Per come la vedo io il mondo, rispetto all’ambiente, si divide in due grosse bolle di pensiero. Una che si chiama dentro e dice: poiché sono una cellula che è parte del tutto, allora per quanto piccola anche io sono responsabile di ciò che accade e per questo provo a cambiare le cose o soffro per esse (che è molto simile a una sorta di pensiero animistico orientale); e un’altra che si tira in parte fuori fa un discorso opposto, sempre basandosi su ordini di grandezza, e dice: poiché io sono così piccola in confronto al mondo non posso credere di avere alcuna influenza su ciò che vi accade e pertanto credo che, se c’è un reale danno ambientale, allora è colpa di qualcuno che è più alto e più grande di me, che sia un governo o una lobby di potere (che è come una sorta di pensiero deistico occidentale). Ho appena letto un articolo, a firma di Claudia Bellante, che parla di eco-ansia, ansia da stress relativo ai danni ambientali (di cui soffro anche io): c’è uno stress da sensi di colpa, per chi sente di contribuire al riscaldamento globale; e uno stress delle prime vittime del danno, che è doppio, perché è stress da sopravvivenza quotidiana a cui si aggiunge quello della consapevolezza di essere sacrificati al benessere di altri, e ciò scatena malessere e rivendicazioni. In particolare, nel pezzo, mi ha colpito il commento di una indigena canadese che parlava di eco-lutto relativo alla consapevolezza di essere gli ultimi testimoni del venir meno di qualcosa che si sapeva lì da secoli, molto prima di noi (nel caso specifico il permafrost), e che ora semplicemente sta scomparendo sotto i loro occhi. Questo crea una certa ansia determinata dal senso di responsabilità verso la storia, perché, volente o no, tu hai fatto in tempo a vederla e ora sai che la sua esistenza, che sopravvive nella tua memoria, potrebbe finire una seconda volta con te.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
venerdì 23 dicembre 2022
mercoledì 14 dicembre 2022
la paura
Fear (1954) di Roberto Rossellini, è un film uscito in doppia lingua, inglese e tedesca, e poi doppiato in italiano col titolo La paura, con pesanti rimaneggiamenti della casa di produzione, soprattutto sul finale che snatura il senso dell’opera. Ambientato a Berlino, parla di una donna (lngrid Bergman) che non riesce a decidersi fra marito (Mathias Wieman) e amante (Kurt Kreuger) e finisce per subire un ricatto, frutto della vendetta, da parte di un’altra donna (una sensualissima Renate Mannhardt). Ispirato a un racconto di Stephen Zweig (Angst), è l’ultimo film con la Bergman prima che quest’ultima scelga di tornare in America, e in un certo senso chiude il periodo d’oro della produzione rosselliniana. Costruito come un noir, è possibile interpretarlo su più livelli, ma quello che più sorprende è la sua aderenza al dettato hitchcockiano, tutto basato sulla costruzione di una suspence inesorabile che cresce di minuto in minuto ma si esprime attraverso elementi minimi, appena suggeriti, e per questo ancora più inquietanti. Rossellini in quegli anni era spesso accusato di aver rovinato la vita alla Bergman, allontanandola dalla sua famiglia e dalla sua promettente carriera hollywoodiana per girare degli astrusi film “artistici” che non vendevano. Così, questo film è una sorta di rivalsa: una storia di pura ipocrisia famigliare che nulla ha da invidiare al miglior Hitchcock (quello del Sospetto per intenderci) con Hitchcock che, di contro, non era amato dalla critica, ma era considerato un grande artista “commerciale” e di cui la Bergman era stata protagonista prediletta. Unico difetto di Fear, per il pubblico, sta nel fatto che sia un giallo senza il morto (e come diceva S.S. Van Dine un giallo senza cadavere perde di interesse), ma a parte rivendicare l’aderenza al testo letterario, con Zweig che morti non voleva, è pur vero che allo stesso Hitchcock i delitti interessavano relativamente e quello di Rossellini era un confronto su un piano più alto con le atmosfere del maestro. Numerose in questo senso le scene memorabili. Ne cito tre perfette: la prima con la corsa in auto durante una gita in campagna, la Bergman al volante, con l’auto che attraverso una serpentina si infila di corsa in una macchia d’ombra fra gli alberi per poi sbucare in piena luce, una luce accecante, e fermarsi nello spiazzo della casa dove aspettano i figli; la seconda con la lunga passeggiata della Mannhardt nel foyer vuoto del teatro, l’ingresso nel teatro durante un concerto, il suo sguardo che cerca quello della Bergman, stabilendo un contatto sulle ultime note del pianoforte (qui è puro Hitchcock); l’ultima, verso la fine, con la Bergman che si aggira per un laboratorio fra le gabbiette delle cavie, alla ricerca del veleno per farla finita, ormai diventata cavia anche lei. Il film, ovviamente, non ebbe successo.
