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domenica 6 ottobre 2024

l'ultimo desiderio

Guardavo poco fa il video di una intervista a Sergio Negri dove racconta l'ultimo incontro avvenuto fra Cesare Zavattini e Antonio Ligabue. Zavattini non è stato l'unico a interessarsi delle vicende dell'artista, ma è stato quello che più di tutti è riuscito a trasformare Ligabue da mezzo artista matto di provincia a fenomeno italiano, artista riconosciuto e conosciuto dall'Italia intera, per cui la parola "matto" diventa qualificativa e non dispregiativa, e ci riuscì Zavattini scrivendo su di lui un libro in versi che poi venne adattato a sceneggiato televisivo per la Rai con Flavio Bucci protagonista. Quando la poesia non era ancora estranea alla televisione e potevano ancora succedere di questi miracoli. Nell'ultimo loro incontro, racconta Negri, Zavattini commosso chiese a Ligabue, agonizzante in ospedale, cosa avrebbe potuto fare per lui, che cosa desiderasse, e Ligabue gli rispose così: "un piatto di pastasciutta", ciò che gli era mancato per quasi tutta la sua vita. L'ultimo desiderio di Ligabue. Ascontando questo aneddoto ho pensato che delle volte basta così poco per essere felici, un piatto caldo, qualcuno che te lo cucina con amore, ma soprattutto qualcuno che ti chiede: "hai mangiato?", che come scriveva Tonino Guerra nel suo ultimo libro è la domanda delle domande, la prima che gli aveva fatto suo padre quando l'aveva visto ritornare a casa dai campi di concentramento in Germania.

domenica 18 agosto 2024

storie di volpi

Stamattina mia zia ci raccontava di come una nostra cugina sia stata morsa da una volpe. Pare che la volpe, ischeletrita dalla fame e dalla sete, abbia abbandonato ogni timore e sia entrata in pieno giorno dalla porta, tenuta aperta per il caldo africano, si sia avvicinata a mia zia appisolata su una poltrona e le abbia morsicato il piede cercando di mangiarlo. La cugina si è svegliata gridando per la paura e la volpe, ancora a pancia vuota, è scappata. La cugina, nonostante sia stata portata al pronto soccorso e appare sanissima, da giorni racconta questa storia tragica ed emozionante, ripetendo più volte che potrebbe lasciarci da un momento all’altro perché si dice convinta di aver preso una qualche malattia dalla volpe. La quale, mi raccontava mia zia, è stata trovata poco dopo, morta non si sa bene di cosa, anche se io un sospetto ce l’ho… Questa storia, infatti, me ne ha ricordato un’altra che mi raccontò mio zio, su di un’altra volpe che aveva preso l’abitudine di dormire fra i coni di un trullo costruito vicino a una zona boschiva dove aveva la tana. Lei li pensava un po’ suoi. Invece il proprietario del trullo, non gradendo quella presenza sopra la casa, ha preso il fucile da caccia e le ha sparato, e visto che la volpe, crollata giù dal tetto, si rifiutava ancora di morire e si trascinava con un buco nero in pancia verso il bosco, hanno dovuto finirla con la forca.

martedì 10 agosto 2021

toccarsi

La domanda dell'estate 2021: Come va la casa editrice? Con un tono del tipo: Si vede che fai la fame. Purtroppo, anche facendo un lavoro per lo più cerebrale, il mio corpo è l'immagine del mio lavoro, smagrito, pallido, spelacchiato. Qualcun altro invece pensa subito a gravi problemi di salute: Antò, ma stai bene? Fattela una visita. Tanto che delle volte ci scherzo: In verità c'è qualcosa che mi sta mangiando dentro. Ma stamattina mi hanno risposto: Ecco lo sapevo, l'avevamo detto con zia Mariodda che mancava poco. Si scopre che sulla data della mia prossima scomparsa ci fanno addirittura le scommesse. Stamattina, insomma, mi sono toccato e bene.

giovedì 8 luglio 2021

dieta

 Una civetta poco fa mi è volata addosso, nel senso che si è lanciata contro di me e mi sono dovuto scansare per evitarla. Ha fatto una lunga curva poi è volata su un albero a fissarmi attentamente. Io pensavo non mi avesse visto. Secondo mio fratello aveva fame. Ma che razza di dieta fanno le civette che provano pure a mangiarsi uno brutto come me?

