lunedì 15 luglio 2024

per la morte della gatta grigia

Dopo 16 anni di vita insieme stamattina è morta la mia gatta grigia con lo sguardo antipatico, a cui non ho mai dato un nome. Era entrata nella mia vita in un giorno d’estate come in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez, attraversando la porta di casa e gettandosi in un angolo con un lungo gnac che voleva dire Eccomi a casa, la casa che aveva scelto lei per se stessa, io l’ho accolta e da allora non è più andata via, prendendosi un pezzo alla volta tutto quello che poteva, in ultimo la mia sedia che era diventata la sua. Ho passato gli ultimi due giorni seduto per terra accanto a lei terrorizzata dal buio che veniva, con la mano sulla sua testa per farle sentire che c’ero, le parlavo e lei mi rispondeva a sibili e sospiri, e se mi allontanavo mi chiamava, e quando è morta qualcosa finalmente si è rotto e ho cominciato a piangere insieme tutte le lacrime della nostra amicizia e quelle che non ho mai pianto per la morte di mio padre.

venerdì 12 luglio 2024

devi scrivere

Una figa mi ha scritto su Instagram di scrivere una poesia sulle sue tette. Io la seguo perché fa dei selfie buffi in bagno in cui si mette in equilibrio su una gamba davanti allo specchio. Nulla di strano, ormai, c’è chi gira per ore intorno a un palo e chi fa lo yoga in bagno. Ieri però mi scrive, dopo un mio post sul cinema muto, che il suo film preferito è “Il gabinetto del dottor Caligari”. – Io sono estasiato, abbiamo due cose in comune, il cinema espressionista tedesco e le tue foto al cesso. E siccome l’assonanza tedesco/cesso mi piace abbastanza, credo che ci scriverò una poesia. – Lei allora mi dice “dovresti scrivere una poesia sulle mie tette”. – Io resto di sasso, non so bene che risponderle. – Te l’ho scritto, mi chiarisce, perché ti seguo anche su FB e ora mi aspetto che ci scriverai una delle tue storie. – Quasi ci resto male, pensavo mi mostrasse le tette, invece le posso soltanto immaginare. – Anzi, continua, devi scrivere “Una figa mi ha scritto su Instagram di scrivere una poesia sulle sue tette” così se scrivi figa fa più effetto. Mi puoi anche taggare, dice. – Insomma, certe volte mi sento come l’autore di Pirandello, dove i personaggi delle sue storie prendono il sopravvento su di lui e fanno tutto loro, dal suggerirmi le battute al taggarsi nei miei post. A me, proprio come l’uomo-camera di Christopher Isherwood, non resta che registrare ciò che vedo, senza nemmeno il conforto delle tette. Che vita ingrata.

mercoledì 10 luglio 2024

the man who laughs

The man who laughs (1928) di Paul Leni, con lo straordinario Conrad Veidt come protagonista, in una delle scene di sensualità e corruzione più potenti del cinema muto poco prima dell’avvento del sonoro, quello fatto tutto di sguardi fra due mostri, uno solo nell’aspetto, Gwynplaine, deformato nel ghigno dalla tortura, e l’altro rappresentato dalla viziosa duchessa Josiana. Lei, dopo averlo visto esibirsi in uno spettacolo di freaks, lo inviterà al suo castello e lui, a sua volta morbosamente sedotto, mollerà la fidanzata per correre da lei che lo aspetta a letto discinta. L’incanto finirà poco dopo quando si scoprirà che lui è ricco e di nobili natali, quindi da mostro inconsueto per lei diventerà un mostro del suo stesso ambiente, uno dei tanti, e perderà ogni attrazione. Un personaggio iconograficamente così potente, ai suoi tempi, da ispirare il Joker di Batman.







