mercoledì 12 dicembre 2018

una fede profonda nella dieta vegetariana

Racconta Kenko che viveva in Tsukushi un tale, una sorta di comandante di zona, il quale, fidando nelle virtù miracolose dei rafani bianchi, da molti anni tutte le mattine se ne mangiava due arrostiti.
Un giorno dei nemici, cogliendo il momento che il forte era incustodito, attaccarono di sorpresa, circondarono il presidio e irruppero all’assalto: ma ecco che dall’interno avanzarono due guerrieri che si batterono con sprezzo della vita fino a che gli aggressori non furono tutti ricacciati indietro.
Attonito, l’ufficiale chiese ai due: «Avete combattuto con tale valore! Chi siete voi signori, che non ho mai avuto l’onore d’incontrare in questi luoghi?» «Siamo i rafani in cui per anni hai confidato, mangiandoci ogni mattina». Detto questo, scomparvero. 
Simili miracoli capitano sicuramente a chi ha una fede profonda nella propria dieta vegetariana.

martedì 11 dicembre 2018

al ricordo di quella palpitante bellezza

In una casa fatiscente, che mai nessuno frequentava, viveva nel tedio dell’ozio una dama, che si era ritirata lì avendo buoni motivi per guardarsi dai rapporti sociali. Un certo gentiluomo pensò di farle visita e una sera che la luna si intravedeva appena, si recò a trovarla in segreto. All’allarme fragoroso di un cane si presentò una inserviente a chiedere da dove venisse: egli si fece subito annunciare ed entrò. Si respirava un senso di abbandono e si domandò com’ella facesse a vivere in quelle condizioni: davvero stringeva il cuore. Sostò un poco sulla misera veranda quando qualcuno, con voce giovane ed educata, disse: «Prego, da questa parte». Entrò per una porta che scorreva a fatica. L’interno invece, non era così desolante: sul fondo riluceva appena la luce fioca di un lume, ma in quella penombra si coglieva lo splendore degli arredi; aleggiava poi un profumo non dovuto a cure frettolose: era una dimora davvero accogliente. 
Una voce disse: «Chiudete bene il cancello, potrebbe piovere! Sistemate la carrozza sotto al portale. Il seguito del signore può fermarsi laggiù». Allora qualcuno piano piano bisbigliò: «Questa notte dormiremo sonni tranquilli»: nella piccola casa quel segreto sussurro si era, pur impercettibilmente, udito. 
Egli le raccontò ogni dettaglio di ciò che era successo in quel periodo, quando, nella notte ancora fonda, il primo gallo cantò. Appassionato, le parlò allora del passato e del futuro, ma di nuovo il gallo cantò fervoroso più e più volte. Ascoltò attento, nel dubbio che fosse già l’alba, ma quello non era un luogo da cui bisognasse allontanarsi in fretta, in piena notte. Si trattenne tranquillo ancora un poco, e quando le fessure si fecero chiare di luce, andò via, dicendole che mai l’avrebbe dimenticata. 
In quell’alba d’aprile, sulle cime degli alberi e nel giardino, ovunque rifulgeva l’incanto del verde novello: si dice che ancor oggi quel gentiluomo, se si trova a passare di lì, al ricordo di quella palpitante bellezza, accompagni con lo sguardo l’imponente siliquastro fin quando non scompare alla vista. 

