Un amico, mio coetaneo, che insegna in una scuola media, mi racconta questa storia edificante. Dovendo portare una classe in gita propone all’altra classe che segue, una terza, di riempire le due ore in cui non ci sarà guardando un film. Visto che la terza, per età, ha molte curiosità sulla sfera sessuale e l’identità di genere, propone loro, dopo una bella discussione, di vedere un film delicatissimo, Tomboy, che parla di una bambina di 10 anni che si veste da maschio, e il giorno dopo la gita ne riparleranno in classe. I bambini sono entusiasti e dicono sì. Il mio amico affida alla collega che farà da supplente il compito di fare vedere il film e va in gita. Il giorno dopo la gita torna in classe e scopre che i bambini non hanno visto il film deciso insieme, ma un documentario sulla storia politica d’Italia. I bambini si sono annoiati e sono anche delusi. Il mio amico chiede delucidazioni alla collega e quella gli dice che, avendo letto una recensione del film e avendone discusso prima col vicepreside hanno deciso di comune accordo, ma senza avvisare il mio amico, che un film che parla di identità sessuale era inadeguato all’età dei ragazzi e lei non voleva prendersene la responsabilità. Il mio amico, che si è sentito giudicato nei suoi metodi di insegnamento si è lamentato della cosa, ma alla fine il preside ha dato ragione a lei. – Che vecchia bigotta, ho commentato io, avendo capito dalla storia che la supplente fosse una persona anziana e retrograda. – Vecchia? Ha 35 anni! E sai una cosa? Quella farà carriera, si sta già muovendo per diventare dirigente. E il bello è che non gliene frega nulla dell’educazione dei bambini, se glielo chiedi ti dice apertamente che a stare in classe si annoia.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
giovedì 24 ottobre 2024
martedì 9 luglio 2024
ciò che il pubblico vuole
Oggi è la Munro, ieri erano i "fascisti" Pirandello e Ungaretti, alcuni anni fa toccò a Montanelli con la sposa bambina, prima ancora a Penna e Pasolini coi loro fanciullini marchettari, e prima ancora a Céline o Malaparte ecc. in questa lunga catena dei peccati e delle colpe. Periodicamente viene fuori questa discussione per cui si scopre che gli artisti sono fondamentalmente uomini e donne pieni di difetti e tutt'altro che perfetti e si mette in discussione il valore esemplare della loro opera. Impregnati di ideologia romantica ci si dice che se l'artista non assomiglia all'opera allora l'opera è falsa. Ciò mostra sempre, implicitamente, la doppia morale del pubblico, la sua incapacità di leggere un'opera al di fuori del biografismo spicciolo e gossiparo della vita dell'autore e il suo bigottismo di fondo. Tutto questo però, mi dicevo stamattina, è destinato presto a finire. Fra un po' i romanzi li scriveranno direttamente le AI su commissione e allora non ci saranno più problemi morali con le debolezze e i lati oscuri degli artisti, perché l'AI non ha pulsioni sessuali, politiche o ideologiche. Le AI daranno al pubblico esattamente ciò che il pubblico vuole, glielo cuciranno addosso chiedendo il pagamento anticipato, e il pubblico forse finalmente per una volta chiuderà il becco.
lunedì 15 maggio 2023
collaborare
Pensavo capitasse solo su social frequentati come FB o IG, invece, ed è la terza volta che mi succede questo mese, stamattina mi è arrivata la notifica da Blogspot che mi hanno cancellato un post del 2015, su segnalazione anonima (quella che in gergo si chiama delazione), perché dicono che il mio post era “di natura terroristica”. Mi chiedono se voglio avviare una inutile pratica di revisione del post, di cui nemmeno mi ricordo il contenuto, però allo stesso tempo mi invitano a rivedere l’intero contenuto del blog, pena la chiusura dello stesso. E resto comunque segnalato, così da intimidirmi. Ed io, pur senza farmi intimidire, mi accorgo mentre scrivo come tutto ciò funziona, come ho già cominciato a ripensare i post in modo da evitare alcune parole o espressioni, esclamazioni, ironie, insomma autocensurandomi nell’uso della parola e del buon senso così da evitarmi nuove scocciature. Ovvero cominciando a collaborare.
domenica 20 marzo 2022
censura e lacrime
Stamattina leggevo che ci sono indignati, anche fra i miei amici, perché hanno censurato Orsini. La censura è orribile sempre, è vero, ma volendo essere pratici, chi se ne frega se Orsini non è più su Wikipedia? A parte che Wikipedia non è un’enciclopedia “libera”, ma fa capo a una fondazione che decide cosa pubblicare e cosa no (io ad esempio non ci sono e dovrei esserci), ma veramente c’era qualcuno che andava a cercare la sua pagina? E per far cosa, leggere la sua bibliografia? È vero che non amo Orsini e sono di parte – ho letto un paio di articoli suoi, anche su altre questioni, e lo trovo lontanissimo da me – ma non mi pare che con le sue analisi abbia scoperchiato il vaso di Pandora, ha semplicemente confermato, dall’alto dei suoi ex-titoli accademici, alcune idee di chi la pensava come lui. Anche questa se vogliamo è cultura mainstream, perché non rimette in discussione tutte le carte sul tavolo, conferma soltanto una delle mani in gioco. Anzi, anche la censura fa parte del gioco, perché a modo suo rilancia l’idea come “pericolosa”. E infatti Orsini, nel frattempo che veniva censurato da una parte, ha cominciato a scrivere sul Fatto quotidiano. Ecco, se vogliamo parlare di censura allora, io voglio fare il benaltrista: pensate che sono due anni che non vediamo un film di Woody Allen al cinema, né si sa se lo rivedremo. Questa è seria, perché non è legata a ciò che dice, ma alla sua condotta morale, alla sua storia, cioè si nega ad Allen di esprimersi come artista non perché è pericoloso ciò che fa, ma perché è imbarazzante ciò che è. “Lei è orgoglioso di essere ebreo?” gli chiede un tribunale di integralisti ebrei in una scena di Gigolò per caso di John Torturro. “Sono orgoglioso di essere ebreo… ma anche spaventato…” risponde Allen. Basta sostituire a “ebreo” l’aggettivo “americano” per capire. Proprio come per Chaplin, stanno aspettando la sua morte per rivalutarne l’opera e dedicargli una retrospettiva piena di commozione e di lacrime in lucida pelle di coccodrillo.
