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giovedì 6 marzo 2025

se il cane abbaia...

Stamattina ero in campagna e ho visto una coriacea signora con qualche anno più di me che, per nulla spaventata da un cane che le abbaiava contro da dietro un muretto, ha preso delle pietre dalla strada e gliele ha lanciate addosso. Il cane ferito è scappato. Io, avvicinandomi le ho detto che forse il cane abbaiava perché era spaventato, e lei mi ha risposto che se avesse potuto a quel cane lo avrebbe sparato. E allora ho pensato alla perfezione di quella metafora usata dal Papa, quando disse “l’abbaiare” della Nato, che però può applicarsi, e non da oggi, ai tanti abbaiare del mondo. Il punto è capire, se il cane abbaia, la soluzione è sparargli?

martedì 4 marzo 2025

cose non tanto diverse

Un amico insegnante mi racconta una storia della scuola in cui lavora in un tipico paesino di provincia. Un bambino del primo anno, alle continue provocazioni di due bambini più grandi che insultano sua madre coi soliti appellativi da bar, dà uno spintone a uno di loro buttandolo a terra, così che i due lo prendono a pugni. Il ragazzino, scosso, ha un attacco di ansia e si sente male. La madre, a cui racconta tutto, chiede alla scuola di intervenire. Viene fuori che la scuola pur rimproverando i due bambini più grandi non vuole agire più severamente di così, primo per non rovinare la media dei due mettendosi contro gli altri genitori (a scuola, pare, hanno il terrore dei genitori); secondo perché il bambino più piccolo ha sbagliato a rispondere con la violenza alle provocazioni, e avrebbe dovuto dirlo agli insegnanti che avrebbero evitato la rissa; terzo, e qui sta il nodo nascosto della faccenda, perché la madre del bambino che è poco meno che trentenne e separata, viene additata dalla comunità come una facile, quindi il comportamento dei due bambini assorbe e riflette un pensiero comune che in parte li giustifica: hanno sbagliato a picchiare uno più piccolo, ma la sua mamma è quella che è. Tutto questo succede a noi, in pieno 2025, mentre parliamo di pace fra le potenze mondiali con la sicurezza di chi ha tutte le soluzioni in tasca. E a chi mi dice che sono cose diverse io rispondo che no, cambia forse la scala di proporzione, ma non sono cose tanto diverse.

martedì 1 agosto 2023

la bellezza della poesia

Siccome l’altro giorno si parlava con un altro editore della bellezza della poesia come cosa perfettamente “inutile”, mi stavo oggi chiedendo a cosa paragonarla. Sarebbe troppo facile, e volgare, pensare alla defecazione, tanto più che la defecazione è cosa perfettamente utile alla funzionalità del corpo, utilissima anzi, quindi si può tranquillamente dire che scrivere poesie è qualcosa di ancora meno significativo che andare di corpo. L’immagine migliore che mi è venuta in mente l’ho avuta oggi, mentre ero bloccato in fila in posta per spedire un libro. Ecco, scrivere poesie oggi in quanto attività perfettamente “inutile” è come farsi un paio d’ore di fila in posta coi pensionati, mentre cerchi di consegnare il tuo messaggio a qualcuno – chi te lo ha ordinato non si sa, non il medico, non l’imperatore – senza sapere se chi lo riceverà lo leggerà, e comunque pagando le spese di spedizione, e immaginando il giorno in cui sarai nell’altra fila, fra i vecchietti che aspettano di percepire un magro risarcimento prima che sia tardi. Ecco la bellezza della poesia sta tutta lì, nell’immaginare di arrivare fino allo sportello e invece di pagare tu una somma per spedire il libro, pretendere di essere pagato per essergli sopravvissuto.

