La madre delle Muse è la Memoria. Questa canzone in particolare è come un pozzo senza fondo pieno zeppo di riferimenti e di storie, da una parte recupera il più scanzonato "sing a song for me" di Mr Tambourine Man che era comunque una creatura ultraterrena, il Genio, e per altri versi fa il paio con Series of Dreams del 1989. Sogno e Memoria sono le due colonne di passaggio della creatività.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
Visualizzazione post con etichetta musa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musa. Mostra tutti i post
giovedì 2 luglio 2020
domenica 3 giugno 2018
misteriosa
Le muse, proprio come gli amori, non te le scegli. Però capita in genere che ci siano più amori che muse nella vita di un uomo. Così nella mia vita ho perso la testa per un sacco di donne, ma di muse vere e proprie ne ho avute solamente due. Alla prima ho dedicato due libri di poesie, entrambi pubblicati. Per la seconda (nella foto, anno 2011) ho scritto invece un libro di poesie, due racconti e un romanzo, nessuno dei quali è mai stato pubblicato. La musa talvolta, proprio come nella foto, resta misteriosa, in primo luogo per chi ne scrive.
mercoledì 11 novembre 2015
scrivo perché tu esista...
Scrivo perché tu esista,
ti scrivo
perché è un altro modo di inventarti
e perché tu sappia
che so godere di te anche da lontano.
Ti scrivo
perché una tua parola prenda forma;
ti scrivo
perché la nostra immaginazione
attenui la brace dei corpi;
ti scrivo in balia delle vocali,
immaginandoti fortemente.
Ti scrivo per farti trepidare,
ti scrivo perché ti si inumidiscano gli occhi,
ti scrivo perché tu smetta di essere una finzione.
Oggi ti dico una sola parola,
te la affido tra le ceneri
e il silenzio.
[Rafael Ángel Herra, Scrivo perché tu esista, trad. Franco Sepe, plumelia edizioni, 2011]
ti scrivo
perché è un altro modo di inventarti
e perché tu sappia
che so godere di te anche da lontano.
Ti scrivo
perché una tua parola prenda forma;
ti scrivo
perché la nostra immaginazione
attenui la brace dei corpi;
ti scrivo in balia delle vocali,
immaginandoti fortemente.
Ti scrivo per farti trepidare,
ti scrivo perché ti si inumidiscano gli occhi,
ti scrivo perché tu smetta di essere una finzione.
Oggi ti dico una sola parola,
te la affido tra le ceneri
e il silenzio.
[Rafael Ángel Herra, Scrivo perché tu esista, trad. Franco Sepe, plumelia edizioni, 2011]
lunedì 10 febbraio 2014
metamorfosi
Faina o civetta del buio
venuta a rovistare fra i rifiuti
per sfamarsi d’inverno
tu diresti mai che un tempo
fosse padrona dei mari
regina zigzagante per il cuore
a suo piacere? Basta poco
alle parole a tramutare
l’anguilla in un niente
in un refuso accidentale
eppure – presa la mira
il colpo pronto in canna
verso l’orizzonte vuoto
e implacabile di storie –
esito m’inganno la perdono
preparo la gabbietta per il volo
di ritorno. Chiudo fuori
il mare.
venuta a rovistare fra i rifiuti
per sfamarsi d’inverno
tu diresti mai che un tempo
fosse padrona dei mari
regina zigzagante per il cuore
a suo piacere? Basta poco
alle parole a tramutare
l’anguilla in un niente
in un refuso accidentale
eppure – presa la mira
il colpo pronto in canna
verso l’orizzonte vuoto
e implacabile di storie –
esito m’inganno la perdono
preparo la gabbietta per il volo
di ritorno. Chiudo fuori
il mare.
lunedì 16 settembre 2013
angelo e mosca
A dispetto delle apparenze o dei referti lasciatici in foto sparse o nei suoi versi, si sa come Montale fosse essenzialmente un pigro ed un pettegolo senza pentimenti, e avesse una bella risata luminosa e sottile, singhiozzante come il canto degli uccelli all’alba. La contraddizione lo pervadeva, fu ostinatamente avverso al Regime e allo stesso tempo di temperamento ironico, pronto alla burla e allo sfottimento più o meno giocoso, altro che il burbero solitario e integerrimo, che molti immaginano.
