domenica 3 marzo 2024

alberi

Oggi a rimonnare gli alberi da frutto. Io sono in ritardo, è vero, ma pure gli alberi sono in anticipo se alcuni stanno già fiorendo. Mio zio li guarda e mi dice questo sì e quello no, indicando quelli che è già tardi per toccarli. Ce ne avete di alberi aggiunge, sottintendendo che sarà un lavoraccio. Merito e colpa di mio padre. Pensare che fino a tre anni fa queste erano tutte cose che si vedeva lui. Non ti preoccupare mi dice mio zio, a furia di farle le impari anche tu.

sabato 2 marzo 2024

tenerezza

La tenerezza è sentirsi chiamare dall'altra parte della piazza da un bambino che ti saluta e poi si gira orgoglioso verso suo padre e gli dice: Quello è il maestro mio!

il distributore

Parlando di problemi editoriali, negli ultimi quattro anni ho lavorato con un distributore che ora sto lasciando perché è più di un anno che non mi paga una fattura. I primi due anni tutto è andato bene, il terzo ho cominciato ad avere problemi, il quarto anno è stato un disastro. A questo distributore sono arrivato dopo aver chiesto referenze ad altri editori che mi hanno assicurato che con loro si era comportato benissimo e quindi mi ci sono avvicinato con fiducia. Né sono stato l’unico, se tale distributore si pregia di avere un quantitativo di clienti, fra piccoli editori indipendenti, molto alto. Quindi non so a da cosa derivi questo comportamento, se sia stato un problema solamente mio o riscontrato anche da altri, fatto sta che – parlo per me – è da dicembre 2022 che tale distributore continua a rendicontarmi (con rendiconti a mio avviso poco chiari specie sulle voci di sovrasconto) libri venduti che io puntualmente fatturo, ma quando invio la fattura non mi viene bonificata. All’inizio mi sono lamentato, poi ho cominciato a innervosirmi. Ma ogni volta che sollecito il pagamento o non mi rispondono affatto, o se n’escono con qualche giustificazione (dove alla fine pare quasi sempre essere colpa mia per un motivo o per l’altro), oppure se m’incazzo se n’escono con la solita frase lapidaria “giriamo in amministrazione” con l'amministrazione che non mi ricontatta mai, nemmeno alle PEC, e così rimpallano di mese in mese i miei solleciti. Insomma, per ogni libro di Pietre Vive che siete andati a ordinare in una libreria di catena o avete acquistato su IBS negli ultimi mesi io ad oggi non ho recuperato nemmeno le spese di spedizione. È come aver preso decine di libri stampati a tue spese e averli regalati a uno più ricco di te, la sensazione è quella. In particolare questo mi è capitato con un titolo, “Agostino” di Michele Paoletti, dove a me risultavano vendute in libreria, durante una presentazione dell’autore (estate 2022), un’ottantina di copie che il distributore non mi aveva mai rendicontato. Quando l’ho redarguito, quasi otto mesi dopo la presentazione il distributore ha fatto un controllo, mi ha detto che avevo ragione (guarda un po’), mi ha fatto fatturare le copie vendute (nel 2023!) e non me le hai mai pagate. Quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Per cui sto chiudendo il rapporto, con tutte le lentezze del caso sui resi, ma ancora non so quando, come e se recupererò le cifre che loro stessi definiscono “non elevate” (anche perché ricordiamoci che io vendo libri di poesia, mica bestsellers da migliaia di euro). E la fregatura è proprio questa, che per cifre simili non vale nemmeno la pena fargli causa. Né il danno è tale che possa rovinarmi, però brucia, quello sì. Ora il problema, si dice da più parti, è che serve spezzare il monopolio della grande distribuzione, perché la loro mission è monopolizzare il mercato strozzando i piccoli editori (lo ha spiegato benissimo Giulio Mozzi in un suo post), ma se cerchi di venire fuori dalle pastoie della grande distribuzione (in un mondo che ti chiede di continuo di essere distribuito) andando in direzione “ostinata e contraria”, ovvero attraverso canali laterali che sono più vicini alla tua visione delle cose, ti imbatti spesso in realtà che si dicono “alternative” ma che poi di alternativo non hanno proprio niente. E a questo punto mi tocca ammettere che ha ragione chi sostiene che per fortuna c’è Amazon. Sarà a suo modo disumana, ma forse proprio per questo ad oggi è l’unica che non mi ha dato grosse fregature e paga puntualmente ogni mese.

mercoledì 28 febbraio 2024

dove vivi?