venerdì 16 luglio 2021
disastro
C’è un libro di Jonathan Franzen, E se smettessimo di fingere?, uscito l’anno passato per Einaudi, che parla del disastro ambientale in corso e che comincia proprio con un viaggio in Germania. Ci ho ripensato stamattina, guardando il TG con le notizie delle devastazioni di ieri. Franzen dice una cosa, che non solo il movimento ambientalista ha fallito – nel menefreghismo generale – quando avrebbe avuto senso che vincesse, ma che ormai siamo così invischiati nel disastro che è già tardi per pensare di poter sistemare impunemente le cose, l’unica cosa possibile è salvare il salvabile, limitare i danni e alimentare la speranza che qualcosa nel tempo si aggiusterà, punto. È una visione realistica e tremenda. Ma è sempre meglio che dire con compiaciuta rassegnazione – come a volte leggo qui – siamo tutti condannati. Condannati a cosa? Anche quei commenti, per me, la dicono lunga sul fatto che nessuno ci crede sul serio. Perché se pensi che siamo dentro una catastrofe ambientale e non te la fai addosso per la paura, c’è qualcosa che non funziona dentro di te. Deve praticamente arrivarti sotto casa perché tu te ne accorga, toglierti tutto, come è successo in Germania e negli ultimi giorni in Canada. E ancora ci sarà chi nega, minimizza o fa una battuta stupida.
sabato 7 marzo 2020
qualcosa sta cambiando
sabato 22 febbraio 2020
mascherine
sabato 8 settembre 2018
l'arte della guerra
giovedì 5 luglio 2018
nel tuo nome
mercoledì 25 gennaio 2017
disadattati
venerdì 23 dicembre 2016
natale e torna l'ansia migratrice...
nelle occhiaie, venuta a rannicchiarsi
contro il gelo. Lo guardo
lui l’immagine di me, il gemello
e un poco compatisco: «Guarda là
che brutta cera terminale.
Dovresti smettere di preoccuparti.
Magari un poco soffocarti nel sonno».
Ma non posso. Come stanotte
che stringevo nelle mani le mie mani
e quasi si spezzavano le dita
a forza di costringere il mio nulla.
domenica 17 luglio 2016
notizie dal mondo
lunedì 18 gennaio 2016
la straniera
Mi scrive lettere da una terra straniera
umiliata da un cappotto italiano
e da una fame d’affetto inguaribile.
Arrossisce per niente se le chiedo di
tradurre da una lingua che mi schiuda
il suo mondo. È slava mi risponde e non
romanza negando una voce comune alle nostre
urgenze. Eppure aggiunge abbiamo
qualcosa ed elenca una gatta e poche
parole volgari che usiamo nel buio.
Abbiamo ripete con orgoglio abbiamo
una poesia mai scritta in qualche luogo
e un’alleanza senza storia né amicizia
dove siamo ancora questo: due suoni
incomprensibili nel buio di chi scava
nel sesso due vuoti lontanissimi eppure
due speranze che sono più di una.
sabato 16 gennaio 2016
pena
giovedì 15 ottobre 2015
tre poeti
Il primo mi confida che compone
per avermi letto, ma senza mai capire dove
andassimo. Il secondo mi domanda della nebbia
in cui vaghiamo dal mattino e presto, aggiunge,
darò luce anche a te nella mia storia. Il terzo condivide la paura
di una vita senza un grammo di certezza e il dubbio
chi di noi si salverà domani? (Lasciata agli sportelli
ogni speranza di collocamento, oltre i cancelli
delle fabbriche o la scuola).
martedì 7 luglio 2015
cani da guardia
sabato 25 ottobre 2014
vicini
se si scelgono dopo sguardi lunghi e interessati
corteggiamenti in rima. Oppure s’incontrano sfatti
dopo ore di buio e l’unico calore è una monta senza pace.
Chissà se si scopano o fanno l’amore
se lo fanno a grappoli o due per volta
se si ciucciano e s’inculano il chiodino fra le chiappe
e se drizzano la coda rapiti dall’orgasmo.
Chissà se vengono in squittii o singhiozzi
e se piangono di gioia a voce bassa e pregna.
Chissà come dormono e se stanno vicini.
