, L’imitazion del vero è all’opposto fisico, solare, gioiosamente amorale, lineare e immediato per quanto altrettanto ricercato sul piano linguistico, con la sua bella calata in un italiano pseudo-boccaccesco. Ed è giustamente segnalato allo Strega, ma credo c’entri qui la dignità di autore che Ezio si è conquistato negli anni, pur restando ai margini del mercato editoriale. Leggendo questi due libri e il centrale Eclissi (editore Nutrimenti), nessuno potrà mai accusare Sinigaglia di essersi ripetuto, di aver ammiccato ai gusti del pubblico, ma anzi ha avuto la forza e il coraggio di proporre delle opere sempre complesse e sempre diametralmente diverse tra loro per quanto assolutamente personali. In questo senso Sinigaglia non è solo autore da scoprire e riscoprire – insieme a Carlo Bordini, altro grande outsider – ma credo che la sua fama nei prossimi anni crescerà ancora, come figura di grande integrità artistica e impossibile da incasellare nell’odierno panorama editoriale, che predilige invece opere dalla scrittura solida ma tutta uguale, plastica ma intercambiabile, irrisolta nell’identità così come nella maturità dei propri autori, insomma livellata su uno standard che è già quasi maniera (maniera TQ).

martedì 10 marzo 2020

cattività

Io sto a casa senza problemi, ma ad esempio i miei genitori chiusi in casa senza uscire 24 ore su 24, al terzo giorno che stanno isolati già si lanciano le cose addosso perché non si sopportano più. Secondo me, fino al 3 aprile, se non li ammazza il virus ci riuscirà la cattività forzata...

lunedì 9 marzo 2020

confesso che sono morto dal ridere


"Ci sono anche gli ottimisti, dicono: finalmente una buona occasione per leggere… Per capire che è bello leggere occorre avere la peste! Fuori c’è la peste, non so che cazzo fare, non posso andare al cinema… e quindi leggo un libro!" 

(Vittorio Sgarbi)

domenica 8 marzo 2020

lo spirito civico

Chi scappa dalle zone rosse è stupido, è vero, ma io vorrei capire come si fa a parlare adesso di senso civico se da quando mi ricordo non è stato mai promosso il minimo tentativo di creare uno spirito e una unità nazionale. Se viviamo in una cultura e in un paese che ha sempre messo davanti a tutto il privato, l'autonomia, il campanilismo, l'abusivismo, il "penso prima a me stesso che agli altri", come si fa adesso a pretendere che da un momento all'altro venga fuori questo senso civico che non è mai stato seminato prima? Così come per i tagli alla Salute, si raccoglie quello che si semina. Ieri, guardando il video della stazione di Milano assaltata, ho pensato che molte di quelle persone che scappano così stupidamente sono meridionali emigrati per lavoro, che cercano di tornarsene a casa perchè sono da soli e hanno avuto paura. Io ne conosco un sacco di persone così. Il punto è che ormai, così come non sono a casa loro a nord, spesso non sono più a casa loro nemmeno a sud. Qui non li vogliono. Da stamattina mi arrivano in chat petizioni più o meno estreme di meridionali che invocano perché quei fuggiaschi vengano ricacciati indietro o fermati subito e messi in quarantena. E mi piacerebbe credere che sia lo spirito civico a muovere queste richieste, invece a me pare solo una paura altrettanto forte, che è sempre frutto di uno spirito civico che non c'è mai stato.

sabato 7 marzo 2020

qualcosa sta cambiando

Viviamo in un periodo talmente assurdo e per certi versi orribile ed estremo che, mentre da una parte si invoca l’asetticità dei rapporti – stare a un metro di distanza gli uni dagli altri per evitare il contagio, stare chiusi in casa esasperando la propria dipendenza dal PC, evitare assembramenti pubblici o qualsiasi tipo di socialità in nome del bene comune, e già detto così fa fantascienza (basta leggere uno dei romanzi di John Brunner per capire come andrà a finire) – dall’altra, a poche centinaia di chilometri da casa, sul confine greco-turco ci si massacra in battaglia con le pietre e con gli idranti, a mani nude, per impedire ai fuggiaschi siriani di passare il confine, nell’indifferenza o nell’ostilità dell’Europa. La Grecia, che fa la cattiva, è lo stato più povero dell’Unione: ribadendo come quella in atto sia una guerra fra poveri e come, dove c’è povertà, c’è odio. Qualcosa sta cambiando a livello radicale nel mondo, e se c’è una cosa che questo virus ci sta dimostrando, ma si era già visto pochi mesi fa con Greta Thunberg, è che noi non siamo pronti al cambiamento, anche se ci rendiamo conto del suo estremo bisogno. Qualcuno si opporrà e qualcuno sfrutterà le cose a suo vantaggio, ma come già cantava Dylan nel 1963, quelli che non capiranno in tempo cosa succede, quelli che non si adatteranno al cambiamento, quelli verranno lasciati indietro, abbandonati per strada senza pietà.

giovedì 5 marzo 2020

pandemia poetica

Il primo giorno di allerta mi sono arrivate sette (!) raccolte di poesie. La più onesta è stata una ragazza, universitaria, che mi ha scritto: Visto che ero a casa senza niente da fare, oggi ho pensato che era tempo di mettermi al lavoro sulle mie poesie e di inviarle all’attenzione di un editore. Non oso immaginare che sarà di me fra dieci giorni.

pasolini giornalista

Ieri ho letto questo pezzo uscito su Pangea in cui l'autore, Luigi Mascheroni, discutendo questa tesi, peraltro interessante, che alcuni dei più bei libri pubblicati in Italia, e specie negli ultimi anni, sono opere di nofiction o autofiction scritte da giornalisti, cita vari esempi, a cominciare da Malaparte in copertina; fino al punto di inserire nella lista il Pasolini "giornalista" di Scritti corsari, essendo (dice) i romanzi illeggibili, le poesie illeggibili e cariche di ideologia, i film inguardabili ecc. E qui, secondo me, l'autore ha detto due fesserie in una. La prima perché Scritti corsari non è l'opera di un giornalista che prova a strutturarsi narrativamente, ma all'opposto è il libro di un poeta che prova a fare il giornalista: tutto il libro è montato intuitivamente come una raccolta di poesie in prosa, e resta ancora affascinante non per la sua attualità (quella sì superata dalla storia e dalla cronaca), ma per la fortissima sensibilità poetica sottesa al testo (Io so, L'articolo delle lucciole, persino il brutto articolo sui capelloni, sono ancora capaci di "illuminare" il lettore non certo per il "fatto" che raccontano, ma per la lingua e per lo sguardo utilizzati, che sono lingua e sguardo del poeta); e la seconda fesseria perché quella degli Scritti corsari è l'identica sensibilità poetica che fa da filtro, senza distinzioni, a tutti i lavori di Pasolini, alcuni più riusciti altri meno. E per cui, molte sue raccolte in versi, anche le più ideologiche, anzi soprattutto quelle, sono ancora leggibilissime (come dice Bordini, Trasumanar e Organizzar è la più autenticamente "dantesca" delle opere pasoliniane); e di sicuro tutti i suoi film sono guardabilissimi e a volte addirittura straordinari (a cominciare, per me, dal visionario e ideologico Porcile).

