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sabato 22 aprile 2023

sogno del corteo

Nel sogno di stanotte, che poi è un sogno ricorrente, la città era avvolta dal buio e le strade ricoperte di melma nera e densa come catrame. Le persone venivano fuori dalle case come topi e stavano sulle porte senza luce, nella pigra attesa di qualcosa. Osservavo le loro sagome in penombra incerto se continuare ad andare avanti oppure infilarmi con loro dentro qualche rimessa. Poi ho trovato un corteo di persone che risaliva come me. Tutti si tenevano per mano per restare in piedi e non scivolare sul fango. E quelli che rimanevano indietro o sui bordi li incoraggiavano a seguirli. Hanno preso per mano anche me che tentennavo e siamo risaliti tutti insieme verso il centro, entrando direttamente nel buio.

venerdì 17 luglio 2020

un poeta in visita

Ho visto Charlie Simić che, assecondando il suo strambo gusto per le occasioni, veniva a trovarmi in forma di zanzara. Mi portava a letto la sua lieta novella, ronzando nella penombra della stanza. Io lo ascoltavo con sospetto e innervosito dalle sue ciarle insinuanti: più lui si avvicinava all’orecchio e meno lo capivo, mi rigiravo nel letto per scostarlo o provavo a mollargli una sberla perché rinsavisse e tornasse a una lingua più terrena. Ma lui, ormai dotato di ali leggere, nemmeno ci provava a darmi retta. Stammi a sentire, ascoltami, insisteva, dopo questo buio della stanza c’è solo il buio della notte là fuori e dopo quello un buio più fondo della notte e senza luna, un buio interstellare, un buco nero già pronto a divorarci. Il suo compito era quello di scuotermi dal sonno a cui mi avviavo, di riportarmi alla ragione, ma senza più il conforto di una sola battuta, perché avrei dovuto ascoltarlo? Così mi negavo, esausto e offeso: Charlie, Charlie, perché non mi lasci in pace. Dopo una lunga e fastidiosa rincorsa l’ho agganciato finalmente sulla guancia, mentre provava a darmi un bacio, spiaccicandolo ben bene sulla carne. Povero Charlie. M’è rimasto il corpo a pezzi fra le dita, le zampine nere che ancora vibravano nell’aria. Mi sono ripulito alla meglio strofinandolo contro il pigiama, poi mi sono rigirato dall’altra parte.

giovedì 25 agosto 2016

sogno della lucciola

C’è chi ambisce a esplodere nel mondo. A me basterebbe implodere nella mia stanzetta, e restarmene lì tranquilla, senza mondo, senza più preoccupazioni. Lavoro, dunque, alla mia scomparsa, al mio lento spegnimento. Mi vedo come una lucciola stanca, che si aggrappa a una foglia sotto un cielo abissale.

sabato 23 luglio 2016

la stazione

Devo prendere un treno diretto verso una stazione di cui non ricordo il nome, sapendo che arriverò troppo tardi per tutto, e nonostante questo non sono preparato, non so dove andare al mio arrivo, e non ho un soldo, né un libro da leggere durante il viaggio. Ho solo una manciata di biglietti per viaggiare, che mi ha regalato mia madre prima di uscire, e non so se sono validi, né fin dove portano. Così, fino all’ultimo, sono indeciso se prendere o meno questo treno, se non sia meglio mandare un messaggio, inventandomi una scusa per non andare, ma indirizzato a chi? Poi il mio senso del dovere è più forte e sono quasi pronto a salirci, quando mi accorgo che l’ultimo treno è già passato. Indispettito e confuso chiamo casa, per chiedere che mi vengano a prendere, ma da casa mi rispondono male, mi dicono che stanno dormendo e che non è quella l’ora di chiamare, di farlo a un’ora più decente. Sempre più confuso, quasi mortificato, mi siedo nella sala d’aspetto della stazione ormai vuota, pronto a passare lì la notte, con la sensazione che sarà la prima di altre mille tutte uguali. Allora mi accorgo che rannicchiato per terra, sotto la panchina dove sto seduto, c’è un barbone. Ha il braccio ripiegato sotto la testa. Sembra dormire, poi mi accorgo mi annusa circospetto, e comincia a ringhiare quando allungo le gambe, puntando minaccioso il mio polpaccio. Non avendo nessun altro a cui rivolgermi, gli racconto la mia storia e gli confesso che mi sento molto stanco, molto solo, che non riesco più a trovare un senso a nulla in questa vita. Mi risponde: «Sei stupido? La vita non ce l’ha un senso. È lì che sbagliate tutti. Vi limitate nelle domande, così avete meno risposte». Ha una voce sgraziata e sgradevole, ma sono così contento di averla sentita, la prima voce che sento da ore, che finalmente mi rilasso, mi distendo. Lui mi fraintende e mi azzanna.