 

martedì 9 luglio 2024

ciò che il pubblico vuole

Oggi è la Munro, ieri erano i "fascisti" Pirandello e Ungaretti, alcuni anni fa toccò a Montanelli con la sposa bambina, prima ancora a Penna e Pasolini coi loro fanciullini marchettari, e prima ancora a Céline o Malaparte ecc. in questa lunga catena dei peccati e delle colpe. Periodicamente viene fuori questa discussione per cui si scopre che gli artisti sono fondamentalmente uomini e donne pieni di difetti e tutt'altro che perfetti e si mette in discussione il valore esemplare della loro opera. Impregnati di ideologia romantica ci si dice che se l'artista non assomiglia all'opera allora l'opera è falsa. Ciò mostra sempre, implicitamente, la doppia morale del pubblico, la sua incapacità di leggere un'opera al di fuori del biografismo spicciolo e gossiparo della vita dell'autore e il suo bigottismo di fondo. Tutto questo però, mi dicevo stamattina, è destinato presto a finire. Fra un po' i romanzi li scriveranno direttamente le AI su commissione e allora non ci saranno più problemi morali con le debolezze e i lati oscuri degli artisti, perché l'AI non ha pulsioni sessuali, politiche o ideologiche. Le AI daranno al pubblico esattamente ciò che il pubblico vuole, glielo cuciranno addosso chiedendo il pagamento anticipato, e il pubblico forse finalmente per una volta chiuderà il becco.

lunedì 8 luglio 2024

vaso

Ieri, mentre un amico assai più scafato di me mi apriva gli occhi e mi faceva i nomi dei tanti che pur facendo gli amiconi un po’ distratti hanno in mano il potere editoriale e se lo tengono stretto anche parlandone male, o negando di avere degli amici, pensavo che anche io in fondo volevo stare lì con loro, essere dei loro, non proprio un amico, più un complice, fare il finto modesto invece di essere soltanto bravo, avere il mondo delle lettere in mano e qualche volta menarmelo per sollazzarmi nel mio ego, al pensiero che tanto, anche pisciando fuori dal vaso, se ci hai il potere editoriale in mano c’è sempre qualcuno disposto a pulire per te ciò che cade intorno al vaso.

venerdì 5 luglio 2024

tischreden welles


Ho appena terminato “A pranzo con Orson” libro a cura di Peter Biskind che recupera l’ultima serie di chiacchierate/interviste di Orson Welles poco prima della morte, col regista indipendente Henry Jaglom, che fanno un po’ da seguito a “Il cinema secondo Orson Welles” di Peter Bogdanovich, altro regista indipendente a lui molto vicino. Bogdanovich presenta Welles a Jaglom che lo assume come attore nei suoi ultimi film e prova a fargli da agente senza successo. Così il libro di B. raccoglieva una serie di interviste in giro per gli alberghi di mezzo mondo in un periodo convulso di progetti in cui Orson emerge ancora come un grande maledetto ma vitale, mentre quello con J., assai più malinconico e a tratti rancoroso, registra una serie di discorsi fatti a tavola (Tischreden) in un ristorante di Hollywood dove spesso pranzavano da parte di un Welles ormai stanco, amareggiato e terribilmente sovrappeso che per buona metà del libro non fa che sparlare con perfidia di colleghi registi e attori che gli hanno voltato le spalle o di critici in cattiva fede (“ebreo” è uno degli aggettivi che usa più spesso), o rivangare più o meno acidamente alcune pagine del proprio passato, e per l’altra metà continua a rimaneggiare preventivi insoddisfacenti per dei film che non verranno mai realizzati, finché, nelle ultime pagine, ammette di avere un disperato bisogno di soldi e di essere invidioso di un suo vecchio socio meno talentuoso che fa soldi a palate con la pubblicità mentre lui non riesce a trovare uno straccio di produttore che voglia investire nella sua versione cinematografica del Re Lear. Eppure, anche alla fine, Orson Welles sembra un grande perdente shakespeariano: “Noi registi siamo dei poveracci. Arriviamo con una borsa per la notte e ce ne andiamo a mani vuote.” Oppure: “Per me la posterità è volgare come il successo. Non mi fido della posterità. Il bello non viene necessariamente riconosciuto a distanza di tempo. Troppi ottimi scrittori sono scomparsi.” Ma quella che preferisco perché mi sento rappresentato in pieno è: “Miro all’impossibile: far soldi con un genere di film che non fa soldi”.

giovedì 4 luglio 2024

buona notizia?