mercoledì 4 marzo 2020

lontano dagli occhi

Lontano dagli occhi di Paolo Di Paolo (Feltrinelli), per certi versi è quello che in altri tempi si sarebbe detto exempla, una raccolta di storie verosimili tese a illustrare qualcosa che va oltre i fatti narrati e da cui dipende la propria salvezza e la salvezza dell’anima. Detto in maniera più colloquiale, Lontano dagli occhi è un libro fatto di storie, tutte in sospeso, i cui protagonisti, descritti con delicatezza e partecipazione umana, ci mostrano tutta la fragilità, la debolezza e il senso di solitudine che può portare due persone a interrogarsi sulla responsabilità di essere genitori, dubbio che potrebbe portarli a operare una scelta drastica. Ne risulta un’opera agrodolce nel sentimento, per i tanti interrogativi che provoca nel lettore, mitigata in parte dalla voglia di vivere di chi potrebbe più patire tali scelte, in parte dalla decisione dell’autore di affrontare un tema così delicato da un punto di vista aperto, non moralizzante; e riscattata sempre dall’altissima qualità di scrittura di Di Paolo.

martedì 3 marzo 2020

traffico

Qualcosa è cambiato nel traffico della mia casella di posta elettronica. Nel giro di pochi mesi sono passato dai tentativi di ricatto per la mia vergognosa attività su youporn a informazioni necessarie per combattere le vene varicose e gli attacchi di trombosi. Insomma, qualcuno da qualche parte sta cercando di mandarmi un segnale, ma non ho ancora capito quale.

domenica 1 marzo 2020

post

Oggi ero in chiesa, in una delle chiese più fredde d'Italia, e avvolto in tutto quel freddo da cella frigorifera, nella mia rigidità pre-mortem, mi sono immaginato come sarà dopo, quando non ci sarò più, cioè tutto uguale a prima, e ho pensato che vorrei finire almeno come Giorgio Caproni, poeta che in vita se lo sono filato in nove-dieci lettori, ma dopo morto è diventato un classico a sua insaputa. Spero cioè di non restare solo uno da nove-dieci lettori in vita e basta. Se mi riesce chiederò al comune di dare il mio nome a una delle strade intorno a casa mia, al posto di via Evola o Almirante (ma ce ne sono tante fra cui scegliere); così almeno diamo a una nostra strada il nome di uno che non ha mai fatto male a nessuno, o al massimo a nove-dieci persone.

immortalità

Sono al mio terzo funerale in una settimana. E tutti affollati! Con gente che vista la stagione tossisce, si soffia il naso, si schiarisce la gola, poi ti saluta, ti stringe la mano, ti bacia... Se non mi sono preso alcun virus finora, penso, allora sono immortale. O così spero.

domenica 23 febbraio 2020

parassiti

Ieri, a una serata karaoke, a un certo punto hanno cominciato a cantare Sincero nella versione rivista da Morgan (strofa di Morgan, ritornello di Bugo, di nuovo strofa riscritta di Morgan, finale con battuta "Che succede?"). Erano quasi tutti ragazzi e la cantavano a memoria, la sapevano come sapevano Felicità di Albano e Romina o Completamente dei Thegiornalisti, mentre incespicavano sul testo di Disperato Erotico Stomp o Tutto il resto è noia. Ho pensato che Morgan, indipendentemente da cosa si pensi di lui e del suo gesto, è riuscito a prendere una canzone scritta da un altro, che dopo Sanremo sarebbe probabilmente finita nel dimenticatoio, l'ha fatta sua sacrificando lo stesso autore (e amico) alle proprie esigenze e così, ammazzando l'autore, l'ha fatta diventare di tutti*. Cosa fa la differenza, in tutto questo, fra il capriccio di uno stronzo e un'operazione performativa (cinica, furba, drogata, ecc.) ma che ha un suo indubbio fascino? Alcuni giorni fa leggevo che c'era del futurismo nella sua performance, io ci vedo più del ready made e del teatro della crudeltà applicati, con malizia, ai canoni del linguaggio televisivo. E tanta autofiction, che ha trascinato nel suo movimento autodenigratorio persino l'apparente parte lesa, Bugo, il quale subito vi si è adattato (occhiali neri da vedova) insieme a tutto il carrozzone mediatico. Qualcuno dice che fosse tutto studiato a tavolino, perché non si può più credere che qualcuno riesca a spezzare una finzione scenica forte come quella televisiva, in virtù di un gesto, di una sola azione significante. Eppure, il senso ultimo di un gesto artistico, per chi ci crede, è proprio quello di spezzare una finzione per crearne un'altra, deviando il corso della prima. C'era verità o no, allora, nel gesto di Morgan? Ma il punto, ormai, non è nemmeno quello. Il punto è che il festival di Sanremo sembra finito da un pezzo (chi lo ha vinto? chi ne parla ancora?) e ieri quei ragazzi cantavano a memoria la canzone di Morgan (e Bugo), che quindi sta entrando nel loro immaginario. E come ho imparato negli anni, ma potrebbe dirvi chiunque si occupi, altrettanto cinicamente, di mercato artistico: può essere arte, se se ne parla oppure no; ma è arte soltanto se se ne parla. 

*Mentre osservavo tutto questo, ieri, chi era con me mi parlava del film Parasite.

sabato 22 febbraio 2020

mascherine

Qui si ride e si scherza sull'argomento, ma sono appena stato in farmacia, a Locorotondo, in Puglia, e davanti a me un signore voleva acquistare otto mascherine col filtro (otto!) e la farmacista gli ha risposto che erano esaurite, l'intero magazzino era stato svuotato. Non oso immaginare cosa ci aspetta domani, dopo il prossimo telegiornale...

manifesto

Poco fa, passeggiando, ho visto un manifesto mortuario in cui, sotto il nome del defunto, c'era scritto "poeta", che era evidentemente il soprannome con cui lo chiamavano in paese, ma italianizzato e fra virgolette per dargli riguardo. Così ho pensato che anche quando muoio io mi piacerebbe ci fosse scritto sul manifesto: u poéte, ma senza virgolette e nella lingua povera del mio paese. Dentro e non fuori le mura.

venerdì 21 febbraio 2020

gozzano andava al sodo

«Lodo l’amore delle cameriste» diceva il poeta: ma intendeva il fare all’amore: semplice, sbrigativo e rinfrescante come il bere un bicchier d’acqua nell’arsura; senza complicazioni e conseguenze di sentimento. Evento non trascurabile, nella letteratura italiana, questa irruzione delle cameriste. Ce n’è una che porta i messaggi della padrona, e quando la padrona manda il messaggio che non può venire all’appuntamento, ecco il poeta subito consolarsene: «M’accende il riso della bocca fresca, / l’attesa vana, il motto arguto, l’ora, / e il profumo d’istoria boccaccesca. / Ella m’irride, si dibatte, implora, / invoca il nome della sua padrona: / “Ah! Che vergogna! Povera signora! / Ah! Povera signora!”. E s’abbandona». E non è la sola: c’è anche quella di casa, diciottenne, «fresca come una prugna». Il poeta, insomma, andava sodo: per dirla banalmente. 

(Leonardo Sciascia, 1912 + 1, Adelphi, 2013)

giovedì 20 febbraio 2020

una bella domanda

Pensavo adesso, leggendo una intervista a un editore di poesia, che una bella domanda da fare agli editori, che non viene mai fatta, è: Saprebbe farci il nome di altri cinque editori di poesia che le piacciono e di cui consiglia i libri e perché? Così da non riferire il discorso sempre al proprio orticello.

bagni

Tribunale di Bari. Girare per un quarto d'ora buono, spediti a destra e a manca fra i vari piani del palazzo, solo per trovare un bagno che non sia guasto e non trovarne nemmeno uno. Il mio abbraccio a chi ci lavora e si porta le bottiglie da casa.

mercoledì 19 febbraio 2020

prenderci gusto

Stamattina, parlando con Maria, che è una vecchia contadina a cui spesso regalo dei libri, mi ha raccontato di essere diventata una lettrice assai tardi, dopo un litigio col marito, il quale difendeva Mussolini come una brava persona. Lei sentiva che non era così, ma non sapeva come ribattere, allora ha cominciato a cercare sui libri dei nipoti gli argomenti per rispondergli che no, Mussolini non era una brava persona. Leggendo, però, ci ha preso gusto e da allora non ha più smesso.

