Visualizzazione post con etichetta confine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta confine. Mostra tutti i post

giovedì 21 luglio 2016

i confini artici

Esploro i confini artici. Mi sono perduto, in realtà, in una terra fatta tutta di parole in sospeso che gelano nell’aria e restano lì come sassi non lanciati, risposte non date, temperature che mettono a disagio come piccoli pesi sull’anima, quelli delle vittorie mancate. Mi dirigo a ovest, poi a est, in esplorazione appunto, per scoprire di restare sempre al centro di quella valle senza amici, ma in cui l’unico altro vivo è un piccione viaggiatore di un blu cadaverico, venuto a portarmi un messaggio che non dice. Stiamo in attesa, in silenzio, studiandoci per ore in quel bianco sporco e insensato degli occhi, stretti nei cappotti, e leggendo per ingannare il tempo vecchie pagine di giornali che parlano di ieri inespressi e strisciano trascinate dal vento fra le nostre caviglie, avviluppandole.
Io guardo al cielo che pare una terra rovesciata ma migliore, sempre grigia ma più luminosa, immaginando che mi spuntino le ali per andarci. Allora il piccione viaggiatore comincia a sbottonarsi e a parlarmi di una chiave che non sa ma c’è da qualche parte, per aprire una porta che non sa ma attraverso la quale poter uscire di lì. Man mano che parla comincia ad annerirsi come un piccolo moro, un corvo, il becco gli si fa più aguzzo, tanto che medito, perplesso e un po’ affamato, se non sia il caso di strozzarlo e poi mangiarmelo, poi ci ripenso, perché ricordo di un sogno in cui mi è stato detto che gli uccelli sono sacri. Così, per evitarmi nuove tentazioni, gli affido una missione, gli annodo intorno al collo, come una sciarpa, ben stretta, una pagina di giornale raccolta a caso da terra, e gli dico di portarla altrove, affidarla a un altro, dare a lui la colpa, oppure chiedere di perdonarmi in qualità di interposta persona. E gli dico che solo così potrà salvarmi, attraverso il perdono dei lettori.
Il piccione prende a cuore la missione, e parte in volo con uno scrupolo che mi commuove, ma boccheggiando per colpa del mio nodo troppo stretto. Lo guardo allontanarsi incerto in quel cielo che mi riflette come in apnea. Poi resto da solo, con tutte quelle parole intorno, inutili.

giovedì 2 ottobre 2014

nel mezzo

Quando torno da un mio viaggio mia madre si lamenta di non averlo mai visto il mondo, d’essersi consumata la vita in questa casa grande, col giardino, ma conclusa. E torna sempre con la memoria a quand’era ragazza, a un suo viaggio in Italia con mio padre mai più ripetuto, l’unica occasione di fuga senza una meta. Sapesse invece io come la invidio, non mi crederebbe, d’avere un suo mondo chiuso e perfetto, senza falle, buchi neri o trappole nascoste, in cui muoversi padrona di sé e della sua vita, senza più ansie, né chiasso inutile. Il punto, credo, è proprio questo: che la felicità sognata è sempre un estremo, un qui ed ora oppure un infinito, mentre noi siamo inadeguati a spingerci oltre, e ci dibattiamo senza pace nel mezzo.

venerdì 9 agosto 2013

diario di carnia

1. PASSAGGIO A CASARSA, POI CARNIA

Vado a rimediare a un amore
a perdermi in Carnia sui monti
sembrano da lassù specchi lontani
serenamente estranei.

Ad aspettarmi un corvo nero
all’ombra di una panca in pietra
sui cui piedi scolpiti come cani
stanno due leoni.

Uno per te e uno per me Pier Paolo
per sederci insieme a ragionare
finalmente sull’amore
su quale direzione prende il cuore

se lo ignori. Ma davanti la notte non è
che un muro invalicabile
l’anello della montagna che ci divide
e ci chiude nella valle

l’enorme anello di buio in cui
cercando albergo, vagare.
La strada diritta segnata dai fari
decisa per noi da ben altri.


2. IL FIUME, LA MONTAGNA

Sono stato giù al fiume per sfidarlo
gettandomi con eroica noncuranza
fra le acque, per una bionda
in topless ma con figlio
pigliandomi invece il raffreddore.

Sono tornato al fiume per spararlo
ma purtroppo il colpo di rimbalzo
ha ammazzato per errore
un ferroviere in pensione venuto qui a far le terme.
(Il rimorso ancora mi commuove
essendo io stesso il figlio
di un ferroviere in pensione).