Ho letto adesso che ieri ha aperto una nuova Feltrinelli a Taranto dove pochi mesi fa chiudeva la Ubik. L'altro ieri Feltrinelli acquistava il 10% di Adelphi. Io stesso, per non fare quello nudo e puro che non sono, spesso compro libri con le offerte su IBS Feltrinelli. Ecco, mi sforzo, ma non riesco a capire dov'è la buona notizia se tutto finisce in mano a uno solo.

martedì 2 luglio 2024

il giochino

Com’era prevedibile, ora che è scoppiato il caso della “gioventù meloniana” Piantedosi fa il giochino di mischiare le carte in tavola dicendo di essere più preoccupato dell’antisemitismo a sinistra che non di quello a desta. Chi legge il post con le sue dichiarazioni subito lo insulta rispondendo che non è mica la stessa cosa, che essere arrabbiati per ciò che succede a Gaza non è equiparabile a essere dei razzisti di destra. E detta così può essere anche vero, se non fosse che ho letto e sentito con le mie orecchie gente di sinistra piena di odio attaccare la Segre con parole molto più che offensive perché non prendeva una posizione netta contro Israele, gente che le faceva il processo mediatico arrivando a dire che rubava il suo stipendio da senatrice per una storia di prigionia durata pochi mesi dove in fondo non era neanche morta, gente che santificava Chef Rubio quando le si aizzava contro con l’hashtag di auschwitz, gente che insinuava che è brutto dirlo ma forse forse Hitler aveva ragione… Li ho sentiti con le mie orecchie, e non erano meloniani, erano solo persone che ragionavano con la pancia piena d’odio. Sono cose che fino alla settimana scorsa si leggevano serenamente sotto ogni post che ne parlava, gli ultimi li ho letti sotto un post del vignettista Mauro Biani, perché ciò che scrivi purtroppo resta, al di là di ogni possibile autodifesa. Il paradosso di una presa di posizione forte è che prima o poi il contesto cambia e ti ritrovi ad essere tu il processato che deve chiarire la sua posizione. Io non penso che certa sinistra, o certa gente incazzata, sia stata mossa a tali stupidi commenti dagli stessi motivi di certa destra, ma penso che alla fine le parole che dici ti classificano per quello che sei e l’odio quando arrivava a colpire fa male allo stesso modo, non c’è un odio che sia diverso e migliore di un altro perché si crede più puro nelle intenzioni. Se ti ammazzo di botte “perché ti amo” non è che le botte facciano meno male perché ci metto dentro il mio amore. O come direbbe Osho, per stemperare, può essere di mucca o di maiale, ma se c’è cacca sul fondo, sempre di cacca puzzerà quello che pesti.

venire a patti col vuoto

Senza una vera ragione, da ieri continuo a pensare a Ernst Lubitsch. Lotte H. Eisner, massima autorità critica del cinema tedesco del 900, lo trovava sgradevole come uomo, sopravvalutato come regista e insignificante come artista. Non salvava dalla gogna neppure capolavori come “Ninotchka” o “Vogliamo vivere”, eppure non era certo una stupida, anzi. Billy Wilder invece lo indicava come suo maestro assoluto, al punto da avere la massima «How would Lubitsch do it?» appesa sul muro dell’ufficio. Eppure la maggior parte del pubblico oggi lo ignora, se non attraverso i mille remake dei suoi film, nessuno dei quali all’altezza degli originali. Straordinario, penso, come per quanto ti possa sforzare di esprimerti al tuo meglio non ci sarà mai unanimità sul tuo lavoro e passerai la vita cercando di arrivare al pubblico, nella speranza che ti capiscano, senza per questo riuscire a raggiungerli tutti. Venire a patti col vuoto.

lunedì 1 luglio 2024

casa

Stamattina leggevo con invidia che Jon Fosse vive in una casa nel centro di Oslo concessagli dal re di Norvegia per meriti letterari. La Norvegia ha 5 milioni di abitanti e una manciata di poeti. Leggono quasi tutti. In Italia, invece, abbiamo 60 milioni di abitanti: di questi circa 10 milioni sono quelli che leggono e almeno 20 milioni sono gli scrittori, più o meno pubblicati. Nessuno ha abbastanza meriti letterari da meritarsi una casa dallo stato, anche se, da ciò che sto leggendo in questi giorni dopo il caso Salis, molte case sono sfitte e fatiscenti o in mano alle mafie. Ma se anche a un ipotetico scrittore venisse concessa una casa sarebbe probabilmente occupata, perché quello degli scrittori italiani è notoriamente considerato mondo di mafie e parassiti.

lucciole

Stavo sognando che c'erano le lucciole nel mio giardino poi fuori hanno cominciato a sparare i fuochi d'artificio e le lucciole nel sogno sono tutte morte.