lunedì 18 gennaio 2016

la straniera

L’amore mio non chiede una poesia.
Mi scrive lettere da una terra straniera
umiliata da un cappotto italiano
e da una fame d’affetto inguaribile.
Arrossisce per niente se le chiedo di
tradurre da una lingua che mi schiuda
il suo mondo. È slava mi risponde e non
romanza negando una voce comune alle nostre
urgenze. Eppure aggiunge abbiamo
qualcosa ed elenca una gatta e poche
parole volgari che usiamo nel buio.
Abbiamo ripete con orgoglio abbiamo
una poesia mai scritta in qualche luogo
e un’alleanza senza storia né amicizia
dove siamo ancora questo: due suoni
incomprensibili nel buio di chi scava
nel sesso due vuoti lontanissimi eppure
due speranze che sono più di una.

venerdì 15 gennaio 2016

il franco attore

La morte non ci disinganni.
Il buio ci chiude esattamente
qui come altrove. Fingere
che il guanto rivoltato non mostra identico
la stessa pelle la stessa faccia il ghigno
la stessa precisione chirurgica
del macellaio
che qui definiamo necessaria.

mercoledì 2 dicembre 2015

passaggio di palla

Dacci pure la grazia
profumata dei bambini in salvo
la leggerezza di chi muore
poco a poco nel rimpallo. Dacci di Milo
De Angelis la perfezione sferica
ricacciata nel verso ormai negro
sull’opposta riva del campo.
Dio non fischiarci in fallo
se ricadiamo ogni giorno nel buio.

lunedì 16 novembre 2015

ora citano neruda i pacifisti

Scrive Pablo Neruda: «La poesia è un atto di pace. La pace costituisce il poeta come la farina il pane». Capisco le loro buone intenzioni, ma la poesia, per come la pratico e so, e sa lo stesso Neruda, è una continua dichiarazione di guerra. Contro la stupidità, la banalità e la mediocrità di tutte le facili soluzioni. È un continuo stare all’erta nel buio, ed anche la paura stessa del buio. Chi scrive poesie non dorme mai, vi assicuro. E quando dorme, sogna. E non sogna il pane che si farà corpo, ma la parola che griderà i peccati del mondo, come vino e sangue in remissione dei peccati.

domenica 15 novembre 2015

una poesia di bertolt brecht (sempre utile ai tempi che corrono)

A QUELLI CHE VERRANNO

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola più innocente è folle. Una fronte distesa
indica insensibilità. Colui che ride
probabilmente non ha ancora ricevuto
la terribile notizia.

Che tempi sono questi in cui
un discorso sugli alberi è quasi un reato
perché comprende il tacere su così tanti reati!
Quel tipo che attraversa tranquillo la strada
è forse meno raggiungibile dai suoi amici
che soffrono?

È vero: mi guadagno ancora da vivere
ma credetemi: è un caso. Niente
di ciò che faccio mi dà diritto a sfamarmi.
Per caso sono stato risparmiato. (E quando cesserà la mia fortuna
sarò perduto).

Mi dicono: mangia e bevi! Accontentati perché ne hai!
Ma come posso mangiare e bere se
ciò che mangio lo strappo a chi ha fame, e
il mio bicchiere d’acqua manca a chi muore di sete?
Eppure mangio e bevo.

