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venerdì 30 agosto 2024

da anni immemorabili

Era il 1935. Scrive Giorgio Caproni: «Io non avevo ancora pubblicato niente in volumetto – ricevetti un libretto, mi pare accompagnato da una cartolina postale. Il libretto era intitolato La barca, l’autore era Mario Luzi, e diceva: “Sono un giovane studente di filosofia, le mando questo libretto in omaggio” eccetera, eccetera, senza chiedermi un giudizio». Fu così che il primo in assoluto a segnalare il ventunenne Luzi che esordiva in poesia, fu il ventitreenne Caproni, non ancora pubblicato in versi, ma già recensore letterario per ‘Il popolo di Sicilia’. Ricorda Luzi: «Sono legato a questo mite ma severo e indefettibile ‘faber’ da anni immemorabili, fin da quando a Castello dove ancora abitavo mi arrivò un giornale siciliano che conteneva una nota su La barca, il mio primo libro: e me lo mandava da Genova l’autore che si firmava appunto Giorgio Caproni. Era il primo segno di attenzione che mai avessi ricevuto da fuori e anzi da lontano per via pubblica». Continua Caproni con la sua prima impressione della raccolta: «Insomma, mi fece un po’ l’impressione degli Ossi di Montale, ma mentre gli Ossi erano volti a quella tipica disperazione radicale propria di tutti i genovesi, questo Luzi invece era volto sul rovescio, alla speranza, no?» annotando come l’autore fosse, non necessariamente in negativo, «un convinto e perfetto cattolico», ma anche «un vero poeta». Ne fu a tal punto convinto che continuò poi a recensirne puntualmente le uscite fino al 1963 (Nel magma), e a farlo soltanto «per amore», quando cioè solo «per amore» si poteva ormai scrivere una di quelle «piuttosto degradanti cose chiamate recensioni».

Questa ed altre interessantissime storie sugli incontri, le vicende e le intuizioni di Giorgio Caproni critico letterario e giornalista si possono trovare nel volume “Nella scatola nera” di Fabrizio Miliucci (Mimesis, 2019). Ogni tanto lo riprendo in mano e me lo godo, forse anche più del suo stesso autore.

martedì 31 maggio 2022

ostinarsi coi concorsi

“Ma perché vi ostinate a partecipare ai concorsi di poesia? – scrivono alcuni – I concorsi sono tutti truccati, oppure delle pagliacciate. E i poeti veri i concorsi non li guardano nemmeno, leggono i grandi e scrivono le loro cose per sé.” Sarà così, ma io so che la storia della poesia è piena, da sempre, di concorsi e di liti anche epiche fra i “poeti veri” per i premi in denaro: la mia preferita resta quella di Giorgio Caproni e Giovanni Giudici che al premio Viareggio 1988 contestarono la vittoria di Raffaello Baldini dicendo che la sua, che scriveva in dialetto di Santarcangelo, era una lingua “ignota”. Alla faccia della sportività dei poeti. C’è anche un’acidissima leggenda metropolitana che raccomanda di non partecipare mai a un concorso ogni qualvolta Milo De Angelis pubblica un nuovo libro perché tanto a quel punto li vincerà tutti lui. Uno mi dirà che Milo non ne sa nulla, che è tutta colpa dell’ufficio stampa di Mondadori. Ma io non ho mai sentito di De Angelis abbia che si sia sdegnato della cosa e detto: “Madonna, come li odio questi concorsi letterari, dove mi danno 1000, 2000, 5000 euro per aver scritto il mio libro, nono dateli a un altro, io preferisco restarmene a casa a tradurre Lucrezio.” Scrivo questo post contraddicendomi, perché dopo averli visti/vissuti a me i concorsi stanno mediamente antipatici ma non trovo giusto negarli ai miei autori, anzi di recente me ne sono scordati un paio a cui mandare dei libri e mi sento in colpa. Per fortuna che i concorsi sono sempre lì e li recuperiamo l’anno prossimo, sperando che Milo nel frattempo non pubblichi nulla.

