Visualizzazione post con etichetta parola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta parola. Mostra tutti i post

martedì 11 marzo 2025

fake news

C’è un post che gira da qualche giorno col copia-incolla, che mi fa ridere per il suo attacco, infatti leggo l’attacco e poi non riesco ad andare avanti. Dice che a Putin è stato “concesso” dal canale 4 della tv croata di dire qualcosa, e questo mi basta. Ma veramente al presidente di uno degli stati più grandi del mondo può essere “concesso” di parlare? E chi glielo impedisce? E poi sul canale 4 della tv croata? Se Putin oggi dicesse che gli va di fare una intervista in esclusiva con uno dei più importanti canali televisivi del mondo correrebbero in massa da lui, perché quello in gergo televisivo si chiama scoop e di fronte a uno scoop non c’è guerra che tenga. Che se ne fa del canale 4 della Crozia? Mosca è quattro volte più grande dell’intera Croazia, ha il quadruplo della sua popolazione. Se fa una intervista alla radio della parrocchia dietro casa, raggiunge più persone. Infatti questo video alla tv croata di preciso chi lo ha visto coi suoi occhi? Ci sono fake news molto più elaborate di così, scritte da persone veramente in gamba, almeno date retta a quelle, è un modo di dare riconoscimento al loro talento creativo, altrimenti finisce come nel mondo dell’editoria che non si riesce più a distinguere il grano dalla crusca, e la colpa principale non è delle case editrici, ma dei lettori.

martedì 4 giugno 2024

sogno dei ballerini

Nel mio sogno di stanotte, perfettamente magrittiano, centinaia di persone ballavano sospese in alto sulle acque di un fiume che attraversava una città vuota emettendo una luce fioca come se fossero delle lucciole. Io camminavo loro accanto, osservandole dal lungofiume o da sotto un porticato, accompagnato da un piccolo istrice che se mi avvicinavo troppo sollevava gli aculei e le guardavo con una sorta di rifiuto perché sentivo che, per essere così leggere, negavano che ci fosse una pura verità: erano leggere non sapendola, a patto cioè di non saperla. Invece, pur lasciando la porta aperta, mi rifugiavo in una cella nuda per scriverla, ma non riuscivo a trovare le parole adatte, non riuscivo a esprimerla. Mi sfuggiva di continuo. Così, né da una parte partorivo questa verità necessaria che sentivo costiparmi, né dall’altra, per il solo fatto di sentirla, riuscivo a unirmi al ballo di chi stava sospeso per aria e sembrava così lieve e non vedeva nient’altro intorno a sé che la propria luce.

martedì 16 aprile 2024

puttaniere

Oggi in un incontro con le scuole a Martina Franca organizzato dal Themis Festival con Giovanni Impastato, il fratello di Peppino ha rievocato gli anni sessanta, quando i giovani scesero in piazza contro il governo Tambroni per salvare la democrazia del paese, e poi ha continuato così: "Oggi che al governo abbiamo visto di tutto, leghisti, fascisti, puttanieri, chi scende in piazza per salvare il paese?". Ecco che alla parola "puttanieri" i più giovani si sono guardati in faccia chiedendosi di chi cacchio stesse parlando Impastato. (Per fortuna, ho pensato, che c'è Netflix che glielo ricorda.)

giovedì 28 marzo 2024

parola e libertà

Oggi parlavo con dei ragazzi del fatto che non è il lavoro a renderti libero, come spesso si dice, ma la parola. Il lavoro è un diritto, è una necessità che serve a soddisfare dei bisogni primari, si lavora per mangiare e avere una casa, quindi è importantissimo, ma nella maggior parte dei casi non ti rende libero e spesso nemmeno felice. L’unica libertà possibile riservata all’uomo è nella parola, nell’espressione incondizionata delle proprie idee, magari è una libertà fugace e senza conseguenze, ma nel momento stesso in cui ti esprimi ciò ti rende libero. Quindi è una cosa che va difesa per sé e per tutti, anche per chi ti dice che non capisci niente. Se poi la parola è scritta, e se è scritta bene, ho aggiunto, è meglio ancora. Ma lì mi sono fregato. Una ragazza infatti mi ha chiesto: scusa Lillo, ma se io scrivo non per dire il mio pensiero agli altri, ma per me stessa, perché se non lo faccio sto male, mi sento di scoppiare dentro se non lo faccio, anche quella è libertà? È stata una bella domanda. Infatti ci sto ancora pensando.