Anche per quanto riguarda i suoi amori, nonostante abbia raramente toccato la piena felicità, si sa che furono tanti e disparati, che nella sua costante ricerca di un punto fermo a cui aggrapparsi riuscì a disegnare intere costellazioni di percorsi sentimentali capaci di spalancare la comprensione dell’universo, passando con maggiore o minor coinvolgimento da una donna all’altra (Esterina, Gerti, Dora, Paola Nicoli), molte delle quali poi salvate, come schegge, suggestioni, senza un ordine preciso, nel libro Le Occasioni. Si sa che il più grande di questi amori, Irma Brandeis, ebrea fuggita in America durante le persecuzioni naziste, venne trasfigurata ne La Bufera, per il potere immaginifico della poesia, nell’angelo sterminatore Clizia, venuto a far giustizia della Storia, e tanto più grande perché, oltre ad essere spietata, era anche inafferrabile: altro suo nome era infatti Anguilla.
Di questo complesso rapporto ci rimane un carteggio pieno di risvolti dolceamari che svela la vigliaccheria del poeta ad abbandonarsi completamente all’amore, i suoi calcoli e i suoi timori che gli costarono la più grande delusione della sua vita: Irma, che gli chiedeva di lasciare l’Italia e partire con lei in America, di fronte ai tentennamenti di lui, lo lasciò. Lui in Italia aveva già una compagna, Drusilla Tanzi, detta Mosca, che riuscì a legarlo definitivamente a sé minacciando il suicidio. Montale poi dedicò a Drusilla la sua poesia più bella (a mio avviso), Ballata scritta in un clinica, cronaca sottintesa di un amore allo sfascio, e allo stesso tempo trasfigurazione di uno sfascio più grande, storico, cui solo l’affetto pone rimedio. Ma Mosca, con la sua morte, ispirò anche una serie di poesie domestiche splendidamente accorate che aprivano Satura e che poi ispirarono le gelosie di Volpe, Maria Luisa Spaziani, poetessa a lungo amata ma senza speranze (almeno a detta di lei) da Montale.
Lei era Volpe, diceva, non un insettucolo fastidioso come Drusilla, che comprensibilmente mal sopportava. E Montale? Montale, diceva, era tirchio, bugiardo, incapace di tutto (di nuotare, di guidare una macchina, persino di andare in bicicletta o capire la differenza fra una rosa e una violetta) eppure proprio per questo, nel suo genio senza mediazioni, nella sua continua volontà di sapere e nel suo cinico candore di fronte alla vita, splendido.
Così la moglie venne ridotta a uno spettro minuscolo e ronzante, commovente nella sua fragilità e inadeguatezza, mentre l’amante a una sinuosa e affilata predatrice, fiera di sé ma pur sempre una predatrice di pollai. Nulla a che vedere, comunque, con l’angelo nero Clizia o ancora con Arletta (o Annetta), suo primo innocente amore, cui sono dedicate molte delle sue ultime poesie e soprattutto quella posta, per sua stessa volontà, a chiusura della sua opera poetica, Ah!, inno elegiaco alla chiusura del cerchio, alla chiusura di una vita e di una scrittura continuamente in bilico fra cuore e universo.
Gli amori senili di Montale, invece, non hanno vita facile. Quello per Laura Papi, molto più giovane di lui, verrà richiuso dal poeta in manicomio, come per salvarlo attraverso la mediazione della follia, da qualcosa che più non gli competeva se non con un pizzico di commiserazione e ironia, nella suite Dopo una fuga, nelle ultime pagine di Satura. Mentre all’altro per Annalisa Cima verrà affidato, da pubblicare dopo la sua morte, l’ultimo suo libro, Diario Postumo, quasi che, traghettata attraverso le correnti del tempo, anche la sua poesia potesse per forza d’amore sopravvivergli.
