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giovedì 5 dicembre 2024

il significato delle parole

Qualcosa evidentemente si sta incrinando nel velo di copertura di Israele, se all’improvviso la parola “genocidio” viene rilanciata in Tv e per bocca di organizzazioni internazionali. Oggi il Tg si apre con la notizia di Amnesty International che la usa, pur fra mille polemiche, per condannare Israele. È uno strano cortocircuito questo: molti non lo sanno ma la parola “genocidio” è una parola giovane, l’ha coniata un giurista ebreo dopo la seconda guerra mondiale, prima non esisteva un termine per definire certi crimini, ed ecco che così una parola contiene al suo interno tutta la storia recente di un popolo, il suo stigma secolare e la sua colpa. Ci pensavo anche alla fine del Tg, quando un altro servizio ha riportato la denuncia di Legambiente per cui in Italia ogni 18 minuti si commette un reato contro l’ambiente a opera delle ecomafie. 900.000 reati contro l’ambiente denunciati negli ultimi 30 anni, 84 reati al giorno solo nel 2023. La maggior parte dei reati contro l’ambiente sono realizzati dalle mafie nei propri territori di appartenenza (Campania, Sicilia, Calabria, Puglia, Lazio), nell’omertà più assoluta e in spregio alla salute della propria gente, degli amici, delle famiglie. Se pensate che le colpe degli Ebrei siano peggiori delle nostre, andate nella Terra dei cinque fuochi e chiedete quanta gente muore di tumore a causa di questo schifo. Ecco, la parola “mafia” è una parola italiana, coniata in Sicilia e rilanciata dopo l’Unità, quindi relativamente giovane, esattamente come “fascismo” che è nata a Milano; ma mentre la seconda ha avuto nell’ultimo secolo degli alti e bassi, la parola “mafia” si è talmente radicata nella nostra essenza da condizionare molti comportamenti sociali, la nostra politica, il nostro stesso guardare allo Stato come qualcosa che non ci riguarda, che anzi ci è ostile o d’intralcio, nel dispregio per le regole e per gli altri, per la cosa pubblica. Si è talmente radicata in noi questa parola che è una delle prime a cui si pensa quando si parla d’Italia, Italia = mafia. Esattamente come “genocidio”, la parola “mafia” chiude il cerchio sulla nostra essenza: un poco stigma e un poco colpa di cui ci macchiamo verso il mondo.

lunedì 1 aprile 2024

giustizia

Stamattina mentre guardavo un servizio sui risultati elettorali nella democraticissima Turchia, e subito dopo ne davano uno su Gaza, ho pensavo per associazione che in Turchia, dove si nega ci sia mai stato, c'è ancora in vigore una legge che dice che se provi a nominare la parola "genocidio" riferita a quello attuato un secolo fa contro il popolo Armeno, dilaniato da una guerra sui suoi territori fra Russi e Turchi e poi sterminato dai Turchi, ti becchi una condanna reale a tre anni di carcere. Solo se usi quella parola. Un po' quello che succede anche in Cina, dove ti controllano attraverso il tuo stesso telefono, e alcune parole non si possono nemmeno scrivere, il tuo dispositivo controllato arriva al punto di cancellarle, perché se cancelli la parola che lo definisce il fatto non esiste. Quello potrebbe presto diventare il nostro futuro e mi pare quasi che qualcuno ci speri. La storia ormai mi sono accorto funziona così: vince chi mostra meglio i muscoli, e chi non ha muscoli abbastanza tratta per limitare i danni. La "giustizia" è una parola come un'altra da usare all'occorrenza, proprio come "genocidio". È passato un secolo dal genocidio Armeno e mentre Erdogan si presenta coma paciere del mondo la libertà di stampa e di storia nel suo paese ancora non esiste, al punto che quando è entrato nell'Unione Europea il riconoscimento storico di quel crimine era una condizione imposta che non ha mai accettato di ammettere. L'Europa non avendo abbastanza muscoli ha lasciato perdere. Stamattina pensavo che spesso ci lamentiamo della nostra pessima stampa, allineata, approssimativa e compromessa, come se fosse la peggiore del mondo. Io però ogni tanto in TV un servizio sulle guerre all'ora di pranzo lo vedo ancora, così come un tentativo di discussione, anche delle voci contrarie, non la vedo questa piatta uniformità che lamentano in tanti. Né le prigioni piene degli anche troppi detentori della verità. Al massimo di poveri disgraziati che aumentano ogni giorno il numero dei suicidi in carcere, per i quali non ci si indigna mai abbastanza.