Mi piacerebbe anche essere saggio.
Nei vecchi libri scrivono cosa vuol dire essere saggio:
tenersi fuori dai guai del mondo e passare
il nostro breve tempo senza paura.
Anche fare a meno della violenza
ripagare il male con il bene
non esaudire i propri desideri ma dimenticare,
tutto questo è ritenuto saggio.
Tutto questo non mi riesce:
davvero, vivo in tempi bui!

[…]

Voi, che emergerete dalla marea
nella quale noi siamo annegati
ricordate
quando parlerete delle nostre debolezze
anche i tempi bui
dai quali voi siete scampati.

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio verso la bassezza
distorce i tratti del volto.
Anche l’ira per le ingiustizie
rende rauca la voce. Ah, noi
che volevamo preparare il terreno per la gentilezza
noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento
in cui l’uomo sarà amico dell’uomo
pensate a noi
con indulgenza.

sabato 19 settembre 2015

sangue

Mio fratello si sveglia nella stanza sul retro poco prima dell’alba e sente i rami picchiettare contro la finestra del piano di sopra. Fine estate del ’45 ed tornato a casa da una guerra. Aspetta che la luce allaghi la stanza quando si alza un grido, la mia voce in sogno. Più tardi insieme scorrazzeremo per i campi al limitare della città mentre l’erba ci fischia intorno. Non mi chiederà se fosse mio il grido che ha sentito; invece mi seguirà nelle boscaglie ombrose dove vado sera dopo sera a conversare con radici ritorte e rampicanti. Altri vengono in coppia in inverno a respirare il cielo gelato, in primavera per gli aromi della terra, ragazzi e ragazze in cerca di se stessi. Mostro a mio fratello un fitto nido di uova infrante, la tana appena scavata dal topo di campagna. L’oscurità comincia a raccogliersi tra i rami, i venti si levano fino a che i boschi piangono la fine del giorno. Ci dirigiamo verso casa parlando di progetti per l’anno a venire. È ancora estate anche se le stagioni ci soffiano intorno – pioggia e nevischio in agguato nell’aria grigia che respiriamo – il futuro che viene verso di noi nell’ombra nera dell’olmo, due fratelli – quasi un unico uomo – tenuti insieme da ciò che non possono condividere. 

[Philip Levine, traduzione Giuseppe Strazzeri, Notizie del mondo, Mondadori 2015, pag. 67, 69]

venerdì 18 settembre 2015

yakov

Mio zio mi raccontava della baracca nella foresta, la sua casa per anni – trentacinque o più – ha perso il conto. Da miglia di distanza nel discendere la valle mentre la sera si raccoglieva nei rami di larice e di quercia sentiva l’odore del fumo di legna, il filo sottile che lo riportava sempre a casa. «Il silenzio, era tutto, era ogni cosa.» Persino i lupi, mi diceva, si muovevano tra gli alberi trattenendo il fiato. I merli sparivano ore prima del tramonto. La neve cadeva solo al buio così che all’alba il mondo era nuovo. Come viveva, cosa mangiava, come si vestiva, con chi parlava, cosa condivideva, non lo disse mai. Il primo fumo avvistato, il silenzio, i lupi invisibili, le loro orme stampate nella neve, le quotidiane sparizioni, il sole che sorgeva, il sole che moriva, l’assenza di un’altra voce, di una qualunque voce umana, questi i suoi compagni, la sua Siberia. La sua Detroit era ben altro: nel retro dell’Autoricambi una lampadina oscillava nuda su di lui mentre chino sul mestiere sbagliato nel posto sbagliato faceva il proprio ingresso nell’epica non scritta del tedio, una sigaretta in una mano, tre dita superstiti nell’altra. Yakov, il mio vecchio socio d’officina, un giorno appese il suo grembiale, posò guanti e polsiere, e si dileguò in fumo. Se comparisse ora alla mia porta nel suo viaggio diretto verso il nulla gli darei il bentornato con vino nero e pane nero, un bicchiere di tè, un pavimento di assi per dormire, e la speranza che il nuovo giorno gli porti la musica del silenzio. 

[Philip Levine, traduzione Giuseppe Strazzeri, Notizie del mondo, Mondadori 2015, pag. 35, 37]

lunedì 30 marzo 2015

lombrichi

Ascoltalo il grido dei lombrichi
perduti e ormai accecati nell’istinto
dal tuo pianto che fa del mondo fango
fango assurdo e senza scampo.