lunedì 17 febbraio 2020

due pensieri umorali sui poeti

Primo (tragico): Quando si dice che il modesto pantano della poesia italiana – più ancora di quello del romanzo – è asfittico, non significa certo che manca la poesia, ma che manca proprio l’aria. Non per nulla, per riuscire a emergere in questa vasca servono dei buoni polmoni. Chi meglio sa trattenere il respiro, più a lungo sguazzerà nel liquame fino al possibile successo. 
Io davvero non capisco come facciano, certi giorni mi sento soffocare a ogni bracciata. Né mi risolleva avvertire come ciascuno, nel suo muoversi, si senta soffocare quanto me. Questo so: qualcuno, per talento naturale, o ambizione, o amicizie, galleggia senza sforzo, e qualcun altro no. Saperlo, e non riuscire a fare a meno di annaspare nella merda insieme a loro, mi fa schifo il doppio. 
Secondo (comico): Dice un nostro proverbio: «I nuvele l’accucchje u vinte. I fèsse s’accucchjene da pe lluore». I poeti, ovviamente, non sono nuvole. Le nuvole le guardano soltanto, condannati a stare in basso, naso per aria come i fessi. Oppure starnazzando. Commenti: 25

domenica 16 febbraio 2020

l’impresa più difficile

Stamattina, a letto, mi è tornato in mente un litigio che ci fu alcuni anni fa fra mio nonno e un lontano parente venuto a trovarlo, in cui mio nonno rimproverava il parente di lavorare per un altro, in ufficio. E il parente, che invece era fiero del suo lavoro di prestigio, rimproverava mio nonno di aver vissuto tutta la vita nei campi, nella fatica e nella sporcizia, piegato sulla zappa sul suo pezzetto di terra senza futuro, e senza mai guardare oltre. Ma mio nonno, l’unica volta che ha guardato oltre era stata in guerra, da soldato, e non aveva più intenzione di tornarci là fuori. Soprattutto, diceva, quella terra era sua, proprio sua, se l’era comprata col lavoro. Per lui, ch’era stato sotto padrone da bracciante, l’unica libertà possibile era quella, avere il tuo pezzetto di terra, non prendere ordini da nessuno, anche vivendo di poco. Sia mio padre sia mio zio, in maniera diversa, hanno preso da lui, infatti mio padre andando da operaio in ferrovia ha sofferto per vent’anni come un cane alla catena, bestemmiando ogni singolo giorno di vita, e mio zio, che un impiego vero non l’ha mai cercato, ha sempre vissuto di espedenti in nome di quella libertà senza padroni. Mio nonno gli diceva che è il lavoro a farti libero. Però la sua pensione, una volta che la forza gli è finita, era un’infamia, una truffa, una miseria, indegna persino di un bracciante. Alla fine non gli restava più nulla, e quel poco di terra, poi, mio zio se l’è venduto. Però mio nonno era testardo e rimase sempre fissato sulle sue idee, anche davanti al parente che non aveva torto affatto quando gli chiedeva: Come si può vivere alla giornata, senza un piano? Ma persino mio fratello, che di piani ne fa tanti – e cerca di convincermi da anni a chiudere la casa editrice, prima di finire come nonno – non fa che saltellare da un posto all’altro incapace di fermarsi, con la differenza che lui si fa pagare anche l’aria che respira, per il solo fatto che il lavoro va pagato. Insomma, pensavo stamattina, questa cosa che mio padre e mio zio hanno imparato da mio nonno, e che mi ripetono con rabbia fin da quando ero bambino, che cioè per essere liberi si devono eliminare i padroni, ormai l’ho capito da tempo che è una gran bella frottola, ma come per tutte le frottole smettere di crederci è l’impresa più difficile.

venerdì 14 febbraio 2020

san valentino agli editori

Alcuni librai m’impongono
di non pubblicare i poeti
se voglio arricchirmi e arricchire
e si scusano quasi di non vendere
ciò che non propongono al lettore
per sfiducia nei miei libri.

Alcuni lettori mi confidano
di preferirli morti i poeti
ché come il formaggio invecchiano
e più puzzano e più hanno da dire
a chi vive il suo presente
senza storia e senza rime.

Alcuni editori mi consigliano fratelli
di non pubblicare i poeti
se davvero voglio mettermi alla pari
nel mondo degli affari
ch’è spietato con chi gira abbaiando
come i cani alla luna.

Alcuni editori sono soli.

Alcuni poeti mi rinfacciano
di non pubblicare i poeti
che odiano e fanno liste
prescrittive d’incapaci
fuori dalla cerchia degli “amici”
e dalla rete dei prefetti letterati.

Alcuni aspiranti mi intercettano
per farsi pubblicare
ma senza più conoscere la regola del verso
quello che rimane è nostalgia
o la boria dei poeti che sarebbero
se qualcuno li volesse pubblicare.

Alcuni editori sono soli.
Qui piove.

martedì 11 febbraio 2020

una questione di amore

Oggi mentre ascoltavo un disco che non c'entra nulla con loro, mi è venuto in mente che c'è tanta gente poverina che si perde in discussioni inutili da una settimana per il litigio di Bugo e Morgan e non sa che ci sono tantissimi altri musicisti italiani ma veramente bravi che andrebbero ascoltati, a cominciare dallo stesso Sergio Endrigo per cui i due hanno litigato; e per una volta devo dare ragione a Morgan quando dice che fare una cover è anche una questione di amore, non solo di riempire un buco in prima serata.

alto valore morale

La biblioteca mi chiede i libri in regalo per rinfoltire il reparto poesia, perché sono in crisi. L'ospedale mi chiede i libri in regalo per i malati, perché sono a terra e la poesia fa bene. La scuola mi chiede i libri in regalo per i ragazzi, così crescono sani e ben formati. Tutti hanno bisogno di poesia, ma non ci sono soldi, men che meno pubblici. Quindi chiedono a me di mettermi una mano sul cuore, sottolineando l'alto valore morale della mia donazione. E io da una parte mi sento coinvolto nelle mie convinzioni, dall'altra mi sento un verme perché, da un po' di tempo, più regalo libri e più mi viene da sbuffare quando mi infilano "alto valore morale" nella richiesta. Valore morale con cui, per inciso, non ci copri manco le spese di spedizione.

lunedì 10 febbraio 2020

paese che vai...

Ieri ho scoperto, parlando con un illustre dantista, che il sommo poeta, sopratutto in tarda età, ovvero intorno ai 50, oltre a essere tutt'altro che pacificato nei bisogni della carne, aveva il gusto per le giovani ragazze e pagava profumatamente per deflorarle, con ancora più gusto se poteva esercitare lo ius primae noctis con quelle in età da marito. Si parla, visti i tempi, di giovani di nemmeno vent'anni. E mi chiedevo se i puristi della letteratura moralizzata, sapendolo, direbbero che questo è un comportamento abbastanza sconveniente, tanto da essere meritevole di censura della Commedia a scuola, oppure visto che, inferno per inferno, sempre di corna si tratta (degli altri), se ne può andare fieri e lieti per il Paese di Dante sì, ma pure di Boccaccio.

domenica 9 febbraio 2020

dante mi manchi


santa trìnita

C'è un ragazzo nero con un lungo cappotto nero che ascolta Gil Scott-Heron e mangia un gelato seduto al sole, accanto a me, sul ponte di Santa Trìnita. Quando finisce il gelato prende il telefono e un libro che ha in tasca e scatta una foto alla pagina del libro allungando il braccio per riprendere sullo sfondo Ponte Vecchio. Poi avvicina il telefono alla bocca e con italiano incerto ma corretto canticchia alla persona dall'altra parte: Quanto ti ho amato e quanto ti amo non lo sai...

