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giovedì 8 agosto 2024

il re sporco

Stamattina hanno imbrattato il busto di Vittorio Emanuele in villa. Devo dire che il volto sporco di rosso del re ha una sua efficacia simbolica nel ribadire come a fare l’unità d’Italia non è stato Garibaldi, ma il sangue di migliaia di meridionali che volevano soltanto un pezzo di terra da coltivare e in nome di un concetto astratto di “libertà” hanno subito un’invasione militare in piena regola da gente che li chiamava “affricani”. Non ci voleva la Nato per capire come vanno le cose nel mondo, bastavano i Savoia. Però, col senno di poi, aggiungo che dietro ogni atto di imbrattamento “rivoluzionario” c’è sempre un povero impiegato comunale che deve andare a pulire la vernice al posto tuo, respirando solvente sotto il sole di agosto. E va bene che fa parte del suo lavoro, ma punire lui in questo modo per fare un dispetto al mondo, non è bello e non è nemmeno tanto rivoluzionario. Mi sembra piuttosto un atto di bullismo.

lunedì 23 ottobre 2023

due poesie di cassiano ricardo

Cassiano Ricardo è uno splendido poeta brasiliano della prima metà del '900, mai tradotto in Italia, un cui testo però è stato tradotto e musicato da Enzo Jannacci in una canzone assai bella è sempre molto struggente, Giovanni telegrafista (quello dal cuore urgente)... La traduzione di entrambe è mia. La prima poesia viene dalla raccolta Un giorno dopo l’altro (1947), la seconda da Montagna russa (1960).

ELEGIA PER MIA MADRE

Ora, ciò che mi resta
è questa triste grazia
di aver aspettato che tu
ti addormentassi per prima.

Ora ascolto di notte
la voce delle radici,
anche quella delle formiche
immense, numerose,
che stanno, tutte, mangiando
le spighe e le rose.

Io sono un ramo secco
sul quale due parole
gorgheggiano. Nulla di più.
E so che ormai non ascolti
queste parole vane.
Un fitto universo
mi ferisce con radici
di tristezza e di gioia.
Ma non vedo che le facce
della notte e del giorno.

Non ti ho dato il dolore
di andarmene io per primo.
Non ti ho freddato le labbra
col gelo del mio viso.
È stato saggio il destino:
tra il dolore di chi parte
e quello più grande di chi resta
a me ha dato quello – che più dura –
che non volevo darti.

Che mi importa di sapere
se al di là delle stelle
ci sono altri mondi
o se ciascuno di essi
è fatto di luce o è uno stagno?
L’universo, nel suo cerchio,
brilla alto e complesso.
E al centro di tutto
e di qualsiasi sole
che sia giorno o notte
un’unica cosa esiste.

È questa grazia triste
di aver aspettato che tu
ti addormentassi per prima.
È una lapide nera
sulla quale, giorno e notte,
brilla verde una fiamma.

***

CANTO INCIVILE

Basta essere vivi
per essere sovversivi.
(O sottovivi).
Basta non figurare
nel registro civile
per essere incivili.
(O vili, per dirla in breve).

Basta essere incivili
per non essere nessuno.
Basta non essere nessuno
per avere il soprannome
che dà la polizia
a chi non è nessuno.

Io avevo due nomi:
Zebedeo,
che mi ha dato la povertà.
E “elemento sovversivo”
che mi ha dato la polizia.

E soltanto un dolore:
che mi ha dato la vita.

E ora eccomi qua, incivile,
(o vile, per dirla in breve).
Scalciato da un cavallo
a metà del corteo
eccomi qua, steso lungo per terra
sulla schiena.