lunedì 15 maggio 2023

collaborare

Pensavo capitasse solo su social frequentati come FB o IG, invece, ed è la terza volta che mi succede questo mese, stamattina mi è arrivata la notifica da Blogspot che mi hanno cancellato un post del 2015, su segnalazione anonima (quella che in gergo si chiama delazione), perché dicono che il mio post era “di natura terroristica”. Mi chiedono se voglio avviare una inutile pratica di revisione del post, di cui nemmeno mi ricordo il contenuto, però allo stesso tempo mi invitano a rivedere l’intero contenuto del blog, pena la chiusura dello stesso. E resto comunque segnalato, così da intimidirmi. Ed io, pur senza farmi intimidire, mi accorgo mentre scrivo come tutto ciò funziona, come ho già cominciato a ripensare i post in modo da evitare alcune parole o espressioni, esclamazioni, ironie, insomma autocensurandomi nell’uso della parola e del buon senso così da evitarmi nuove scocciature. Ovvero cominciando a collaborare.

martedì 21 febbraio 2023

stabilità

Oggi pensavo a questa circostanza per cui ogni volta che esco di casa e incontro un vicino o mi chiamano per chiedermi come va, la prima cosa che rispondo – perché so a cosa alludono – è: “È stabile”. Ci penso e trovo strana, addirittura buffa, questa sorta di contraddizione per cui la parola che più ripeto in questo periodo, stabilità, è anche quella che più mi manca in assoluto.

giovedì 1 settembre 2022

casualità

Quando cerchi su Google le parole chiave: Russia+caduto dalla finestra per informarti meglio sulla notizia del giorno e ti esce fra gli altri un articolo di primavera 2020 in cui si lamenta la caduta dalla finestra del terzo medico russo in due settimane per aver diffuso fake news sul coronavirus, ovvero aver sottoscritto un documento in cui si afferma che il coronavirus esiste.

sabato 14 maggio 2022

primo spettacolo

Ieri sera ho visto il mio primo spettacolo in teatro da quando è scoppiata la pandemia. Mi sono accorto così che anche per fare lo spettatore occorre una disciplina che dopo più di due anni a casa va riconquistata. Lo spettacolo, Museo Pasolini di Ascanio Celestini – due ore assai belle ma impegnative, com’è giusto, perché uno spettacolo serio deve dare ma deve anche chiedere – si è trasformato presto in una lotta fra immaginazione e corpo, con la mia immaginazione che spingeva per uscire e sollevarsi e il mio corpo che mi rimproverava, e faceva i capricci, per riprendere peso. Ma quanto è scomoda questa poltrona? Mi fa male la schiena, mi si sta addormentando la gamba! E questa mascherina quant’è odiosa! Mi sembra di portare una museruola! Mi manca l’aria, mi sta salendo il mal di testa, ecco che mi sta pulsando un occhio, è la prova che sta per partirmi un vaso sanguigno, maledetta museruola! Oddio, devo riprendere fiato, mi serve una pausa, fatemi alzare, non riesco più a seguire cosa dice… e se l’abbassassi piano piano sul mento e mi prendessi una boccata d’aria, mi noterà qualcuno? Ma non c’è storia, devo, o quello o vado in ipoventilazione! E così avremo due poeti morti stasera, Pier Paolo Pasolini e Vitantonio Lillo, uno ammazzato dal fascismo e l’altro dalla mascherina. Ma quella che mi scalcia dalla poltrona dietro che vuole, starà soffocando anche lei? Madonna, meglio non pensarci, meglio concentrarsi sulle parole… Ma qui mi sta venendo fame, sono due ore che Ascanio parla di maritozzi nel caffè, di caciare e caciotte, di mangiarsi gli elefanti del circo! E se comincia a brontolarmi lo stomaco si sentirà in sala? Ma come fa a parlare così tanto senza incepparsi? Gli verrà mai sete? E il mal di gola? Si scorderà le parole qualche volta? E con un corpo così piccolo, dove le terrà nascoste?

