Un amico del mio vicino viene a trovarlo portando con sé una cesta piena di uccelli che ha cacciato. Sono troppi dice, e perciò ha pensato bene di regalarglieli. Il mio vicino, gentilissimo, dice che per lui sono sempre troppi e prova a regalarli a me, ma mi si legge in faccia che non gradisco. Se li vai a comprare costano almeno due euro l'uno, mi dicono per invogliarmi. Così, per evitare imbarazzi, interviene mia madre che ne accetta due, uno per ciascuno dice, così da non offendere nessuno. Prende un tordo e un merlo, che ora se ne stanno abbandonati sul pavimento della mia cucina, uno col petto bianco screziato da tocchetti di marrone, l’altro col becco lungo e le piume grigiastre con qualche riflesso azzurro. E ora chi se li mangia questi, chiede mia madre sapendo che io non li toccherò, quindi toccherà a lei pur essendo ancora troppi per lei sola. Perché se ci pensi gli uccelli a cui si spara sono sempre troppi sulla terra. Così li guardo e continuo a chiedermi che senso abbia per loro essere qui, uccisi non si capisce nemmeno perché, visto che nessuno sembra volerli né vivi né morti, e continuano ad essere passati di mano in mano nella speranza che qualcuno li gradisca.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
lunedì 11 novembre 2024
venerdì 28 giugno 2024
la ghiandaia
Dovrei essere più giusto con mio fratello, io tendo sempre a sfotterlo perché spesso è eccessivamente brusco nei modi, però ha molto più cuore di quello che dice. Oggi ad esempio abbiamo visto un piccolo di ghiandaia che mentre cercava di prendere il volo era rimasto incastrato con la zampa fra i fili del nido restando appeso a testa in giù al ramo, dove sarebbe certamente morto, agitando le ali sfinito. Mio fratello allora, bestemmiando come un turco, ma senza che nessuno glielo avesse chiesto, si è arrampicato sul cedro fino a raggiungere il nido, a più di otto metri da terra, per liberare la zampetta ferita dell'uccello, con la mamma ghiandaia che ogni tanto spaventata gli volava addosso per farlo cadere, e io sotto di lui che gli gridavo Vuoi una mano?
mercoledì 10 maggio 2023
poesia muta
Poesia muta è quando ti spediscono una lettera e nella busta invece della carta c'è una piuma di ghiandaia.
sabato 16 luglio 2022
ascolta
Come tremano le voci nelle zampe
Della gatta addormentata.
È il sogno disumano dell’esistere.
Ripete senza sosta
Monologo ostinato delle parti
Il solerte cuccù della civetta
Lo strappo della tortora nascosta.
venerdì 24 giugno 2022
il colombaccio
Stanotte ho sognato di essere un colombaccio che se ne stava posato sulla cima del cedro nel mio giardino e guardavo quello nella casa di sotto chiedendomi chissà cosa si vede da laggiù e chissà che cosa pensa di me che sto quassù e ogni tanto mi scappava di gracchiare con una voce che sembrava un po' cupa ma in realtà era giocosa e tradotta significava Povero stronzo, Povero stronzo, Povero stronzo. Ma non sapevo bene a chi lo dicevo, se a me stesso in alto oppure a quello di sotto.
martedì 10 maggio 2022
sonno
Ultimamente mi è cambiato il sonno. Prima facevo tutta una tirata e mi svegliavo presto, usando le prime ore del mattino per leggere. Adesso mi sveglio nel cuore della notte per attacchi di panico che mi tolgono il sonno e mi consegnano al buio e alla paura, alla conta di ogni mio difetto per odiarmi meglio, e riprendo sonno soltanto quando cominciano a cantare gli uccelli, che hanno il potere tranquillizzante e miracoloso di rimettermi in pace con me stesso. Così mi è venuto da pensare a un mio amico falegname che aveva lo stesso problema e si era montato una enorme gabbia per uccelli in un soppalco sopra il letto, piena di esemplari che sollevavano un coro che si sentiva dalla strada. All'epoca mi era sembrata una follia. Ora mi pare di capirlo. Si deve attraversare una soglia di dolore per entrare nelle manie degli altri.
domenica 5 dicembre 2021
i segni
Sarà il nostro destino diceva senza più ottimismo
Ora che l’inverno ci apriva le sue porte.
Stamattina gli storni lo abitano a centinaia
Sostituendosi alle noci sui rami sottili.
Pronti a fuggire al primo suono.
