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lunedì 19 dicembre 2016

ritorno sul mar secco

Sono tornato sulle rive del Mar Secco. Come per rifugiarmi, dopo un brusco risveglio, in un luogo accogliente e sicuro, all’asciutto. Cammino lungo la spiaggia di polvere d’ossa che scricchiola come semplice ghiaia sotto i miei passi e mi guardo intorno cercando l’ombra di Cechov per confrontarmi ancora con lui, confidargli le mie tribolazioni, averne un conforto o una parola che mi chiarisca il significato di certi passaggi oscuri nei miei stessi sogni. Ma non c’è traccia del suo profilo che sia riconoscibile al mondo. 
Giungo così alla panchina dove già una volta eravamo seduti insieme, guardando verso il mare vuoto. Sedendomi al suo posto, indirizzando il mio sguardo nella stessa direzione del suo di quel nostro incontro, finalmente la vedo: una rosa di fuoco avvolta dalle acque purissime del Secco che dalle acque sembra rigenerarsi come Cielo. Contemplandola, dimentico ogni mio pensiero.

(E con questo ho finito il mio libro dei sogni. Mo lo rileggo e per i miei 40 anni lo regalo in pdf scaricabile dal sito di Pietre Vive a chiunque se lo voglia leggere).

domenica 20 dicembre 2015

cappotti e panchine (rivisto)

Ho fatto un sogno. Cechov, sulle rive del Mar Secco, mi dava i suoi consigli per scrivere dei buoni racconti. 
Il primo fra tutti, mentre ci aggiravamo come pazzi lungo le rive colpite dal Maestrale: «Per favore, assicurati sempre che i tuoi personaggi abbiano dei buoni cappotti, almeno in senso gogoliano, ma soprattutto che ci siano delle panchine dove fermarsi per riposare, che ogni tanto, a furia di parlare, ti viene male ai piedi!» 
Un freddo ci prendeva dentro dall’interno, da un nucleo seppellito nel profondo che esploso risaliva in superficie, come un’eco muta e si spandeva in lunghi brividi concentrici sulla superficie della pelle. Ci vibrava il cuore di paura e d’ansia, man mano che ci confidavamo fra di noi, avventurandoci in quella terra desolata, continuando ad avanzare senza pace lungo la spiaggia piena d’ossa di tutti coloro che, prima di noi, erano passati per quello strano dolore polverizzatosi in sabbia, dove lasciavamo le impronte. Cechov mi guardava di sottecchi, nascosto dalla visiera del cappello.
«Dimmi, la senti anche tu questa porca disperazione che consuma, e ti costringe a vivere e godere anche se tutto ti chiede, ogni momento, di farla finita? È la mancanza degli altri quella, ed è per sempre, la solitudine di chi non sa, ma sente il vuoto che incombe sotto la superficie delle cose, l’eco sordo che rimbomba fra le volte. Tu sbagli atteggiamento. Prova ad esserci per gli altri, ma senza esagerare. Il mondo è pieno di ingrati. Dire la verità non aiuta. Per questo tu scrivila e basta. In questo modo potrai spacciarla per invenzione e sentirti a posto con la coscienza, in qualche modo. Il rispetto degli altri non ti serve quando sai di avere scritto ciò che devi. Alla solitudine ci si abitua, come vedi.» 
Poi è suonata la sveglia e mi sono risvegliato con la sensazione che lui, di là, continuasse a borbottare da solo i suoi consigli, mentre mi allontanavo verso il letto.

sabato 28 novembre 2015

cappotti e panchine

Ho fatto un sogno. Cechov, sulle rive del Mar Secco, mi dava i suoi consigli per scrivere dei buoni racconti. Il primo fra tutti, mentre ci aggiravamo come pazzi lungo le rive colpite dal Maestrale: «Per favore, assicurati sempre che i tuoi personaggi abbiano dei buoni cappotti, almeno in senso gogoliano, ma soprattutto che ci siano delle panchine dove fermarsi per riposare, che ogni tanto, a furia di parlare, ti viene male ai piedi!» Poi è suonata la sveglia e mi sono svegliato con la sensazione che lui, di là, continuasse a borbottare da solo, mentre mi allontanavo verso il letto.

giovedì 6 giugno 2013

da una lettera di cechov

Il pittore Levitan è qui in visita. Ieri sera siamo andati a caccia; lui ha sparato a un beccaccino che, ferito a un’ala, è caduto in una pozza d’acqua. L’ho raccolto: un lungo becco, due grandi occhi neri e un bellissimo piumaggio. Mi guarda, stupito. Che farne?
Levitan corruga la fronte, chiude gli occhi e mi prega, con un tremito della voce: “Caro, schiacciategli la testa col calcio del fucile”.
Io rispondo: “Non ho il coraggio”.
Lui seguita a stringersi nervosamente nelle spalle, a scrollare il capo e a implorare. E il beccaccino a guardarci con stupore.
Ho poi dovuto obbedire a Levitan e ucciderlo. Una bella creatura innamorata di meno, e due imbecilli che tornano a casa e si mettono a tavola.