mercoledì 30 marzo 2022

snob

Non avevo mai fatto caso a quanto è snob l’uso del termine “mainstream” che adesso va così di moda. L’ho appena sentito dire persino a Conte in TV. In sostanza significa: “ciò che nei gusti preferisce la maggioranza (con accenti un po’ retrò)”, ma sottintende anche: “siccome la maggioranza è composta da cazzoni ignoranti ciò che preferiscono loro per me non conta nulla”. Che è poi l’evoluzione di qualsiasi cultura individualista che si rispetti. Non per nulla è un termine americano.

giovedì 10 febbraio 2022

uogliò

La ragazza di colore che ogni settimana scende alla stazione per vendere cianfrusaglie e ogni volta che mi vede mi saluta da lontano sollevando il cesto UOGLIÒ! e io ogni volta provo a spiegarle che è UAGLIÒ, UA non UO e lei ogni volta prova, ride, non ce la fa, troppo difficile parlate.

venerdì 15 ottobre 2021

la parola "green"

Poco fa, mentre leggevo il post di un amico sull’uso della parola “green”, mi sono accorto che la legavo così intimamente ormai a “card” che mi stavo scordando il nome di quel famoso movimento ambientalista che invece la lega alla salvezza ecologica del pianeta (non quello di Greta, uno assai più vecchio, a cui ero pure tesserato, pensa te). Giuro che ho annaspato per un po’ nel vuoto. E così mi sono accorto che il “green” nella mia testa è tutto fuorché verde, anzi è quasi rosso, come un semaforo. E così mi è venuto da pensare a una cosa che succede ad esempio in Cina, dove i dispositivi di telefonia mobile hanno una impostazione per cui se digiti parole scomode, come ad esempio “Tibet”, il telefono le cancella di default, perché se la parola non esiste allora non esiste nemmeno il problema, non puoi esprimerlo, non puoi scriverne, nemmeno in un post. In Europa, per una serie di accordi commerciali alla pari, questo controllo delle parole sui dispositivi che ci vendono non viene applicato. Ma nel momento in cui il peso decisivo, economico e culturale, della Cina verrà a surclassare il nostro, cosa che tutti dicono avverrà nei prossimi due decenni, che anzi sta già avvenendo in questi giorni – ed è vero che il green pass è una prova generale per spostare il controllo sociale verso il più efficace modello orientale – anche da noi tornerà la censura. Bisogna starci molto attenti, perché altrimenti alcune parole semplicemente spariranno dal nostro vocabolario e dalla nostra memoria. Su quali parole saranno c’è solo da scommettere. Ma è molto più facile che succeda di quel che sembra.

lunedì 7 settembre 2020

ruscetizze

Parola bellissima del nostro dialetto che ho imparato oggi, descrive il suono della pioggia quando è lontana.

sabato 6 giugno 2020

quarto libro

«Anche i rami perfino i muschi 
fanno ideogrammi» 
(versi finali di Arresti frequenti).