giovedì 6 febbraio 2020

i miei dubbi (da lettore) sul blocco della scontistica

Probabilmente sono io che devo ancora leggerla bene e metabolizzare la cosa, ma facendola molto facile mi sembra che la nuova legge sull'editoria, soprattutto nel blocco della scontistica, non difenda come dovrebbe né i lettori né i piccoli editori. Specie in un paese come l'Italia dove non c'è quasi una cultura alla lettura e il mercato è risicato. Parlo da lettore e mi faccio i conti in tasca, io se ho 20 euro da spendere e devo scegliere se comprare un libro Adelphi (editore a caso che mi piace, ma vale un altro grande qualsiasi) e uno di Pietre Vive (chi è?), se Adelphi mi fa sconto del 25%, lo sforzo di aggiungere qualcosa per comprare entrambi i titoli lo faccio. Se lo sconto è del 5% su un titolo che già di suo è costoso, comprerò semplicemente Adelphi, perché è il marchio più forte, prestigioso e di cui mi fido. La curiosità va bene se ci sono i soldi, altrimenti si deve tirare la cinghia. E il libraio, così come lo store online, nella maggior parte dei casi spingerà di più Adelphi, proprio perché vende più libri suoi che miei e ci campa (il monopolio non è fatto solo di sconti, ma anche di pubblicità e autori e traduttori che posso o no perettermi). Quindi i librai sono certamente difesi dagli store online, ai distributori che fanno male a tutti ma soprattutto ai piccoli editori non cambia nulla (chissà perchè?), io lettore comprerò un libro in meno di un editore di cui mi piaceva la copertina ma chi lo conosce alla fine: io sempre 20 euro posso spendere. Io piccolo editore venderò un libro in meno e morirò un po' prima mentre aspetto che gli investimenti sulla promozione alla lettura vengano intercettati da qualche assessore alla cultura illuminato e facciano effetto su un mercato talmente ridotto che poche milioni di persone devono sobbarcarsi economicamente l'intera filiera. Perché ci si scorda sempre questo, che a fare il nostro mercato editoriale non sono né gli editori né i librai, ma quei circa 10-12 milioni di persone che comprano libri con amore, costanza e sacrifici su circa 60,4 milioni di italiani. E il problema vero è quello.

mercoledì 5 febbraio 2020

l'affascina

Sto male da due giorni. Nulla di tremendo ma mi gira la testa, ho la nausea. Pensavo stesse per salirmi la febbre, ma la temperatura è normale. Poi mia madre mi dice aspetta, lo so io cos'è. Mi fa l'affascina e mi dice lo sapevo, hai il malocchio. U Madonna, dico io, il malocchio, e chi me lo ha fatto? Na femmene jè, mi dice lei. Va bene, ma tu come lo sai? E lei: Sembe i femmene sò.

giovedì 30 gennaio 2020

felicità

La giornata è stata dura.
Ma stasera cicorielle, pane
caldo. La felicità è sicura.

il classicone

Quello che ti scrive, quasi con astio, che lui è contro gli editori che ti chiedono soldi perché si è scocciato di farsi “mungere” perché lui, il suo “lavoro”, lo ha già fatto scrivendo il libro. Poi apri il file del manoscritto e al primo rigo del primo paragrafo trovi una è senza accento. Fine.

martedì 28 gennaio 2020

i battitori liberi

Stamattina mi sono svegliato con questa frase in testa, me la disse una volta un agente letterario: 
“I battitori liberi non piacciono a nessuno.”

lunedì 27 gennaio 2020

quella gente là

seduzione

Resto di cacca quando mi dicono che scrivo post troppo lunghi per essere letti. Sono quasi sempre di massimo 1500 battute, la lunghezza di un elzeviro. Se trovate lunghe 1500 battute, allora hanno ragione quelli che non perdono tempo in chiacchere e con un tweet ti scrivono #Dammela oppure #Escile. Che ti seduco a fare se tanto non mi leggi?

ufficio

Di carattere sono sempre stato uno che sa lamentarsi. Ma ultimamente, mi dicono gli amici, lo faccio un po' di più. Il fatto è che più vado e più mi rendo conto che il mio lavoro assomiglia a questo: ci sei tu da una parte del vetro che manovri tutte queste carte scritte da altri, e dall'altra parte dello schermo c'è una fila lunghissima che pretende da te che quelle carte arrivino a qualcuno: molti di loro si lamentano con forza, arroganza o cattiveria per i tempi di attesa, ma tu devi cercare sempre di mantenere la calma. Insomma, ero partito per fare l'editore e sono finito in un ufficio postale. Ragion per cui mi chiedo perché, a suo tempo, non ho fatto il concorso per entrare davvero alle poste. La sola risposta che so darmi è: "Preferirei di no". In ogni caso ho un trucco, che aiuta molto devo dire. Ogni mattina, prima di sedermi al mio posto dietro il vetro, leggo qualcosa di un autore che amo, le cui pagine mi sono arrivate per mezzo di qualcuno più bravo e paziente di me; così, leggendo, in quell'amore mi ricordo perché sono qui. Stamattina ho letto un racconto, L'uomo di Juan Rulfo, una sorta di western di frontiera lungo appena 10 pagine, una spietata caccia all'uomo nel deserto messicano per adempiere a una vendetta inutile. Il racconto è contenuto in La pianura in fiamme (Einaudi) e lo consiglio per ogni lunedì, quando vorresti solo scappare dal tuo ufficio.

domenica 26 gennaio 2020

aneddoto

C'è questo aneddoto che mi ha raccontato una volta un mio amico. Lo riporto a memoria, come l'ho assorbito, per cui spero di non sbagliare qualcosa. Nell'aneddoto il mio amico, che sul lavoro è persona attenta, metodica e precisa, deve presentare un lavoro al professore di cui sta seguendo il corso. Lo fa, credo, con un certo orgoglio. Il prof guarda il lavoro, lo mostra al resto della classe come esempio, poi si volta e gli dice brutalmente davanti a tutti: Ottimo lavoro, ma si ricordi sempre che lei non è un cazzo. Ecco, ripensando a quell'aneddoto, mi viene spesso voglia di rispondere così ad alcune persone, spesso assai più giovani di me, che mi contattano piene di finta umiltà ma consce già dei propri mezzi, rapportandosi non già per creare un rapporto letterario o anche soltanto di confronto umano, ma solo in vista delle lodi sperticate che si aspettanto e della pubblicazione che, secondo loro, è garantita dal loro incredibile talento. E quando questo non succede diventano malevole o vanno in depressione. Credo a volte che a persone così dovrebbe essere imposto di ascoltare ogni mattina, appena svegli, una voce come quella, amica, che ripeta questa sacra verità, necessaria per crescere, soprattutto come artisti, se artisti vogliono diventare: Ottimo lavoro, ma ricordati sempre che non sei un cazzo.

piccolo dialogo notturno

Era il penultimo giorno di permanenza a Bogotà. Eravamo andati con degli amici a fare una gita fuori, a visitare la cattedrale di sale. Era sera, e rimanemmo a cenare in albergo, e dopo cena restammo a chiacchierare in sei, Guadalupe, Vince ed io, e inoltre c’erano Ariel Madrazo, poeta argentino, il poeta venezuelano Alexis Romero e il poeta colombiano Fernando Linero. Ariel Madrazo, pur essendo anziano, aveva ballato il tango il giorno prima per ore e ore con la poetessa messicana Thelma Nava, con movimenti aggraziatissimi. Alexis Romero leggeva le sue poesie inedite preparandole e correggendole continuamente, e sembrava quasi che le scrivesse prima di leggerle; Fernando Linero era uno dei tredici poeti che avevano partecipato alla prima sessione del festival di poesia di Medellin. Non partecipava al festival di Bogotà, ma veniva spesso a trovarci e qualche volta leggeva in pubblico le mie poesie nella traduzione spagnola alternandosi con Stella Ayala. Eravamo andati a fare questa gita con Marcela Salazar Posada, quel giorno, amica di Vince, e il marito psichiatra; al ritorno, in macchina, avevano messo un disco di poesie di Neruda. Eravamo rimasti molto colpiti del fatto che in macchina si pensasse di ascoltare una poesia, invece che un brano di musica; ma nello stesso tempo la recitazione di Neruda ci era parsa molto retorica. Quella sera dissi ad Alexis: ho capito quello che dicevi qualche giorno fa quando affermavi che la poesia latinoamericana deve liberarsi dell’autocommiserazione. 
Sì, disse lui. Credo che la poesia latinoamericana debba liberarsi di Neruda. È un grande poeta, ma bisogna liberarsene, così come voi avete dovuto liberarvi di D’Annunzio. 
Come ci si libera di un padre – dissi io. 
Sì. Tra l’altro, per esempio, proprio come antidoto a questa vena autocommiserativa, io, e anche qualche altro poeta che conosco, troviamo interessante la lettura di un poeta come Magrelli. 