(O già tagliato a metà,
senza dolore, né sale).

giovedì 6 aprile 2023

il mondo nuovo

Il nuovo mondo, 1982, di Ettore Scola è il suo secondo film in costume (dopo Passione d’amore dell’anno rima), il primo di un dittico che fa un dichiarato omaggio alla storia francese (seguito l’anno dopo da Ballando Ballando che Paolo Conte avrà adorato) e l’ultimo firmato dallo sceneggiatore Sergio Amidei. Vi si narra il viaggio di una serie di avventurieri durante gli ultimi giorni della Rivoluzione francese. Il film è lungo, a volte divaga un po’, ma rimane bellissimo, intenso e leggero insieme, pur nelle sue imperfezioni. Data la produzione, il cast è internazionale e assai ispirato, ma su tutti giganteggia Marcello Mastroianni che fa Giacomo Casanova dopo essere stato snobbato per la stessa parte da Fellini. Qui va detto che il Casanova di Mastroianni è una creatura stanca, crepuscolare e malinconica, di grande fascino umano ed è esattamente tutto ciò che non voleva Fellini dal proprio Casanova, volutamente vuoto ed esangue, pre-morto, per cui scelta del più “freddo” e “meccanico” Donald Sutherland. Ma il personaggio più curioso rimane quello del cantastorie che apre la storia con un siparietto teatrale, interpretato da Enzo Jannacci (lo straordinario Jannacci di fine anni 70 - primi anni 80) che vestito da arlecchino e si inventa una lingua tutta sua nella migliore tradizione di Dario Fo. Ecco, Jannacci in effetti non c'entra veramente nulla col resto del film, ci sta solo per il gusto di starci, e anche di questo “capriccio” dobbiamo ringraziare Ettore Scola.

martedì 24 gennaio 2023

vite da film

 
Non c’è nulla da fare, e lo dico con invidia, alcuni di noi hanno un destino scritto in più, che si addiziona a quello di una vita comune con tutti i suoi semplici bisogni, qualcosa nel proprio DNA che va oltre la vita stessa e si fa cinema nel modo in cui ogni elemento si incastra romanzescamente con gli altri. Prendi ad esempio Ramón Mercader, zio di Christian De Sica. Lo definisco così perché ieri ho visto un’intervista in cui De Sica passa con disinvoltura dal parlare di “Sapore di mare” a questo suo zio assassino. “Ho uno zio assassino” dice proprio lui, ma con l’aria di chi se la sta tirando un po’, e sotto il video i commenti del pubblico: “Ma quale assassino, era un eroe!”. Ce ne vuole per definire eroe uno che sfonda a tradimento il cranio di un altro uomo con una picozza da ghiaccio, ma il punto è che quest’altro uomo era Lev Trockij, eroe e traditore della rivoluzione russa. E questo proietta direttamente Ramón Mercader in un contesto che non si sa più se definire drammone storico, poema rivoluzionario, spy fiction o semplicemente splatter (non dimentichiamo, infatti, la picozza che sfonda il cranio del povero Lev fra sangue e rimasugli di cervello). Il quale Lev viene ucciso a Città del Messico, rifugiato in casa di Diego Rivera e Frida Khalo di cui fu amante, con una decisa sterzata verso il genere sentimentale con quella tinta in più data dalla bio d’artista. Ma Ramón Mercader, agente segreto sovietico, feroce assassino di Trockij, era anche il fratello della diva Maria Mercader, moglie paziente di Vittorio De Sica (fra i padri del neorealismo italiano) e madre appunto di Christian De Sica (re dei cinepanettoni). E dopo l’omicidio venne inseguito, ferito alla testa (in un rapporto speculare con la sua vittima) e catturato dalle autorità messicane, incarcerato per vent’anni, inscenando un vero e proprio dramma carcerario. Ce ne sono a decine di motivi per farne un film, uno di quelli talmente carichi di roba che ti fa dubitare possa essere realistico; invece, strano a dirsi, se sulla vita di Trockij di film se ne sono fatti, a cominciare dal molto bello “L’assassinio di Trotsky” di Joseph Losey, la filmografia su Mercader è ingiustamente scarsa, pur con tutti gli infiniti tagli (dal noir alla fantascienza!) che si potrebbe dare alla vicenda. Ad esempio, e anche questo elemento mi mancava, l’altro fratello di Ramón rivelò che Mercader era morto per un tumore che gli era venuto attraverso un orologio regalatogli da amici russi (ma dietro cui si celava l’identità dello stesso Stalin) al cui interno era stato inserito un frammento di materiale radioattivo che gli avvelenò il corpo. E se non è grande cinema questo, io non lo so.