La Russia di Putin è fascista. Lo dice Oleg Orlov, due anni di carcere per averlo detto. L’Ucraina anche. Lo hanno detto Putin e anche molti italiani, così come lo dicono degli USA, dove sta per tornare presidente Trump, il quale lo dice dell’America di Biden che lo dice dell’America Trump, mostrando così che gli USA non sono un mostro solo e monolitico, ma due mostri molto fragili, e sempre più schizofrenici. Se l’America è fascista, si dice, lo è pure la Nato. Noi volenti o no siamo Nato, ma dovremmo uscirne si dice. Per andare dove? Anche tutti gli ex paesi sovietici sono un po’ fascisti, per educazione e cultura, vedi l’Ungheria che usa ancora le catene. Loro vogliono essere Nato. Ma allargando il tiro i fascisti li trovi un po’ dovunque. In Brasile, dove fanno le proteste in piazza per riavere Bolsonaro al potere, in Ecuador dove a fare la rivoluzione sono i narcotrafficanti, nell’Israele della strage a Gaza (che certi giorni mi pare sia l’unica cosa che ci passano in TV, insieme all’Ucraina, per non farci vedere tutto il resto), e i fascisti sono in Iran dove la rivoluzione è rientrata e oggi si fanno esecuzioni sommarie per strada, fino a tre impiccati al giorno, mischiando oppositori politici a comuni delinquenti, in Arabia Saudita dove invitano Renzi a parlare di Rinascimento, nella Turchia di Erdogan che mette i giornalisti in galera e poi fa da paciere per gli alleati in guerra, nell’Afghanistan dei Talebani che negano alle donne il diritto di restare umane, in Cina che mischiando comunismo e capitalismo è diventata un mostro a due teste pari agli USA ma molto molto più sano, nella Corea del Nord che pare avere un fascismo giocattolo ma pur sempre armato, e ultimi ma solo perché sono più poveri in più della metà degli stati africani, dalla Libia al Sudan, passando per il Congo che da oggi venderà gas all’Italia, a maggior vantaggio di chi? E l’Italia in tutto questo, mi chiedo, è fascista o no? C’è chi dice che il diavolo non è mai così brutto come lo si dipinge, e anche se abbiamo la Meloni al governo, i saluti fascisti ai raduni dei nostalgici, i pestaggi a morte nelle prigioni, Vannacci che rivendica un best seller, i poliziotti che caricano i ragazzini per strada, oltre a una storia che lasciando anche perdere i Novax può tornare gloriosamente indietro fino alla scuola Diaz, e prima ancora in Val di Susa dove nel silenzio generale dello Stato trattavano i comuni cittadini come terroristi, nonostante tutto questo il fascismo in Italia si dice è “sopravvalutato”, l’Italia nonostante qualche intemperanza col bastone è un paese sano. Sarà pure, io non sono Pasolini, io non so nulla, ma ti chiedo E tu, che ti dici antifascista e poi stai a questo mondo convinto che non serve guardare la trave nel tuo occhio quando puoi fissare la pagliuzza nell’occhio del tuo vicino fascista, e intanto paghi le tasse allo stato fascista in questa Europa serva e fascista, in un sistema economico fascista mentre fai la spesa nella catena sotto casa, e vai al lavoro, voti, viaggi, e se ti riesce fai dei figli, un mutuo, fai dei progetti per il futuro in questo mondo così tanto fascista da farti schifo, tu di preciso che non lo sei, non ti ci senti, non ci stai, tu per sentirti così innocente e puro, così fuori dal sistema-trappola, mi sai dire di preciso dove vivi?