venerdì 28 giugno 2024

la ghiandaia

Dovrei essere più giusto con mio fratello, io tendo sempre a sfotterlo perché spesso è eccessivamente brusco nei modi, però ha molto più cuore di quello che dice. Oggi ad esempio abbiamo visto un piccolo di ghiandaia che mentre cercava di prendere il volo era rimasto incastrato con la zampa fra i fili del nido restando appeso a testa in giù al ramo, dove sarebbe certamente morto, agitando le ali sfinito. Mio fratello allora, bestemmiando come un turco, ma senza che nessuno glielo avesse chiesto, si è arrampicato sul cedro fino a raggiungere il nido, a più di otto metri da terra, per liberare la zampetta ferita dell'uccello, con la mamma ghiandaia che ogni tanto spaventata gli volava addosso per farlo cadere, e io sotto di lui che gli gridavo Vuoi una mano?

giovedì 27 giugno 2024

barba

Ieri pomeriggio ero a casa di Lino Angiuli che fra le altre cose me ne ha detta una molto carina sulla mia barba, ovvero che io è con la barba lunga che sono proprio io e do forma alla mia sostanza, mentre quando la taglio, quando sono senza la mia barba, è allora che sono un altro e non sempre mi assomiglio. Una cosa simile me la disse Franco Arminio un paio di mesi fa, disse che un poeta ha il dovere di curare anche il suo aspetto, intendendo per aspetto non la semplice apparenza, o il fatto di essere più o meno eleganti, ma di esprimere se stessi in una forma che cammini fianco a fianco coi tuoi versi e dia loro risonanza.

mercoledì 26 giugno 2024

cosa non dovrebbe fare

Io devo essere sincero sono giorni che mi dico, da quando ho letto questa polemica sull'Ungaretti/Pirandello fascisti, che anche se condivido la necessità di rinnovare ogni singola cosa nella scuola, dai programmi alle prove di maturità, dalle modalità di scelta degli insegnanti a questa sorta di puzza al naso che hanno tutti per una sana bocciatura, di tutto ciò che condivido nei discorsi che gridano Basta e gridano Nuovo, devo dire che questa cosa di Ungaretti/Pirandello che vengono semplicemente bollati come fascisti non riesco a digerirla, forse perché come Calvino io pensavo che un classico non smette mai di dire ciò che ha da dire, e invece ora scopro che se il classico lo scrive un fascista non va bene, la trovo non dico nemmeno povera, o faziosa come pure credo sia per certi versi, ma così rozza come argomentazione che quando la dice chi insegna o scrive, e mi capita di leggerne di opinioni così, io penso che quegli insegnanti o scrittori fanno la prima cosa che non dovrebbe fare nessun insegnante o scrittore, invece di aprire le porte, le chiudono loro per tutti gli altri.

martedì 25 giugno 2024

e intanto...

Ho appena letto un post di un tipo molto incazzoso che invece di gioire semplicemente per la liberazione di Assange ne approfittava per dire che anche se Assange è libero il mondo fa comunque schifo e quindi c'è da stare poco allegri se la gioia è a metà, e uno sotto il post, assai basic, gli scriveva: Secondo me dovresti scopare di più, perché più o meno la regola è quella, da che mondo è mondo i problemi del mondo si risolvono così. Scopando. E mentre leggevo il post con quel senso addosso di cringe, termine che confesso ho capito che significava solo il mese scorso a Roma quando me lo ha spiegato Fabrizio Pelli, prima andando a orecchio pensavo fosse un corrispettivo di luccicanza, quindi qualcosa a metà fra Shining e la brillantezza lubrificata di John Travolta nella Febbre del sabato sera, quindi qualcosa a metà fra la vasellina e il sangue delle vergini versato per la salvezza del mondo, mentre leggevo il post con una nuova comprensione di me stesso e del mondo pensavo con un certo imbarazzo, ma non è che la gente là fuori quando legge i miei post mi vede così, così nervoso, e pensa: Ragazzo mio, secondo me dovresti scopare di più. Riducendomi a un coniglio. E poi nella mia testa è risuonata la voce del mio amico Antonello che mi dice sempre: Lilli, fammi il piacere, tagliati quella barbaccia e vedrai che ti si spalancherà un mondo. Quale mondo si dovrebbe spalancare non lo precisa mai, ma in fondo in fondo si capisce. E intanto, viva Assange libero!

