Stamattina ero in campagna e ho visto una coriacea signora con qualche anno più di me che, per nulla spaventata da un cane che le abbaiava contro da dietro un muretto, ha preso delle pietre dalla strada e gliele ha lanciate addosso. Il cane ferito è scappato. Io, avvicinandomi le ho detto che forse il cane abbaiava perché era spaventato, e lei mi ha risposto che se avesse potuto a quel cane lo avrebbe sparato. E allora ho pensato alla perfezione di quella metafora usata dal Papa, quando disse “l’abbaiare” della Nato, che però può applicarsi, e non da oggi, ai tanti abbaiare del mondo. Il punto è capire, se il cane abbaia, la soluzione è sparargli?
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
giovedì 6 marzo 2025
martedì 4 marzo 2025
cose non tanto diverse
Un amico insegnante mi racconta una storia della scuola in cui lavora in un tipico paesino di provincia. Un bambino del primo anno, alle continue provocazioni di due bambini più grandi che insultano sua madre coi soliti appellativi da bar, dà uno spintone a uno di loro buttandolo a terra, così che i due lo prendono a pugni. Il ragazzino, scosso, ha un attacco di ansia e si sente male. La madre, a cui racconta tutto, chiede alla scuola di intervenire. Viene fuori che la scuola pur rimproverando i due bambini più grandi non vuole agire più severamente di così, primo per non rovinare la media dei due mettendosi contro gli altri genitori (a scuola, pare, hanno il terrore dei genitori); secondo perché il bambino più piccolo ha sbagliato a rispondere con la violenza alle provocazioni, e avrebbe dovuto dirlo agli insegnanti che avrebbero evitato la rissa; terzo, e qui sta il nodo nascosto della faccenda, perché la madre del bambino che è poco meno che trentenne e separata, viene additata dalla comunità come una facile, quindi il comportamento dei due bambini assorbe e riflette un pensiero comune che in parte li giustifica: hanno sbagliato a picchiare uno più piccolo, ma la sua mamma è quella che è. Tutto questo succede a noi, in pieno 2025, mentre parliamo di pace fra le potenze mondiali con la sicurezza di chi ha tutte le soluzioni in tasca. E a chi mi dice che sono cose diverse io rispondo che no, cambia forse la scala di proporzione, ma non sono cose tanto diverse.
martedì 1 agosto 2023
la bellezza della poesia
Siccome l’altro giorno si parlava con un altro editore della bellezza della poesia come cosa perfettamente “inutile”, mi stavo oggi chiedendo a cosa paragonarla. Sarebbe troppo facile, e volgare, pensare alla defecazione, tanto più che la defecazione è cosa perfettamente utile alla funzionalità del corpo, utilissima anzi, quindi si può tranquillamente dire che scrivere poesie è qualcosa di ancora meno significativo che andare di corpo. L’immagine migliore che mi è venuta in mente l’ho avuta oggi, mentre ero bloccato in fila in posta per spedire un libro. Ecco, scrivere poesie oggi in quanto attività perfettamente “inutile” è come farsi un paio d’ore di fila in posta coi pensionati, mentre cerchi di consegnare il tuo messaggio a qualcuno – chi te lo ha ordinato non si sa, non il medico, non l’imperatore – senza sapere se chi lo riceverà lo leggerà, e comunque pagando le spese di spedizione, e immaginando il giorno in cui sarai nell’altra fila, fra i vecchietti che aspettano di percepire un magro risarcimento prima che sia tardi. Ecco la bellezza della poesia sta tutta lì, nell’immaginare di arrivare fino allo sportello e invece di pagare tu una somma per spedire il libro, pretendere di essere pagato per essergli sopravvissuto.
venerdì 30 giugno 2023
la metafora
Ieri ho visto, come molti, l’intervista di Otto e mezzo al ministro ucraino Kuleba. I commenti sotto i video in rete sono stati tantissimi e quelli più contrariati vanno da “era penosamente in difficoltà” a “era in malafede” a “era completamente fuori a paragonare la guerra a una partita di calcio”. La tocco con leggerezza, visto che presumo che Kuleba sia una persona preparata per il ruolo che ricopre: io ho avuto la sensazione che abbia tirato fuori la metafora del calcio proprio perché sapeva di parlare a una tv italiana, quindi ha tarato i suoi argomenti di persuasione (per due volte) in base a quelle che credeva fossero le competenze e i gusti del suo pubblico. Escludendo la mafia, poteva scegliere fra la cucina e il calcio e si è lanciato sul calcio. Così l’ho vista io. E mi sono chiesto se ce lo meritiamo. E mi sono anche chiesto che sarebbe successo se invece di parlare del Milan avesse citato qualche massima che ne so dalla Gerusalemme Liberata o da Svetonio, come pure fanno all’estero quando condiscono i discorsi pubblici per dargli anche un peso retorico, o come quando Renzi citò Borges ma sbagliò la citazione copia-incollando i versi di un altro dalla rete, perché probabilmente né lui né il suo ufficio stampa lo avevano mai letto. Qualsiasi possibile metafora, in quel caso, mi sa che sarebbe finita nel vuoto.