piccole bugie

Certe volte mi accorgo di essere anche io affetto dalle piccole vanità comuni che mi portano a raccontare piccole bugie per tirarmela, come quando racconto che riesco persino a guadagnare qualcosa dal mio lavoro di editore, mentre in realtà non guadagno praticamente nulla. Vivo in assoluto pareggio, come un monaco zen. Dio però, quando c’è, punisce la menzogna e come al solito se la prende coi più piccoli. Oggi ad esempio, subito dopo aver detto una di queste bugie, mi sono accorto che si è rotta la caldaia, e mentre me ne accorgevo mi sono ricordato di chi sono e mi sono detto: Azzo, e adesso questa chi la paga?

martedì 27 febbraio 2024

sogno della scritta sul muro

Stanotte ho sognato che un tipo mi scriveva sul muro di casa INTELLETTUALI E LETTERATI / ANDATE A CACARE SOPRA I PRATI. La gente, passando davanti a casa mia ne era deliziata, al punto che mi sono detto perché no? Ho preso la frase e l’ho usata come titolo di un libro. Il qualche ha avuto un tale successo che è schizzato ai primi posti in classifica. La gente non si capacitava che riuscivo a dire così tanta verità intorno alle persone di cultura, un musicista addirittura ci metteva la musica e ne faceva una canzone sul cui testo percepivo i diritti. Insomma, con questa storia dei prati ero diventato ricco. Poi, come in ogni noir che si rispetti, il tipo che aveva scritto la frase ricompariva per chiedermi la sua parte. Io gli avevo rubato l’idea. A quel punto preso dal dubbio contattavo gli unici due avvocati che conosco, Giuseppe Quaranta e Fabio Macaluso. Giuseppe mi diceva con la sua voce calda “io capisco come ti senti, però eticamente, e anche artisticamente, non sarebbe giusto approfittarsi così della creazione di un altro, senza nemmeno riconoscergli qualcosa, io sarei per patteggiare una piccola percentuale in nome della verità e dell’arte”. Fabio invece in siciliano mi diceva “Antonio, quello è un cretino, qua ci penso io”. Finiva che Fabio denunciava il tipo per avermi scritto la frase sul muro, e poi facendo un giro assurdo nei suoi ragionamenti avvocatizi diceva che quel graffito era la prova che i versi li avevo scritti io mentre il tipo mi aveva copiato per diffamarmi, perché solo un cretino scrive una frase offensiva sopra il muro di casa e visto che io non ero un cretino e la frase l’avevo pensata io era ovvio che a scriverla era stato un altro che proprio perché scriveva certe frasi si rivelava molto pericoloso. E concludeva l’arringa con quest’altra rima: CONTRO IL POTERE DELLA SCRITTURA / QUI SERVE MAGGIORE CENSURA, al che tutti in tribunale si alzavano per applaudire. Finiva che il tipo che aveva inventato la frase andava in galera e io mi tenevo i soldi con qualche perplessità.

domenica 25 febbraio 2024

cattivo seme

Mauvaise Graine (1934) di Billy Wilder è il primo film da lui diretto, girato in Francia prima di trasferirsi negli Stati Uniti per dare avvio a una carriera di grandissimo prestigio. Il titolo italiano della pellicola, Amore che redime, non rende giustizia all'originale che sta per Cattivo seme. Senza fare troppo spoiler, l'opera è incentrata sulle avventure di un ladro d'auto ed è piena di inseguimenti su strada con la polizia. Insomma, dove finisce questo film comincia À bout de souffle di Godard che lo avrà visto e certamente amato.