Carlo Bordini, Non è un gioco. Appunti di viaggio sulla poesia in America Latina (Luca Sossella editore, 2008)

sabato 25 gennaio 2020

favola della povertà

Intervistato su come vuole intervenire per abolire la povertà nel Paese, il neoeletto Presidente del Consiglio ha risposto che è sua intenzione agire con fermezza per abolire direttamente i poveri. È un sistema semplice, ma di provata efficacia: si fanno degli accurati controlli trimestrali e a chi è sceso sotto la soglia minima prevista dal Decreto sulla sicurezza e sul decoro urbano, gli vai a suonare a casa. Ecco che il problema della povertà è risolto.

giovedì 23 gennaio 2020

com'è fatto

Appena usciti da scuola, due bambini tornano a casa con lo zaino in spalla. Camminano davanti a me, quando uno dei due si gira verso l'altro e gli chiede: Ma secondo te com'è fatto un gattorgasmo? Ecco da quando lo ha chiesto lui, giuro che me lo sto chiedendo anch'io.

come sapete

Rileggere Leopardi, nonostante l’apparente oscurità, è sempre corroborante. Ogni tanto mi chiedo cosa avrebbe mai pensato se fosse vissuto al tempo dei social, poi mi ricordo che, come diceva Citati, Leopardi era fuori dal tempo e, in effetti, quel che avrebbe detto era già stato scritto – cambiando magari enciclopedie portatili e manuali con Wikipedia e Google e con quell’inetti che già anticipava il ‘900: 
«Mi diceva, pochi giorni sono, un mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che anche la mediocrità è divenuta rarissima; quasi tutti sono inetti, quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli esercizi a cui necessità o fortuna o elezione gli ha destinati. In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch'è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell'immensa moltitudine de’ concorrenti, non è più possibile di aprirsi una via. E così, mentre tutti gl’infimi si credono illustri, l’oscurità e la nullità dell’esito diviene il fato comune e degl’infimi e de’ sommi. Ma viva la statistica! vivano le scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro secolo! e viva sempre il secolo decimonono! forse povero di cose, ma ricchissimo e larghissimo di parole: che sempre fu segno ottimo, come sapete.» 
(da Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali, 1835).

mercoledì 22 gennaio 2020

la morale di questa storia

Un tipo si cancella dalla mailing list di Pietre Vive. Niente di male, ma a questo punto colgo la palla al balzo e mi cancello dalla sua di mailing list, che parla di politica. Lui subito mi scrive: "E che facciamo adesso, le ripicche? Ti facevo più maturo". "Non ho capito – gli rispondo – tu mi cancelli e io invece devo leggermi le cose tue che nemmeno mi interessano?". "Quelle che scrivo io sono cose serie che dovrebbero aprirti gli occhi su come va il Paese. Tu cosa fai? Vendi pentole!". Ecco, certi giorni mi chiedo che cacchio la faccio a fare una mailing list, se poi la deve leggere gente così. Poi mi rilasso e colgo la morale, assai zen, di questa storia. Disse la vacca al mulo: oggi ti puzza il culo; disse il mulo alla vacca: oggi ho fatto la cacca.

lavoraccio

"Tu dici che leggere e selezionare gli autori è un lavoraccio, Antonio, ma credimi che anche spedire a tantissimi editori sperando di trovarne uno che ti risponda e che non provi a fregarti lo è." 
Ti credo, e faccio il tifo per te.

martedì 21 gennaio 2020

una scusa

Lo dico sempre con tanto affetto, ma a me quelli che scrivono che non andranno a vedere Hammamet perché Craxi era un ladro, fanno un po' l'effetto di quello che non va a vedere Shakespeare perché Riccardo III era un pezzo di merda. Almeno trovatevi una scusa, tipo io ad esempio non ci vado perché a me il cinema fa venire sonno.

lunedì 20 gennaio 2020

assaporare

Mi telefona una donna per chiedermi informazioni su come pubblicare con noi. Ha una voce talmente luminosa, talmente leggera, che sembra una risata, una fonte, un gorgoglio. Ne resto affascinato. Parliamo per una ventina di minuti. Vuole propormi un libro. Ma le dico che anche a piacermi la proposta sono pieno, se ne parlerebbe per il prossimo anno. Lei mi risponde: "Antonio no, cerca di capirmi, sono nata nel 1937, per me un anno fa la differenza." Resto di stucco, però non cedo e del libro non se ne fa nulla. Ma prima di salutarci, le dico: "Guarda, non so nulla di te, ma dalla voce devi essere una donna bellissima." Lei ride con un pizzico di civetteria e mi risponde: "Antonio, alla mia età i complimenti galanti sono rari, ma proprio per questo quando arrivano li assapori il doppio".

domenica 19 gennaio 2020

solstizio

Solstitium, album del 1978 in cui Gianni Marchetti, l'altra metà di Piero Ciampi, raccoglie le colonne sonore che gli vennero "scippate" dall'amico per cantarci sopra le proprie canzoni. Ultimo omaggio a un compagno che stava abbandonando la musica, e la vita, e che sarebbe morto due anni dopo, il 19 gennaio di 40 anni fa.

funziona così (più o meno)