Kenkō, Ore d'ozio, trad. Luisa Randazzo, Marsilio 2014

la poesia civile

Riporto questo pensiero di Stefano Dal Bianco che non sono sicuro di aver capito in pieno (per metà mi sembrano cose molto sensate e intelligenti e per metà stronzate), ma che mi pare c’entrare molto con alcuni discorsi che abbiamo già affrontato in merito alla poesia civile: 
«La cosiddetta poesia civile, quella più implicata con il mondo dei significati, ha poco senso perché nel migliore dei casi ci dice ciò che già sappiamo, e questo mi pare un compito ben povero per una poesia. Soltanto chi non ha niente da dire si preoccupa di quello che scriverà. La poesia vera non può che nascere da un mondo soggettivo talmente saldo nei suoi presupposti psichici che non ha bisogno di pensare o badare a se stesso, come non ha bisogno di dire “io sto qui e non li”, oppure “io penso questo e non quello”, ecc. Soltanto chi ha già tutto può permettersi il lusso (necessario) di essere generoso. I poeti assillati dal bisogno di dire qualcosa sono quelli cui manca qualcosa di fondamentale: soggetti non risolti che non sono in grado di provocare una crescita della realtà ma subiscono le proprie idiosincrasie e i propri squilibri. Questi vanno in cerca di qualcosa di troppo effimero e di troppo soggettivo per esserci utili veramente: non escono da sé stessi.» 
Su una cosa però sono molto d’accordo con Dal Bianco: che non è poesia civile quella che nasce dalla voglia di “dichiarare” dove si sta; ma è poesia civile quella che nasce da un bisogno assoluto e sempre assai personale, dall’intima necessità di denunciare una ingiustizia talmente grande che ti si aggrovigliano le viscere e ti pervade la rabbia sorda di chi e non puoi star zitto, ma allo stesso tempo questa rabbia è fredda, metodica, la incanali in versi, la esprimi in canto, fino a farla diventare, se il canto è buono, voce di tutti. Non sono chiacchiere mie, la nostra storia è piena di esempi. Ma chissà dove è finito questo tipo di rabbia nella poesia civile italiana di oggi.

domenica 9 dicembre 2018

gli oggetti indifferenti

Dopo che gli altri si sono quietati nel sonno, per passare il tempo nelle lunghe notti riordino come capita le mie cose, e mentre straccio e butto via carte che non desidero rimangano, se trovo delle prove di calligrafia o uno schizzo buttato giù per divertimento da persone che non ci sono più, con che vivezza quei giorni rivivono in me! Ma anche la lettera di una persona ancora in vita, se è passato molto tempo, mi fa pensare alle circostanze e al tempo in cui fu scritta, e mi commuovo. È davvero triste che gli oggetti personali, un tempo familiari a chi li usava, rimangano immutati nel tempo, indifferenti. 

Kenkō, Ore d'ozio, trad. Luisa Randazzo, Marsilio 2014

sabato 8 dicembre 2018

ovunque vi sono meraviglie

Si dice che i fiori d’arancio facciano ricordare il passato, ma il profumo del susino riesce a evocare ben più lontane nostalgie. C’è poi il sobrio colore delle kerrie, la morbida vaghezza del glicine: ovunque vi sono meraviglie che non lasciano indifferenti. 

Kenkō, Ore d'ozio, trad. Luisa Randazzo, Marsilio 2014.

concomitanza

La cosa straordinaria di oggi, pensavo, è la concomitanza a Roma della Manifestazione della Lega e di Più Libri Più Liberi, due forme di cultura spesso in antitesi, di cui si parla sempre troppo, ma che nella sostanza sono inutili allo stesso modo per salvare questo Paese.

venerdì 7 dicembre 2018

la salvietta

Dopo una presentazione sono fermo alla fermata del bus per tornarmene casa. Mi si avvicina un vecchietto simpatico e mite che sbuffa senza pace mentre si trascina dietro due pesanti borse di tela piene di roba, e tanto per ammazzare il tempo mentre aspettiamo, attacca bottone con me e la bidella di una scuola che viene da un paese qui vicino, lamentandosi del freddo delle nostre zone e raccontandoci come nella sua città, a Bari, di oggi si mangia il baccalà con le olive, un sapore che gli manca tanto da quando sua moglie è morta e ogni viaggio verso casa è solamente un ritorno a metà. Il pullman è in ritardo. Parliamo a lungo, lui ride spesso con una particolare malinconia nello sguardo che mi attrae, deve aver sofferto tanto, poi, a un certo punto si avvicina alla fermata un ragazzetto di colore con le cuffie nelle orecchie e incappottato in un vecchio piumino rosso che risalta in maniera esagerata. Non ci conosce ma si avvicina a noi con un gran sorriso e dice “Buonasera, amico! Buonasera!” e mi dà la mano che stringo. Ci prova anche con il vecchio che però gli fissa il palmo e non ricambia, poi si va a mettere dietro di noi, contro un palo, tutto perso nella sua musica. “Tieni” mi dice il vecchietto e mi passa una salvietta umida che tira fuori da una scatola che tiene in una delle borse di tela che si porta appresso. Prendo la salvietta ma non capisco subito cosa voglia dire. Poi afferro, è per pulirmi la mano. “Questi negri ormai sono dappertutto” mi dice, fissando il ragazzetto senza paura di farsi sentire. “Salvini ha ragione!” aggiunge, alzando la voce. “Non mi piace Salvini” gli rispondo con tutta la diplomazia di cui sono capace. “Sono troppi, sono dappertutto. C’è bisogno di una regolata” dice ancora il vecchio. “Guarda quanti furti ci sono adesso in giro, non puoi distrarti che ti rubano la macchina, ti entrano in casa e sono sempre loro. Lo leggevo oggi sul Corriere. Ti entrano in casa come niente, questi negri. Le negre no, sono brave e si danno da fare, ma i loro maschi sono tutti delinquenti matricolati”. Io lo fisso imbarazzato, non riconosco più il malinconico vedovo di dieci minuti fa. Una persona così carina che usa la parola negro con una tale violenza repressa che non so descrivere. Sono educato e faccio finta di nulla, continuo a parlargli del tempo, degli orari scombinati dei pullman, si uniscono a noi anche la bidella e un altro paio di persone, ma evito di usare la salvietta. Quando arriva il pullman, il vecchio sollevato saluta quelli intorno, me compreso, con molta gentilezza, ringraziandoci tutti per la compagnia, e a tutti stringe la mano prima di raccogliere le sue borse. A tutti meno che a me. La mia mano non la tocca.