le mani sporche

Di Esterno Notte (2022) di Marco Bellocchio, qualcuno ha già evidenziato il paragone messo in scena sull’ossessione per le mani di Moro e Cossiga, con la figura di Aldo Moro (Gifuni) che è ossessionata dall’igiene sua e della famiglia, e lava le mani puntigliosamente, e Francesco Cossiga (Alesi) che matura una forma di disturbo delirante per cui continua a vedersele macchiate sul dorso, anche se non c’è nulla, interpretando le macchie come segno di malattia e di prossima morte. Non è però, come qualcuno ha detto, il confronto fra una figura “ripulita” dallo sporco del potere contro una che ha le mani insanguinate, perché in entrambi i casi si può rasentare una forma di ossessione patologica. Entrambe le figure patiscono interiormente lo “sporco” senza riuscire a liberarsene. E Cossiga, psicologicamente più debole, lo interpreta come presagio di morte perché nelle ore del rapimento tende a identificarsi con Moro: lo sporco sulle mani crea una sorta di correlativo oggettivo fra i due. Nessuno invece mi pare abbia segnalato come, in un ulteriore possibile paragone, l’unica figura a sporcarsi realmente è quella di Andreotti (Contri) che alla notizia del rapimento di Moro è colto da violenta emozione, corre in bagno dove ha un attacco di vomito e si sporca i vestiti. È una scena molto forte, uno perché mette in scena un Andreotti (che generalmente è visto come un animale a sangue freddo, vedi Il divo di Sorrentino) per la prima e unica volta emotivamente scosso, e due perché lordandosi è come se assumesse su di sé, sul proprio corpo, con la sua reazione viscerale, tutto lo sporco che ne verrà sulla DC. Andreotti si lorda per tutti e ne esce, col solito aplomb, chiedendo al suo assistente di procurargli un vestito pulito. Il resto è storia. È curioso ancora constatare come una decina di anni dopo i fatti da cui è tratta l’opera, tale ossessione per le mani (per altro documentata) avrebbe trovato un riscontro, più o meno ironico, nell’operazione Mani pulite.

garboli e il potere

Nel settembre 1972 Cesare Garboli risponde a un articolo di Natalia Ginzburg sul massacro di Monaco, quando dei terroristi palestinesi durante le Olimpiadi assaltarono gli alloggi della squadra israeliana e uccisero tutti gli atleti. La Ginzburg, in quanto ebrea, è combattuta fra le due posizioni, se schierarsi con le vittime dell’attentato o con le motivazioni che hanno mosso i palestinesi, e si pone una serie di questioni – purtroppo mai risolte – su cosa avrebbe fatto lei al posto delle forze potere per trovare una soluzione al conflitto fra i due popoli, concludendo che l’unica scelta di campo che può fare, mancandole il potere di cambiare le cose, è stare dalla parte delle vittime. Garboli, prendendo spunto dalla fine del suo articolo, le risponde che le sue conclusioni sono giuste, ma per le premesse sbagliate: “oggi non si può stare dalla parte di chi fa la storia, ma solo dalla parte di chi la subisce. Un tempo, fino a ieri, si apriva alla coscienza di ciascuno uno spiraglio di speranza: la speranza di collaborare alla storia stando dalla parte giusta. In modo particolare, questa speranza ha celebrato il suo grande momento, si sa, all’indomani del crollo del fascismo, una festa sulla quale il cielo si è rapidamente richiuso. Tutte le generazioni che hanno preceduto la nostra, sia pure confusamente, hanno sempre vissuto nell’illusione, o comunque nell’idea che il mondo potesse cambiare, e che la storia dell’uomo fosse in lento, ma costante progresso. […] Se oggi abbiamo una certezza, è appunto che il mondo non cambierà mai […] che le vittime della storia non potranno mai diventare protagoniste della storia, non potranno mai conquistare e detenere il potere”. E se anche lo conquistassero non cambierebbe nulla, perché l’idea di poter gestire il potere è una semplice illusione. Perché il potere è un male, e praticarlo significa ammalarsene e praticare la volontà del male, non la propria. Essere al potere significa assecondare il potere, quindi non ha senso chiedersi cosa si farebbe avendo il potere in mano, si farebbe esattamente quello che il potere vuole. “Finché si è vittime, si è nel giusto, e si è nel giusto finché si è vittime. Tertium non datur… […] È stato Manzoni il primo, limpido assertore che agire la storia, fare la storia e non subirla, è comunque rendersi complici di un male, diventare corresponsabili di un orrore.” È una visione molto pessimistica la sua, anche influenzata dal periodo storico in cui l’ha scritta, nel pieno degli anni di piombo. E, infatti, rendendosene conto, chiude così: “Qualche volta, se si parte da certe premesse, e si arriva a certe conclusioni, bisogna avere il coraggio del proprio pessimismo fino in fondo”. Cinque anni dopo, alla notizia del rapimento Moro, Garboli d’impulso salì in auto e abbandonò definitivamente Roma, andando a rinchiudersi nella cascina di campagna della sua famiglia in Toscana, dove rimase per il resto dei suoi giorni dedicandosi esclusivamente allo studio e alla scrittura. A pensarci adesso, ricorda un po’ la scelta del poeta latino Orazio.

venerdì 23 febbraio 2024

e se pago?