Se un libraio denuncia che in un giorno non ha venduto nemmeno un libro, evidenziando il fatto che molte librerie stanno chiudendo, quel libraio diventa un caso nazionale, simbolo di una diffusa crisi della cultura. Ma se un piccolo editore dice che ci sono interi giorni dove non vende niente, gli viene detto che non è un buon imprenditore, dunque la colpa è tutta sua. Però, se il piccolo editore chiede aiuto all’autore, quell’editore è un ladro, perché dovrebbe campare vendendo i libri al pubblico e non all’autore. Proprio quei libri che, il libraio denuncia, non se ne vende nemmeno uno in un giorno. È la prima contraddizione di un sistema.
Ed ecco la seconda: nonostante le vendite zero, si pubblica troppo in Italia. Chi scrive questi libri? Chi li pubblica? Per chi? Non certo per il libraio che chiude.
E se non hai un sito di richiamo alle spalle – che serve a promuovere la tua immagine, ma non a vendere una sola copia in più – allora sei perduto nella massa: magari sei bravo, ma non esisti. Terza contraddizione, quindi: per essere uno scrittore oggi, più ancora che una scrittura, serve un’immagine. E serve un sito, o un amico che scrive su in sito. Uno a cui volere bene anche perché scrive su un sito.
L’ho fatto e lo posso dire: leggere (se lo leggi) e recensire un libro è un lavoraccio, quasi quanto pubblicarlo. Ti arriva un sacco di roba e devi scegliere nel mucchio, e in genere scegli, nella mancanza di tempo, quelli a cui vuoi bene, o che ti stanno simpatici, o che ti impone il direttore responsabile. C'è gente anche bravissima lì fuori che non verrà mai recensita perché: io non ti conosco, io non so chi sei. Eppure, ed è la quarta contraddizione, quando uno dei tanti giornali e/o riviste e/o siti letterari chiede un aiuto economico ai suoi lettori, perché anche i giornali chiudono senza un pubblico pagante, ci sono autori assai etici là fuori che non darebbero mai soldi agli editori, ma aiutano volentieri i siti letterari, ma non per il valore dei contenuti – ché a leggere i contenuti dei siti letterari siamo rimasti in tre, tre somari e tre briganti – quanto perché li hanno già recensiti o potrebbero recensirli; in nome, insomma, della libertà di espressione fuori dalle lobby della stampa, ma avendo ben a cuore gli amici giusti sul sito giusto.
Funziona così anche coi premi letterari, a cui spesso si pagano collettivamente, in tasse di segreteria, più soldi di quelli che effettivamente meriterebbero. Soldi, aggiungo, rubati al povero libraio che non vende. Tanto più che i premi seri – coi bei soldi – li vincono sempre gli stessi nomi, gli stessi editori, l’identica banda. (A tal proposito ricordo perfettamente un autore che mi contattò perché voleva gli pubblicassi un libro in meno di due mesi, appositamente per partecipare a un concorso con premio in denaro di cui conosceva intimamente due giurati).
E infatti, se molti di quelli che scrivono sui siti letterari o lavorano per i premi letterari, comprassero i libri invece di recensire o accumulare quelli che gli regalano gli amici scrittori o che ricevono in omaggio dalle case editrici – e succede anche a me, non sono migliore di altri in questo – per regalare all’autore il brivido di quel briciolo di attenzione, forse il libraio in crisi qualche copia di un libro la venderebbe in un giorno.
Magari, mi si risponderà, i critici non sono tutti uguali, magari non vanno in libreria ma non glieli regalano gli autori i libri, li comprano anche loro, come tutti. Ma allora, se come denuncia il libraio la libreria è vuota, dove li prendono questi libri? Ovviamente su Amazon, approfittando degli sconti. Perché ognuno si fa i conti in tasca, pure quelli che fanno i critici. Poi magari la sera vanno al cinema, a vedere l’ultimo film di denuncia di Ken Loach, e magari dentro di sé applaudono.

la risposta di uno scrittore respinto

La vanità intellettuale che si mischia ai fatti di cuore è sempre stata una bella gatta da pelare, specie se dall’altra parte c’è qualcuno che ti interessa più sul piano artistico che amoroso, ma non sai bene come dirlo o, peggio, confondi tu stesso/a le acque fino al punto che si intorbidano. Successe, ad esempio, alla contessa bolognese Teresa Carniani Malvezzi, colta e bellissima quarantenne, appassionata lettrice e autrice di un poemetto di cui oggi non ricorda più nessuno, di cui si era invaghito nell’estate del 1826 il nostro Giacomino Leopardi, che all’epoca aveva circa dodici anni meno di lei e lavorava per l’editore Stella di Milano. Leopardi, dopo una iniziale profonda complicità – la quale scatenò le gelosie del marito di lei – venne rifiutato con severità: le sue visite la annoiavano, gli disse. La storia venne presto trascinata nel pettegolezzo (con lui che al solito ci faceva la figura del fesso), tanto che la contessa tagliò tutti i ponti, persino epistolari. Il silenzio durò più di sei mesi. Poi, però, la contessa pubblica, nel 1827, il libro a cui stava lavorando e ne invia una copia a Leopardi, al cui giudizio critico tiene moltissimo; ma, per evitare fraintendimenti, gli manda il libro senza un biglietto, né una dedica, nulla, tanto da fargli pensare che l’unica cosa rimasta a lei, di lui, è l’indirizzo. Leopardi allora che fa? Risponde. Risponde, con ironia e garbo, quello che qualsiasi scrittore respinto vorrebbe dire quando gli capitano storie così, ma non sempre trova la giusta nota per farlo, e le scrive, pungendola nell’orgoglio: «…Perciò non vi dirò nulla del vostro libro, dove io ammiro la sobrietà e il buon giudizio della prefazione…» e chiude il biglietto con una modernissima frasetta inglese che a me, personalmente, ha ricordato l’ultima riga dell’ultima lettera che Montale scriverà a Irma Brandeis un secolo più tardi: «Intanto amatemi, come fate certamente, e credetemi your most faithful friend, or servant, or both, or what you like». Ciao.


Nota. Il corsivo utilizzato per evidenziare le frasi dello scritto di Leopardi è opera mia.

sabato 18 gennaio 2020

giallo n.2

Io sono fra coloro che hanno sempre creduto che quello di Pasolini fu un delitto italiano, cioè il risultato di un complotto teso a farlo fuori per quello che diceva e che sapeva. Questo anche perché, nella mia infinita ingenuità morale, ho sempre creduto che fossimo, alla fin fine, per quanto sostanzialmente fascisti nell’intimo, a destra come a sinistra, un paese migliore di come ci raccontiamo. Poi leggi – e negli ultimi tempi ne leggo troppe – tutte queste storie di ragazzini senza sentimento o giovani frustrati che quasi per gioco picchiano a sangue l’omosessuale di turno, seguendo la regola del branco, cioè in tanti contro uno perché a farlo in gruppo è più bello, e comincio a ricredermi. Forse, mi dico, quel delitto Pasolini fu davvero un semplice delitto omosessuale, o diversamente italiano, come hanno sempre sostenuto tanti altri, e sono io ad aver montato una ragione lì dove in realtà non c’è nessuna ragione, ma soltanto l’istinto delle belve; di chi crede cioè sia lecito, o addirittura naturale, far male a qualcuno, ammazzarlo, solo perché non ti piace com'è fatto.

giallo n.1

Quanto mi piacerebbe che Sciascia fosse ancora vivo, soltanto per poter leggere che scriverebbe lui del romanzesco furto con ritrovamento del quadro di Klimt a Piacenza.

venerdì 17 gennaio 2020

buongustai

Delle volte penso a quelli che, quando in rete scoppia la notizia del giorno, se la ridono sotto i baffi e gongolano come avvoltoi per tutto il tempo che ne se parla, nell’attesa spasmodica di poter dire agli altri, il giorno dopo: “Oh, avete rotto il cazzo con tutte le vostre opinioni sul fatto del giorno”. Ecco, quelli sono i veri buongustai, gente dal palato raffinato, per cui il piatto va mangiato sempre freddo, un po’ come la vendetta, per sentirne meglio il sapore sotto i denti.

di rose e di lillà

Quando leggi quel tipo di recensione assurda e vagamente irritante a un libro che non è un romanzo, ma dove il recensore scrive per tutto il tempo: "è scritto benissimo, peccato non sia un romanzo" oppure: "l'autore è bravissimo, peccato non abbia il respiro del romanziere" e scava lì intorno per tutto il tempo, cercando il cadavere del romanzo che non c'è. E a te, leggendola, viene da pensare a Lady Oscar, la scena in cui Andrè si confessa, e con pathos melodrammatico le rivela il succo della questione: "Una rosa non potrà mai essere un lillà"; o volendo fare quelli un pizzico più raffinati: "una rosa è una rosa è una rosa" (cit. Gertrude Stein), ovvero che cazzo c'entrano i lillà, adesso, se stiamo parlando di rose?

mercoledì 15 gennaio 2020

leopardi sui letterati romani

Alla fine del 1828 scrisse […] I letterati romani erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in paradiso. Per loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola vera scienza dell’uomo, era l'antiquaria: trovare un pezzo di rame o di sasso che era appartenuto a Marcantonio o a Marcagrippa. Non sapevano né il latino né il greco. Trafficavano la gloria: gloria invidiata, combattuta, levata di bocca l’uno all’altro. Discorrevano eternamente di letteratura come di un vero mestiere, progettando, criticando, promettendo, lodandosi, magnificando persone e scritti miserabili. Parlavano di cose frivolissime col massimo interesse, e di cose somme con la massima freddezza. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia – tutto questo, a Roma, era straniero. 