C’è il quarto libro di Mario Benedetti, che non è Questo inizio di noi (piccola appendice a Tersa morte del 2013), ma Arresti frequenti. Poesie scelte 1965-2006, volume che raccoglie le traduzioni di poesie del francese Michel Deguy pubblicato nel 2007 da Luca Sossella, che mi pare fondamentale per la creazione della sua seconda, centrale opera, scritta in contemporanea a quello e pubblicata nel 2008, Pitture nere su carta. Raramente un libro di traduzioni viene citato nella bibliografia fondamentale di un poeta. Eppure, al di là della semplice bellezza del libro di Deguy, mi pare evidente che senza quello non avremmo avuto la forte sferzata astratta di Pitture nere rispetto ai paesaggi più colloquiali, per quanto in chiaroscuro, di Umana gloria (2004). In Pitture nere su carta Benedetti raggiunge – a mio avviso – i suoi massimi esiti artistici, andando al cuore della parola stessa, come del resto suggerisce già nel titolo: pittura nera, ovvero immagine, ombra, allusione, ideogramma alla maniera giapponese: lì dove due ideogrammi di diverso significato, messi l’uno accanto all’altro formano una terza parola, terza immagine, terza direzione. Mai come in questo libro la sua poesia si fa disarticolata, spezzata, allusiva, proiettata sull’evidenza del nome inteso come segno puro in cui significante e significato coincidono alla perfezione: nome spesso sviscerato in elenchi e non come elemento costruttivo di una frase, di un verso, con una potenza evocativa che personalmente ho ritrovato solo in Nico Orengo. Stando in piedi, di fronte a questa scrittura-pittura scevra di abbellimenti discorsivi, tesa al grado zero della comunicazione col lettore, a una chiusura/apertura di significati correlata a una dimensione intima, spartana e quasi monastica della vita del suo autore, espressa sottovoce – e non a caso referente della raccolta è l’isolato e sordo Goya – si comprende paradossalmente come per spingersi a tanto serva un’assoluta fiducia nella capacità e nella forza della parola di esistere da sé, oltre l’autore, di significare in se stessa nuda e luminosa. Parola come eredità, testamento. E pensavo a come arrivare a tutto questo è stato in parte possibile proprio attraverso il filtro della poesia tradotta di Deguy, che segue gli stessi dettami ma su un piano forse più mondano, meno chiuso ed esistenziale. Pensavo alla bellezza di questo esercizio necessario di umiltà e amore per la parola che è la traduzione, in cui un autore mette in discussione se stesso e i proprio limiti attraverso il confronto con l’altro, di cui si fa spalla, complice, scalino; spesso è un altro scelto per affinità elettive, simile a sé ma non uguale, leggermente spostato in modo tale da offrire delle varianti, degli scarti minimi che possano stimolarci a nuovi percorsi e allo stesso tempo tesi ad arricchire il suo. Per cui la lingua di Deguy, pur restando fondamentalmente di Deguy, non sarebbe stata quella appena più asciutta e secca, intima e meno smaccatamente seduttiva di Arresti frequenti senza lo zampino di Benedetti e di contro, per un breve perfetto intervallo, la lingua di Benedetti, pur restando tutta di Benedetti, senza lo zampino di Deguy non sarebbe stata quella più arditamente sperimentale, verticale, lucida fino a essere (quasi) emotivamente distaccata di Pitture nere su carta.

lunedì 25 maggio 2020

l'aggettivo "togliattiano"

Oggi leggevo in un articolo di Veneziani l'aggettivo "togliattiano" e mentre lo leggevo mi è venuto da sorridere, come quando ti trovi di fronte qualcosa di vecchiotto, ammuffito, un po' grigio e un po' rigido, insomma nostalgicamente retrò, un po' com'era la morale sessuale d'inzio '900 (parlo di morale sessuale perché il pezzo di Veneziani era su Woody Allen): la verginità è sacra, si diceva, anche se poi dietro c'erano un sacco di fuitine. Da noi si diceva scendere: se n'è scennute pe cure, se n'è scesa, andata via con quello, in attesa del matrimonio riparatore. E "togliattiano" sa un po' di quella cosa lì: una certa rigidità morale in merito alla sacralità/verginità della propria politica rispetto alle altre, dove il sacro però era più decantato che reale e restava vivo soprattutto un certo bigottismo provinciale. Poi perché scrivo tutto questo e dove voglio andare a parare non lo so, sarà che me ne sto scendendo anch'io stamattina, per non lavorare. O sarà che non si studia mai a scuola e per me Togliatti resta soprattutto quello della poesia di Saba chiamata A un giovane comunista, in cui Saba lo paragana a un giallo canarino e dice di preferire il canarino, sarà questo ma per me Togliatti, a cui Guttuso ha dedicato uno dei suoi quadri più belli è pieni di giallo e di rosso, è tutto meno che il colore, però stamattina ugualmente mi ha fatto sorridere il vetusto aggettivo "togliattiano", e ho pensato che forse andrebbe un po' riverniciato, per non lasciarlo ammuffire così, in certi sorrisi che poi inacidiscono col tempo. Io ad esempio, ho appena deciso che il mio prossimo gatto lo potrei chiamare Togliatti. Il gatto Togliatti. Così lo metto vicino a Mao e faccio una foto dei due.

mercoledì 20 maggio 2020

petricore

Segnalo questa parola secondo me bellissima che non conoscevo, ma ho scoperto oggi sul profilo Instagram di un'amica linguista (poi dice che i social non servono), e definisce l'odore che si sprigiona dalla terra quando viene colpita dalle prime piogge dopo un periodo di secca. Ed è una parola che ha radici classiche ma nasce in inglese (petrichor), e sembra venuta fuori da un haiku. E mi piace il composto di "pietra", intesa come terra (luogo di radici e di fatica) e "icore", ovvero "essudato", che però suona tanto all'orecchio come "core". E quindi lega la parola, nell'odore, a questa pietra al cuore e al suo sudore.

