C'è sempre una prima fase in cui tutti nella loro esperienza vogliono lasciare i social per disgusto e poi c'è una seconda fase in cui si dice che non serve a niente lasciarli e si finisce per sfottere chi lo fa trasformando sia azione che dileggio in un gesto tanto eclatante quanto vuoto di significato. Annullandosi. Ma se è vero che i social non sono liberi, ma sono sempre la più vera espressione del potere che ci controlla e indirizza, io direi che prova migliore che il potere ha vinto su di noi non c'è. Sarebbe bello sognare che tutti abbandonino i social per tornare a protestare in piazza, ma oramai il "cambiamento antropologico" è avvenuto e non siamo più capaci di immaginare né una protesta che non parta da un post (come me adesso), né una liberazione incondizionata dalla nostra bella gabbietta mediatica. La libertà si scrive qui e basta.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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venerdì 15 novembre 2024
mercoledì 3 febbraio 2016
poesia dell'uovo poeta
Vivo in una gabbia dorata
adagiato come un uovo sul fondo
e dormo caldo fra gli escrementi
degli alati più in alto il sonno
del giusto che mai conquisterà
il suo posto sul trespolo dei canterini.
Sogno da qui la mia rivalsa
ignorato persino dalla mano che divina
versa semi per nutrirli nel segno
della provvidenza e della cattività
necessaria. Cattività a doppia mandata la mia
concentrata nel tuorlo e costretta
nel guscio di difesa dal mio
nucleo di poeta mai nato ma già
pronto alla frittata. Vivo qui
fra gli amati canterini nella gabbia
i miei anni della merla.
adagiato come un uovo sul fondo
e dormo caldo fra gli escrementi
degli alati più in alto il sonno
del giusto che mai conquisterà
il suo posto sul trespolo dei canterini.
Sogno da qui la mia rivalsa
ignorato persino dalla mano che divina
versa semi per nutrirli nel segno
della provvidenza e della cattività
necessaria. Cattività a doppia mandata la mia
concentrata nel tuorlo e costretta
nel guscio di difesa dal mio
nucleo di poeta mai nato ma già
pronto alla frittata. Vivo qui
fra gli amati canterini nella gabbia
i miei anni della merla.
martedì 22 settembre 2015
flauts vocis
Stamattina ripensavo al post di ieri di Saviano, sul «silenzio assordante» degli scrittori riguardo alla vicenda Erri De Luca. Io mi chiedevo però quali scrittori dovrebbero parlare. Chiunque, lo sappiamo, può dire che è tutta una porcata, ma poi chi lo ascolta? È uno scrittore che conta, che vende, o è una mezza calzetta, uno da nemmeno 1000 copie? Perché una voce nel deserto è inutile esattamente come una voce che non parla. E allora ho pensato a quale fra gli scrittori che smuovono le masse, che fanno tendenza, opinione, potesse prendere parola in difesa di De Luca o per denunciare la porcata che gli è stata fatta. Ho consultato l’elenco dei best sellers. E mi sono immaginato Fabio Volo, l'invisibile Ferrante, persino Camilleri con la sua raucedine, me li sono visti lì, al tribunale, a sobillare le folle contro l'ingiustizia subita dal collega. E mi è venuto da ridere. Mi sono tornate in mente le battaglie sui quotidiani di Pasolini, Moravia, Calvino, per fatti come i delitti del Circeo, l’avvento del capitalismo, il processo alla dirigenza della DC, quelle battaglie in cui si è formato De Luca. E ho capito che non sono gli scrittori a essere muti, ma i tempi a essere autistici. Guarda tu come stiamo messi male, ho pensato poi per stemperare, che le uniche voci che consideriamo degne di ascolto, le nostre voci civili, stanno tutte in gabbia: la gabbia dorata di Saviano, quella carceraria (presto) di De Luca, quella editoriale di Serra, che si ritaglia ogni giorno nella gabbia grafica 9x13 cm del suo giornale, proprio come fanno tutti gli altri, adattandosi al regolamento di condominio, alla castrazione delle corde vocali. Quelle sono le voci, questa la nostra miseria. E gli altri? Anche se parlano non serve, non servono loro a nulla. E non perché il silenzio è assordante, ma perché le loro voci sono troppo sottili, quasi bianche, le orecchie di chi ascolta piene di cerume.
lunedì 10 febbraio 2014
metamorfosi
Faina o civetta del buio
venuta a rovistare fra i rifiuti
per sfamarsi d’inverno
tu diresti mai che un tempo
fosse padrona dei mari
regina zigzagante per il cuore
a suo piacere? Basta poco
alle parole a tramutare
l’anguilla in un niente
in un refuso accidentale
eppure – presa la mira
il colpo pronto in canna
verso l’orizzonte vuoto
e implacabile di storie –
esito m’inganno la perdono
preparo la gabbietta per il volo
di ritorno. Chiudo fuori
il mare.
venuta a rovistare fra i rifiuti
per sfamarsi d’inverno
tu diresti mai che un tempo
fosse padrona dei mari
regina zigzagante per il cuore
a suo piacere? Basta poco
alle parole a tramutare
l’anguilla in un niente
in un refuso accidentale
eppure – presa la mira
il colpo pronto in canna
verso l’orizzonte vuoto
e implacabile di storie –
esito m’inganno la perdono
preparo la gabbietta per il volo
di ritorno. Chiudo fuori
il mare.
mercoledì 19 dicembre 2012
noir
Mai uno spavento mi presi
più forte di quello provato
al crollo del fiore dal vaso.
Il suo grido lento compresso
nella scia viola
graffiava dell’occhio la coda.
Era tutto insensato persino
la pioggia di fuori il lamento
che appena accennato
sembrava di lontano un canto.
E sarei per te il cardellino
dicevi
sarei la chiusura del cerchio
tu la mia gabbia dorata.
più forte di quello provato
al crollo del fiore dal vaso.
Il suo grido lento compresso
nella scia viola
graffiava dell’occhio la coda.
Era tutto insensato persino
la pioggia di fuori il lamento
che appena accennato
sembrava di lontano un canto.
E sarei per te il cardellino
dicevi
sarei la chiusura del cerchio
tu la mia gabbia dorata.
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