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lunedì 11 novembre 2024

natura morta con uccelli

Un amico del mio vicino viene a trovarlo portando con sé una cesta piena di uccelli che ha cacciato. Sono troppi dice, e perciò ha pensato bene di regalarglieli. Il mio vicino, gentilissimo, dice che per lui sono sempre troppi e prova a regalarli a me, ma mi si legge in faccia che non gradisco. Se li vai a comprare costano almeno due euro l'uno, mi dicono per invogliarmi. Così, per evitare imbarazzi, interviene mia madre che ne accetta due, uno per ciascuno dice, così da non offendere nessuno. Prende un tordo e un merlo, che ora se ne stanno abbandonati sul pavimento della mia cucina, uno col petto bianco screziato da tocchetti di marrone, l’altro col becco lungo e le piume grigiastre con qualche riflesso azzurro. E ora chi se li mangia questi, chiede mia madre sapendo che io non li toccherò, quindi toccherà a lei pur essendo ancora troppi per lei sola. Perché se ci pensi gli uccelli a cui si spara sono sempre troppi sulla terra. Così li guardo e continuo a chiedermi che senso abbia per loro essere qui, uccisi non si capisce nemmeno perché, visto che nessuno sembra volerli né vivi né morti, e continuano ad essere passati di mano in mano nella speranza che qualcuno li gradisca.

venerdì 28 giugno 2024

la ghiandaia

Dovrei essere più giusto con mio fratello, io tendo sempre a sfotterlo perché spesso è eccessivamente brusco nei modi, però ha molto più cuore di quello che dice. Oggi ad esempio abbiamo visto un piccolo di ghiandaia che mentre cercava di prendere il volo era rimasto incastrato con la zampa fra i fili del nido restando appeso a testa in giù al ramo, dove sarebbe certamente morto, agitando le ali sfinito. Mio fratello allora, bestemmiando come un turco, ma senza che nessuno glielo avesse chiesto, si è arrampicato sul cedro fino a raggiungere il nido, a più di otto metri da terra, per liberare la zampetta ferita dell'uccello, con la mamma ghiandaia che ogni tanto spaventata gli volava addosso per farlo cadere, e io sotto di lui che gli gridavo Vuoi una mano?

mercoledì 10 maggio 2023

poesia muta

Poesia muta è quando ti spediscono una lettera e nella busta invece della carta c'è una piuma di ghiandaia.

sabato 16 luglio 2022

ascolta

Ascolta
Come tremano le voci nelle zampe
Della gatta addormentata.
È il sogno disumano dell’esistere.
Ripete senza sosta
Monologo ostinato delle parti
Il solerte cuccù della civetta
Lo strappo della tortora nascosta.

venerdì 24 giugno 2022

il colombaccio

 Stanotte ho sognato di essere un colombaccio che se ne stava posato sulla cima del cedro nel mio giardino e guardavo quello nella casa di sotto chiedendomi chissà cosa si vede da laggiù e chissà che cosa pensa di me che sto quassù e ogni tanto mi scappava di gracchiare con una voce che sembrava un po' cupa ma in realtà era giocosa e tradotta significava Povero stronzo, Povero stronzo, Povero stronzo. Ma non sapevo bene a chi lo dicevo, se a me stesso in alto oppure a quello di sotto.

martedì 10 maggio 2022

sonno

Ultimamente mi è cambiato il sonno. Prima facevo tutta una tirata e mi svegliavo presto, usando le prime ore del mattino per leggere. Adesso mi sveglio nel cuore della notte per attacchi di panico che mi tolgono il sonno e mi consegnano al buio e alla paura, alla conta di ogni mio difetto per odiarmi meglio, e riprendo sonno soltanto quando cominciano a cantare gli uccelli, che hanno il potere tranquillizzante e miracoloso di rimettermi in pace con me stesso. Così mi è venuto da pensare a un mio amico falegname che aveva lo stesso problema e si era montato una enorme gabbia per uccelli in un soppalco sopra il letto, piena di esemplari che sollevavano un coro che si sentiva dalla strada. All'epoca mi era sembrata una follia. Ora mi pare di capirlo. Si deve attraversare una soglia di dolore per entrare nelle manie degli altri.

domenica 5 dicembre 2021

i segni

L’albero di noce di Sandrino aveva dato frutti neri.
Sarà il nostro destino diceva senza più ottimismo
Ora che l’inverno ci apriva le sue porte.
Stamattina gli storni lo abitano a centinaia
Sostituendosi alle noci sui rami sottili.
Pronti a fuggire al primo suono.
A portarselo con loro come ladri.