sabato 19 agosto 2023

poveracci noi

L’espressione che va per la maggiore questa estate fra gli italiani è “poveracci”. L’imprenditore (ricchissimo) che denuncia pubblicamente la fidanzata che gli mette le corna è un “poveraccio”. Gli italiani che non rinunciano alle loro vacanze, anche se non hanno soldi nemmeno per il pieno di benzina, sono “poveracci”. Quelli che vanno in Albania e scappano dal locale senza pagare il conto sono “poveracci”. La premier che paga il conto per loro (80 euro) ma coi soldi di chi, è una “poveraccia”. Quelli che intanto servono ai tavoli con turni massacranti e malpagati sono “poveracci”. Le donne picchiate, massacrate e poi usate come materiale da Tg e approfondimento, per ricordarci che siamo ancora in grado di commuoverci, sono “poveracce”. Quelli che vivono in guerra sono “poveracci”, ma quelli che muoiono in mare sono “poveracci” due volte. Quelli che arrivano qui sui barconi sono, a detta di Feltri, “poveracci” e “straccioni”. Persino mio padre ammalato in questo sistema sanitario che dà tutto a tutti (chi lo nega) ma niente senza sputare veleno, è un “poveraccio”. Solo la Murgia si salva, che è “povera” ma non “poveraccia”. Un velo decisamente democratico si stende su di noi, sul nostro tempo, e ci fa tutti uguali in questa sorta di povertà morale, oltre che linguistica, più ancora che economica, dove il povero è “poveraccio” esattamente quanto il ricco. Altro che restare umani, siamo “poveracci” nel cuore. E io? Io sono ricco di fantasia, ma mi sa che anche quella da sola non basta a salvarmi dal disprezzo.

sabato 5 agosto 2023

cartoline

Complice l’estate, mi pare che in pochi abbiano seguito questa storia, ma facendo stamattina una rapida cernita sui social mi ha fatto strano accorgermi di come, dopo aver letto alcuni mesi fa i post più indignati e incattiviti contro gli ecoterroristi che lanciavano la zuppa contro le opere d’arte nei musei, quasi nessuno si è scatenato contro i turisti tedeschi che hanno distrutto realmente un’opera d’arte a Viggiù, una statua di Enrico Butti, per fare un video scemo sui social, poi cercando di ripagare il proprietario con appena 200 euro (dopo averne spese 400 a pranzo!), come se fosse una patacca “di sabbia“, atteggiamento che denuncia il più totale disprezzo del luogo che li ospita, e che fa parte secondo me degli aspetti NO del turismo selvaggio a cui si sta destinando l’Italia. O meglio ancora, una delle poche che è intervenuta con forza è stata Concita De Gregorio, ma si è presa più rimproveri lei dei tedeschi per i termini infelici usati per definirli, tanto che alla fine la notizia vera è diventata lei per come scrive e non loro. Così De Gregorio ha chiesto scusa e si è presa ancora più rimproveri perché le scuse non hanno convinto nessuno. E insomma le parole sono importanti, ma della statua pareva fregare relativamente poco a pochi, e mi viene da pensare che un po’ sia così semplicemente perché forse avevano ragione gli ecoterroristi quando andavano a cercare i Van Gogh e i Vermeer nei musei per finire sui giornali. Alla fine chi cazzo lo conosce Enrico Butti? Non lo conoscevano i tedeschi e nemmeno gli italiani. L’amore per l’arte, in Italia, è tutto fatto di cartoline.

lunedì 27 marzo 2023

discorsi

Voi parlate tutta la sera di cifre e di acquisti e siete convinti di parlare di pittura, parlate di premi e di cenacoli e il discorso è sulla letteratura, parlate di sesso e credete di parlare di amore. Andate a una cena di gala in favore dei bambini abbandonati e vi accorgete che la maggior parte dei bambini abbandonati, che voi volete contribuire a soccorrere, sono stati partoriti da alcune signore presenti, già di facili costumi. Parlate con un generale: ha una crisi religiosa. Parlate con un religioso: ammira le teorie di Clausevitz sulla guerra totale. Parlate con un giovane rivoluzionario e dalle sue parole esce l’orrida ammirazione per tutte le cose che non possiede, gloria, denaro, donne, e che egli copre di insulti. Accarezzate una bambina chiedendole quanti anni ha e che scuola frequenta e scoprite che ha già vinto un concorso di bellezza. […] Gli idealisti non muoiono più in esilio, ma passano da una crisi politica a una crisi distensiva. Le donne evolute non hanno che uno scopo: cambiare sesso. Molti uomini pensano invece a un terzo sesso, che sta imponendo le sue leggi sociali, biologiche, e la sua letteratura.

Ennio Flaiano, Le ombre bianche, 1972 (Adelphi)