mercoledì 4 novembre 2020

pensiero qualunquista

Faccio un pensiero molto qualunquista, ma continuo a pensare che anche se le librerie restano aperte, se le persone non avranno né il modo di lavorare né i soldi per andare a fare la spesa, c'è ben poco da stare allegri. Simbolicamente certo è molto bello e i libri sono sicuramente beni necessari, ma a conti fatti, dovendo scegliere fra un libro da 20 euro e 20 kg di pane, ovvero pane per un mese, io sceglierei il pane. Altro che pensare ai regali di natale. Se poi mi sbaglio ed esagero nel mio pessimismo, si vede che tutte le cose che vedo ogni giorno in Tv sono in parte false e allora chiedo scusa. O più probabilmente è vero che a comprare i libri ormai sono persone che stanno economicamente un poco meglio, e allora a essere false erano certe premesse del mio lavoro.

domenica 20 gennaio 2019

fame nera

Ieri notte ho visto una volpe. Una piccola volpe che si aggirava svelta dietro casa, sul limitare del paese, in cerca di cibo. Ho temuto per i miei gatti, che potesse attaccarli o ucciderli mentre, a loro volta, seguivano l’istinto della caccia e dei duelli notturni. Ma non è successo nulla. In compenso i gatti, in preda alla loro natura, hanno fatto strage di un pettirosso che da giorni scendeva a beccare semi sotto l’albero della magnolia, lasciando parte del corpicino straziato sulla porta. È la fame che regola il mondo, mi convinco stamattina, mentre guardo un video ambientalista in cui una mandria di vacche prosciugate dalle mungitrici viene trascinata sulle zampe malferme, dopo gli anni trascorsi nelle gabbie, verso il macello dall’altra parte della strada. Un viatico di fame. È fame che spinge i migranti in mare, fame quella dei pesci che consumeranno i loro corpi a piccoli morsi voraci, fame quella di chi non li vuole e difende il proprio piatto dal loro arrivo, per non spartirlo cristianamente, per non soccombere al loro appetito. Perché il Papa sbaglia, il Vangelo è falso se nega che la fame è più forte di tutto, Gesù non ha mai conosciuto la fame. Fame di chi prende e fame di chi vuole prendere ma muore prima. Non c’è altro. Vince chi ha più fame, chi ha più denti o più salute, chi sa piangere e masticare insieme. Non c’è da temere, i ristoranti sono pieni. La nostra fame è immensa.

venerdì 18 gennaio 2019

padronale

Forse la cosa più irritante che sento ripetere, da diversi esponenti delle varie forze politiche all'opposizione, sul reddito di cittadinanza è la critica che non si ferma sul merito o efficacia della manovra ma punta il dito contro le persone a cui è rivolta. Col reddito di cittadinanza, dicono, aumenteranno i furbetti, quelli che evandono le tasse col lavoro nero mentre intascano impunemente i soldi regalati loro dallo Stato! Non si prende nemmeno in considerazione l'idea che spesso questo lavoro nero è sottopagato o precario, che chi lo offre non ha i mezzi per assumere, né si prende in considerazione che ci sia gente là fuori che di quei quattro soldi ha bisogno urgentemente. Nei loro discorsi (fatti in malafede) quelli che se ne avvantaggeranno sono sempre e soltanto i furbetti, il maggior numero dei quali (sottotesto) risiede a Sud, sulla fame di tanti si omette sempre con un pudore che è fuori luogo. Poi ci si chiede come è stato possibile per queste forze politiche perdere il consenso popolare, soprattutto per quello schieramento che, almeno sulla carta, doveva difendere i diritti degli ultimi. Che partito è quello che non crede nel proprio elettorato? A me certi discorsi paiono invece, già nelle intenzioni, talmente classisti, padronali, che, quando li sento parlare, mi vien voglia di recuperare falce e martello e andarli a menare sui denti.