giovedì 5 agosto 2021

sessantotto

…perché nel Sessantotto non è che ci sono stati solo quelli che facevano sciopero o i simpatizzanti, no, no, e dopo, una volta arrivata l’onda del riflusso, sul bagnasciuga ci sono rimasti solo quelli che tiravano i sospiri di sollievo, e c’è anzi da stupirsi che ancora oggi ci si immagina il Sessantotto come un anno pieno di sessantottini mentre in realtà è stato un anno quasi come gli altri (e sottolineo quasi), pieno zeppo di non-sessantottini che mai avrebbero voluto esserlo e che mai lo sarebbero stati, che mai e poi mai avrebbero voluto essere confusi con quei cretini, con quegli stronzi di studenti che della vita non sapevano proprio niente o con quegli operai che pensavano solo a sciallarsela, un anno pieno zeppo di operai che volevano soprattutto evitare di essere confusi con chi tra loro pensava solo a sciallarsela, e anche in mezzo agli studenti c’erano degli studenti che volevano assolutamente evitare di essere confusi con quelli che scioperavano con tutti gli altri stronzi – sì, certo, una minoranza, però passato il mese di giugno del Sessantotto, c’è stato il miracolo: il primo luglio, quelli che non volevano essere confusi sono diventati la maggioranza, la folla si è alzata in piedi e, pubblicamente questa volta, ha fatto sapere che se ne andava al mare.

[Nathalie Quintane, Stand up, TIC edizioni, 2020]

giovedì 14 febbraio 2019

felicità

Guardo il Tg delle 13.00 (tanto per avvelenarmi il pranzo) e vedo che dopo i pastori sardi anche gli olivicoltori protestano. Il mondo dell'agricoltura, dopo anni di abbandono, comincia seriamente a incazzarsi, e fa bene. Ci si deve incazzare, è un dovere. Ma si deve avere anche uno spazio sui media, altrimenti la tua incazzatura non serve a nulla, non la guarda nessuno. Nessuno se la ricorda. Ecco che, di fronte alla discussione sulla Tav che è diventata una battaglia politica in tutto e per tutto, dove quindi il benessere degli individui passa in secondo piano rispetto alla forza di potere che la spunta, mi chiedevo: ma che fine hanno fatto i No Tav, tutti coloro che per circa 15 anni hanno fatto opposizione a quei lavori e sono stati picchiati, arrestati, vilipesi, trattati alla stregua di criminali e terroristi dalle forze dell'ordine. Ora che, per commuovere il pubblico da casa, si tirano in ballo i destini di quei poveri 50.000 operai che rischiano il posto di lavoro (e quindi, si dice, interrompere i lavori è come sputare sul loro problemi), quei cittadini che invece erano contrari da sempre perché ritenevano quell'opera pubblica dannosa per l'ambiente in cui vivevano, non li nomina più nessuno? Non hanno più diritto di parola? Ma nemmeno per dire che ci sono altre ragioni a parte quelle sacrosante del lavoro? Nessun microfono per loro? Oppure non parlano perché li hanno finalmente sterminati tutti? E pensandoci, mi viene in mente una bella vignetta di Altan che dice tutto, che è lo specchio più preciso di quello che siamo diventati. "Abbiamo diritto a un po' di felicità". "A chi gliela togliamo?". Essere felici tutti, insieme, non è più un sogno possibile.

mercoledì 2 gennaio 2019

di galli da combattimento e di cani randagi

“Sono stufa di parole e di riflessioni,” disse [la donna]. La sua voce andava facendosi cupa per la collera. “Ne ho piene le scatole di rassegnazione e di dignità.” Il colonnello non mosse un muscolo. “Venti anni ad aspettare gli uccellini colorati che ti hanno promesso dopo ogni elezione e di tutto questo non ci resta che un figlio morto,” continuò la donna. “Nient’altro che un figlio morto.”


