Auguri a tutti, come ogni anno, anche a quelli che ogni anno sparano i botti e così dimostrano di voler male agli animali. State tranquilli che gli animali sono migliori di voi e anche se non vi capiscono vi perdonano uguale. In questo modo l'anno comincia bene, ancora non avete fatto nulla di orribile (c'è tempo) e già siete stati perdonati.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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sabato 1 gennaio 2022
venerdì 12 aprile 2019
il furbetto
Stamattina, mentre guardavo il Tg, pensavo che solo in Italia si usa la parola "furbetto" per definire uno che viola le regole per proprio tornaconto, defraudando di qualcosa o danneggiando tutti gli altri. Una categoria infinita, da quello che ti frega il parcheggio all'assenteista sul lavoro, al raccomandato in ospedale fino all'evasore. Furbetto è un diminutivo buono per ogni occasione, tende a sminuire il peccato, ad assolverlo già nella lingua, prima di arrivare davanti al giudice: "sì, ha commesso un crimine, è vero, ma perché è furbetto!" nemmeno facesse parte della Banda Bassotti. In quale altro paese mi chiedo, c'è un tale grado di comprensione sociale per gli stronzi? Sarà perché in fondo ci sentiamo un po' stronzi tutti (di che reggimento siete, fratelli?), e se assolviamo il furbetto di turno ci diamo anche noi, implicitamente, la possibilità di essere furbetti un giorno, quando arriverà la nostra occasione. Del resto, se lo ha fatto lui, perché io no?
giovedì 21 luglio 2016
i confini artici
Esploro i confini artici. Mi sono perduto, in realtà, in una terra fatta tutta di parole in sospeso che gelano nell’aria e restano lì come sassi non lanciati, risposte non date, temperature che mettono a disagio come piccoli pesi sull’anima, quelli delle vittorie mancate. Mi dirigo a ovest, poi a est, in esplorazione appunto, per scoprire di restare sempre al centro di quella valle senza amici, ma in cui l’unico altro vivo è un piccione viaggiatore di un blu cadaverico, venuto a portarmi un messaggio che non dice. Stiamo in attesa, in silenzio, studiandoci per ore in quel bianco sporco e insensato degli occhi, stretti nei cappotti, e leggendo per ingannare il tempo vecchie pagine di giornali che parlano di ieri inespressi e strisciano trascinate dal vento fra le nostre caviglie, avviluppandole.
Io guardo al cielo che pare una terra rovesciata ma migliore, sempre grigia ma più luminosa, immaginando che mi spuntino le ali per andarci. Allora il piccione viaggiatore comincia a sbottonarsi e a parlarmi di una chiave che non sa ma c’è da qualche parte, per aprire una porta che non sa ma attraverso la quale poter uscire di lì. Man mano che parla comincia ad annerirsi come un piccolo moro, un corvo, il becco gli si fa più aguzzo, tanto che medito, perplesso e un po’ affamato, se non sia il caso di strozzarlo e poi mangiarmelo, poi ci ripenso, perché ricordo di un sogno in cui mi è stato detto che gli uccelli sono sacri. Così, per evitarmi nuove tentazioni, gli affido una missione, gli annodo intorno al collo, come una sciarpa, ben stretta, una pagina di giornale raccolta a caso da terra, e gli dico di portarla altrove, affidarla a un altro, dare a lui la colpa, oppure chiedere di perdonarmi in qualità di interposta persona. E gli dico che solo così potrà salvarmi, attraverso il perdono dei lettori.
Il piccione prende a cuore la missione, e parte in volo con uno scrupolo che mi commuove, ma boccheggiando per colpa del mio nodo troppo stretto. Lo guardo allontanarsi incerto in quel cielo che mi riflette come in apnea. Poi resto da solo, con tutte quelle parole intorno, inutili.
Io guardo al cielo che pare una terra rovesciata ma migliore, sempre grigia ma più luminosa, immaginando che mi spuntino le ali per andarci. Allora il piccione viaggiatore comincia a sbottonarsi e a parlarmi di una chiave che non sa ma c’è da qualche parte, per aprire una porta che non sa ma attraverso la quale poter uscire di lì. Man mano che parla comincia ad annerirsi come un piccolo moro, un corvo, il becco gli si fa più aguzzo, tanto che medito, perplesso e un po’ affamato, se non sia il caso di strozzarlo e poi mangiarmelo, poi ci ripenso, perché ricordo di un sogno in cui mi è stato detto che gli uccelli sono sacri. Così, per evitarmi nuove tentazioni, gli affido una missione, gli annodo intorno al collo, come una sciarpa, ben stretta, una pagina di giornale raccolta a caso da terra, e gli dico di portarla altrove, affidarla a un altro, dare a lui la colpa, oppure chiedere di perdonarmi in qualità di interposta persona. E gli dico che solo così potrà salvarmi, attraverso il perdono dei lettori.