Signora mi chiama per annunciarmi che vuole pubblicare un libro di poesie. Mi dice che ci ha scelto dopo una lunga selezione, ma il suo precedente editore le ha spillato un mucchio di soldi per cui ha deciso che da adesso in poi non vuole più dare contributi, spera che questo non sia un problema. – Signora, per me non c’è problema, solo tenga conto noi non pubblichiamo tutto ciò che ci arriva, ma solo ciò che ci piace dopo attenta selezione. Quindi lei ci ha scelto e io la ringrazio, ma non è detto che il suo libro ci interessi e che vogliamo pubblicarlo. Prima dobbiamo leggerlo e poi le facciamo sapere. – Nel senso che prima vi devo mandare le poesie? – Sì. – E che se non vi interessa non lo pubblicate? – No. – Ah… E se vi pago?

le presentazioni

Parlo della mia esperienza che quindi è molto relativa. Partecipo a sempre meno presentazioni di libri ma quelle che vedo nella maggior parte dei casi sono frequentate da persone più anziane di me. I giovani mancano. Quelle poche volte che ho visto presentazioni con persone più giovani di me, in maggioranza era quasi sempre nell'ambito della poesia e quasi sempre in ambiti circoscritti alla cerchia che aveva organizzato l'evento, come se facessero gruppo a sé rispetto agli altri. Ogni volta che ci penso mi vengono in mente i laboratori che si fanno a scuola dove quando liberi gli alunni dalla costrizione dei banchi i bambini vanno da una parte della stanza e le bambine dall'altra, coi bambini che in genere fanno più chiasso ma hanno anche più timore di interagire con le bambine.

giovedì 22 febbraio 2024

dalla voce

Giovane autrice con cui avevo parlato l'altro giorno al telefono perché voleva informazioni sulla casa editrice, oggi mi manda la sua proposta editoriale e mi scrive: "...dalla voce al telefono mi sembravi molto giovane, poi ho cercato la tua foto e confesso che sono rimasta un po' delusa, si vede che sei grande!" (Io mi sono immaginato quanto tempo avrà perso per cercare di dirmi che le sembro vecchio senza usare quella parola lì).

mercoledì 21 febbraio 2024

merdacce

Poco fa sono usciti i finalisti di un premio di poesia. Come quasi ogni anno da più o meno dieci anni che esiste quel premio ho partecipato con alcuni titoli della casa editrice e come ogni anno nessuno ha passato la prima selezione. Mi pare ovvio che se per dieci anni nemmeno uno dei vari titoli proposti da vari autori passa le finali non è colpa degli autori ma mia, come editore, perché quella che non piace è evidentemente la mia linea editoriale. Fosse solo questo andrebbe anche bene, magari devo solo ripensare qualcosa, ma se cominci a sommare tutti i premi dove non passi, i giornali o le rassegne che non ti cacano nemmeno di striscio, la gente che non ti paga, tutto ciò che non riesci a dare o perché non ci arrivi col fisico o perché non ce la fai con lo spirito, oltre al fatto che stando dall’altra parte della barricata ciò che altri immaginano soltanto del maleodorante mondo della letteratura io lo vedo coi miei occhi, tutto questo mi toglie ogni entusiasmo e ogni voglia di esserci e di fare. Certi giorni mi manca il passato, quando ero un semplice autore che non sapeva nulla di tutto questo e si faceva bastare di scrivere qualcosa di buono per essere contento di sé. Diventare editore in questo senso è stato il più grosso errore della mia vita, e non perché non mi piaccia fare libri, ma perché fare libri non basta a farmi passare il disgusto per tutto il resto che c'è dietro, tutti che si smerdano addosso e intanto spingono per entrare. Io li osservo e mi chiedo come fanno a non sentirsi stanchi. Prima ho mandato un messaggio ai miei autori per dire che col premio era andata male. Come i tre porcellini delle fiabe, mi hanno risposto uno dietro l’altro. Il primo ha detto: Mafia. Il secondo ha detto: Pace. Il terzo ha detto: Antonio mi raccomando non ti arrendere, tu sei speciale. Sarà. Ma io più che speciale mi sento uno molto normale in un mondo di merdacce.

