Visualizzazione post con etichetta cassiano ricardo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cassiano ricardo. Mostra tutti i post

martedì 24 ottobre 2023

un'altra poesia di cassiano ricardo

FUGA IN AZZURRO MINORE

Il mio viso di terra
resterà proprio qui
sul mare o all’orizzonte.
Resterà di fronte
alla casa dove abitavo.
Ma il mio viso azzurro,
il mio viso che viaggia,
andrà dove andrò io.

Tutto il mondo fisico
che gorgheggia là fuori
non mi cerca adesso.
Mi sono imbarcato su una nuvola
per il varco della finestra
dei miei cinque sensi.
E a che serve la gioia di dire
che sono presente
col mio viso di terra
se non sto più in casa?

Inutile insistere.
Mi sono ritagliato una coda
di forme e colori.
(L’astrazione è un modo
d’inventarsi un’assenza)
e sono lontano da me stesso
in questo viaggio astratto
senza orizzonte né fine.

Un giorno tornerò
come un passerotto di mare
in un mite pomeriggio
all’ora del tramonto.
Solo allora, biondina,
ascolterai il mio ritmo
e mi domanderai:
tu chi sei, poveretto?
Ma io vengo da così lontano
e così azzurro in viso
che non mi puoi vedere.

La grazia di chi vive
nel paese dell’assenza
consiste certo in questo:
essere azzurro in viso
per non essere più visto.

da Un giorno dopo l’altro (1947)

lunedì 23 ottobre 2023

due poesie di cassiano ricardo

Cassiano Ricardo è uno splendido poeta brasiliano della prima metà del '900, mai tradotto in Italia, un cui testo però è stato tradotto e musicato da Enzo Jannacci in una canzone assai bella è sempre molto struggente, Giovanni telegrafista (quello dal cuore urgente)... La traduzione di entrambe è mia. La prima poesia viene dalla raccolta Un giorno dopo l’altro (1947), la seconda da Montagna russa (1960).

ELEGIA PER MIA MADRE

Ora, ciò che mi resta
è questa triste grazia
di aver aspettato che tu
ti addormentassi per prima.

Ora ascolto di notte
la voce delle radici,
anche quella delle formiche
immense, numerose,
che stanno, tutte, mangiando
le spighe e le rose.

Io sono un ramo secco
sul quale due parole
gorgheggiano. Nulla di più.
E so che ormai non ascolti
queste parole vane.
Un fitto universo
mi ferisce con radici
di tristezza e di gioia.
Ma non vedo che le facce
della notte e del giorno.

Non ti ho dato il dolore
di andarmene io per primo.
Non ti ho freddato le labbra
col gelo del mio viso.
È stato saggio il destino:
tra il dolore di chi parte
e quello più grande di chi resta
a me ha dato quello – che più dura –
che non volevo darti.

Che mi importa di sapere
se al di là delle stelle
ci sono altri mondi
o se ciascuno di essi
è fatto di luce o è uno stagno?
L’universo, nel suo cerchio,
brilla alto e complesso.
E al centro di tutto
e di qualsiasi sole
che sia giorno o notte
un’unica cosa esiste.

È questa grazia triste
di aver aspettato che tu
ti addormentassi per prima.
È una lapide nera
sulla quale, giorno e notte,
brilla verde una fiamma.

***

CANTO INCIVILE

Basta essere vivi
per essere sovversivi.
(O sottovivi).
Basta non figurare
nel registro civile
per essere incivili.
(O vili, per dirla in breve).

Basta essere incivili
per non essere nessuno.
Basta non essere nessuno
per avere il soprannome
che dà la polizia
a chi non è nessuno.

Io avevo due nomi:
Zebedeo,
che mi ha dato la povertà.
E “elemento sovversivo”
che mi ha dato la polizia.

E soltanto un dolore:
che mi ha dato la vita.

E ora eccomi qua, incivile,
(o vile, per dirla in breve).
Scalciato da un cavallo
a metà del corteo
eccomi qua, steso lungo per terra
sulla schiena.

(O già tagliato a metà,
senza dolore, né sale).