Anche per quanto riguarda i suoi amori, nonostante abbia raramente toccato la piena felicità, si sa che furono tanti e disparati, che nella sua costante ricerca di un punto fermo a cui aggrapparsi riuscì a disegnare intere costellazioni di percorsi sentimentali capaci di spalancare la comprensione dell’universo, passando con maggiore o minor coinvolgimento da una donna all’altra (Esterina, Gerti, Dora, Paola Nicoli), molte delle quali poi salvate, come schegge, suggestioni, senza un ordine preciso, nel libro Le Occasioni. Si sa che il più grande di questi amori, Irma Brandeis, ebrea fuggita in America durante le persecuzioni naziste, venne trasfigurata ne La Bufera, per il potere immaginifico della poesia, nell’angelo sterminatore Clizia, venuto a far giustizia della Storia, e tanto più grande perché, oltre ad essere spietata, era anche inafferrabile: altro suo nome era infatti Anguilla.
Di questo complesso rapporto ci rimane un carteggio pieno di risvolti dolceamari che svela la vigliaccheria del poeta ad abbandonarsi completamente all’amore, i suoi calcoli e i suoi timori che gli costarono la più grande delusione della sua vita: Irma, che gli chiedeva di lasciare l’Italia e partire con lei in America, di fronte ai tentennamenti di lui, lo lasciò. Lui in Italia aveva già una compagna, Drusilla Tanzi, detta Mosca, che riuscì a legarlo definitivamente a sé minacciando il suicidio. Montale poi dedicò a Drusilla la sua poesia più bella (a mio avviso), Ballata scritta in un clinica, cronaca sottintesa di un amore allo sfascio, e allo stesso tempo trasfigurazione di uno sfascio più grande, storico, cui solo l’affetto pone rimedio. Ma Mosca, con la sua morte, ispirò anche una serie di poesie domestiche splendidamente accorate che aprivano Satura e che poi ispirarono le gelosie di Volpe, Maria Luisa Spaziani, poetessa a lungo amata ma senza speranze (almeno a detta di lei) da Montale.
Lei era Volpe, diceva, non un insettucolo fastidioso come Drusilla, che comprensibilmente mal sopportava. E Montale? Montale, diceva, era tirchio, bugiardo, incapace di tutto (di nuotare, di guidare una macchina, persino di andare in bicicletta o capire la differenza fra una rosa e una violetta) eppure proprio per questo, nel suo genio senza mediazioni, nella sua continua volontà di sapere e nel suo cinico candore di fronte alla vita, splendido.
Così la moglie venne ridotta a uno spettro minuscolo e ronzante, commovente nella sua fragilità e inadeguatezza, mentre l’amante a una sinuosa e affilata predatrice, fiera di sé ma pur sempre una predatrice di pollai. Nulla a che vedere, comunque, con l’angelo nero Clizia o ancora con Arletta (o Annetta), suo primo innocente amore, cui sono dedicate molte delle sue ultime poesie e soprattutto quella posta, per sua stessa volontà, a chiusura della sua opera poetica, Ah!, inno elegiaco alla chiusura del cerchio, alla chiusura di una vita e di una scrittura continuamente in bilico fra cuore e universo.
Gli amori senili di Montale, invece, non hanno vita facile. Quello per Laura Papi, molto più giovane di lui, verrà richiuso dal poeta in manicomio, come per salvarlo attraverso la mediazione della follia, da qualcosa che più non gli competeva se non con un pizzico di commiserazione e ironia, nella suite Dopo una fuga, nelle ultime pagine di Satura. Mentre all’altro per Annalisa Cima verrà affidato, da pubblicare dopo la sua morte, l’ultimo suo libro, Diario Postumo, quasi che, traghettata attraverso le correnti del tempo, anche la sua poesia potesse per forza d’amore sopravvivergli.
lunedì 10 dicembre 2012
il peso di una musa...
Il peso di una musa è costante
spesso nemmeno gratificante.
Anche quando si rilegge si chiede:
Ah, ma dunque ero io?
spesso nemmeno gratificante.
Anche quando si rilegge si chiede:
Ah, ma dunque ero io?
Iscriviti a:
Post (Atom)