farsi male

Negli ultimi giorni, sicuramente per farmi molto male, ho visto in loop “Il caso Moro” (Ferrara), “Interno Notte” e “Buongiorno Notte” (Bellocchio) e “Romanzo di una strage” (Giordana). Così stanotte, era quasi inevitabile, ho sognato di vivere in un paese pieno zeppo di vecchi, fra democristiani ed ex-fascisti, assetati di potere che vanno in giro a braccetto con giovani esaltati pronti a “scatenare l’inferno” perché si vedono come proiettati in un film con Russel Crowe ingrassato come si è visto a Sanremo, e che non riescono a costruire un discorso sensato perché non leggono libri ma parlano per frasi fatte e imparate a memoria e se gli rispondi male ti fanno il saluto nazista come per sfotterti e dire che quello sbagliato qui sei tu; e soprattutto con il cadavere di Aldo Moro (ma con la faccia di Gifuni) che spunta da ogni dove dando le mani a chiunque come se fosse sotto elezioni, ma poi passandole con l’amuchina, e annunciando che presto vedrete morirà di nuovo per tutti noi, per salvarci dalla nostra presunzione di crederci migliori o peggiori degli altri, e regalava a tutti la sua foto ricordo da tenere sul comodino.

lunedì 19 febbraio 2024

vita da chi-te-lo-fa-fare

Vita da chi-te-lo-fa-fare. Oggi avrei dovuto lavorare a un libro, ma ho finito per passare il pomeriggio a insultarmi con uno che non mi vuole pagare un mazzo di fatture alto così per dei libri venduti ma mai saldati e continuava a rigirare la frittata da ogni dove, col volto gesuitico di chi sa tutto ma pur sapendo tutto non sa niente, fino al punto di insinuare che se non mi vuole pagare è colpa mia che non insisto abbastanza. – E che dovrei fare? Venire a cercarti con una pistola? Rapinarti? – Magari, mi faceva, almeno posso intascare l'assicurazione.

da zia

Giardini pubblici. Entra una ragazza assai avvenente coi jeans attillatissimi. Quando gli passa accanto, un ragazzo seduto alla panchina con una bambina vicino si piega in avanti, facendo finta di sistemare il laccio delle scarpe, per guardarle meglio il culo. La bambina allora si allunga verso di lui e gli mena uno schiaffo a dita aperte nell'occhio. Il ragazzo si tira indietro lamentandosi a voce alta e chiede che c'è. – Da zia! – risponde la bambina. Si vede che il ragazzo è recidivo.

domenica 18 febbraio 2024

gratitudine

Sono molto grato all'uomo che è in me perché stanotte mi ha fatto sognare di incontrare mio padre. Un po' meno all'editor che è in me perché mentre lo facevo continuava a correggermi i refusi.

la pungitura

Ogni tanto mi capita di sentirmi dare dell’arrogante (o dello stronzo) per i post in cui sfotto alcuni autori che si propongono. Così volevo dire che a parte il fatto che non è un genere che ho inventato io e nemmeno altri editori, anzi era già praticato prima ancora che nascesse l’editoria (se qualcuno se la ricorda, la satira 9 di Orazio è già un buon esempio); a parte il fatto che quasi mai mi permetto di giudicare o dileggiare pubblicamente il contenuto dei manoscritti proposti, proprio perché so quanto lavoro e coinvolgimento emotivo c’è dietro persino l’opera più modesta, quindi se mi esprimo è soltanto su metodi di approccio più o meno molesti o rivelatori, mai sulle opere in sé (e in questo se permettete mi sento più signore di altri che stanno sempre a cacare veleno sui testi di chi non gli piace come persona); ma delle volte ho proprio l’impressione che quelli che più si irritano per certi miei post siano coloro che nella sostanza hanno uno stile di approccio molto simile a ciò di cui scrivo, per cui magari non gli frega nulla dell’onore offeso dell’autore o autrice di turno, ma si sentono toccati in quel qualcosa che li riguarda loro malgrado. Quella che il mio amico Nannino il brasiliano chiamava “la pungitura”.