A portarselo con loro come ladri.
giovedì 8 luglio 2021
dieta
Una civetta poco fa mi è volata addosso, nel senso che si è lanciata contro di me e mi sono dovuto scansare per evitarla. Ha fatto una lunga curva poi è volata su un albero a fissarmi attentamente. Io pensavo non mi avesse visto. Secondo mio fratello aveva fame. Ma che razza di dieta fanno le civette che provano pure a mangiarsi uno brutto come me?
giovedì 6 agosto 2020
barzelletta
venerdì 3 luglio 2020
le app al potere
martedì 24 dicembre 2019
chegapùj
lunedì 2 aprile 2018
stalin sul volga
mercoledì 1 giugno 2016
paesaggio in attesa
sabato 30 aprile 2016
la caccia
venerdì 1 aprile 2016
ménage
in questo mare senza uscita e senza bussola
dove l’ago l’usavi per risvegliarmi col tormento la voglia
come fanno i bambini insonni. Mi ci hai portato
a suo tempo asserendo che un divano, un tavolo non sono
che trespoli per uccelli già pronti a spiccare il volo
bambino io stesso e colto nelle mie falle di mezz’uomo
e un letto, un letto prediletto, è uno spazio bianco e ginnico
perfetto, in cui disegnare meglio il tuo capriccio con le gambe
dove l’amore – non si dovesse scriverlo per noi che lo scriviamo –
sarebbe meglio farlo, farlo sempre, senza pace, senza fine,
senza perdere altro tempo. Scialuppa in alto mare e sale
per scaldare le ferite, cauterizzare il sangue con l’acqua.
Di te sapevo dall’inizio che una donna coi tacchi che mi supera
in altezza non poteva che portarmi al desiderio innaturale
di scoparla come i cani. E ora che il cuore l’hai gettato
in poltiglia coi vetri e le parole in polvere perché mangiassi
da terra la tua cruda vendetta, mi ritrovo qui ferito
straziato nelle viscere a invocare il tuo morso che mi laceri
la gola, liberandomi la voce dal dolore. Pietà per i poeti
e per gli amanti, per i cani senza cuore. Perché un amore
come il nostro, irripetibile, sognato, è fatto più di strazio
che di letto, ma resta a letto confinato perché lo strazio
è ovunque, meno dove lo ficchiamo.
mercoledì 3 febbraio 2016
poesia dell'uovo poeta
adagiato come un uovo sul fondo
e dormo caldo fra gli escrementi
degli alati più in alto il sonno
del giusto che mai conquisterà
il suo posto sul trespolo dei canterini.
Sogno da qui la mia rivalsa
ignorato persino dalla mano che divina
versa semi per nutrirli nel segno
della provvidenza e della cattività
necessaria. Cattività a doppia mandata la mia
concentrata nel tuorlo e costretta
nel guscio di difesa dal mio
nucleo di poeta mai nato ma già
pronto alla frittata. Vivo qui
fra gli amati canterini nella gabbia
i miei anni della merla.
martedì 3 novembre 2015
una poesia di giuseppe goffredo
appostati come fiori di fieno
nel fieno mi chiedono: cisitù?
cisitù? cisitù? cisitù? cisitù? cisitù?
l'aia
Ero tornato nella vecchia casa dei mie nonni, ora diventata un purgatorio degli uccelli. Gli uccelli stavano in semilibertà nell’aia dove un tempo raspavano solo le galline, ma non potevano oltrepassarne i cancelli e nemmeno volare, mentre i loro nidi erano custoditi in casa, ordinati in una lunga sequenza di scaffali. Il museo era custodito da un vecchio che ricordavo di aver già visto ma senza certezze, e ad accogliermi al mio ingresso c’era anche il sindaco. Mi sono diretto subito verso l’aia che era diventata una sorta di campo sterminato e brulicante di uccelli di qualsiasi specie, volgari o nobili, le cui teste colorate spuntavano dalla massa di penne e di piume svolazzanti, di richiami diversi, striduli e gutturali, in continuo bisticcio peggio che sotto la torre di Babele. Il custode mi ha spiegato che quelle erano in realtà le anime dei morti in attesa della fine del mondo. Alla fine del mondo il cancello dell’aia sarebbe stato aperto e ogni uccello, recuperato il suo nido, avrebbe spiccato il volo a prendere posto sul ramo di un grandissimo albero che si vedeva anche da lì, a distanza. L’albero era Dio. Ho chiesto al custode se c’era anche mio nonno fra i pennuti e lui mi ha risposto di sì, che si era trasformato in un passerotto da combattimento. «Un passerotto da combattimento, – ho chiesto – e che sarebbe?». «È un uccellino che durante le guerre si infila negli zaini dei soldati a portargli fortuna in cambio di poche briciole di pane. Peccato che qui non ci sono guerre, e allora ci si annoia». Sentivo, intanto, come una lieve pressione risalirmi lungo la schiena, arrampicarsi in maniera delicata. Era mio nonno, che non potevo vedere, ma si aggrappava con le sue unghiette al maglione e poi con un ultimo frullo mi saliva in capo, a beccarmi lievemente sulla testa per farsi sentire, per salutarmi, e dire a modo suo che stava bene e in salute. Accompagnato da mio nonno e dal custode ce ne siamo andati a zonzo in quell’enorme piazza abitata ad ascoltare le storie degli uccelli in attesa del volo. Poi siamo entrati nel vecchio forno a cercare delle briciole di pane per mio nonno, e ci abbiamo trovato il sindaco. Era tardi, così ci stava preparando una frittata: «Qui a parte i sogni manca tutto, ma almeno siamo pieni di uova».