Il piccione prende a cuore la missione, e parte in volo con uno scrupolo che mi commuove, ma boccheggiando per colpa del mio nodo troppo stretto. Lo guardo allontanarsi incerto in quel cielo che mi riflette come in apnea. Poi resto da solo, con tutte quelle parole intorno, inutili.
domenica 1 marzo 2015
morte di un account
Tutti i giorni qualcuno muore sui social, chiude il suo account e addio, proprio come nella vita reale. Così uno potrebbe anche dire che è stata una buona cosa, che c’è una vita là fuori che lo aspetta. Eppure conosco molta gente che non ha nessuna vita là fuori ad aspettarla, né amici, né salute, né possibilità, né speranze. Ogni volta che qualcuno muore sui social io mi chiedo sempre che è successo. Se ha vinto il luogo comune che da domani per lui/lei ci sarà una vita migliore, in cui noi ombre non siamo comprese. Oppure se ha ceduto alla disperazione, gli è partito il cuore, o il fegato, una vena capillare, una qualche rotella, e se si è spento con l’ansia alla gola, o col veleno, oppure nella rabbia più nera, o è morto con onore venendo a patti col proprio silenzio. Non c’è modo di accertarsene, resterà il mistero, come quando viene a mancare una persona che vedi tutte le mattine alla fermata del bus, e poi un bel giorno, senza preavviso, sparisce per sempre. Così, certo, uno potrebbe anche dire che come al solito sono io che sto esagerando e per quel povero account sono oltremodo pessimista. Eppure c’è un sacco di solitudine in giro, molta più solitudine di quella che siamo disposti ad accettare, o perdonare agli altri.
lunedì 10 febbraio 2014
metamorfosi
Faina o civetta del buio
venuta a rovistare fra i rifiuti
per sfamarsi d’inverno
tu diresti mai che un tempo
fosse padrona dei mari
regina zigzagante per il cuore
a suo piacere? Basta poco
alle parole a tramutare
l’anguilla in un niente
in un refuso accidentale
eppure – presa la mira
il colpo pronto in canna
verso l’orizzonte vuoto
e implacabile di storie –
esito m’inganno la perdono
preparo la gabbietta per il volo
di ritorno. Chiudo fuori
il mare.
venuta a rovistare fra i rifiuti
per sfamarsi d’inverno
tu diresti mai che un tempo
fosse padrona dei mari
regina zigzagante per il cuore
a suo piacere? Basta poco
alle parole a tramutare
l’anguilla in un niente
in un refuso accidentale
eppure – presa la mira
il colpo pronto in canna
verso l’orizzonte vuoto
e implacabile di storie –
esito m’inganno la perdono
preparo la gabbietta per il volo
di ritorno. Chiudo fuori
il mare.
martedì 31 dicembre 2013
blue jasmine: una lettura
![]() |
| Blue Jasmine, di Woody Allen |
Ho visto ieri il nuovo film di Woody Allen, Blue Jasmine, e il primo commento che mi viene in mente, a caldo, per tutti quelli che periodicamente vengono a pontificare che Allen è finito, è : Tiè!
Blue Jasmine è bello, ascrivibile a quel particolare gruppo di opere troppo sofisticate, e al contempo soffuse, per entrare nel novero dei suoi capolavori: non colpisce allo stomaco come Match Point, per intenderci, ma non è nemmeno di presa immediata come Pallottole su Broadway. Sta nel mezzo, insieme ad altre sue piccole gemme come Interiors, Settembre o Un’altra Donna, tutte guarda caso incentrate sui temi della femminilità e della nevrosi, che stimolano Allen su più piani, dal narrativo all’esistenziale.
Nello specifico ho letto molte recensioni sul film e devo dire che, più che una critica vera e propria al sistema economico, come molti lo hanno interpretato (secondo me a sproposito), è da considerarsi una parabola sull’autoinganno, sull’incapacità di crescere e affrontare consapevolmente la vita.
Jasmine, interpretata da Cate Blanchett, è una creatura incapace di accettarsi. Cerca costantemente, per tutta la vita, di essere un’altra persona, migliore di quella che si sente: una bambina adottata, ci fa sapere Allen. Cambia il suo nome, sposa un uomo ricco, ripudia quasi la sorella adottata a sua volta. Tutto ciò che le ricorda le sue origini. Vive in un mondo di perenne sogno adolescenziale, quello delle principesse salvate dai principi. E quando il principe si scoprirà essere nient’altro che un truffatore, quello che sconvolgerà Jasmine, più che la fine dello stesso matrimonio, sarà la fine del sogno.
