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lunedì 15 ottobre 2018

il poeta disperato

Viene a trovarci il giovane poeta disperato. Ci dice: sono depresso, la vita è un inganno, tutto è dolore, non ci salveremo. Lo ripete così tante volte che la simpatia umana a un certo punto di trasforma in fastidio e noia. No, non ho detto gioia (volesse mai il cielo che, disperato com’è, si offenda), ma noia noia noia! Con finto pudore ci passa le sue poesie, disperate come poche, aggiunge. Sono degne di essere pubblicate, ci dice, anche se forse nemmeno voi potrete capirmi, del resto chi può? Mio fratello, che è lì con me e non ama la poesia, ma a furia di frequentarmi qualcosa ne ha capito, dà loro un’occhiata, sbuffa, poi di scatto si alza, afferra una raccolta di Pessoa che è sul tavolo, gliela mette in mano e gli dice: Tieni, leggilo, vergognati di te stesso, e ripassa fra dieci anni.

sabato 19 maggio 2018

saggezza

Nelle belle giornate di sole
il mio gatto posato sul balcone
non s’interroga più sul mio amore
non rompe, si gode il sole.
Mi lascia, dentro, da solo
alla mia disperazione d’autore.

domenica 20 dicembre 2015

cappotti e panchine (rivisto)

Ho fatto un sogno. Cechov, sulle rive del Mar Secco, mi dava i suoi consigli per scrivere dei buoni racconti. 
Il primo fra tutti, mentre ci aggiravamo come pazzi lungo le rive colpite dal Maestrale: «Per favore, assicurati sempre che i tuoi personaggi abbiano dei buoni cappotti, almeno in senso gogoliano, ma soprattutto che ci siano delle panchine dove fermarsi per riposare, che ogni tanto, a furia di parlare, ti viene male ai piedi!» 
Un freddo ci prendeva dentro dall’interno, da un nucleo seppellito nel profondo che esploso risaliva in superficie, come un’eco muta e si spandeva in lunghi brividi concentrici sulla superficie della pelle. Ci vibrava il cuore di paura e d’ansia, man mano che ci confidavamo fra di noi, avventurandoci in quella terra desolata, continuando ad avanzare senza pace lungo la spiaggia piena d’ossa di tutti coloro che, prima di noi, erano passati per quello strano dolore polverizzatosi in sabbia, dove lasciavamo le impronte. Cechov mi guardava di sottecchi, nascosto dalla visiera del cappello.
«Dimmi, la senti anche tu questa porca disperazione che consuma, e ti costringe a vivere e godere anche se tutto ti chiede, ogni momento, di farla finita? È la mancanza degli altri quella, ed è per sempre, la solitudine di chi non sa, ma sente il vuoto che incombe sotto la superficie delle cose, l’eco sordo che rimbomba fra le volte. Tu sbagli atteggiamento. Prova ad esserci per gli altri, ma senza esagerare. Il mondo è pieno di ingrati. Dire la verità non aiuta. Per questo tu scrivila e basta. In questo modo potrai spacciarla per invenzione e sentirti a posto con la coscienza, in qualche modo. Il rispetto degli altri non ti serve quando sai di avere scritto ciò che devi. Alla solitudine ci si abitua, come vedi.» 
Poi è suonata la sveglia e mi sono risvegliato con la sensazione che lui, di là, continuasse a borbottare da solo i suoi consigli, mentre mi allontanavo verso il letto.

martedì 2 dicembre 2014

un uomo

Un uomo è forte, tanto più di quanto credi
dice Pasolini
mentre legato a un letto si fa sfondare
finché il sangue gli bagna gli occhi
e scopare in gola da un ragazzaccio
di quanti lo intristiscono, innamorano
per sola forza di resistere ed opporsi
alla vita squallida che li fa topi
di fiume o di borgata, ratti dai denti aguzzi
e code lunghe coi denti anch’esse che
addentano a più non posso
fave secche e cazzi di checche isteriche
per sola forza di semplicissima fame.
Un uomo, ripete Pasolini, un uomo
tanto più buono alla poesia quanto più
conciato nella scorza, non dovrebbe
lamentarsi se col mondo fa a botte
ché nulla ha di sé fragile, se non
il cuore che si rompe. Nulla che gli serva
in breve, se si fotte.

domenica 5 gennaio 2014

la successione dei sentimenti...