Quando ero più piccolo Nessuno scrive al colonnello, scritto da Gabriel García Marquez nel 1957, era un romanzo molto più che perfetto, era il libro che per certi versi (rapidità, nitidezza, intensità poetica ed efficacia dei dialoghi) avrei voluto scrivere io.
Rileggendolo stasera mi è sembrato di vedere nel vecchio colonello senza pensione, in questo personaggio che non vuole arrendersi nemmeno di fronte all’evidenza, solo davanti alle istituzioni, talvolta sporcandosi le mani per bisogno, ma che attua una costante e cocciuta opposizione, mantenendo intatta una ferrea e inarrestabile determinazione persino nella tragicità e nell’inadeguatezza che a tratti si fa caricaturale, determinazione che trova una causa, la possibilità di un riscatto, nell’amore per il ricordo di un figlio ucciso, ecco, rileggendolo mi è sembrato di vedere nel vecchio colonello dei tratti in comune col Giovanni Vivaldi di Un borghese piccolo piccolo scritto da Vincenzo Cerami nel 1976 e subito dopo portato sullo schermo da Mario Monicelli con protagonista Alberto Sordi. 
La differenza fra i due personaggi, ovviamente, la fanno i vent’anni di differenza fra le loro scritture. Lì dove il riscatto del colonello (ex rivoluzionario di una rivoluzione mancata) resta ipotetico, ideale fino alla fine, e si muove ancora e sempre su un piano altissimo e simbolico: la vittoria dell’annuale duello fra i galli nell’arena dove l’anno prima ha perso la vita suo figlio (vittoria che assumerebbe una connotazione positiva per l’intera cittadinanza) per la quale sacrifica tutto, persino il suo cibo con cui nutre il proprio gallo da combattimento; quello del borghese di Cerami si intride degli umori degli anni di piombo, si corrompe e si imbruttisce fino al punto di perdere qualsiasi fiducia nelle istituzioni, trasformando la vittima in aguzzino, l’ingranaggio in cellula impazzita e pronta al rapimento e alla tortura, all’uso della violenza gratuita sull’assassino del figlio, pur di compiere la propria vendetta, che non è più riscatto ma la sua degenerazione: un giustizialismo che non guarda più agli interessi della comunità ma esclusivamente al soddisfacimento delle proprie pulsioni sanguinarie, lì dove non è più possibile distinguere un mostro dall’altro e dove – come scriveva acutamente Leonardo Sciascia –, nell’esaltazione di tali pulsioni come “male minore” e necessario al contenimento del disordine sociale, si nasconde ancora una volta il seme del fascismo. Ma qui si va già oltre il libro e il borghese di Cerami si salva di fronte al lettore perché ispira una pietà che non è più umana, la pietà dei cani randagi, a cui non resta più nulla, soltanto seppellire le ossa del male compiuto e intascare la propria pensione. 


Per questo, pur nella disperata drammaticità espressa da entrambi i libri, quello del colonello emana una luminosità, una purezza e una tensione ideale che resta insuperata e che mi pare la nostra letteratura del ‘900, assai più politicizzata in senso nero o rosso e pronta alla tragedia o al fatalismo, non è riuscita a esprimere, se non forse nel Pereira di Antonio Tabucchi, la cui vicenda è ambientata a Lisbona. Però, se ce ne sono altri a cui non ho pensato ditemi pure, che forse mi sbaglio io per ignoranza.

mercoledì 9 maggio 2018

le comparse

Probabilmente sono io che sono fuori fase in queste ore, ma vedo l'Italia divisa fra le commemorazioni di Moro e Impastato, l'ansia per il nuovo Governo, la rabbia per quanto sta provando a innescare Trump, oppure quella un pizzico più colta che si prepara coi lustrini a trasformarsi fra Torino, Bologna ecc. nella più grossa festa letteraria dell’anno, un profluvio di parole come mai ne serviranno, e dentro di me mi accorgo che, pur partecipando anche io a tutto questo, pur facendone parte, non è che me ne freghi poi tanto. Mio padre mi dice che a tirarsi fuori dalla storia si è sempre un po’ stronzi. Ma mio padre è cresciuto in un’altra epoca, mentre io più invecchio e più mi convinco che molti di noi partecipano alla storia soltanto perché, a non partecipare, non saprebbero che altro fare. Così ci illudiamo che tutti insieme abbiamo una influenza sul corso degli eventi, che se stiamo insieme ci sarà un perché. Ma alla fine dei conti, se anche molti di noi non ci fossero, secondo me non cambierebbe nulla, una comparsa rimane una comparsa e la storia la fanno in pochi, nemmeno i migliori. Gli altri guardano e fanno il tifo con più o meno voce. E senza contare l’enorme numero di stronzi che spesso fanno massa sul pianeta. Ecco, se c’è una cosa che la storia insegna brutalmente è come tante comparse messe insieme spesso non producono una rivoluzione, ma soltanto una cacata più grande.