venerdì 7 gennaio 2022

per caproni

Caproni era maestro elementare. Uno che aveva fatto come tanti la guerra da soldato. Aveva come ogni giovane delle ambizioni che negli anni aveva imparato ad accantonare per il semplice bisogno di sistemarsi. Sognava di avere successo in prosa, ma per buona parte della sua vita venne considerato soltanto un poeta minore. Poi in tarda età venne fuori, proprio in versi e in maniera del tutto inaspettata, il suo stile maturo che riusciva miracolosamente a coniugare la rima dilettevole dell’opera al più disperato nichilismo europeo. Ma tutto questo genio dispiegato nel terribile silenzio della sua vecchiaia non è riuscito a salvarlo. È morto povero e solo, semidimenticato. Negli ultimi anni, ormai vecchio pensionato, andava in giro con le scarpe rattoppate, al suo funerale non c’era quasi nessuno, un pugno di amici e di poeti che potevano contarsi su una mano. Soprattutto non c’erano i lettori. Dopo la sua morte tutto questo muro è stato abbattuto dai “ti amo” che fanno piazza pulita del dolore e della solitudine di un uomo per restituirlo al pantheon dei grandi. Non a tutti tocca uguale destino. Oggi qualcun altro gode del successo che a lui non è toccato di vedere, centinaia di lettori che in vita non lo avrebbero mai letto comprano i suoi libri, citano i suoi versi. Per molti poeti è un modello inarrivabile di cui sperano di ereditare il talento, ma legato possibilmente al destino di un altro.

martedì 7 aprile 2020

la parola e la bestia


Qui è dove Giovanni Turi mi ha chiesto di scrivere per Vita da editor alcune mie considerazioni in merito a questo periodo e come poterlo raccontare, e io mi sono ricordato che da qualche parte, in un'altra vita, ero laureato in sociologia dell'arte. Dovrei ringraziarlo io solo per questo. Invece mi ha ringraziato lui. Siccome è un pezzo molto lungo spero che qualcuno lo leggerà, così Giovanni non si pente. E proprio perché è lungo è stato diviso in due parti, qui c'è la prima parte (che va da Bob Dylan a Carlo Bordini) e giovedì esce la seconda parte (che da Bordini arriva a Papa Francesco e spiega anche il titolo)... In mezzo ovviamente ci sta dell'altro.

Qui invece la seconda parte.

domenica 1 marzo 2020

post

Oggi ero in chiesa, in una delle chiese più fredde d'Italia, e avvolto in tutto quel freddo da cella frigorifera, nella mia rigidità pre-mortem, mi sono immaginato come sarà dopo, quando non ci sarò più, cioè tutto uguale a prima, e ho pensato che vorrei finire almeno come Giorgio Caproni, poeta che in vita se lo sono filato in nove-dieci lettori, ma dopo morto è diventato un classico a sua insaputa. Spero cioè di non restare solo uno da nove-dieci lettori in vita e basta. Se mi riesce chiederò al comune di dare il mio nome a una delle strade intorno a casa mia, al posto di via Evola o Almirante (ma ce ne sono tante fra cui scegliere); così almeno diamo a una nostra strada il nome di uno che non ha mai fatto male a nessuno, o al massimo a nove-dieci persone.