sabato 4 marzo 2023
ossessione ecologica
giovedì 12 agosto 2021
che cos'è una metafora
Cito da Czesław Miłosz, La mente prigioniera (Adelphi): «Pablo Neruda, grande poeta dell’America Latina, viene dal Cile. Ho tradotto molte sue poesie in polacco e sono stato contento quando è riuscito a evitare l’arresto fuggendo dal suo paese natale. Pablo Neruda è comunista. Gli credo quando scrive della miseria del suo paese e lo stimo per il suo gran cuore. Siccome, scrivendo, egli pensa ai suoi fratelli e non a sé gli è concessa in premio la potenza della parola. Quando però oppone alla follia del mondo capitalista la vita felice e gioiosa degli abitanti dell’Unione Sovietica, allora smetto di credergli. Gli credo fino a quando scrive di cose che conosce. Smetto di credergli quando comincia a scrivere di cose che conosco io». Riporto questo frammento che ho letto iersera, non come disanima del comunismo storico, quanto come metafora degli innumerevoli e poetici Neruda che ogni giorno leggo, sento, mi scrivono o contattano per dirmi esattamente le cose che so, imponendomele come le vedono loro.
giovedì 29 luglio 2021
una metafora del male
Agamben a parte, io sono di quelli che pensa che quando le persone si paragonano agli ebrei in questa storia dei pass lo fanno, nella maggior parte dei casi, perché soffrono di povertà dell’immaginazione, e soffrono di questa povertà per colpa della scuola e della televisione. Quando ci si accosta a un’immagine in cui rappresentarsi (metafora) la prima che ti viene in mente, se pensi alla lotta fra bene e male, dittatura e vittime di un sistema prevaricante, è il nazismo contro gli ebrei. Non è che ci sia solo quella, ma è quanto di meglio ci passa il convento. Quello passa il messaggio lanciato in TV ogni gennaio, per non dimenticare, quello è il male, quello non dobbiamo rifare. Quello è il massimo esempio che abbiamo sovrascritto in testa, ed è diventato un simbolo della nostra cultura. Del resto anche in altri contesti il massimo che riusciamo a tirar fuori sono i cliché su fascismo e antifascismo. Ce ne sono altri? Certo, ma io se chiudo gli occhi a quello penso, è immediato, è comune a molti e per questo è efficace. Senza nulla togliere a quel male, né al nostro, a me pare che sia solo l’esempio che l’operazione televisiva abbia funzionato a livello di indottrinamento figurativo. Mio padre, ad esempio, che non guarda la TV e viene da un’epoca in cui non si studiavano ancora quelle cose, ha un altro immaginario a cui rifarsi. Se gli chiedi di farti un esempio di ingiustizia lui non ti parla mai di fascisti o ebrei, lui ti tira fuori la storia di Muzio Scevola, macho romano che sbaglia e allora per autopunirsi mette la mano sul fuoco e se la brucia. Se avesse vinto il modello educativo di mio padre oggi il Paese sarebbe pieno di monchi. Invece ha vinto l’altro modello, quello in cui c’è una banda di cattivi che sono sempre gli altri, quelli in divisa nera, e noi siamo le vittime del sistema, vittime in cui è facile riconoscersi, vessate ingiustamente da leggi inique. Mi chiedo che succederebbe se per alcuni anni, invece del solito film sui campi di concentramento, si lanciassero in TV, per non dimenticare, delle fiction sulle vicende dei migranti in mare. Ce la faremmo a dire, di fronte a un’ingiustizia soverchiante, che noi siamo proprio come quegli africani su una zattera che viene affondata dalla guardia marina libica sovvenzionata dal governo italiano nel 2021?
lunedì 12 agosto 2019
una vecchia barzelletta russa che dice esattamente come stiamo messi noi
lunedì 17 luglio 2017
metafora
giovedì 23 giugno 2016
levrieri
domenica 20 marzo 2016
pranzo di famiglia con metafora
mercoledì 3 febbraio 2016
poesia dell'uovo poeta
adagiato come un uovo sul fondo
e dormo caldo fra gli escrementi
degli alati più in alto il sonno
del giusto che mai conquisterà
il suo posto sul trespolo dei canterini.
Sogno da qui la mia rivalsa
ignorato persino dalla mano che divina
versa semi per nutrirli nel segno
della provvidenza e della cattività
necessaria. Cattività a doppia mandata la mia
concentrata nel tuorlo e costretta
nel guscio di difesa dal mio
nucleo di poeta mai nato ma già
pronto alla frittata. Vivo qui
fra gli amati canterini nella gabbia
i miei anni della merla.