domenica 26 novembre 2017

la nostra voce non si spezza

Andate a dirlo a tutti
al presidente all’impiegato
andate a dirlo al papa
e al magistrato andate
e dite al sindaco al suo capo
la nostra voce non si spezza
nemmeno respirando
l’aria spessa nemmeno
con l’acqua alle ginocchia
mentre ci gridate state zitti
silenzio fate i bravi
la nostra voce non si spezza
è un continuo ronzare
e vi dà noia ma è rumore
d’aeroplano in partenza la voce
del motore che sale.

venerdì 24 giugno 2016

rivoluzione

Oggi in libreria ho visto una offerta su alcuni titoli Feltrinelli: 2 titoli a 9,90 euro. La maggior parte dei titoli sono le solite porcate Feltrinelli (c'è tanto Baricco per dire, Stefano Benni, il solito Bukowski, la Agnello Hornby), però in mezzo alla paccottiglia ho trovato anche Sostiene Pereira di Tabucchi. E allora, visto che per 10 euro ti puoi prendere 2 libri, io vi dico: andate in libreria e compratevi due copie di Tabucchi. Una la tenete per voi e una la regalate a un vostro amico a cui tenete. E sul libro gli mettete questa dedica: te lo regalo perché ti voglio bene e spero che anche tu, poi, vorrai unirti a me nella mia rivoluzione contro il mondo.

venerdì 14 agosto 2015

capriccio

Non nascondo che quanto sta accadendo in questi giorni in seno al mondo ecclesiastico, questa sorta di salutare restyling sfuggito al controllo e che fa emergere lotte intestine e contraddizioni secolari ma che dà anche spazio, finalmente, alla parte sana e spesso imbavagliata della Chiesa, mi appassiona come poco altro. Qualsiasi cosa ne pensiate, succede, ed è vitale, perché persino nelle sue goffe espressioni di pancia, come l'incauta e meravigliosa dichiarazione del "comunista" Galantino, nelle smentite, nei bisticci, nei retroscena, si capisce che non è programmato, e che preme per emergere [leggi QUI]. Ed è molto più di quanto, in contemporanea, succede nel mondo politico, che a parole ha rivoltato tutto ma nei fatti non ha migliorato niente. Così tutti i giorni ci tocca ascoltare al tg queste facce insulse, ottuse, infantili, autoreferenziali fino al ridicolo, o peggio ancora ignare, ignave, bugiarde, oppure convinte senza capire nemmeno di cosa: il nulla di nulla applicato alla nostra vita, quasi per capriccio.

giovedì 6 agosto 2015

petterusse

«A kjéne kjéne, petterusse!»
lucculève attaneme da riète
ca ij fuscève nnànde
i me spascève a képe sope i piète.

Russe pur jídde p’a fatigghje
spascève i piète pu martidde
sópe a ferrovie. «Nna jè a stessa cose»
se mbriachéve a sère, «fatiè pe l’ólte
pe campè a sciurnète
o acchiarse na fatigghje ca te pièsce.»

Può pegghjève sunne a kjéne kjéne
sópe a banke. «Kèr è libertà
i kèss è capitalismo. Mbàrete,
ca i ciucce vone nnànde, petterusse,
ma u munne u spàscene i paruòle.»

I m’accattève i libre pa fatigghje
pe ffè a revoluzione nziéme a jídde.