martedì 7 aprile 2020

la parola e la bestia


Qui è dove Giovanni Turi mi ha chiesto di scrivere per Vita da editor alcune mie considerazioni in merito a questo periodo e come poterlo raccontare, e io mi sono ricordato che da qualche parte, in un'altra vita, ero laureato in sociologia dell'arte. Dovrei ringraziarlo io solo per questo. Invece mi ha ringraziato lui. Siccome è un pezzo molto lungo spero che qualcuno lo leggerà, così Giovanni non si pente. E proprio perché è lungo è stato diviso in due parti, qui c'è la prima parte (che va da Bob Dylan a Carlo Bordini) e giovedì esce la seconda parte (che da Bordini arriva a Papa Francesco e spiega anche il titolo)... In mezzo ovviamente ci sta dell'altro.

Qui invece la seconda parte.

venerdì 27 marzo 2020

analogia

Ho letto adesso che questa mattina è morto il poeta Mario Benedetti e ho trovato un'assurda analogia fra questa notizia arrivata nel silenzio quasi totale (ho cercato notizie in rete e non se ne fa un cenno) e l'immagine del papa che questo pomeriggio pregava all'imbrunire in una piazza vuota e avvolta dalla pioggia. Come se la parola ormai non servisse più a nulla.

giovedì 22 agosto 2019

bolsonaro

BOLSONARO sono quasi sicuro che presto diventerà un aggettivo, qualcosa di molto spregiativo con cui verrà indicato un nuovo tipo di delinquente, l’assassino ambientale su scala planetaria, uno che se gli dici di pensare al benessere o al futuro del pianeta ti ride in faccia perché sono concetti troppo fumosi per uno come lui, oppure ti risponde dandoti del bugiardo. Quando incontrerai una persona così, da domani potrai dirgli che è un “bolsonaro” come pochi. E poi sputagli in faccia anche da parte mia.

giovedì 4 aprile 2019

la parola liberata

Mi accorgo, dovendo presentare un mio libro domani e poi dopodomani, di non ricordarmi più che cosa ho scritto. Sto rileggendo il libro e mi dico: ma veramente, ma per davvero le ho scritte io queste cose? Proprio vero che la parola pubblicata è parola dimenticata, o meglio ancora liberata. Nel senso che l'autore se l'è covata dentro per così tanto tempo che una volta messa nel libro se ne libera, si spera, definitivamente (altrimenti si fa ossessione). A parte queste considerazioni il libro è bello, non per nulla l'ho scritto io, l'io che fui almeno e che ora è un altro, mentre mi rileggo con curiosità.

martedì 15 gennaio 2019

paglialunga

«Cartastraccia» mi dice Paglialunga
leggendo senz’amore i miei poeti
con la sicumera di chi fa letteratura
a vent’anni e si offende se gli dico
che è un ragazzo nulla più che un cazzo
dritto come tanti. Richiama il suo
coetaneo Codignola – cosa posso offrirti
ragazzino se non la bocca storta
a furia di sorrisi e un cuore inacidito
dal dubbio? – Nulla che ti basti o
che soddisfi il tuo bisogno di affrancarti
dal mediocre a cui ti senti condannato
dal tuo essere nato
nulla più che un cazzo come tanti
buono per la monta e poi la morte
per esprimere a forza di botte e battutine
da stronzetto il disprezzo naturale
che preme per scoppiarti nei calzoni
alla tua età frustrata
dalle parole senza sesso
degli altri. Lo guardo Paglialunga e mi rivedo
io che sono stato mio nemico
come lui lo è di se stesso. E vorrei dirgli – né mi azzardo –
che è successo anche a me
di stare dritto come un cazzo
in mezzo agli altri. E non capire
che per quanto mi gettassi nella mischia
– fiero del mio cieco pregiudizio di uno
sterminato amore per la vita –
si è comunque destinati a invecchiare
nella spietata indifferenza degli altri.
Ed è questa la condanna di chi crede
soprattutto alla parola. Che tutto
può essere espresso racchiuso
persino la parola «invecchiare».
Ma la parola da sola
non significa veramente nulla.