venerdì 16 novembre 2018

fame

«Felici?» esclamò Mrs. Flat guardandomi con occhi stupiti «come potete essere felici, quando i vostri bambini muoiono di fame e le vostre donne non si vergognano di prostituirsi per un pacchetto di sigarette? Voi non siete felici: siete immorali». 
«Con un pacchetto di sigarette» dissi a voce bassa «si comprano tre chili di pane». 
Mrs. Flat arrossì, e mi fece piacere vederla arrossire. 
«Le nostre donne son tutte degne di rispetto» dissi «anche quelle che si vendono per un pacchetto di sigarette. Tutte le donne oneste di tutto il mondo, anche le donne oneste d’America, dovrebbero imparare dalle povere donne d’Europa come si possa prostituirsi con dignità, per sfamarsi. Sapete che cosa è la fame, Mrs. Flat?» 
«No, grazie a Dio. E voi?» disse Mrs. Flat. […] 
«Quando tornerete in America» dissi «avrete almeno imparato questo fatto orribile e meraviglioso: che la fame, in Europa, si può comprare come un oggetto qualunque». 
«Che cosa intendete dire per comprare la fame?» mi domandò il Generale Cork. 
«Intendo dire comprar la fame» risposi «i soldati americani credono di comprare una donna, e comprano la sua fame. Credono di comprare l’amore, e comprano un pezzo di fame. Se fossi un soldato americano, comprerei un pezzo di fame, e lo porterei in America per farne un regalo a mia moglie, per mostrarle che cosa si può comprare in Europa con un pacchetto di sigarette. È un bel regalo un pezzo di fame». 

Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi 2010, pag. 216

sabato 10 marzo 2018

la fame

Molti l’hanno presa come una facezia post elettorale, ma in effetti, a ripensarci bene, quella cosa dell’assalto al reddito di cittadinanza è una tipica scena da Commedia dell’arte, Carlo Formigoni, ad esempio, la metterebbe in un suo spettacolo senza pensarci due volte. Infatti è così bella che funziona, scatena il riso immediato. Questo perché la Commedia dell’arte è figlia della fame, di quel preciso momento in cui la fame fa vedere i miraggi e ci si aggrappa a quei miraggi perché non si ha nient’altro. La Commedia funziona come anticorpo contro il male. Poi, per me, possono essere stati cinque o cinquecento, ma quando c’è la fame di mezzo che importa? Ovviamente chi ne ride, tutta questa fame non ce l’ha.

mercoledì 28 febbraio 2018

mail di lamentele

Che poi, fesso io, scrivo una mail di lamentele chilometrica contro le Istituzioni e quando provo a rileggerla mi annoio di me stesso. Chissà dall’altra parte cosa vedono. Si diranno: ma questo che vuole? Non poteva pensarci poco prima? E perché non fa come tutti e viene a bussarci alla porta chiedendo una carezza, invece di elencarci i misfatti immedicabili del così va il mondo? Non lo so, ma io la vedo così la burocrazia, un attaccarsi alle minime cose, alle paroline insulse, senza mai guardarsi in faccia, senza mai dirsi per davvero chi siamo. E così raccontarsi che il mondo è marcio per noi buoni a nulla, noi bravi compagni di lotta, fin dove la lotta arriva, e mai abbastanza furbi per salvaguardare l’amicizia, dopo che la fame dei randagi si scatena.

sabato 22 luglio 2017

è inaccetabile



di Padre Alex Zanotelli

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.
È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.
È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.
È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa.
È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.
È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.
È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dov’è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.
Èinaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.
È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia , Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l’ONU.
È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.
È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).
Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi.
Questo crea la paranoia dell’“invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi.
Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l’Africa Compact , contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti.
Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.
Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L’ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall’ENI a Finmeccanica.
E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l’Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimane in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

venerdì 3 febbraio 2017

appetiti

Aloha, adorato!
Eccomi qui, molto carina e interessante.
Mi piace leggere, cucinare, ascoltare musica.
Mi piace il mare così come l’animale.
Spero dunque di trovare uno sfogo
a questi miei appetiti, a questo vuoto
a questo cieco desiderio d’incontrarti
mio allegro, mio gentile, mio sincero e caro
amico, perché tutto finalmente appaia
perfetto o quasi. Vediamoci presto, dunque
ho bisogno di un uomo a cui credere
ho bisogno di un nuovo amico come te
che curi la mia fame.
Ma se non incontrerò il mio amore
ci sarà sempre un uomo che non torna
sulla strada per la mia felicità.
Ciao, adorato
ti aspetto qui (clicca sul link)