giovedì 8 luglio 2021

dieta

 Una civetta poco fa mi è volata addosso, nel senso che si è lanciata contro di me e mi sono dovuto scansare per evitarla. Ha fatto una lunga curva poi è volata su un albero a fissarmi attentamente. Io pensavo non mi avesse visto. Secondo mio fratello aveva fame. Ma che razza di dieta fanno le civette che provano pure a mangiarsi uno brutto come me?

giovedì 6 agosto 2020

barzelletta

C'è un uomo che va a fare un provino per il circo. Prima di lui ce ne sono altri. Viene assunto quello che fa girare le palle, quello che addomestica i leoni e pure quell'altro che è capace a strappare i biglietti in velocità. Ma lui? Quando il padrone del circo lo interpella, risponde: "Io so fare l'uccellino". Il padrone del circo lo caccia. Uno che fa l'uccellino non serve. 
E quell'uomo tristemente vola via. 

(Ascanio Celestini, Barzellette, Einaudi 2019)

venerdì 3 luglio 2020

le app al potere

Una cosa molto nerd che mi piace tanto è la app BirdNET che ho scaricato sul telefono, anzi, è una delle poche cose che me lo fanno amare. Ogni tanto, specie di sera, mi faccio un giro qui intorno (che è già campagna) alla ricerca degli uccelli notturni e quando sento un richiamo strano, la attivo e subito mi dice di che si tratta, assiolo civetta o affini. Sono piccole gioie con qualche imprevisto. Ieri sera, ad esempio, stavo passeggiando e dietro una curva ho sentito un rumore strano, un richiamo sottile acuto ripetuto più volte, subito ho attivato la app e quella mi ha detto UMANO. Possibile?, mi sono chiesto. Sono andato avanti e indietro lì intorno per un bel po' cercando di capire che uccello fosse, poi ho visto due ragazzini venire fuori da dietro un muretto e lei mi ha guardato male, ma proprio male, quasi fossi un eterofobo.

martedì 24 dicembre 2019

chegapùj

Alla lettere sarebbe “caca-uccelli”. Sono le bacche rosse del biancospino selvatico di cui sono ghiottissimi gli uccelletti che le trangugiano con voracità e poi le rifanno intere. 

 (Luigi Malerba, Le parole abbandonate, Mondadori, 2017)

lunedì 2 aprile 2018

stalin sul volga


La più grande statua di Stalin era ai bordi del Volga poco lontano dalla grande diga. Purtroppo sulla testa dell’enorme monumento sostavano continuamente centinaia di uccelli che sporcavano il viso del dittatore con escrementi chiari. Bisognava pulirli di continuo. Finché fu deciso di collegare la statua con un filo elettrico ad alta tensione. Da quel momento ai piedi di Stalin c’era sempre un tappeto di uccelli fulminati. Kruscev fece saltare in aria la statua e mandò un carro armato per trascinare nell’acqua del fiume i giganteschi frammenti. Soltanto un piede è un po’ di gambe restarono inchiodati al piedistallo. E proprio all’interno di questo enorme rudere molti giovani dei paesi vicini vanno a fare all’amore. 

Tonino Guerra, Tempo di viaggio, Maggioli

mercoledì 1 giugno 2016

paesaggio in attesa

Chissà come lo vede la ghiandaia da lassù e se si chiede anche lei che differenza passa fra l’antenna che la regge e il pero recchia falsa che c’era tre anni fa. Risponde, con intervallo di uno a tre richiami, a un altro uccello che non so, nascosto nella siepe, dal canto metallico e monotono che pare una sirena, ed ogni cinque dell’uccello-allarme ne attacca un altro più lontano, incerto e basso, quasi sonnolento a cui il gracchiare di una gazza contrappone ipnotico un ritmo più lento da fachiro, cui si accorda sulla grattugia il movimento del cacio polverizzato per la pasta. 
Tutto è, proverbialmente, perfetto. Persino il guscio secco della tartaruga in fondo all’orto di cui non si capisce cosa l’abbia uccisa, se la malattia o la fame per un lungo inverno senza freddo e senza mai letargo; oppure lo stupro ripetuto dei tre maschi che l’hanno violentata senza tregua, coi loro gemiti di gomma e le bocche spalancate nella morsa. Ora le ronzano intorno solo mosche, i maschi senza scopo non lottano nemmeno per istinto, ridotti come sono all’estinzione. 
Anche il gatto sonnecchia castrato all’ombra della magnolia ammalata. Aspetta sbadigliando le frattaglie offerte dal beccaio, né si dà pena della ghiandaia planata sulla sua testa a scacazzare mentre gli fa il verso per schernirlo. 
L’antenna affilata è pronta come un moschetto o un parafulmine, un ombrello bruciato, un crocefisso andato storto sul Golgota, a scaturire il lampo che spiccherà lo capo al mondo fra il vino e la scarpetta. 
Il tempo si guasta oltre la siepe. Balenano sul grigio, golose nel parcheggio, le automobili impilate in via Almirante: caramelle sacrificali offerte per placare l’ira degli dei invece del dolce. La quarta della fila ha il vetro abbassato. L’allarme dell’uccello nascosto non cede, trasmette incantato, in codice binario, il pericolo che incombe.