giovedì 11 aprile 2019

la semplice verità

Stamattina rileggevo la cartolina che Adrea Barbato scrisse a don China dopo il funerale di Caproni, una cerimonia andata deserta se non per i due figli, pochi amici fra letterati e vecchi alunni, il sindaco di Roma da solo, ma non il “mondo ufficiale”, nessun uomo del Potere, quel Potere che negli stessi giorni si era inginocchiato di fronte al feretro di Mariano Rumor. Barbato trovava scandalosa quell’assenza dello Stato di fronte alla Poesia, trovava scandalosa quella chiesa vuota, persino di lettori, e il fatto che la cronaca restasse “indifferente”. Eppure la storia, o meglio ancora il tempo, è una livella e non perdona. Oggi, a quasi vent’anni di distanza, Rumor, per cinque volte Presidente del Consiglio, non fa più rumore, di lui non si ricorda più nessuno, né degli uomini prostrati di fronte a quel Potere, la DC è morta, i giornalisti che non hanno scritto sono stati dimenticati. Le sole parole che rimangono sono quelle di Caproni. E, anche se sono in troppo pochi a farlo, i suoi libri si leggono ancora. Ricordatevelo, la prossima volta che mi incontrate e non mi offrite un caffè.

venerdì 21 settembre 2018

intercity

L’altro giorno leggevo Intercity, meravigliosa poesia di Lello Baldini che dà il titolo e conclude la sua ultima raccolta. La poesia col suo solito taglio svagato e fintamente leggero, racconta il tentativo fallito di un uomo di organizzare un viaggio coi suoi amici: l’uomo alla fine prende il treno da solo per accorgersi che sull’intero convoglio c’è solamente lui, unico viaggiatore di quell’ultimo viaggio che chiude il suo lavoro e la sua vita. È il rovesciamento parodico, a mio avviso, della più conosciuta delle poesie di Giorgio Caproni, Congedo del viaggiatore cerimonioso, in cui alla fine di un lungo viaggio in treno, assieme una variegata compagnia di persone che condividono lo scompartimento, il protagonista li saluta uno per uno prima di scendere, perché giunto a destinazione. Per certi versi è una citazione pungente, visto che fu proprio Caproni, quando Baldini vinse il premio Viareggio nel 1988, a contestare quella vittoria, dichiarando che quella usata da Baldini era una lingua “ignota”. In questo caso, la poesia ignota di Baldini è ancora più amara di quella del rivale. Di fronte all’accettazione fatalistica, già quasi nichilistica di Caproni, l’ultimo viaggio di Baldini ci dice che nessuno potrà mai capire com’è indirizzarsi alla morte, perché nella nostra vecchiaia, per quanto rassegnata possa apparirci, noi siamo soli, completamente soli, privati persino di un capotreno, o del macchinista, e per questo, nella sua incapacità di comprendere quella corsa vana verso il nulla, quello spreco – «sono diventati tutti matti? un treno solo per me?» – è il commiato comico di una disperazione insanabile per il destino dell’uomo. 

A parte i due sopra citati, un altro libro che ho letto sui viaggi in treno come "vuoto a perdere" è La vicevita di Magrelli. Mi chiedevo, ce ne sono altri nella poesia italiana? E se sì, me li potete indicare?

martedì 24 luglio 2018

caffè con metatesto

Ma sì, mi dice il giovane aspirante romanziere di successo, che ha letto tutto, tutto sa, nulla gli piace, si crede Dio, ed è pronto a spaccar culi col suo stile irriverente, con l’irresistibile potenza affabulatoria della sua prosa nuova, finto-americana, delle sue storie vissute sul limite, con un tono, come se io editore di serie B non lo possa capire, nemmeno nella terminologia calcistica, ma sì mi dice, l’autofiction, il metatesto, la post-a-van-guar-dia, tu mi capirai. Ma guarda che io, gli dico, primancora che editore sono stato poeta, e leggevo e praticavo l’autofiction, il metatesto, in poesia quando tu pettinavi le bambole a Bukowski. E gli cito a memoria versi di Caproni che non sa, da esempio, e lui rimane zitto, lì, come un idiota.