sabato 17 febbraio 2024

appunti sulla solitudine del satiro - 2

Le ultime pagine della "Solitudine del Satiro", scritte fra settembre e novembre 1972 per il Corriere della Sera, sono fra le più politiche, personali e malinconiche di Flaiano e meritano uno scritto a sé. Il primo di questi quattro articoli, 3 settembre, è anche (nella prima parte) fra i più citati dai suoi estimatori. Comincia così: “Appartengo alla minoranza silenziosa” e prosegue con la descrizione di uno stato in cui la chiarezza non esiste, la verità non esiste, “la linea più breve fra due punti è l’arabesco” e prosegue col dialogo con Maccari in cui divide l’Italia fra fascisti e antifascisti, dove per ciascuna delle due categorie la causa è soltanto una scusa per esprimere la propria intima violenza: “Ossia ognuno vuole la sua versione della libertà, che consiste nel sopprimere quella dell’altro. La libertà comunemente intesa, quella per esempio di esprimere le proprie opinioni, è una cosa da disprezzare perché bene o male l’abbiamo.” Il pezzo termina con un commento amaro a un film di Ferreri appena uscito, “La cagna”, tratto da un suo racconto, "Melampus", in cui Flaiano (che avrebbe voluto farne un film diretto da lui, senza riuscirci) diceva di non riconoscersi: “Eccomi dunque decaduto dalla mia qualità di autore”. L’articolo del 10 settembre è scritto dal festival del cinema di Venezia ed è una fantasia che parte (dice) da una lettera anonima: Chaplin, ospite del festival, viene omaggiato dai tanti registi italiani (De Sica, Antonioni, Zavattini, Fellini, Ferreri, “unico assente giustificato Visconti”) che da lui hanno attinto per il proprio cinema. In realtà non ci andò nessuno a omaggiarlo il “vecchiaccio”, ma leggendo, a parte l’ovvia espressione d’amore per uno dei padri del cinema, c’è il sospetto è che nelle sue parole Flaiano, che tanto al cinema sentiva di aver dato come sceneggiatore, si stia riferendo anche un po’ a se stesso: malato e prossimo alla morte, non si fece vedere nessuno. L’articolo del 28 ottobre comincia con un viaggio a Napoli (“Vi interessa un po’ di contrabbando?” chiede un giovanotto accostandosi alla macchina di Flaiano, a cui invece serve un’informazione stradale; “Sigarette o droga?” chiede Flaiano incuriosito, “No. Orologi svizzeri”, che costano un milione ma ci può accordare per ventimila lire) e prosegue con una presa per il culo di una famiglia di contestatori che non sa che mettersi per andare a una manifestazione per rifare la società, che è in tutto e per tutto una anticipazione di “Quando è moda è moda” di Gaber. Chiude il pezzo del 5 novembre, in cui Flaiano ricorda il suo arrivo a Roma da bambino, cinquant’anni prima, per andare in collegio. Era la Roma del 1922, la Roma della gran festa fascista dove qualcuno aveva danneggiato la statua della Giustizia, manomessa della bilancia sostituita da una spada, evidente simbolo fallico, si vendevano in farmacia i preservativi marca Fascio e Ardito, i bordelli erano all’apice della loro fortuna e anche se nelle scuole i ragazzini facevano la caricatura di Mussolini, la città conquistata era pervasa da un’euforia sessuale che metteva da parte ogni razionalità in vista della grande orgia che si annunciava. È uno scritto acuto e malinconico l’ultimo pubblicato da Flaiano, che un pochino anticipa (ma senza nessuna carica necrofila) alcuni temi del prossimo “Salò” di Pasolini nell’indicare il preciso connubio fra potere e liberazione sessuale che si fa caricatura grottesca e spesso si esprime in violenza (per tornare al dialogo con Maccari), e soprattutto sembra riflettere e agganciarsi all’ultimo film di Fellini, chiamato appunto “Roma”, un film che probabilmente Flaiano sentiva anche suo, in cui in parte si riconosceva pur non avendovi partecipato e a cui forse avrebbe voluto partecipare, ricucendo magari un’amicizia rovinata dal successo, prima dell’ultimo saluto.