I nna sapève nudde ca na dígghje
m’è appeccète mpitte u stésse fúke
u cante ca na dígghje a spascè u munne
pi paruòle, ca so piète p’u scarpidde.

U sacce bbúne jí, ca i fatigghje.


Traduzione

«Piano piano, pettirosso!»
Gridava mio padre da dietro
che io scappavo avanti
e mi spaccavo la capa sulle pietre.

Rosso pure lui per il lavoro
spaccava le pietre col martello
sulla ferrovia. «Non è la stessa cosa»
si ubriacava la sera, «lavorare per gli altri
per campare la giornata
o trovarsi un lavoro che ti piace.»

Poi prendeva sonno piano piano
sulla tavola. «Quella è libertà
e questa è capitalismo. Imparalo
che i ciucci vanno avanti, pettirosso,
ma il mondo lo spaccano le parole.»

E mi comprava i libri col lavoro
Per fare la rivoluzione insieme a lui.

E non sapeva nulla che un giorno
mi si è acceso in petto lo stesso fuoco
il canto che un giorno spaccherà il mondo
con le parole, che sono pietre da scalpello.

Lo so bene io, che le lavoro.

martedì 14 aprile 2015

caro antonio

Questa poesia mi è stata scritta da uno degli allievi del mio corso di scrittura :)

CARO ANTONIO
ti sei comprato lo smartphone
vuoi raggiungere la Mondadori
invece facciamo la Rivoluzione
Martina, Alberobello, Locorotondo, Cisternino
mettiti alla guida del Centro Diurno
conquistiamo i Comuni
il nostro impero guiderà i mondi
orecchiette alle cime di rapa
la parola d’ordine.

Giuseppe

martedì 11 novembre 2014

detective story

11 novembre 2014. In copertina alla nuova edizione Einaudi delle Lettere di John Fante, viene pubblicato per errore il ritratto del poeta inglese Stephen Spender. Lo scandalo letterario del giorno. La casa editrice si scusa. Ma si potrebbe anche pensare che gli einaudiani non abbiano fatto i compiti a casa. Eppure cè qualcosa di più interessante, il messaggio nascosto nellerrore, per cui ti rendi conto che questo è solo un modo come un altro, per la poesia, di sopravvivere in Italia: nascondendosi, cioè, nei libri degli altri, creandosi identità fittizie, nuovi passaporti temporali, ma lasciandosi dietro indizi, messaggi lanciati come lampi nel buio, tramando nell'ombra in attesa della prossima rivoluzione del gusto. Accetta quello che passa, credi a quanto rimane, scriveva acutamente Stephen Spender.

sabato 8 febbraio 2014

fogne

Pasquale è un altro matto che conosco. È convinto che il mondo stia per fare una brutta fine, tanto che si nasconde nelle fogne, coi ratti, in mezzo a tutti quei veleni irrespirabili. Ogni tanto i servizi sociali lo tirano fuori, lo lavano, gli fanno una lunga serie di vaccini poi lo mettono in qualche centro medico, ma lui ogni volta scappa e torna di sotto, al sicuro nelle fogne. Allo stesso tempo, però, si tiene informato per vedere se magari cambia qualcosa. Riceve notizie dall’esterno attraverso i vecchi amici, che vanno a trovarlo per vedere se sta bene e per portargli, insieme a un impiegato del Comune, delle scorte di cibo, medicine utili o delle batterie di ricambio per la sua torcia, con cui passa le giornate esplorando quell’intricato mondo sotterraneo che lui chiama casa. Sta lì sotto da così tanto tempo, ormai, che molti, me compreso, non si ricordano più che faccia ha, oppure non lo hanno mai visto di persona, e anche se ci hanno parlato ne hanno solo sentito la voce provenire dal basso, bassa e profonda e ingrossata dall’eco come se venisse dall’inferno. Te lo immagini, Pasquale, quando si spalanca il tombino, illuminato da un fascio di luce che scende dall’alto e taglia in due l’oscurità. Il suo viso, conservato nel buio, buio anch’esso e gli occhi vacanti da matto, si sollevano verso tutto quel sole come ad assorbirne ogni calore possibile. Pasquale apre la bocca solennemente, e ogni volta chiede l’identica cosa: “Come vanno le cose nel mondo, oggi?” Ogni volta, come se fosse il più importante degli annunci, una voce diversa gli risponde: “Tutto va come al solito!” Allora Pasquale, a seconda dell’umore del momento, si addolcisce o si agita, e come se provasse a consolarla quella voce, oppure a illudersi egli stesso come può, risponde: “Vedrai che la rivoluzione è vicina.”

giovedì 4 luglio 2013

non è colpa dei vecchi se se ne stanno al sole sui muretti...