È talmente egocentrico questo personaggio (in senso propriamente psicanalitico) che quando rischia di tornare coi piedi per terra per l’abbandono del marito, preferisce distruggere la felicità di tutti coloro che la circondano, dalla sorella al figlio, piuttosto che rinunciare lei sola alla sua gabbietta dorata, da cui guardare il mondo senza mai spiccare il volo. E nemmeno alla fine, quando cercherà di ricostruirsi una vita col nuovo compagno, riuscirà a smettere di mentire e così autoilludersi.
In questo senso Jasmine, figura tragica quanto patetica può intendersi come un’evoluzione, o riscrittura attualizzata di Cecilia, protagonista de La rosa purpurea del Cairo: anche lei, infatti, preferisce vivere un sogno piuttosto che la realtà, pagandone lo scotto. Stavolta, però, lo sguardo di Allen è più cinico nel tratteggiare una serie di personaggi tutti a loro modo gretti, dalla sorella buona ma in sé sconfitta, insignificante, perennemente attratta da cialtroni, fino ai suoi bambini brutti e obesi, passando per il figlio ingrato e tossicomane di Jasmine. A differenza che in passato, in altri film di forte impatto morale (uno per tutti Crimini e Misfatti) dove c’era perlomeno un personaggio positivo che fungeva da contraltare alla corruzione del mondo, ormai nell’universo narrativo di Allen non sembra più salvarsi nessuno. Tutti sono sconfitti in partenza, e a noi non resta da offrire loro che il nostro perdono o la pietà.
Blue Jasmine è bello, ascrivibile a quel particolare gruppo di opere troppo sofisticate, e al contempo soffuse, per entrare nel novero dei suoi capolavori: non colpisce allo stomaco come Match Point, per intenderci, ma non è nemmeno di presa immediata come Pallottole su Broadway. Sta nel mezzo, insieme ad altre sue piccole gemme come Interiors, Settembre o Un’altra Donna, tutte guarda caso incentrate sui temi della femminilità e della nevrosi, che stimolano Allen su più piani, dal narrativo all’esistenziale.
Nello specifico ho letto molte recensioni sul film e devo dire che, più che una critica vera e propria al sistema economico, come molti lo hanno interpretato (secondo me a sproposito), è da considerarsi una parabola sull’autoinganno, sull’incapacità di crescere e affrontare consapevolmente la vita.
Jasmine, interpretata da Cate Blanchett, è una creatura incapace di accettarsi. Cerca costantemente, per tutta la vita, di essere un’altra persona, migliore di quella che si sente: una bambina adottata, ci fa sapere Allen. Cambia il suo nome, sposa un uomo ricco, ripudia quasi la sorella adottata a sua volta. Tutto ciò che le ricorda le sue origini. Vive in un mondo di perenne sogno adolescenziale, quello delle principesse salvate dai principi. E quando il principe si scoprirà essere nient’altro che un truffatore, quello che sconvolgerà Jasmine, più che la fine dello stesso matrimonio, sarà la fine del sogno.
È talmente egocentrico questo personaggio (in senso propriamente psicanalitico) che quando rischia di tornare coi piedi per terra per l’abbandono del marito, preferisce distruggere la felicità di tutti coloro che la circondano, dalla sorella al figlio, piuttosto che rinunciare lei sola alla sua gabbietta dorata, da cui guardare il mondo senza mai spiccare il volo. E nemmeno alla fine, quando cercherà di ricostruirsi una vita col nuovo compagno, riuscirà a smettere di mentire e così autoilludersi.
In questo senso Jasmine, figura tragica quanto patetica può intendersi come un’evoluzione, o riscrittura attualizzata di Cecilia, protagonista de La rosa purpurea del Cairo: anche lei, infatti, preferisce vivere un sogno piuttosto che la realtà, pagandone lo scotto. Stavolta, però, lo sguardo di Allen è più cinico nel tratteggiare una serie di personaggi tutti a loro modo gretti, dalla sorella buona ma in sé sconfitta, insignificante, perennemente attratta da cialtroni, fino ai suoi bambini brutti e obesi, passando per il figlio ingrato e tossicomane di Jasmine. A differenza che in passato, in altri film di forte impatto morale (uno per tutti Crimini e Misfatti) dove c’era perlomeno un personaggio positivo che fungeva da contraltare alla corruzione del mondo, ormai nell’universo narrativo di Allen non sembra più salvarsi nessuno. Tutti sono sconfitti in partenza, e a noi non resta da offrire loro che il nostro perdono o la pietà.
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