venerdì 30 giugno 2023

la metafora

Ieri ho visto, come molti, l’intervista di Otto e mezzo al ministro ucraino Kuleba. I commenti sotto i video in rete sono stati tantissimi e quelli più contrariati vanno da “era penosamente in difficoltà” a “era in malafede” a “era completamente fuori a paragonare la guerra a una partita di calcio”. La tocco con leggerezza, visto che presumo che Kuleba sia una persona preparata per il ruolo che ricopre: io ho avuto la sensazione che abbia tirato fuori la metafora del calcio proprio perché sapeva di parlare a una tv italiana, quindi ha tarato i suoi argomenti di persuasione (per due volte) in base a quelle che credeva fossero le competenze e i gusti del suo pubblico. Escludendo la mafia, poteva scegliere fra la cucina e il calcio e si è lanciato sul calcio. Così l’ho vista io. E mi sono chiesto se ce lo meritiamo. E mi sono anche chiesto che sarebbe successo se invece di parlare del Milan avesse citato qualche massima che ne so dalla Gerusalemme Liberata o da Svetonio, come pure fanno all’estero quando condiscono i discorsi pubblici per dargli anche un peso retorico, o come quando Renzi citò Borges ma sbagliò la citazione copia-incollando i versi di un altro dalla rete, perché probabilmente né lui né il suo ufficio stampa lo avevano mai letto. Qualsiasi possibile metafora, in quel caso, mi sa che sarebbe finita nel vuoto.

sabato 4 marzo 2023

ossessione ecologica

L’altro giorno ho letto un post di Aldo Nove in cui sostanzialmente metteva in guardia dall’ossessione ecologica che estremizzata può diventare una forma di religione e quindi di potere che limita le nostre libertà individuali. In buona parte ha ragione ma mi verrebbe da dire che anche i social, attraverso cui lo seguo, sono una forma di dominio e limitazione delle libertà individuali, ma i social li usiamo senza farci così tante fisime come ogni volta facciamo per l’ambiente. Così come, per certi versi, anche la difesa a oltranza della libertà individuale può essere una forma di religione di stampo neoliberista (o novecentista) che io in parte non mi aspetterei da uno che dice di essere affascinato da un certo tipo di spiritualità orientale e un po’ rimpiange la vecchia sinistra compagna che faceva le lotte di classe per il lavoro. Boh, io non sempre lo capisco Nove sinceramente, ma tutte queste contraddizioni (a me, almeno, sembrano contraddizioni) fanno anche parte del suo fascino. Quindi provo a esprimere i dubbi che mi vengono leggendo il suo post scrivendoci sopra una storiella nello stile del vecchio Aldo Nove, quello di Superwoobinda, che più o meno fa così:
“C’è un uomo che chiameremo Aldo e che sta in una stanza affollata e senza finestre. La sera prima ha mangiato fagioli e ha la pancia piena di gas, vuole mollare una scorreggia pestilenziale nella stanza ma per correttezza prima lo dichiara pubblicamente e ne rivendica il diritto in nome della sua libertà individuale a scorreggiare. Gli altri nella stanza, in nome della loro libertà a non respirare la sua puzza, decidono di fermarlo prima insultandolo pesantemente e poi con le cattive, e lui mentre viene pestato comincia a gridare che loro sono dei servi del potere e dei bigotti della scorreggia libera venuti a censurarlo, e dal suo punto di vista probabilmente è vero. Ci scrive un post e prende 300 like perché è molto famoso e il suo pensiero è condiviso”.

giovedì 12 agosto 2021

che cos'è una metafora

Cito da Czesław Miłosz, La mente prigioniera (Adelphi): «Pablo Neruda, grande poeta dell’America Latina, viene dal Cile. Ho tradotto molte sue poesie in polacco e sono stato contento quando è riuscito a evitare l’arresto fuggendo dal suo paese natale. Pablo Neruda è comunista. Gli credo quando scrive della miseria del suo paese e lo stimo per il suo gran cuore. Siccome, scrivendo, egli pensa ai suoi fratelli e non a sé gli è concessa in premio la potenza della parola. Quando però oppone alla follia del mondo capitalista la vita felice e gioiosa degli abitanti dell’Unione Sovietica, allora smetto di credergli. Gli credo fino a quando scrive di cose che conosce. Smetto di credergli quando comincia a scrivere di cose che conosco io». Riporto questo frammento che ho letto iersera, non come disanima del comunismo storico, quanto come metafora degli innumerevoli e poetici Neruda che ogni giorno leggo, sento, mi scrivono o contattano per dirmi esattamente le cose che so, imponendomele come le vedono loro.