lunedì 24 giugno 2024

flaiano ringrazia

La cosa bella del premio Flaiano è che Ennio Flaiano, che odiava i premi, scrisse un racconto abbastanza malinconico su quanto lo avesse messo a disagio ricevere lo Strega. Il premio Flaiano, allora, nato sotto così cattivi auspici, per quanto blasonatissimo, si porta dietro la iattura del nome di uno che odiava i premi. Pare che la notizia del giorno sia che uno dei componenti della giuria di quest'anno, Davide Rondoni, si sia dimesso perché, una volta selezionati i finalisti, Carla Tiboni, presidente del premio, senza informare o consultare i giurati, abbia creato un premio speciale per un'altra autrice scelta a sua discrezione, creando confusione nella comunicazione sulla differenza esistente fra premio "regolare" e premio "speciale", e quindi sul lavoro e le scelte della giuria, presieduta da Roberto Mussapi. Stando a ciò che dice Rondoni, alle richieste di chiarimento dei giurati, la presidente ha risposto: "Se non vi va bene dimettetevi". Al che Rondoni si è dimesso sul serio. La presidente quindi, invece di dargli una risposta pubblica, ha appena annunciato di averlo querelato per diffamazione. Flaiano, secondo me, disgustato sghignazza.

giovedì 20 giugno 2024

il 10%

Autore mi chiama al telefono. – Senta, ho pronto un libro di 15 poesie, glielo mando? – 15 poesie? – Sì, per ora 15, poi se ingrana ne facciamo un altro. Senta, come funziona con voi? – In che senso? – Chi paga? Pago io o pagate voi? – Per un libro di 15 poesie? Non lo so, sinceramente, non ne ho mai fatti di così piccoli. Dovrei leggerlo per capire come comportarmi. – Senta, che prezzo di copertina può fare un libro di 15 poesie? – Non lo so, non ho mai fatto plaquette, dipende da quanto sono lunghe le poesie. – Non sono lunghe, sono brevissime, le cose troppo lunghe non mi piacciono. Lei che prezzo farebbe? –Verrebbe un libro di 15 paginette scarse. 3-4 euro? – Ma c’è qualcuno che lo comprerebbe secondo lei? – Guardi, non so che dirle, prima le dovrei leggere. – Senta, non so se le posso mandare le poesie, non le ho ancora registrate. – E perché mi ha chiamato allora? – Perché voglio capire come funziona. Senta, ma le vendete voi le poesie? O le devo vendere io? – O madonna! – E le se le vendete voi, quanto me ne viene? – In genere una percentuale sul prezzo di copertina che varia dal 7 al 10 per certo. – Ah, ma è proprio poco il 10% a libro! Lei così non mi incoraggia a pubblicare con voi. – Guardi, non so proprio che farci. – Senta, non potremmo fare che mi dà il 10% a poesia? – Chiudo il telefono.

mercoledì 19 giugno 2024

mentire

Si può mentire a tutti, anche a se stessi, ma non all'algoritmo. Lo deduco dalle pubblicità mirate che mi arrivano. Nel giro di pochissimi anni siamo passati dalle pubblicità di app per incontri online con donne mature alle proposte di visite mediche per la prostatite e le lenti progressive. Ormai mi mancano solo le offerte personalizzate Taffo, poi volenti o no siamo al dessert.

il metodo

Stamattina pensavo che in genere chi ti fa la domanda "dove lo posso trovare?" (il libro) è uno che non lo ha mai cercato. Non è tanto il dove che fa la differenza (che ormai chi vuole trova tutto) ma il come, quello che in gergo scolastico si chiama metodo. Gli manca il metodo, non sa come cercare le cose e quindi si sente sperduto. A me, ad esempio, capita quando devo comprare i vestiti ed è il motivo per cui porto sempre le stesse magliette, così non mi sbaglio.

lunedì 17 giugno 2024

test

Per puro sfizio ho fatto il test “Quanto sei misantropo”. Risultato: Anche se ne possiedi alcuni tratti, in realtà non sei un misantropo, sei solo cinico e arrogante, con aspettative verso gli altri che sono più impegnative di una prova di idoneità in un concorso per il posto fisso. Consiglio: Rilassati, il posto fisso non esiste più, è una leggenda metropolitana come la pensione per quelli nati dopo il il 1970! ma fra le righe ci ho letto anche un velato: Vergognati!