La successione dei sentimenti
è pura convenzione
io non posso lunedì amare
e martedì disperare.
Un amore val nulla
se è così maldisposto.
Ti amo
ma oggi sono molto molto triste.
Pensami, biscia del cielo dentro il fuoco d’agosto.

(Roberto Roversi)

martedì 31 dicembre 2013

blue jasmine: una lettura

Blue Jasmine, di Woody Allen
Ho visto ieri il nuovo film di Woody Allen, Blue Jasmine, e il primo commento che mi viene in mente, a caldo, per tutti quelli che periodicamente vengono a pontificare che Allen è finito, è : Tiè!
Blue Jasmine è bello, ascrivibile a quel particolare gruppo di opere troppo sofisticate, e al contempo soffuse, per entrare nel novero dei suoi capolavori: non colpisce allo stomaco come Match Point, per intenderci, ma non è nemmeno di presa immediata come Pallottole su Broadway. Sta nel mezzo, insieme ad altre sue piccole gemme come Interiors, Settembre o Un’altra Donna, tutte guarda caso incentrate sui temi della femminilità e della nevrosi, che stimolano Allen su più piani, dal narrativo all’esistenziale.
Nello specifico ho letto molte recensioni sul film e devo dire che, più che una critica vera e propria al sistema economico, come molti lo hanno interpretato (secondo me a sproposito), è da considerarsi una parabola sull’autoinganno, sull’incapacità di crescere e affrontare consapevolmente la vita.
Jasmine, interpretata da Cate Blanchett, è una creatura incapace di accettarsi. Cerca costantemente, per tutta la vita, di essere un’altra persona, migliore di quella che si sente: una bambina adottata, ci fa sapere Allen. Cambia il suo nome, sposa un uomo ricco, ripudia quasi la sorella adottata a sua volta. Tutto ciò che le ricorda le sue origini. Vive in un mondo di perenne sogno adolescenziale, quello delle principesse salvate dai principi. E quando il principe si scoprirà essere nient’altro che un truffatore, quello che sconvolgerà Jasmine, più che la fine dello stesso matrimonio, sarà la fine del sogno.
È talmente egocentrico questo personaggio (in senso propriamente psicanalitico) che quando rischia di tornare coi piedi per terra per l’abbandono del marito, preferisce distruggere la felicità di tutti coloro che la circondano, dalla sorella al figlio, piuttosto che rinunciare lei sola alla sua gabbietta dorata, da cui guardare il mondo senza mai spiccare il volo. E nemmeno alla fine, quando cercherà di ricostruirsi una vita col nuovo compagno, riuscirà a smettere di mentire e così autoilludersi.
In questo senso Jasmine, figura tragica quanto patetica può intendersi come un’evoluzione, o riscrittura attualizzata di Cecilia, protagonista de La rosa purpurea del Cairo: anche lei, infatti, preferisce vivere un sogno piuttosto che la realtà, pagandone lo scotto. Stavolta, però, lo sguardo di Allen è più cinico nel tratteggiare una serie di personaggi tutti a loro modo gretti, dalla sorella buona ma in sé sconfitta, insignificante, perennemente attratta da cialtroni, fino ai suoi bambini brutti e obesi, passando per il figlio ingrato e tossicomane di Jasmine. A differenza che in passato, in altri film di forte impatto morale (uno per tutti Crimini e Misfatti) dove c’era perlomeno un personaggio positivo che fungeva da contraltare alla corruzione del mondo, ormai nell’universo narrativo di Allen non sembra più salvarsi nessuno. Tutti sono sconfitti in partenza, e a noi non resta da offrire loro che il nostro perdono o la pietà.

domenica 22 dicembre 2013

le navi

Alcuni fiori andranno a male con le piogge.
Altri seccheranno per il sole.
Il mio amore no sta fermo al centro del giardino
i petali di pane azzimo chiedono vino.

I gatti alla finestra lo sapranno che si muore?
Quale cura contro la disperazione?
Pesci volanti e acque non bagnano il pelo
rincorrendo nel porto le navi crudelmente in orario.