Hanno scavato a lungo nel tuo cuore
per stanarlo – e ora ch’è fango
risalgono alla luce rattristati e senza
scampo si essiccano.

Carne senza sale
si disperano al sole sul tappeto
di roccia che disfa la speranza
né si fa più consumare

muro orizzontale che delimita
lo spazio di salita della pianta
condannata a restarsene in speranza
nell’atomo

radice senza frutto – fiore senza più
impollinazione. Una lunga radice
di speranza sospesa
e aggrappata come un prologo al buio.


Nota. Questa poesia mi è venuta stanotte. L’ho sognata e poi l’ho trascritta, a memoria, più velocemente che potevo. Visto che, per i miei standard, è abbastanza lunga, mi sono perso qualche verso mentre lo facevo.

domenica 11 gennaio 2015

il buio l’amore la tosse e lo scolo

è tutta qui la nostra vita – mi ripete
Girgenti provata
immobile a letto con un libro – non altro
che un esame un altro ancora e poi
la notte – la notte
e poi più nulla. Non scappi – mi ripete.

Eppure – mio cactus – passa qui la bottiglia
ti mostrerò un modo
di confondere le tracce nella nebbia
dei suffumigi avernali.

Ciò detto – le sue ali fortissimo
un passero si sentì agitare.

lunedì 29 dicembre 2014

noir

Mi sono perso nella neve che cadeva in cucina.
Era la neve della nostra morte silenziosa e perfetta.
Mia madre cuoceva una torta che nessun ospite
avrebbe più gustato. Maigret il commissario indagava
le tracce sulla neve di un passaggio mai avvenuto.
Chiedeva a testimoni di noi che ci avessero mai
saputi vivi in tutto quel buio avernale.

mercoledì 24 dicembre 2014

dal buio

Mi chiedo cos’è mai buona novella
fuori dallo starsene al di fuori
e il mondo assecondare nel capriccio
più senza toccarsi. Non altro che non sia
buio pianeta – lontano limpidissimo –
da cui fissare il buio nella goccia
racchiusa la mia stella che cinguetta
a ogni alba che rimuore il mio amore.

sabato 25 ottobre 2014

vicini

Chissà come lo fanno i ratti – mi chiedo se li guardo –
se si scelgono dopo sguardi lunghi e interessati
corteggiamenti in rima. Oppure s’incontrano sfatti
dopo ore di buio e l’unico calore è una monta senza pace.

Chissà se si scopano o fanno l’amore
se lo fanno a grappoli o due per volta
se si ciucciano e s’inculano il chiodino fra le chiappe
e se drizzano la coda rapiti dall’orgasmo.

Chissà se vengono in squittii o singhiozzi
e se piangono di gioia a voce bassa e pregna.
Chissà come dormono e se stanno vicini.
E se parlano e discutono di preservativi. Li guardo

dal piano di fronte. Li ascolto attraverso i vetri.
Niente più che paroline smozzicate negli orecchi
gli occhi aperti e chiuse le chiappine. Chiusi loro nei letti
coi loro cappotti per darsi ancora un tono.

mercoledì 8 ottobre 2014

“contro” caproni

Continuo ad addentrarmi nella lettura di Giorgio Caproni, Il muro della terra, Il franco cacciatore, e non capisco come faccia a piacer tanto, a così tanti, una poesia talmente terrorizzante. In Caproni non c'è niente di “piacevole”. La sua ironia è beffarda. Le sue opere sono piene di spettri, di voci dall’oltretomba che si aggirano in un paesaggio nebbioso, metafisico, dantesco: l’enorme foresta popolata di cacciatori senza volto, mastini sulle tracce di fuggiaschi, esiliati, bestie feroci di fattura medievale, in cui non c’è Dio, né consolazione, né salvezza, non c’è nemmeno la Parola che possa dar conforto, tutto è terribilmente buio, sfuggente, ingannevole, nulla ha più senso. E l’unica cosa certa è una morte senza fine che arriva sempre all’alba.