venerdì 16 febbraio 2024

appunti sulla solitudine del satiro - 1

 Per molto tempo hanno definito “La solitudine del Satiro” di Ennio Flaiano un libro inclassificabile. Lui lo costruì mettendo insieme una serie di articoli scritti per vari giornali (da Il Mondo al Corriere della Sera) con cui collaborò a uscite settimanali o bisettimanali e quasi ininterrottamente dal 1956 al 1972. Ogni articolo è costituito da una serie di frammenti di carattere personale – fra apologhi, sogni, ricordi, battute, malumori, opinioni su libri o film visti o realizzati, considerazioni sul mondo della scrittura e dell’arte, del costume, sulla società che cambia, sulla vita in genere o attraverso alcuni ritratti particolari – che formano nel loro insieme (conta più l’atmosfera generale che la singola battuta per cui Flaiano resta famoso) una sorta di immenso diario di viaggio, dove la differenza la fa il “tu” a cui vengono indirizzati. Perché i diari si scrivono quasi sempre per se stessi o per un “tu” ipotetico che sono la storia e i posteri; mentre i testi contenuti in questo libro sono stati scritti per un pubblico anche molto vasto, per un “tu” che sta dall’altra parte del giornale, da qualcuno che rimane al di qua della pagina. Un pubblico di cui non conosce il volto, le abitudini, che lo legge, ride con lui, ma non lo vede per com’è davvero, parla con lui ma senza guardarlo negli occhi, da cui “la solitudine” di chi si racconta. Alla fine viene da pensare che “La solitudine del Satiro” fosse inclassificabile soltanto perché venne pubblicato quando ancora non esistevano i social. Se faceste una raccolta di post dalla bacheca di un uomo interessante, con punte di cupezza ma pieno di humor, settimana dono settimana per circa quindici anni, post che raccontano la sua vita e i suoi pensieri sull’arte e sul mondo, credo non si avrebbe qualcosa di molto diverso da questo libro. Ed è un motivo per cui pur affrontando fatti così lontani nel tempo appare ancora oggi così moderno, così fresco e incisivo. L’altro motivo è lo stile della sua scrittura. C’è una pagina molto bella in cui Flaiano racconta della discussione con un amico che lo rimprovera di usare uno stile troppo nitido, poco avventuroso ed elaborato, poco sperimentale. Flaiano risponde che lo stile sperimentale che cerca l’amico è già nelle parlate quotidiane di ogni italiano, nelle cui bocche si rimpastano dialettismi e termini colti ripescati dalla memoria, dalla pubblicità o dalle canzoni, regionalismi, tic e gergalità varie, fino a creare una lingua unica e irripetibile per ciascuno. Tutto questo se portato sulla pagina spesso suona falso, goffo, ma è semplicemente un’imitazione, mentre la pura chiarezza del testo, che non esiste in natura, quella sì che è veramente sperimentale, perché nella sua ricercata chiarità è già astratta. Non databile. A proposito di tempo, c’è un piccolo non detto che chiude questo libro, che si muove a cadenze ben definite fino a gennaio 1972, poi c’è un vuoto di circa sette mesi, e riprende coi suoi ultimi quattro articoli fra settembre e novembre 1972, quando Flaiano già malato muore. Tutto è immaginabile di quel vuoto, eppure, dopo aver famigliarizzato con lui così a lungo, non si può fare a meno di chiederselo (ed è ancora, mi accorgo, una curiosità molto social, che rifugge il pudore, ma vive di picchi emotivi): dov’è finito, che avrà visto e pensato Flaiano in quel buco di sette mesi in cui si preparava morire? O meglio ancora, cosa avrebbe scritto Flaiano nella sua ultima estate?