sabato 30 aprile 2016

la caccia

Non si vive più senza sesso, mi dice lei dopo l’incidente che l’ha ridotta così, sbattuta sul divano in shorts col lungo gesso che la immobilizza e un gatto che si affila le unghie all’altezza del ginocchio. Accarezza con lentezza esasperata e provocante una delle stampelle appoggiate al bracciolo e passa – senza successo – a lamentarsi di sé, di noi, come fa quand’è realista, e passo io a trovarla per prepararle qualcosa da mangiare al posto mio, che so un brodino. Attacca a parlare con voce lunga e appuntita, e come ogni volta non mi resta che distrarmi, per non cadere vittima dei suoi piani. E accade, in quel momento, che una scena inattesa si aggrappi alla finestra con un frullo d’ali. 
Un pettirosso crolla in picchiata sulla zanzariera e vi si aggrappa, si arrampica con le zampette tremanti in cerca di salvezza, infilando come può le unghie fra le maglie della rete. Sarà l’impressione che mi fa la scena nel ricordo, oppure il suo spasimo illuminato dal primo sole d’estate, ma il suo corpicino mi appare verde elettrico, quasi quello di un canarino dal cui petto sgorghi una macchia ininterrotta di sangue in superficie. Dietro di lui una grossa gazza nera con riflessi bluastri sul capo e sulla punta delle ali, si posa sul parapetto in attesa, da brava cacciatrice, e sollevando la coda molla con gusto un escremento fumante fra le zampe solide. Il pettirosso la nota e con un ultimo slancio disperato spicca il volo e riparte con una traiettoria ad arco sopra la testa della gazza, verso la siepe di sotto. 
La gazza, con un balzo compiaciuto, riparte e si lancia giù dal parapetto, lo insegue planando sicura fino al cespuglio della siepe dove s’è infilato, tuffandosi al suo interno mentre lo bracca quasi per gioco. Il cespuglio trema al loro passaggio ed esplode per il volo di altri uccelli nascosti. Decine di volatili, lunghi nemmeno un dito, che punteggiano l’aria come una manciata di semi. E intorno altre gazze ballano sui campi appena falciati che cominciano a scaldarsi per la prima estate. 
Non si vive più senza sesso, mi ricordo questo, e il volo che mi ha distratto dal suo discorso. E il tono sempre più sarcastico, e angustiato, e avvelenato, poi rabbioso, della sua voce. Il tentativo, frustrato, di lanciarmi addosso il gatto. Poi il suo grido di guerra mentre mi caccia di casa, e il lancio della sua stampella e il tonfo sulla porta, che si richiude alle mie spalle mentre scappo.

venerdì 1 aprile 2016

ménage

Speriamo ci regga il cuore prima di perderci fra le lenzuola
in questo mare senza uscita e senza bussola
dove l’ago l’usavi per risvegliarmi col tormento la voglia
come fanno i bambini insonni. Mi ci hai portato
a suo tempo asserendo che un divano, un tavolo non sono
che trespoli per uccelli già pronti a spiccare il volo
bambino io stesso e colto nelle mie falle di mezz’uomo
e un letto, un letto prediletto, è uno spazio bianco e ginnico
perfetto, in cui disegnare meglio il tuo capriccio con le gambe
dove l’amore – non si dovesse scriverlo per noi che lo scriviamo –
sarebbe meglio farlo, farlo sempre, senza pace, senza fine,
senza perdere altro tempo. Scialuppa in alto mare e sale
per scaldare le ferite, cauterizzare il sangue con l’acqua.
Di te sapevo dall’inizio che una donna coi tacchi che mi supera
in altezza non poteva che portarmi al desiderio innaturale
di scoparla come i cani. E ora che il cuore l’hai gettato
in poltiglia coi vetri e le parole in polvere perché mangiassi
da terra la tua cruda vendetta, mi ritrovo qui ferito
straziato nelle viscere a invocare il tuo morso che mi laceri
la gola, liberandomi la voce dal dolore. Pietà per i poeti
e per gli amanti, per i cani senza cuore. Perché un amore
come il nostro, irripetibile, sognato, è fatto più di strazio
che di letto, ma resta a letto confinato perché lo strazio
è ovunque, meno dove lo ficchiamo.