E se parlano e discutono di preservativi. Li guardo
dal piano di fronte. Li ascolto attraverso i vetri.
Niente più che paroline smozzicate negli orecchi
gli occhi aperti e chiuse le chiappine. Chiusi loro nei letti
coi loro cappotti per darsi ancora un tono.
mercoledì 8 ottobre 2014
“contro” caproni
Continuo ad addentrarmi nella lettura di Giorgio Caproni, Il muro della terra, Il franco cacciatore, e non capisco come faccia a piacer tanto, a così tanti, una poesia talmente terrorizzante. In Caproni non c'è niente di “piacevole”. La sua ironia è beffarda. Le sue opere sono piene di spettri, di voci dall’oltretomba che si aggirano in un paesaggio nebbioso, metafisico, dantesco: l’enorme foresta popolata di cacciatori senza volto, mastini sulle tracce di fuggiaschi, esiliati, bestie feroci di fattura medievale, in cui non c’è Dio, né consolazione, né salvezza, non c’è nemmeno la Parola che possa dar conforto, tutto è terribilmente buio, sfuggente, ingannevole, nulla ha più senso. E l’unica cosa certa è una morte senza fine che arriva sempre all’alba.venerdì 24 gennaio 2014
l'amore dei gatti
è rapina senza più gentilezza dei vent’anni
senza poesia
prendi ciò che serve a soddisfare
il male che ti stringe nei coglioni
che sa di piscio dolce nell’erba
ama come puoi alla bisogna
con cieca rapidità di chirurgo
poi scappa dove meno ti ritrovino
al riparo nel muro
ancora solo ancora disperato
con la paura che anche questa
sia una lenta fine
l’amore dei gatti vorrei
le gambe rivoltate in attesa del passato
che ci salvi la parola
il naso levato a fiutare
la stagione dei santi accoppiamenti
in un’aria tutta piena di sospetto
di carezze e di paura.
martedì 2 luglio 2013
due al bivio
l’uno sta immobile e pavido
osservando le ombre che s’agitano
sul muro illuminato dai fari
mentre aspetta chissà cosa o come
l’altro trottola irrequieto
si pavoneggia in movimenti stellari
d’effetto certo ma sterili
se calcando la mano ricade ogni volta
l’uno ha la testa più rotta.
domenica 28 aprile 2013
il bersaglio
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| La cattura di Preiti |
La situazione della famiglia del brigadiere Giuseppe Giangrande mi ha molto colpito e commosso. La figlia è una ragazza giovanissima, poco più che ventenne, che ha perso la madre due mesi fa. Oggi suo padre è stato ferito senza motivo ed è in gravissime condizioni. Per la famiglia Giangrande queste sono ore di ansia e di angoscia. Dovremmo stare loro il più vicino possibile, fargli sentire che non sono soli. Noi, come istituzione, ci siamo. Mi auguro che si possa dare un segnale forte, che quando succede qualcosa ad un servitore dello Stato, lo Stato c'è.
Prima di andare all'ospedale Umberto I, dove è stato operato il brigadiere Giangrande, sono stata all'ospedale San Giovanni, dove è ricoverato il carabiniere Francesco Negri, con il quale ho potuto parlare. Per fortuna, nel suo caso, la situazione è sotto controllo. E' un ragazzo giovane e forte, orgoglioso di fare il suo lavoro e motivato a riprendere al più presto servizio.
Contesto due cose alla Boldrini. Primo, lo Stato dovrebbe esserci SEMPRE, per qualsiasi cittadino, e non solo per chi lo serve. Sarebbe quello, davvero, il “segnale forte”, che aspettiamo da tempo.
Secondo, e lo dico con tutto il rispetto per i feriti e per il dolore delle loro famiglie, se Luigi Preiti oggi ha sparato lo ha fatto non “senza motivo”, come dice la Boldrini, lo ha fatto per un motivo e uno solo, perché lo Stato non c'è, non c'è più per lui né per tanti altri, lo Stato lo ha abbandonato. E questo genera rabbia e la rabbia cieca vendetta, la più pericolosa, la più facilmente ripetibile. Dal suo punto di vista quell'uomo ha solo sbagliato il bersaglio.
martedì 23 aprile 2013
il lavoro uccide la libido...
eccola la mandria di asessuati
trasportati al chilo per l’ufficio
freddi alla vita ma irritabili
si turano il naso per gli odori
di carne inscatolata
eccoli i padroni – del mondo –
venuti a conquistarlo per morirci
replicanti senza figli
replicabili allo sputo
e pieni di paura del domani.