il fascino struggente delle cose

A chi invece, avido di vita, è restio a lasciare questo mondo, anche un’esistenza che durasse mille anni parrebbe il sogno di una notte. D’altronde, a che giova, in questo mondo in cui non si può vivere in eterno, arrivare ad avere il miserabile aspetto che dà la vecchiaia? Quando si vive a lungo, molte sono le offese che si debbono subire. La cosa migliore sarebbe morire al più tardi prima di aver raggiunto i quarant’anni. Superata quella soglia, viene meno il senso di vergogna per il proprio aspetto e ci si mostra in giro, desiderosi della compagnia degli altri; nel crepuscolo della vita ci si affeziona a figli e nipoti, e ci si augura di vivere sino a quando li si vedrà affermati: con lo spirito sprofondato nei desideri terreni non si è più neppure in grado di sentire il fascino struggente delle cose, e ciò è deplorevole. 

Kenko, Ore d'ozio, trad. Luisa Randazzo, Marsilio 2014

martedì 27 novembre 2018

cavour

Cavour jère nu strunze
mù tu díche.
S’è fatte i cazze sèggue
ngule a l’olte.

I cazze jèrene i sòlte
u cule u nuste.
Tu ríde i vè nnande
i u cule juscke.

U Riè jère nu strunze
cume a jídde.
Ca s’à pegghiete i strète, i kiazze
senza falle.

«So’ i mègghje!»
à ditte sckítte i tu l’à dète.
Ca storia noste jè kèsse
na cakète.


Traduzione. Cavour era uno stronz / mo te lo dico./ Si è fatto i cazzi suoi/ in culo agli altri.// I cazzi erano i soldi/ il culo il nostro./ Tu ridi e vai avanti/ e il culo brucia.// Il Re era uno stronzo/ come lui./ Che si preso le strade, le piazze/ senza farle.// «Sono le mie!»/ ha detto solo e tu l’hai date./ Che la storia nostra è questa/ una cacata.

venerdì 23 novembre 2018

nulla di buono

C’è una cosa che ho letto su Leonardo Sciascia, ma non ricordo da parte di chi, se Claudio Giunta o Camilleri o un altro. La cosa è questa: i giudizi critici o giornalistici di Sciascia, le sue letture del “contesto” erano e rimangono fra le più acute e lungimiranti della sua epoca – pochissime volte Sciascia ha sbagliato, come hanno dimostrato i fatti, la storia – perché Sciascia interpretava il mondo alla luce non della nuda cronaca o del comune buonsenso, ma delle sue altissime letture: Stendhal, Voltaire e gli Illuministi, Manzoni, Pirandello, infallibili perché trascendevano il presente attraverso il poetico. Per quanto se ne possa discutere – ci dice Sciascia – i libri sono necessari a chi voglia intravedere certi fili nascosti, non sono un lusso, non un passatempo, e allo stesso tempo i libri non portano nulla di buono a chi li legge, proprio come dimostra Sciascia che fu spesso attaccato in vita per le sue posizioni “non allineate” e poi santificato in morte, perché finalmente messo a tacere dal ciclo naturale degli eventi.