Ho cominciato a scappare come un topo
sperando di tornare quanto prima
nella tana. Ma lo sapevo già che dalla Carnia
non si scappa
infatti (sbagliando strada del ritorno)
ora arranco sul confine.

Di giorno mangio bacche e insetti
mi nascondo nel sottobosco fra le radici.
Di notte vengo fuori allo scoperto
rapino austriaci fra i cespugli e cerco
nuove vie d’uscita. Ma con scarso successo.

E continuo lo stesso a vagare
come chi stia puntando più in alto
ma resti sempre a metà della salita
e guardando col suo periscopio
non sa mai se la sua sia la scalata al cielo
oppure fuori dalla fossa.


3. FESTIVAL, CHE FINE HA FATTO LA POESIA ETICA?

I raduni poetici sono luoghi di alienazione fortissima in cui non sei tu, che scrivi, il diverso ma quelli che ti servono a tavola. Stiamo qui in tanti, con tempi alienanti, non facendo altro che svegliarci, mangiare, e parlare di versi, di vino, vezzeggiare il vicino, saltare il primo o prendere il dolce dopo il secondo, farsi venire le piaghe ai piedi in lunghe passeggiate per boschi, le piaghe in gola per dire la nostra, paralizzati alle corde vocali in attesa del verso perfetto, finale, o gonfi di stomaco per colpa dell’acqua minerale.
Si cammina anche molto, per fare nuovo spazio digerendo, in salita e in discesa, dal fiume al santuario passando per la pizzeria o il bar in centro, osservando tutto curiosi, leggendo i segni del tempo, specialmente i giornali di ieri, per capire dov’è mai andato il mondo nel frattempo, mentre noi ricominciamo col primo, e partecipiamo dei problemi del cuoco con la salsa, del futuro delle giovani gambe della cameriera, sorseggiando una birra o un grappino in attesa di una nuova visione, in cui più che comari ben fiere del nostro poetare, saremo in lotta e pronti a scavare nel male, come i vecchi minatori venuti qui a curare i reumatismi.

giovedì 8 agosto 2013

darko

ritratto di maurizio benedetti


Maurizio Benedetti, classe 1968, l’ho conosciuto ad Arta Terme, entrambi ospiti di un festival di poesia. Magro come un chiodo ma con la paura di ingrassare, col suo gran naso e il suo sorriso aperto sotto lo sguardo divertito e malinconico insieme, sempre un pochino a disagio fra gli altri, gravato da una solitudine inguaribile, ma con tanta voglia di dire, di scherzare col suo vocione buffo, e allo stesso tempo di tenersi in disparte che hanno un po’ gli uomini di confine, è quello che si dice un buono. Le sue poesie, incredibili per potenza evocativa, se le porta sempre appresso, nascoste in un quadernetto dimesso e pieno di geroglifici e zampe di gallina, che raccontano a modo loro la vastità dei suoi spazi interiori, la sua paura di vivere e il suo entusiasmo per la vita stessa. Tiene il suo quaderno in uno zaino perennemente in spalla, con all'interno i suoi libri che regala in cambio di altra poesia. Così, quando ci siamo salutati mi ha regalato il suo libro (da cui traggo questa bellissima poesia in friulano) e mi ha scritto questa dedica che riporto qui, a testimonianza dell’eccezionalità, anche comica, del suo grande spirito: “Per Antonio Lillo con tante grazie per avermi fatto conoscere un pugliese, fino ad ora conoscevo solo Lino Banfi, e non di persona”.

El clarinet tal gjalinár

Cualchidun al sune
el clarinet tal gjalinár.

Masse grant el displasê
dai sbalios cometûts
par pensâ di podê
butâsi tal domani.

Cualchidun al sune
el clarinet tal gjalinár
e jo o sorevîf
come lis pantianis
che si mangjin fra di lôr.

Insets esagjerâts
e jentrin te me cjase,
si vessinin matetâts
che o ai simpri nascuindût
tal disordin dai siomps

e continuin a sunâ
i clarinets tal gjalinár.


Traduzione:

Il clarinetto nel pollaio

Qualcuno suona
il clarinetto nel pollaio.

Troppo grande il dispiacere
degli sbagli commessi
per pensare di potersi
buttare nel domani.

Qualcuno suona
il clarinetto nel pollaio
e io sopravvivo
come le pantegane
che si mangiano fra loro.

Insetti esagerati
entrano nella mia casa,
si avvicinano follie
che ho sempre nascosto
nel disordine dei sogni

e continuano a suonare
i clarinetti nel pollaio.