mercoledì 21 giugno 2017

deus absconditus

Che cosa triste leggere articoli di giornale come quello de La Stampa che dopo le tracce della Maturità titola: "Chi è Giorgio Caproni", quasi fosse una necessità spiegarlo, e intuire che lo è. Quegli articoli rivelano la cruda verità, che a non conoscerlo, Caproni, non sono soltanto gli studenti che magari adesso lo inseguono, ma anche i loro genitori e i nonni. Il più grande poeta italiano della seconda metà del '900 (almeno per me, ma se la gioca con Sereni) e non lo sa quasi nessuno. Sarà forse un bene questa traccia, come dice Nicola Lagioia perché magari adesso qualcuno si sentirà lo scrupolo di recuperarlo. Ma fino a quando si potrà andare avanti così, trattare la nostra poesia, e la letteratura, come Lascia o raddoppia? Fino a quando non ci si sentirà in dovere di prenderli questi programmi ministeriali, che sono come catene, e dire che è tutto da rifare, ripartendo dalle basi, dalla persona e dal suo bisogno inalienabile (e non dal dovere) di sapere? Vi rendete conto dell'enorme furto che avete perpetrato e state perpetrando a danno di quei ragazzi che non sanno nemmeno chi è Giorgio Caproni e pensano sia solo una incombenza non necessaria, e se invece lo conoscessero lo amerebbero alla follia per l'universalità fulminante del suo verso, per l'ampiezza smisurata del suo sguardo sul buio, per il modo ironico, sprezzante, con cui lo affronta, e per il dubbio che ci pone di continuo, che il dubbio sia la sola soluzione? 

Un semplice dato: 
Dio non s’è nascosto. 
Dio s’è suicidato. 

[Giorgio Caproni]

sabato 21 gennaio 2017

fama

Ci inebriamo di Campana, di Penna o di Caproni, poeti di un'economia esemplare, non solo del verso. Guardiamo a loro con amore, ma intanto sogniamo la fama in vita di Montale.

venerdì 30 ottobre 2015

avvoltoi

Arriva inesorabile il quarantennale della morte di Pasolini. Lo senti, lo vedi, in tv o sulle bacheche di tanti (anche la mia), lo vedi in libreria fra le nuove uscite. Di tutto propongono, meno che la ristampa della sua prima e fondamentale raccolta di poesie, La meglio gioventù (o La nuova gioventù come la ripubblicò poco prima di morire, deviandone il senso). Di tutto propongono, persino delle cose di indubbio pessimo gusto, spesso morbose, specchietti per le allodole, o gli avvoltoi affamati, a cui non interessa chi era Pasolini, ma solo com’è morto, da chi lo ha preso in culo e se c’entra la Cia, tutto il gossip possibile, tutto ciò che un Editore (per me) dovrebbe evitarsi, dovrebbe EVITARE agli altri, perlomeno per una questione di eleganza, di facciata. Invece vedo cose che mi lasciano perplesso e persino infastidito. E amando Pasolini, amandolo davvero, rispondo come posso, con la poesia, non mia, ma più alta di Giorgio Caproni. 

Caro Pier Paolo. 
Il bene che ci volevamo 
– lo sai – era puro. 
E puro è il mio dolore. 
Non voglio pubblicizzarlo. 
Non voglio, per farmi bello, 
fregiarmi della tua morte 
come d’un fiore all’occhiello.

mercoledì 8 ottobre 2014

“contro” caproni

Continuo ad addentrarmi nella lettura di Giorgio Caproni, Il muro della terra, Il franco cacciatore, e non capisco come faccia a piacer tanto, a così tanti, una poesia talmente terrorizzante. In Caproni non c'è niente di “piacevole”. La sua ironia è beffarda. Le sue opere sono piene di spettri, di voci dall’oltretomba che si aggirano in un paesaggio nebbioso, metafisico, dantesco: l’enorme foresta popolata di cacciatori senza volto, mastini sulle tracce di fuggiaschi, esiliati, bestie feroci di fattura medievale, in cui non c’è Dio, né consolazione, né salvezza, non c’è nemmeno la Parola che possa dar conforto, tutto è terribilmente buio, sfuggente, ingannevole, nulla ha più senso. E l’unica cosa certa è una morte senza fine che arriva sempre all’alba.