domenica 6 febbraio 2022
le mucche
Ieri sera, incuriosito dalla sua storia, ho visto L’orgoglio degli Amberson, secondo film di Orson Welles, del 1942, che molti definiscono il suo più bello insieme a Quarto potere (io preferisco Il processo del 1962). Stamattina, invece, ho letto il testo con la sceneggiatura originale che mette in luce i tanti tagli apportati al film dalla RKO, la casa di produzione (lo ha pubblicato “Il Saggiatore” come appendice al libro intervista di Peter Bogdanovich a Welles). La storia del film è nota: approfittando dell’assenza del regista a causa della guerra, la casa di produzione che aveva paura di un film troppo “colto” che avrebbe venduto poco al botteghino, fece una proiezione di prova in un cinemino di provincia, e visto che al pubblico di quel cinemino non piacque, mise mani al film senza il permesso del regista, tagliando circa un terzo del film (40 minuti su circa 2 ore) rimontando molte scene e, soprattutto, facendo girare un nuovo finale a un oscuro aiuto regista. Welles quando vide il “massacro” fatto al suo film rescisse il contratto con la RKO, con cui cominciò un lungo contenzioso legale, e abbandonò Hollywood. Mentre la RKO, dovendo liberare spazio in magazzino, e forse per dispetto, fece distruggere i rulli originali rendendo impossibile il restauro del film. Va detto che all’epoca nessuno pensava che il cinema potesse considerarsi una forma d’arte, ma la storia è tremenda perché, leggendo la sceneggiatura originale dopo aver visto la pellicola, ti accorgi di come abbiano tagliato con l’accetta tutte le scene che offrivano delle sfumature di significato in più o che arricchivano i piani emotivi della narrazione; e così suggerisce il senso di superiorità padronale di chi dirigeva la casa di produzione che riteneva il suo pubblico troppo stupido per capire la differenza fra un riempitivo e un film d’autore, fra la sabbia e l’oro. Ecco che gli spettatori, che tanto quelli della RKO ci tenevano a difendere dal “colto”, erano per loro al livello delle mucche nella stalla, a cui dai il fieno e da cui mungi il latte, e infatti quelle scelte si vedono tutte tradotte, oggi, nel livello culturale dell’americano medio che vota Trump e non ha nemmeno un dubbio.
venerdì 15 ottobre 2021
la parola "green"
Poco fa, mentre leggevo il post di un amico sull’uso della parola “green”, mi sono accorto che la legavo così intimamente ormai a “card” che mi stavo scordando il nome di quel famoso movimento ambientalista che invece la lega alla salvezza ecologica del pianeta (non quello di Greta, uno assai più vecchio, a cui ero pure tesserato, pensa te). Giuro che ho annaspato per un po’ nel vuoto. E così mi sono accorto che il “green” nella mia testa è tutto fuorché verde, anzi è quasi rosso, come un semaforo. E così mi è venuto da pensare a una cosa che succede ad esempio in Cina, dove i dispositivi di telefonia mobile hanno una impostazione per cui se digiti parole scomode, come ad esempio “Tibet”, il telefono le cancella di default, perché se la parola non esiste allora non esiste nemmeno il problema, non puoi esprimerlo, non puoi scriverne, nemmeno in un post. In Europa, per una serie di accordi commerciali alla pari, questo controllo delle parole sui dispositivi che ci vendono non viene applicato. Ma nel momento in cui il peso decisivo, economico e culturale, della Cina verrà a surclassare il nostro, cosa che tutti dicono avverrà nei prossimi due decenni, che anzi sta già avvenendo in questi giorni – ed è vero che il green pass è una prova generale per spostare il controllo sociale verso il più efficace modello orientale – anche da noi tornerà la censura. Bisogna starci molto attenti, perché altrimenti alcune parole semplicemente spariranno dal nostro vocabolario e dalla nostra memoria. Su quali parole saranno c’è solo da scommettere. Ma è molto più facile che succeda di quel che sembra.
giovedì 3 dicembre 2020
censura
Oggi
mi pare che le due notizie principali dal mondo riguardino i territori
sotto l'influenza della Cina. A Hong Kong, proprio oggi è stato
arrestato Jimmy Lai, editore del quotidiano Apple Daily ed attivista,
attraverso il suo giornale, per la democrazia in Cina. In Algeria,
invece, la cui economia è ormai da tempo soggetta alla politica
economica cinese, il governo ha sospeso ieri due siti d’informazione,
Twala e Casbah Tribune, nell’ambito di un'operazione contro la libertà
di stampa. Sempre in Algeria, nel corso dell’anno sono stati fermati
altri giornali online e molti giornalisti e blogger sono stati
condannati o sono attualmente sotto processo. Se questo è il modello che
a breve detterà legge nel mondo (visto che la Cina si prepara a
prendere il posto degli USA, e visti anche gli esempi di Russia,
Turchia, Brasile e i tentativi di Trump di mettere il bavaglio ai
giornalisti americani) c'è da stare molto molto attenti.