giovedì 29 luglio 2021

una metafora del male

Agamben a parte, io sono di quelli che pensa che quando le persone si paragonano agli ebrei in questa storia dei pass lo fanno, nella maggior parte dei casi, perché soffrono di povertà dell’immaginazione, e soffrono di questa povertà per colpa della scuola e della televisione. Quando ci si accosta a un’immagine in cui rappresentarsi (metafora) la prima che ti viene in mente, se pensi alla lotta fra bene e male, dittatura e vittime di un sistema prevaricante, è il nazismo contro gli ebrei. Non è che ci sia solo quella, ma è quanto di meglio ci passa il convento. Quello passa il messaggio lanciato in TV ogni gennaio, per non dimenticare, quello è il male, quello non dobbiamo rifare. Quello è il massimo esempio che abbiamo sovrascritto in testa, ed è diventato un simbolo della nostra cultura. Del resto anche in altri contesti il massimo che riusciamo a tirar fuori sono i cliché su fascismo e antifascismo. Ce ne sono altri? Certo, ma io se chiudo gli occhi a quello penso, è immediato, è comune a molti e per questo è efficace. Senza nulla togliere a quel male, né al nostro, a me pare che sia solo l’esempio che l’operazione televisiva abbia funzionato a livello di indottrinamento figurativo. Mio padre, ad esempio, che non guarda la TV e viene da un’epoca in cui non si studiavano ancora quelle cose, ha un altro immaginario a cui rifarsi. Se gli chiedi di farti un esempio di ingiustizia lui non ti parla mai di fascisti o ebrei, lui ti tira fuori la storia di Muzio Scevola, macho romano che sbaglia e allora per autopunirsi mette la mano sul fuoco e se la brucia. Se avesse vinto il modello educativo di mio padre oggi il Paese sarebbe pieno di monchi. Invece ha vinto l’altro modello, quello in cui c’è una banda di cattivi che sono sempre gli altri, quelli in divisa nera, e noi siamo le vittime del sistema, vittime in cui è facile riconoscersi, vessate ingiustamente da leggi inique. Mi chiedo che succederebbe se per alcuni anni, invece del solito film sui campi di concentramento, si lanciassero in TV, per non dimenticare, delle fiction sulle vicende dei migranti in mare. Ce la faremmo a dire, di fronte a un’ingiustizia soverchiante, che noi siamo proprio come quegli africani su una zattera che viene affondata dalla guardia marina libica sovvenzionata dal governo italiano nel 2021?

lunedì 12 agosto 2019

una vecchia barzelletta russa che dice esattamente come stiamo messi noi

Sono due vecchi reduci della grande rivoluzione. Raggiungono la saracinesca chiusa del magazzino e attendono l’apertura insieme a molti altri. Il compagno magazziniere legge un comunicato: – Compagni, è una grande vittoria della rivoluzione aver raccolto dei mandarini. Significa che il popolo sovietico può ottenere ciò che vuole col proprio impegno e le proprie capacità. Ma non ci sono mandarini per tutti. Perciò abbiamo deciso che le minoranze religiose andranno cercare altrove il cibo. 
Quattro ebrei ortodossi coi capelli corti sulla nuca e i boccoli che s’allungano ai lati delle facce scavate dalla fame e dal freddo si allontanano borbottando, mentre il magazziniere torna all’interno del magazzino. 
Riesce dopo un paio d’ore. 
– Compagni, con solenne gioia vi annuncio che le casse piene di mandarini stanno per essere scaricate dai nostri camion, ma non ce n’è una quantità sufficiente per tutti i cittadini russi. Perciò ne distribuiremo solo ai membri del partito. 
I normali cittadini restano per un attimo a bocca aperta, intirizziti per il freddo, si scuotono, voltano le spalle e se ne vanno irritati. 
Per altre due ore il magazziniere nuovamente si assenta, ma quando fa ritorno ha in mano una lista. – Ho qui nominativi dei compagni che beneficeranno di questo frutto straordinario che non è per tutti, ma solo per i reduci. Per coloro che hanno cambiato le sorti del nostro grande paese cacciando la tirannia degli zar e regalando il socialismo reale al mondo! 
I giovani del partito se ne vanno imbestialiti, ma non possono ambire al possesso di quel piccolo frutto strappandolo agli anziani che hanno messo a repentaglio la loro vita per la grande rivoluzione.
Ivan è Boris sorridono. Il magazziniere con un cenno li fa avvicinare alla saracinesca. E quando sono da soli comunica a bassissima voce: – Oggi abbiamo dato una sincera gioia al nostro popolo che se ne sta tornando nella fredda dimora senza mandarini, ma con un briciolo di orgoglio in più. Purtroppo devo comunicarvi che mandarini non ce ne sono. Né per voi, né per nessun altro. Però confido nel vostro silenzio che non spezzi la piccola gioia che sta ora nel cuore dei vostri compagni. 
I due vecchi si allontano lentamente, un po’ per la vecchiaia è molto per il freddo che hanno penato. Lungo la via del ritorno Boris dice a Ivan: – Hai visto gli ebrei? A loro va sempre meglio che a tutti gli altri. 