Sweet Alexia

mercoledì 1 giugno 2016

paesaggio in attesa

Chissà come lo vede la ghiandaia da lassù e se si chiede anche lei che differenza passa fra l’antenna che la regge e il pero recchia falsa che c’era tre anni fa. Risponde, con intervallo di uno a tre richiami, a un altro uccello che non so, nascosto nella siepe, dal canto metallico e monotono che pare una sirena, ed ogni cinque dell’uccello-allarme ne attacca un altro più lontano, incerto e basso, quasi sonnolento a cui il gracchiare di una gazza contrappone ipnotico un ritmo più lento da fachiro, cui si accorda sulla grattugia il movimento del cacio polverizzato per la pasta. 
Tutto è, proverbialmente, perfetto. Persino il guscio secco della tartaruga in fondo all’orto di cui non si capisce cosa l’abbia uccisa, se la malattia o la fame per un lungo inverno senza freddo e senza mai letargo; oppure lo stupro ripetuto dei tre maschi che l’hanno violentata senza tregua, coi loro gemiti di gomma e le bocche spalancate nella morsa. Ora le ronzano intorno solo mosche, i maschi senza scopo non lottano nemmeno per istinto, ridotti come sono all’estinzione. 
Anche il gatto sonnecchia castrato all’ombra della magnolia ammalata. Aspetta sbadigliando le frattaglie offerte dal beccaio, né si dà pena della ghiandaia planata sulla sua testa a scacazzare mentre gli fa il verso per schernirlo. 
L’antenna affilata è pronta come un moschetto o un parafulmine, un ombrello bruciato, un crocefisso andato storto sul Golgota, a scaturire il lampo che spiccherà lo capo al mondo fra il vino e la scarpetta. 
Il tempo si guasta oltre la siepe. Balenano sul grigio, golose nel parcheggio, le automobili impilate in via Almirante: caramelle sacrificali offerte per placare l’ira degli dei invece del dolce. La quarta della fila ha il vetro abbassato. L’allarme dell’uccello nascosto non cede, trasmette incantato, in codice binario, il pericolo che incombe.

venerdì 15 aprile 2016

fame

Sono in studio. La porta si apre ed entra un nero sventolando un accendino. Gli dico, scocciato: No, senti, non mi interessa. Mi risponde: No, non mi frega nulla, ho fame, dammi almeno una moneta, ho fame, per favore non mangio niente oggi, ho fame. Ripete tre volte ho fame, con una paura nella voce che viene da tremare anche a me, e senza nemmeno sapere come mi alzo e tiro fuori il portamonete. Gli compro due panini e una bottiglia d'acqua da un litro. Lui mangia i due panini di fronte a me, il primo senza nemmeno gustarlo, per solo bisogno, il secondo con più gusto, ma sempre troppo veloce. E beve, dopo, il litro d'acqua quasi tutto in un sorso. Di fronte a me, in piedi, sulla porta del mio studio. Poi, sazio, mi dice grazie, e mi stringe la mano, me la stringe così forte, con tanta di quella gratitudine che ancora mi sento la pressione sulla pelle. La gente che passa davanti allo studio ci guarda come si guarda un cartone animato, con troppo lieto fine per essere credibile. Intanto, da qualche parte in Europa, ci sono persone che parlano di alzare muri e chiudere fuori questa gente, ma fuori da cosa? Dicono di farlo per il bene di tutti, ma io mi chiedo come fanno a non sentirsi degli stronzi se io, solo che uno mi dice che ha fame, mi sento subito colpevole.