[Pietro Citati, Leopardi, Mondadori, 2016]

lezione

L'anno non è nemmeno cominciato e io già mi sento sopraffatto dai miei stessi farò. Ma come, quando, a scapito di chi? Ecco che per eccesso di fiducia ho preso troppi impegni con persone, amici che adesso mi chiedono: e tu, dove sei? Io semplicemente arranco dietro a un calendario. Chi non impara a dire No poi si ritrova sconclusionato, questa è la prima lezione del 2020.

martedì 14 gennaio 2020

non scherziamo

Un autore mi manda il suo manoscritto in lettura. Io gli scrivo come faccio con tutti: Guarda, non è per cattiveria, ma ci arriva davvero un sacco di roba, per cui rispondiamo solo se siamo interessanti, se entro quattro mesi non ti rispondiamo vuol dire che non ti pubblichiamo. Lui, dopo quattro mesi esatti, mi chiama al telefono e mi fa: Insomma, non scherziamo, si può sapere quando mi rispondi?

domenica 12 gennaio 2020

morte per mano dell’autore

Con Un giorno perfetto per i pescibanana J.D. Salinger crea il personaggio di Seymour Glass, uno degli eroi del ‘900 letterario ma, ancor più, un eroe in assenza, protagonista di una saga famigliare di cui è il fulcro proprio in virtù del vuoto che vi lascia, elemento perturbante, non rimosso, lutto non elaborato, ombra di volta in volta consolatoria o ingombrante proprio in virtù della sua aura superumana. Il reduce Seymour Glass che, per certi versi, è un po’ l’alter ego dello stesso Salinger, muore suicida in questo che apre i Nove racconti, sparandosi un colpo alla testa dopo aver passato una tranquilla giornata al mare. Nella storia vi sono delle allusioni, ma di fatto non vengono spiegate le vere ragioni del gesto e il boato di quello sparo viene amplificato proprio dall’apparente serenità che lo precede. Perché scrivo di questo celebre racconto che non ha affatto bisogno delle mie note? Perché Un giorno perfetto per i pescibanana viene scritto nel 1947, pubblicato nel 1948 e poi raccolto nei Nove racconti nel 1953. All’epoca Salinger è già uno scrittore di fama mondiale, pertanto del volume viene subito approntata una traduzione italiana, pubblicata da Einaudi, a cura di Carlo Fruttero. Ecco che nove anni dopo, nel 1962, esce per Vallecchi la raccolta di racconti In società, opera di uno scrittore assai meno celebre ma altrettanto talentuoso, tormentato e isolato, Tommaso Landolfi. Al suo interno vi è pubblicato un racconto di chiara matrice dostoevskijana, La mattinata dello scrittore, in cui si parla, con evidenti agganci autobiografici, delle ultime vacue ore di vita di uno scrittore di provincia, che prima si arrovella per un verso mancato, poi per una relazione mancata, ma la cui punta massima di disperazione si registra quando si accorge di non trovare più il suo pacchetto di sigarette. Alla fine però succede qualcosa che modifica il quadro. Quasi per caso, per una decisione estemporanea ma allo stesso tempo “semplice e definitiva”, lo scrittore raccoglie la pistola che tiene nel cassetto e si spara. L’atmosfera nebbiosa e vagamente annoiata è la stessa del racconto dell’americano. E anche qui, pur nell’accennarsi dei motivi, manca del tutto un movente al suicidio del proprio alter ego. Per la prima volta Landolfi affronta, dietro lo schermo narrativo, la propria “volontà di morte”, e la critica vi legge un risvolto nichilista consono allo scrittore. Eppure, mi sono sempre chiesto se a far scattare quella particolare molla in Landolfi – magari complice Calvino consulente Einaudi – fossero stati i Pescibanana di Salinger. Se Landolfi, leggendolo, vi si fosse riconosciuto, avrebbe ritrovato in quell’americano “spostato” per i disastri della guerra, l’identico vuoto di sé che anche lui si sentiva dentro, fino al punto da replicarne le pulsioni che già lo animavano, per cercare di liberarsi, almeno in letteratura, del suo male di vivere. Inscenando, quindi, il delitto perfetto: la propria morte per mano dell’autore.

sabato 11 gennaio 2020

hapworth 16, 1924

Oggi ripensavo a Hapworth 16, 1924, l'ultimo racconto mai pubblicato in vita da Salinger, morto il 27 gennaio 2010 (occhio quindi, che fra pochi giorni c'è il decennale). Salinger lo pubblica nel 1965 sul New Yorker. Ventitre anni dopo, nel 1988, Roger Lathbury, un piccolo editore appassionato (in cui mi identifico) gli scrive, ma senza nessuna vera speranza, se può pubblicare il racconto in volume. Invece, contro ogni previsione, Salinger gli risponde di sì, ma lo fa circa otto anni dopo, nel 1996. Una storia all'apparenza a lieto fine, se non fosse che nel gennaio 1997 l'operazione editoriale viene sgamata dalla stampa, quando l'editore registra il copyright sul volume e concede innocentemente una prima intervista in cui si dice entusiasta di quella pubblicazione. Nel giro di pochissimi giorni l'uscita del nuovo libro di Salinger diventa un caso internazionale; a febbraio, senza che il libro sia ancora uscito, viene addirittura pubblicata la prima ferocissima stroncatura del volume a firma di Michiko Kakutani, sul New York Times. Salinger, indispettito, si tira indietro e non pubblica più nulla, ritenendosi tradito dall'editore, il quale fa pubblica ammenda, non si capisce per cosa visto che il lavoro dell'editore è registrare i libri, pubblicizzare la loro uscita e possibilmente venderli. Il vero perdente in questa storia è lui. Il libro, invece, diventa un oggetto di culto, o più semplicemente un titolo di quelli che non leggi ma devi sapere che ci sono, come il Finnegans Wake. Proprio come per il libro di Joyce, sul suo valore circolano le più svariate interpretazioni. Ad oggi la mia preferita è quella pubblicata sul blog 2000 battute: "J.D. Salinger si è preso gioco di tutti noi", ribadendo ancora una volta la superiorità dello scrittore Salinger sul suo pubblico, sul suo editore e persino sull'uomo che per un po' ha abitato.

giovedì 9 gennaio 2020

curriculum

Stavo aggiornando il curriculum per un concorso e mi sono accorto che stringi stringi la mia vita si riduce a una pagina di lavori fatti (che poi restano sempre quelli: scrivere, pubblicare ecc.) e a quattro pagine di pubblicazioni, fra libri, articoli ecc. Una cosa dei poveri, insomma. Mi sono sentito come un romanzo del '900, di quelli brevi, senza trama, senza sviluppo, dove per tutto il tempo ti aspetti che succeda qualcosa e l'unica cosa che succede sono le parole che si accumulano in fondo, come verbali per la difesa, ma da usare sempre dopo.

il punto

È incredibile come, quando scrivi qualcosa di antipatico o che rode a qualcuno, quel qualcuno la prima cosa che ti dice è: impara a usare la punteggiatura che non si capisce niente! E invece si capisce e bene, solo che ti brucia dove ti ho messo il punto.