mercoledì 3 febbraio 2016

poesia dell'uovo poeta

Vivo in una gabbia dorata
adagiato come un uovo sul fondo
e dormo caldo fra gli escrementi
degli alati più in alto il sonno
del giusto che mai conquisterà
il suo posto sul trespolo dei canterini.
Sogno da qui la mia rivalsa
ignorato persino dalla mano che divina
versa semi per nutrirli nel segno
della provvidenza e della cattività
necessaria. Cattività a doppia mandata la mia
concentrata nel tuorlo e costretta
nel guscio di difesa dal mio
nucleo di poeta mai nato ma già
pronto alla frittata. Vivo qui
fra gli amati canterini nella gabbia
i miei anni della merla.

martedì 3 novembre 2015

una poesia di giuseppe goffredo

I fringuelli deliziosi di maggio
appostati come fiori di fieno
nel fieno mi chiedono: cisitù?
cisitù? cisitù? cisitù? cisitù? cisitù?

l'aia

In principio gli uccelli volavano, ed erano creature di Dio. Volavano gli angeli, ed erano creature di Dio. Uomini e donne avevano lunghi arti e schiene lisce che Dio aveva creato così per una ragione. Cimentarsi col volo significava cimentarsi con Dio. Ne sarebbe nata una lunga battaglia, ricca di leggende istruttive.
Julian Barnes, Livelli di vita, Einaudi, 2013

Ero tornato nella vecchia casa dei mie nonni, ora diventata un purgatorio degli uccelli. Gli uccelli stavano in semilibertà nell’aia dove un tempo raspavano solo le galline, ma non potevano oltrepassarne i cancelli e nemmeno volare, mentre i loro nidi erano custoditi in casa, ordinati in una lunga sequenza di scaffali. Il museo era custodito da un vecchio che ricordavo di aver già visto ma senza certezze, e ad accogliermi al mio ingresso c’era anche il sindaco. Mi sono diretto subito verso l’aia che era diventata una sorta di campo sterminato e brulicante di uccelli di qualsiasi specie, volgari o nobili, le cui teste colorate spuntavano dalla massa di penne e di piume svolazzanti, di richiami diversi, striduli e gutturali, in continuo bisticcio peggio che sotto la torre di Babele. Il custode mi ha spiegato che quelle erano in realtà le anime dei morti in attesa della fine del mondo. Alla fine del mondo il cancello dell’aia sarebbe stato aperto e ogni uccello, recuperato il suo nido, avrebbe spiccato il volo a prendere posto sul ramo di un grandissimo albero che si vedeva anche da lì, a distanza. L’albero era Dio. Ho chiesto al custode se c’era anche mio nonno fra i pennuti e lui mi ha risposto di sì, che si era trasformato in un passerotto da combattimento. «Un passerotto da combattimento, – ho chiesto – e che sarebbe?». «È un uccellino che durante le guerre si infila negli zaini dei soldati a portargli fortuna in cambio di poche briciole di pane. Peccato che qui non ci sono guerre, e allora ci si annoia». Sentivo, intanto, come una lieve pressione risalirmi lungo la schiena, arrampicarsi in maniera delicata. Era mio nonno, che non potevo vedere, ma si aggrappava con le sue unghiette al maglione e poi con un ultimo frullo mi saliva in capo, a beccarmi lievemente sulla testa per farsi sentire, per salutarmi, e dire a modo suo che stava bene e in salute. Accompagnato da mio nonno e dal custode ce ne siamo andati a zonzo in quell’enorme piazza abitata ad ascoltare le storie degli uccelli in attesa del volo. Poi siamo entrati nel vecchio forno a cercare delle briciole di pane per mio nonno, e ci abbiamo trovato il sindaco. Era tardi, così ci stava preparando una frittata: «Qui a parte i sogni manca tutto, ma almeno siamo pieni di uova».

lunedì 3 agosto 2015

passerotti

Ho fatto un sogno in cui eravamo, in tre, perduti in giro per l’Italia a fotografare piazze deserte di città deserte che sembravano sconfinate pianure di ghiaccio. Leo raccoglieva, da collezionare, gli scheletri dei passerotti caduti al suolo e pietrificatisi, ed Eva mi diceva che erano fossili di sogni finiti male.