martedì 10 novembre 2015

#sfamaunoscrittore

Oggi ha suonato a casa mia un tizio, scuro di pelle, con gli occhiali, che mi ha detto di avere un sogno nel cassetto: vendere il suo libro porta a porta a quanta più gente possibile per dare una speranza al suo futuro da romanziere, e provare anche a rendere il mondo un posto migliore promuovendo un po’ di sana lettura, fuori dai freddi schemi del mercato. Così, si è inventato una campagna porta a porta chiamata Sfama uno scrittore. Uno solo però, che con quello che ti serve per sfamarli tutti, ci paghi i debiti di uno stato dell’Africa. Devo dire che, sulle prime, con tutto sto discorso sul rendere il mondo un posto migliore l'ho guardato con sospetto. Mi sono detto: «Sarà uno che vuole propinarmi qualche opuscolo religioso, o magari una nuova offerta sul risparmio elettrico». Così, l'ho tenuto dall'altra parte del cancello chiedendogli: «Scusi, ma lei ce l'ha o no il tesserino?» Quello dall’altra parte mi dice, pieno di entusiasmo: «Ma no, si fidi, si fidi, non mi serve il tesserino. Voglio solo parlarle del mio libro. Le racconto la trama…» A quel punto, a forza di vederlo sorridere, ho creduto che magari era solo un povero tossico disoccupato che cercava di propinarmi qualche vecchio volume rubato al mercatino dell’usato, in cambio di pochi spicci per farsi una dose. Gli ho gridato: «No guarda, amico mio, ti do anche una mano, ti regalo una briosce sei hai fame, ma la droga da me non te la paghi. Sono contrario a queste cose». Quello, imperterrito, con innocenza o faccia tosta, non so, continuava a ripetermi che lui era diverso, che voleva solo propormi il suo libro. Così, illuminato, a me è venuto da pensare che magari è uno di quei poverini che si stampano un libro coi propri soldi e poi cercano di venderlo in giro per rifarsi le spese, ma soprattutto per dire che esistono anche loro. Io, che sono sensibile a queste cose, mi sono pure commosso. Gli ho detto: «Senti, ma guarda che alla fine io e te ci assomigliamo. Anche io, vedi, mi pubblico i libri, per darmi un po’ di spazio nella vita. Senti, facciamo una cosa. Non ho spicci con me, così non ti posso dare soldi, che mi pare anche squallido fra scrittori. Ma se ti va facciamo uno scambio. Tu mi dai il tuo romanzo e io in cambio ti do la mia raccolta di poesie, mi sembra più bello. Che me pensi?» Quello allora comincia a guardarmi male, come se fossi io il pazzo dei due, e mi grida: «Ma secondo te, io, il mio libro, come me lo pago, con le tue poesie? Che la poesia si mangia, adesso? Su, cerca di essere serio. Se vuoi darmi una mano me la dai, altrimenti lascia perdere. Eccheccazzo, è mezzora che parlo, non hai capito niente, mi pari scemo...» A quel punto, ferito nell’orgoglio, gli ho chiuso la porta in faccia. Proprio come faccio coi venditori di aspirapolvere. Più tardi, per caso, l'ho rivisto in questo video, mentre si promuove il libro. Non ci credo. È finito sui giornali. C’ha più spazio lui che il tipo che è evaso l’altro giorno dall'ospedale come in un film con Al Pacino. Pensa che succedeva, mi sono detto, se invece dei libri ti vendeva i robot da cucina! 

lunedì 2 novembre 2015

essere o tenere

Penso all’opposizione fondamentale di Fromm, «essere o avere», e penso come la stessa, trasportata a Sud, cambia colore, perché qui il verbo «avere» non esiste, non si usa, è un prestito dell’italiano al nostro dialetto più profondo. A Sud non si dice «avere» ma «tenere», io non ho, tengo. È una differenza importantissima, perché la lingua, al di là di quanto ci fanno credere quelli che decidono per noi, non è solo un fatto di colore, la scelta di un vestito o una opzione economica, no, la lingua che parli dà un significato diverso a come guardi il mondo. Così «avere» è una condizione fuori dal tempo: io ho qualcosa da sempre, posso perderla certo, ma è mia di diritto; «tenere», invece, è una condizione provvisoria, un colpo di fortuna o di furbizia, qualcosa che mi sono conquistato, ma che trattengo finché posso, non è mio e già domani potrebbe essermi strappato e tornare in gioco. «Tenere» è il verbo dei poveri, di chi ha fame e morde l’osso con rabbia. In questo senso, tradurre l’opposizione di Fromm in «essere o tenere» cambia tutto, una opposizione così ti fa già precario nell’anima, già votato a quel nulla che ti spetta per nascita, oppure all’«essere» che qui, una volta, si identificava in due modi: o col rispetto e l’onore garantito ai galantuomini, per quanto poveri, dalla loro parola; oppure, per gli ultimi, non con l’essere uomo, ma con l’identificarsi in tutto e per tutto con Dio, centro del mondo, come se fossimo, noi, cosa sua. Dio ci teneva stretti e solo lì, fra le sue fauci, eravamo al sicuro.