 (Ascanio Celestini, Barzellette, Einaudi Stile Libero, 2019)

lunedì 17 luglio 2017

metafora

Continua voglia di mettersi le mani fra i capelli per strapparseli e gridare: "Questa vita è un disastro, non posso più andare avanti!" ma non trovare mai niente a cui aggrapparsi.

giovedì 23 giugno 2016

levrieri

Ne Il vecchio con un piede in Oriente, bellissimo libro minore di Tonino Guerra, fra le tante storie che non capisci se sono invenzioni oppure aneddoti, ce ne sono due vicine che mi catturano ogni volta e che hanno questa rara capacità di essere indipendenti, ma di acquistare sapore l’una dalla presenza dell’altra. Così nella prima storia si racconta di vecchi principi russi rifugiati nel Caucaso dopo la caduta dell’impero che vivono di ricordi e malinconia in attesa del ritorno dello zar, e nella seconda del ritrovamento in una stalla chiusa di alcuni strani animali abbandonati dal loro padrone e smagriti dagli stenti. All’apparenza sembrano levrieri, ma poi si scopre essere niente altro che maiali.

domenica 20 marzo 2016

pranzo di famiglia con metafora

Quando mia madre porta in tavola la teglia di carne con patate, mio fratello comincia a raccontare, come fa già da un po’, di un video che gira in rete, in cui mostrano come vengono scannati gli agnellini. Mia madre lo rimbrotta: “Smettila! Non voglio sentirlo! Perché ci devi raccontare questa cosa?” “Perché devo essere l’unico ad averla vista?” le risponde mio fratello. Mio padre, commosso, continua ad addentare la sua coscetta con gli occhi umidi: “Per fortuna che è pollo, se no mi rovinavi il pranzo”.

mercoledì 3 febbraio 2016

poesia dell'uovo poeta

Vivo in una gabbia dorata
adagiato come un uovo sul fondo
e dormo caldo fra gli escrementi
degli alati più in alto il sonno
del giusto che mai conquisterà
il suo posto sul trespolo dei canterini.
Sogno da qui la mia rivalsa
ignorato persino dalla mano che divina
versa semi per nutrirli nel segno
della provvidenza e della cattività
necessaria. Cattività a doppia mandata la mia
concentrata nel tuorlo e costretta
nel guscio di difesa dal mio
nucleo di poeta mai nato ma già
pronto alla frittata. Vivo qui
fra gli amati canterini nella gabbia
i miei anni della merla.

sabato 19 dicembre 2015

metafora

Stamattina, parlandone a un amico incuriosito, cercavo una bella immagine per descrivere il mio grato paesino, ultimamente incluso da molti esperti del settore fra i più belli d’Italia, e mi è venuta questa. Locorotondo è come un uovo, talmente perfetto e campestre nell’idea, che pare l’abbia cacato una grassa gallina sulla terra. Nella pratica, dobbiamo dire, è più simile all’uovo in padella dell’immagine: col suo guscio protettivo (la sua storia, la sua cultura) finito nella monnezza; il tuorlo (il centro storico) appetitoso solo a guardarlo e fatto apposta per vantarsene nemmeno l’avessimo cacato noi che l’unica cosa che sappiamo fare è inzupparci il pane e ripetere come pappagalli quant’è buono; e l’albume (la periferia) che è un po’ strabordato negli ultimi anni, “svaccato” direbbero i ragazzini in palestra, anche se le vacche con le galline c’entrano poco. L’albume è meno colorato e nutriente del tuorlo, ma buono è buono, te lo puoi mangiare uguale e infatti, quando si può, qualcuno se lo mangia senza problemi.