Non è colpa dei vecchi se se ne stanno al sole sui muretti
a decidere per noi, pontificare o ancora meglio negli uffici
a sciogliersi in scorregge sulle loro sedie nuove di pelle
come ghiaccioli, gli sguardi buoni da bravi nonni
sempre pronti a giudicare la troia che passa senza danno
pieni di rancore per una giovinezza perduta a far denaro, per il mondo
che più non li comprende, non è colpa dei vecchi
è colpa nostra, che più non siamo buoni a scalciare scalciarli
fuori dalle palle come muli, in fondo al culo, castrali in via definitiva
che non si riproducano in ufficiali provinciali in divisa
ubriachi di potere rasoterra, banchieri frustrati nel sesso
e medici in vacanza, padri senza pensiero per i figli
farli schizzare fino alle stelle con un grosso calcio
nelle labbra per zittirli, riportarli al sangue di Gesù bommino
che non ci rende fratelli ma vittime allo stesso livello
e perderli nel buio, nello spazio profondo dei loro squallidi
universi mentali, con il coltello finalmente dalla parte del manico.

sabato 15 settembre 2012

requiem per roberto roversi

Non ne sono sicuro al 100% ma credo che con la morte di Roberto Roversi sia scomparso l’ultimo dei grandi scrittori italiani formatisi moralmente durante la Resistenza, quegli scrittori che facevano dell’impegno politico e sociale, o se preferite della partecipazione attiva, un tutt’uno con la propria scrittura, senza distinzioni. Era un imperativo del cuore e una necessità del sangue. Quella è ormai per molti un’esperienza superata, a favore di che non ho mai capito, eppure, per il potere miracoloso della parola di rendere tutto ciò che si racconta ancora vivo, presente, finché si narra, finché continua l’azione del narrare, qualcosa rimaneva con loro, Roversi e gli altri, anche ad anni di distanza. Ora, con la sua morte, con la fine dell’ultimo rappresentante di quella generazione, credo che il filo si sia definitivamente spezzato. Né si può tornare a ciò che non c’è più. Bisogna andare avanti.
Un tempo guardavamo, guardiamo ancora, a quegli scrittori come fari nel buio. Ora i fari sono spenti e resta di fronte a noi solo il mare buio. C’è già chi possa prenderne il posto? Di sicuro c’è, ma non è la qualità dello scrittore a fare una generazione, sono i tempi stessi e la volontà delle persone a non cedere più un solo grammo della propria dignità. Forse i tempi non sono ancora maturi, però lo stanno diventando a velocità vertiginosa. C’è da affilare le armi e aspettare, poi colpire con rapidità e decisione. Scrivere.

mercoledì 24 febbraio 2010

quarantane



Una volta le quarantane si appendevano per il collo fra le case durante i periodi di quaresima come rappresentazione del digiuno che ci si imponeva in quel periodo e quindi della fame stessa. Per questo le bambole avevano la forma di brutte vecchiacce vestite a lutto. Poiché la fame era un male odiato e diffuso, a fine quaresima ci si avventava su queste streghe con una violenza senza pari, ebbri del vino e del cibo che ci si concedeva per la festa. Durante la Pasqua le bambole venivano, come in un rito orgiastico, picchiate, accoltellate, sparate, bruciate e offese in ogni modo sconcio o no che fosse. Ci si scagliava addosso a loro con tutta la furia di cui si era capaci e quindi, per estensione, addosso al proprio destino di povertà e miseria. Ogni anno questa incontrollabile furia sociale si ripeteva, sfogava in parte il proprio malumore e poi tornava innocentemente ai propri ranghi, attraverso l’alibi della festa. Ecco perché questo rito di chiara matrice pagana, seppure non visto di buon occhio dal potere, era tollerato persino dalla Chiesa. Ora del rito, un tempo diffuso in tutto il Sud, resta solo il vuoto simulacro offerto ai maniaci della tradizione e ai turisti malati di fotografia.

lunedì 19 ottobre 2009

cinque poesie di heiner muller

Traduzione di Antonello Piana.
Grazie a Carlo Formigoni per il regalo.