martedì 2 dicembre 2014

un uomo

Un uomo è forte, tanto più di quanto credi
dice Pasolini
mentre legato a un letto si fa sfondare
finché il sangue gli bagna gli occhi
e scopare in gola da un ragazzaccio
di quanti lo intristiscono, innamorano
per sola forza di resistere ed opporsi
alla vita squallida che li fa topi
di fiume o di borgata, ratti dai denti aguzzi
e code lunghe coi denti anch’esse che
addentano a più non posso
fave secche e cazzi di checche isteriche
per sola forza di semplicissima fame.
Un uomo, ripete Pasolini, un uomo
tanto più buono alla poesia quanto più
conciato nella scorza, non dovrebbe
lamentarsi se col mondo fa a botte
ché nulla ha di sé fragile, se non
il cuore che si rompe. Nulla che gli serva
in breve, se si fotte.

mercoledì 15 gennaio 2014

nel bel mezzo del gelido inverno



Quello nella foto è il trullo che mio padre ha ereditato da mio nonno, insieme a una piccola vigna, alle Fogge di Barnaba (una piccola contrada di Martina Franca). Da anni, come si vede, è disabitato. La notte scorsa dei vandali ci sono saliti in cima e con dei martelli hanno staccato e rubato le sfere in pietra dei pinnacoli, probabilmente per rivenderseli. Mio padre ci è rimasto molto male, non solo per il furto, ma anche per i danni ai coni, come se già non bastasse l'IMU che puntualmente dovrà pagare sulla struttura. Sono i segni della crisi, gli ha detto un vicino, è la fame che ti fa fare queste cose. Mio padre gli ha risposto che, se avevano tanta fame, si potevano mettere a zappare la terra come faceva nonno, almeno costruivano qualcosa invece di distruggerla. Ma è questo, penso io, il segno dei tempi. Questo senso di rapina che ti spinge a rapinare a tua volta, a prendere tutto ciò che puoi finché puoi, prima della fine e senza alcun rispetto, anzi, con la segreta speranza che domani si stia tutti un poco peggio.

giovedì 26 settembre 2013

caffè in piazza

Se avessi dato retta a mio padre
invece che scrivere versi
(ma preso diploma da geometra
poi posto al Comune
chiedendo favori opportuni
al cugino assessore) adesso
invece che poetare in piazza sulle scale
aspettando nel sole uno stronzo
che m’offra un caffè
me ne stavo in ufficio a lavoro
a grattarmi beatamente lo scroto
come in tutti gli uffici del globo
fiero di me e del mio penare
dietro a un salario di fame
senza più l’ansia di un domani
ancora non accatastato. Amaro caffè
invecchiato.

venerdì 14 giugno 2013

l'aria

Il giorno in cui è morto mio nonno, lui era così grande che quasi non entrava nella cassa. Ci stava stretto con le spalle larghissime e toccava il fondo con la suola lucida delle scarpe, le sue grosse mani spingevano sui bordi per uscire. Sembrava goffo, come chi non si sente a suo agio col proprio destino mortale e se ne sta sull’attenti, aspettando un qualsiasi accidente che lo salvi dall’imbarazzo. Più di tutto, però, di lui spiccava il naso, con la sua gobba secolare e le narici storte a forza di annusare l’aria, lo vedevi ergersi oltre l’orizzonte immacolato della bara, come ad inseguire l’aroma denso di caffè, preparato per noi dai vicini nel primo mattino. Sarebbe stata la prima colazione che saltava dai tempi della guerra, e anche per questo, forse, ci teneva il muso e rifiutava di parlare con chiunque.

Nota. Con questo raccontino si conclude il piccolo romanzo a puntate sull’amicizia con mio nonno Antonio, venuto a mancare ieri, 13 giugno. L’ultima cosa che ha detto è stata: “Così è la vita”, poi è morto. Nei prossimi mesi mi piacerebbe raccogliere tutti i raccontini scritti intorno a lui negli ultimi due anni e pubblicare un libro in sua memoria e in memoria dell’altro mio nonno, Donato, morto cinque giorni prima, l’8 giugno, anticipando di pochissimo il suo amico.