mercoledì 8 gennaio 2020

il mio pensiero sessista

C'è stato un momento oggi, fra le 10.00 e le 12.00, che mi sono ritrovato in contemporanea 5 autori in chat o al telefono, tutti che mi chiedevano attenzione o con cui dovevo incastrare delle date per delle presentazioni, e un'amica che a sua volta mi doveva parlare di una cosa sua, e il medico che mi doveva dire per un appuntamento, e nel frattempo ero in banca con la direttrice della rivista che pubblichiamo per un finanziamento, e subito dopo sono dovuto scappare in posta a fare le spedizioni del giorno, prima di fare la spesa. C'è stato un momento che mi è successo tutto questo e ho pensato che il telefono è un oggetto infernale, ma ho cercato di fare quello che potevo per dare qualcosa a tutti, e in quel momento mi sono sentito come un funambolo sulla corda. E guardandomi intorno ho pensato che io non so davvero come fanno le donne a destreggiarsi in queste situazioni. Ma poi ho capito che è anche questo, a suo modo, un pensiero sessista, perchè le donne fanno un gran casino anche loro, o vanno nel panico come tutti, però sono più brave a far vedere che hanno tutto sotto controllo, così non vai nel panico anche tu.

lunedì 6 gennaio 2020

cos'è lo zucchero

Ecco che Tolo Tolo, l'ultimo film di Luca Medici, in arte Checco Zalone, che parla esplicitamente di problemi sociali e si richiama a un certo genere cinematografico, quello della commedia italiana dei ’60-‘70 che era spesso e volentieri cinema pieno di sfumature, irriverente o sardonico, ma sempre calato nel contesto, viene apprezzato oltre ogni pronostico, e nonostante sia più serio e schierato dei precedenti («non fa tanto ridere» è stato il commento che ho più sentito in proposito). Questo significa che gli italiani le cose serie, impegnate, che esprimono delle idee, con una storia e un’estetica alle spalle, quelle cose che loro non lo sanno ma sono «cultura» nel senso pieno del termine, quelle cose che rifuggono come la peste se gliele nomini, quando vogliono le capiscono e le apprezzano pure, non è vero che le trovano noiose o difficili o che sono sempre per pochi. Solo che, come Pinocchio con la fata turchina, gliele devi dare con la pallina di zucchero, in modo che non pensino mai che sono medicine che servono a star bene. «Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!» risponde Pinocchio alla fata. Insomma, basta non chiamarla «cultura» ma «un film di Checco Zalone» e il gioco è fatto.

il signor k. e la coerenza

Un giorno il signor K. propose a uno dei suoi amici il seguente quesito: – Frequento da poco un tale che abita di fronte a me. Ora non ho più voglia di frequentarlo; mi manca però motivo non solo per continuare la relazione ma anche per troncarla. Adesso ho scoperto che di recente ha acquistato la casetta che finora teneva in affitto, e ha fatto immediatamente abbattere un susino, che gli toglieva la luce davanti alla finestra, benché le susine fossero solo mezze mature. Non potrebbe essere questo un motivo per rompere con lui, almeno esteriormente o almeno interiormente? 
Pochi giorni dopo il signor K. raccontò al suo amico: – Non frequento più quel tale, ora. Pensi un po’! Già da mesi aveva chiesto al suo ex padrone di casa che fosse abbattuto quell’albero perché gli toglieva la luce. Quello però non aveva voluto farlo per non perdere i frutti. E ora che la casa è passata di sua proprietà ha fatto veramente abbattere l’albero ancora carico di frutti acerbi! Ho rotto ogni rapporto con lui a causa della sua condotta incoerente. 

(Bertolt Brecht, Storie del signor Keuner, trad. C.Cases e E. Ganni, Einaudi, 2008)

domenica 5 gennaio 2020

anticorpi

Oggi mi sono svegliato con la consapevolezza che i due migliori scrittori italiani “rivelatisi” negli ultimi anni sono Carlo Bordini, classe 1938, ed Ezio Sinigaglia, classe 1948. Sono diversissimi fra loro, ma entrambi hanno iniziato a scrivere a metà degli anni 70, entrambi sono stati considerati degli outsider perché sono passati per più di trent'anni sotto silenzio, prima di tornare in luce intorno al 2016, con tutto il clamore di chi si accorge per la prima volta di loro e lo stupore: Come è stato possibile? E ho pensato che il talento non è poi così evidente come si crede, non può salvare chi lo possiede né portarlo da solo al successo, e che il destino avventuroso e maledetto che tanti aspiranti scrittori sognano, che io stesso sognavo anni fa, alla fine è anche e soprattutto un viatico doloroso nel dubbio; perché l'indifferenza, e il tempo necessario a scoprirsi, e il dubbio che ne consegue, sono dolorosi. Ma, come diceva Leopardi, solo dal dubbio può nascere la verità, se nasce. E quanto al tempo, vale per tutti la regola della livella di Totò: dove tempo e livella coincidono, per spazzare via, senza troppi complimenti, tutto ciò che non servirà domani. Visto quanto si pubblica oggigiorno, sarà un’epidemia, mi sa. La mia speranza ultima è di avere degli anticorpi abbastanza forti da reggere il confronto con quelli dei due mostri/maestri citati qui sopra.

sabato 4 gennaio 2020

la prossima guerra spiegata da mio padre

«U sè peccè ddè stè a uèrre? Peccè stone i solde. Fascene a uèrre pe pegghiarse i solde! Do, ca sìme tutte murte de féme, ce cazze s’one a pegghiè, késse? Statte bbune.»  

(trad. Lo sai perché sta la guerra? Perché stanno i soldi. Fanno la guerra per prendersi i soldi! Qui, che siamo tutti morti di fame, che cazzo si devono prendere, sta minchia? Statti bene.)

venerdì 3 gennaio 2020

soddisfazioni

Un amico mi ha appena detto che nella classifica dei siti internet più visitati al mondo, al 14° posto ci sono i siti porno. In Italia, però, siamo al terzo posto (in pratica: Google, Facebook, Youporn, e un bel po’ dietro Amazon) contribuendo in maniera importante ma non decisiva alla classifica globale. In compenso siamo primi nella classifica dei più ignoranti in Europa e dodicesimi nel mondo. Anche queste so' soddisfazioni.

giovedì 2 gennaio 2020

una donna

A me in tutta questa storia dello schiaffo del papa alla fedele, dispiace soprattutto per la signora asiatica che lo ha strattonato. Siccome in noi non c'è più fede, guardiamo al lato pratico della faccenda: un uomo anziano malmenato ha fatto bene o no a adirarsi? Però, d'altro canto, si parla anche di una semplice donna di fede che si avvicina a un suo mito, al suo punto di riferimento spirituale e per questo sbaglia, eccede nei modi per troppo entusiasmo e così il giorno dopo si ritrova non solo punita dallo stesso papa (cosa per cui non ci avrà dormito la notte) ma persino additata su tutti i giornali del mondo come la stronza maleducata del 2020, oppure come la straniera incivile da cacciare via da questo paese che invece, si sa, è pieno di signori educatissimi. E ho pensato che magari vorrebbe scusarsi anche lei, proprio come ha fatto lui, ma non ne ha la possibilità perché la verità è che di quel che pensa lei, che non è papa, non gliene frega niente a nessuno.

mercoledì 1 gennaio 2020

piangere

Invecchiare significa, fra le altre cose, confrontarsi coi problemi di salute tuoi e di chi ti sta accanto. In questo senso, la mia e quella di alcuni miei amici è stata una fine d’anno emotivamente difficile. Così, quasi richiamato da esso, ho riletto Questa libertà, l'autobiografia di Pierluigi Cappello. In particolare sull'ultimo capitolo, che parla dell'incidente che lo ha paralizzato a vita, ho pianto allo stesso modo in cui feci per la prima volta cinque anni fa. Ho pianto per due ore, mentre leggevo. Piangere su un libro è il regalo che mi sono fatto per cominciare meglio quest’anno. Perché, per «restare umani», bisogna prima di tutto imparare a sentire – e non soltanto capire – il dolore degli altri. E i libri servono anche a questo.