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sabato 23 luglio 2016

la stazione

Devo prendere un treno diretto verso una stazione di cui non ricordo il nome, sapendo che arriverò troppo tardi per tutto, e nonostante questo non sono preparato, non so dove andare al mio arrivo, e non ho un soldo, né un libro da leggere durante il viaggio. Ho solo una manciata di biglietti per viaggiare, che mi ha regalato mia madre prima di uscire, e non so se sono validi, né fin dove portano. Così, fino all’ultimo, sono indeciso se prendere o meno questo treno, se non sia meglio mandare un messaggio, inventandomi una scusa per non andare, ma indirizzato a chi? Poi il mio senso del dovere è più forte e sono quasi pronto a salirci, quando mi accorgo che l’ultimo treno è già passato. Indispettito e confuso chiamo casa, per chiedere che mi vengano a prendere, ma da casa mi rispondono male, mi dicono che stanno dormendo e che non è quella l’ora di chiamare, di farlo a un’ora più decente. Sempre più confuso, quasi mortificato, mi siedo nella sala d’aspetto della stazione ormai vuota, pronto a passare lì la notte, con la sensazione che sarà la prima di altre mille tutte uguali. Allora mi accorgo che rannicchiato per terra, sotto la panchina dove sto seduto, c’è un barbone. Ha il braccio ripiegato sotto la testa. Sembra dormire, poi mi accorgo mi annusa circospetto, e comincia a ringhiare quando allungo le gambe, puntando minaccioso il mio polpaccio. Non avendo nessun altro a cui rivolgermi, gli racconto la mia storia e gli confesso che mi sento molto stanco, molto solo, che non riesco più a trovare un senso a nulla in questa vita. Mi risponde: «Sei stupido? La vita non ce l’ha un senso. È lì che sbagliate tutti. Vi limitate nelle domande, così avete meno risposte». Ha una voce sgraziata e sgradevole, ma sono così contento di averla sentita, la prima voce che sento da ore, che finalmente mi rilasso, mi distendo. Lui mi fraintende e mi azzanna.

venerdì 31 luglio 2015

pettegolezzi

Alla fine, giuro, mi importa solo dei pettegolezzi. Han voglia Pavese e Majakovskij ad invitarci a non farne: io li trovo irresistibili. Il condominio, checché ne dica lo straordinario Maestro Sebastiano Vassalli (il più grande tra gli scrittori italiani degli anni Ottanta-Novanta e dei primi tre lustri del Duemila) è un calderone di storie grandiosamente minime. Storie che fanno a braccio di ferro con la Storia o che – servilmente – la assecondano. Cattiverie sublimi, altruismi sorprendenti, meschinità esemplari. Sesso, violenza, invidia, gelosia, denaro: ovvero cibo per la narrazione. Omero raccontava queste cose. Lo sguardo dello scrittore ha da essere asimmetrico, schizofrenico: un occhio guardi la Storia, questa malinconica e tragica vicenda che travolge l’umanità. L’altro occhio spii dal buco della serratura lui, lei ed io tra di voi, la zia smutandata, la sora Lella, il sor Gervasio, monsù Erminio, madamìn Teodora.
Ma anche se non scrivete, anche se non frequentate, neppure da lettori, la pagina scritta, fateli, i pettegolezzi. Se no di cosa si vive? Di metafisica? Per l’amor di Dio. Spettegolate, con arte. Perché di arte si tratta: tagliate, cucite. A me certi pettegoli portano in cielo. Oltre le nubi del Caffè Lavazza. Ama il mondo, il pettegolo. Lo adora. Chi, invece, non sa né di questo né di quello e tira via dritto per la strada inseguendo pensieri distanti è peggio di un assassino, di un mostro. Si nutre di se stesso, pratica l’autocannibalismo. La sua è una storia di legno, disumana. Fosse anche la persona più caritatevole finirebbe ugualmente all’inferno. Perché se non ti interessano i fatti degli altri, le loro vite, cosa sei? Un cuore di legno, un Mississippi secco.

[Gianni Priano]

sabato 1 novembre 2014

non tutti si conoscono vivendo...

Non tutti si conoscono vivendo
ma c’è chi è nato per morire
e darsi un senso mentre arranca
giorno a giorno nell’attesa
del Giudizio. C’è chi è nato
per morire e chi per esserci.
Ma c’è chi campa una vita intera
senza ragioni che siano nutrirsi
parlare e concimare la terra
d’immondizia, compiacerci di sé
e della pace raggiunta con
poco sforzo di una vita mediocre
ch’è la vera misura del mondo.

sabato 29 ottobre 2011

solo un cece di donna...

Solo un cece di donna
poteva mancarmi a tal punto
insinuandosi piano sotto le unghie
fra i denti
e ora che tutto appare più confuso
se afferro il mondo in corsa per tenerti
anche solo due minuti
mi si aprono fra le mani
campi umidi di zuppa – luminosa e buffa!
e così semplice al palato
com’è la vita, l’unica la sola
lezione che ho imparato in anni d’esperienza
e che tu mi ricordi come nulla
adesso
alla tua partenza.

venerdì 16 ottobre 2009

pensiero ospedaliero

Lunedì sera una ragazza con cui ogni tanto mi scrivo mi ha consigliato, per cercare di migliorare il mio punto di vista su questo periodo nero, di cercar di fare il classico gioco del pensapositivo, insomma di provare a individuare nella mia giornata le piccole cose buone che la rendono migliore. Ho pensato che non ci fosse niente di male a provarci, così ecco cosa ho scovato oggi.

Cose belle del mio 16 ottobre:

1.Trovare il senso della vite grazie a una trottola;
2.Scoprire che io e mio nonno abbiamo lo stesso gusto in fatto di donne. Infatti in momenti diversi ci abbiamo provato entrambi con la stessa tirocinante;
3.Guidare una carrozzina in giro per l’ospedale, cosa che non è mica facile come sembra: rischi continuamente di mettere sotto qualcuno (due vittime a mio carico solo stamattina);
4.Cantare a squarciagola con Ciccio del letto accanto, all’ora di pranzo, “Viva le cozze, le cozze e il parmigiano!”, quando gli hanno servito quell’insulsa porzione di pastasciutta senza sugo perché è diabetico, e beh forse sarà stupido ma lo stesso Vive la Revolucion!



A parte questo, tutto va male.