AUTORITRATTO ALLE DUE DI NOTTE, 20 AGOSTO 1959

Sedere davanti alla macchina per scrivere. Sfogliare
Un romanzo poliziesco. Sapere alla fine
Quel che sai già ora:
Il segretario dal viso smunto e dalla barba folta
È l'assassino del senatore
E l'amore del giovane sergente della omicidi
Per la figlia dell'ammiraglio è ricambiato.
Ma tu non tralascerai neppure una riga.
Ogni tanto voltando pagina un rapido sguardo
Al foglio bianco nella macchina per scrivere.
Dunque ci verrà risparmiato almeno questo. È già qualcosa.
Sul giornale: da qualche parte un villaggio
È stato raso al suolo dalle bombe.
È increscioso, ma cosa ti riguarda.
Il sergente è in procinto di impedire
Un secondo omicidio, sebbene la figlia dell'ammiraglio
Gli offra le labbra (per la prima volta!), ma il servizio è servizio.
Non sai quanti morti ci siano stati, il giornale non c'è piú.
Accanto tua moglie sogna il suo primo amore.
Ieri ha tentato di impiccarsi. Domani si taglierà
I polsi o che so io. Almeno ha un obiettivo
Davanti a se. Che raggiungerà in un modo o nell'altro
E il cuore è un cimitero spazioso.
La storia di Fatima sul Neues Deutschland
Era scritta cosí male che ti è venuto da ridere.
È piú facile apprendere la tortura
Che a descrivere la tortura.
L'assassino è caduto nella trappola.
Il sergente chiude il premio tra le braccia.
Ora puoi andare a dormire. Domani è un altro giorno.


POLITICA CULTURALE SECONDO BORIS DJACENKO

Boris Diacenko mi ha detto Dopo che venne vietato
Il mio romanzo CUORE E CENERE parte seconda
In cui venivano descritti per la prima volta gli orrori
Della liberazione da parte dell'ARMATA ROSSA
Il mio censore mi convocò per un colloquio privato
Il lettore burocrate mi mostrò con orgoglio il dattiloscritto
Rilegato in pelle pregiata A TAL PUNTO AMMIRO IL TUO LIBRO
CHE HO DOVUTO PROIBIRE NELL'INTERESSE
LO SAI DELLA NOSTRA CAUSA COMUNE
In futuro disse Boris Djacenko
I libri vietati verranno rilegati
NELL'INTERESSE
LO SAI DELLA NOSTRA CAUSA COMUNE
Con la pelle conciata degli scrittori
Conserviamo intatte le nostre pelli disse Boris Djacenko
Affinché i nostri libri abbiano una rilegatura durevole
Che possa sopravvivere ai lettori burocrati.


TALVOLTA, QUANDO GODO DEI MIEI PRIVILEGI

Per esempio un whisky sull'aereo da Francoforte a Berlino (ovest)
Mi assale quel che gli idioti dello SPIEGEL chiamano
L'amore rabbioso per il mio paese
Selvaggio come l'abbraccio di una regina di cuori
Creduta morta nel giorno del giudizio.


RILEGGENDO I DICIANNOVE DI ALEXANDER FADEJEV

In una notte di vodka IL CIELO PIENO DI VERMI
Scrive la sua immagine con la pistola salda nel barbaglio
Dell'ultimo congresso del partito quando i monumenti sanguinano


CARIE A PARIGI

Qualcosa mi mangia dentro

Fumo troppo
Bevo troppo

Muoio troppo lentamente.