giovedì 23 febbraio 2023

se me lo dicevi prima

Confesso che ci ripenso da giorni e mi fa impazzire questa cosa di Berlusconi, che Dahl definirebbe “vecchio porco”, che riesce a fare opposizione, da infiltrato – un piede dentro e uno fuori – al Governo Meloni. Va detto che quando toccò a lui fece guerra alla Libia del suo “amico” Gheddafi in nome della “libertà” come tutti gli altri in Europa, ma poi, da bravo capo del Governo scaricò ogni responsabilità su Napolitano, tanto è vero che poi sperava di prenderne il posto come presidente per far meglio. Non dovrei essere così negativo, lo so. Forse è vero che B., invecchiando, ha imparato dai propri errori, tanto da convincere persino insospettabili che qui mi scrivono che in fondo ha parlato bene, ma da bravo meridionale io sono della vecchia scuola in queste cose, penso sempre che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Per citare una frase usata per i sempiterni Rolling Stones: manderesti mai tua figlia a cena a casa di Berlusconi? Io no. Ma è vero anche che la condotta morale nel privato non c’entra nulla con la politica internazionale. Dico solo che a saperlo prima che la vera opposizione ai fascisti e guerrafondai in Italia l’avrebbe fatta Silvio, ecco a saperlo alle ultime elezioni votavo direttamente Cosa Nostra, invece di arrovellarmi per niente, né avrei perso tutti quegli anni a prendermela con la sinistra che non c’era, o se c’era era lì come una bella immagine da raccontare ai nipotini, edulcorando un poco le parole.

giovedì 29 dicembre 2022

lost in translation

Mi sono appena chiesto che si perde nella traduzione di chi non ha più voce. Pensavo al Papa che si rivolge a Dio in questo minuto, e se persino Dio qualcosa non afferra quando prega ormai al di fuori dal linguaggio. Così simile a mio padre quella voce, a quelle volte che cerca di parlarci e con lo sguardo si dispera se provo a indovinare cosa si nasconde nel suo rauco brontolare, che si affanna per trovare un suono, e poi gioisce ogni volta che lo afferro con una gioia umida negli occhi. Cosa ho perso nella traduzione di quel suono, oggi me lo chiedo, e provo a ricordare il modo in cui agganciava le parole, la risata acuta, pungente, popolana, gli scatti a volte bruschi che restano inespressi nella gola, aggrovigliati negli occhi, la risata che non si scioglie, la voce che non mi ricordo, la voce che mi accarezzava e ormai non è più nulla, un ramo secco d’inverno, nell’inverno che non si può cambiare.

venerdì 9 dicembre 2022

errante

L'altra sera ero a un evento a Martina Franca e il sindaco, che è un amico, per farmi un complimento mi definisce "il poeta errante della Valle d'Itria" e io giuro ho pensato al mio amico Antonello che direbbe che l'unica cosa che ho di davvero "errante" è la mia capacità di inventare scuse per non muovermi mai di casa.

venerdì 30 settembre 2022

l'atlantismo anche no

Ogni giorno accendo la TV e sento dire a ogni minuto dal politico di turno “Noi atlantisti”, in questa cosa assurda che bisogna assolutamente riconoscersi nel pacchetto onnicomprensivo Buoni o Cattivi. Ma noi chi? Io sono pro-Ucraina, ma non mi sento affatto atlantista, ho molti dubbi sul funzionamento dell’Europa, credo che sulla pandemia ci abbiamo raccontato una marea di stronzate, ma credo anche che siamo sul baratro di un disastro ambientale e se devo scegliere fra continuare con carbone e nucleare o abituarmi a un sistema di vita più frugale preferisco i sacrifici alle favole. Se devo scegliere un mare su cui affacciarmi, io ne ho già uno ed è il Mediterraneo, per cui mi piacerebbe che si facesse di più e di meglio per quelli che ci annegano. L’Atlantico per quanto mi riguarda possono lasciarlo in pace, che ha già abbastanza guai con tutta la merda che ci buttiamo dentro e che si mangiano i pesci.

mercoledì 24 agosto 2022

devianza

Prima in treno un gruppo di ragazzine ha preso una loro compagna, l'hanno messa al centro del vagone, l'hanno fatta piegare su se stessa e hanno cominciato a gridarle contro CAGA CAGA CAGA CAGA incitandola in maniera abbastanza violenta ma sempre ridendo come matte. Non si capiva più se era uno scherzo o volevano davvero che si cagasse addosso. Siccome Devianza come parola ormai è bruciata, sto cercando un sinonimo adeguato.

le lingue

Io da ieri ho scoperto di essere un (quasi) hikikomori e manco lo sapevo. Pensa te, io usavo il termine misantropo, e invece era una cosa più moderna, giapponese. Mi serviva la Meloni per scoprirlo. Bisogna ricominciare dallo studio delle lingue, se no dai problemi non si esce.

domenica 24 luglio 2022

traditori

Io non lo avevo letto, ma ho visto ora la battuta che Marta Fascina ha rivolto a Brunetta che abbandona Forza Italia: «Roma non premia i traditori», che è una frase in tutto è per tutto, nel rimando storico, nell'ironia livorosa e nel linguaggio, fascista. Roma non perdona i nani. Che è tutto dire, non tanto della bassezza dei toni raggiunta da certa politica, ma del clima culturale tutto in cui quella politica si muove e che alimenta. Come diceva ieri un mio amico, la paura vera non è che la Meloni prenda il potere e restauri il regime, le adunate e il saluto romano, ma che un'accelerazione verso un certo tipo di linguaggio possa definitivamente avallare una certa cultura del paese, che già c'era ma che almeno passava per scorretta. Perché il linguaggio politico non è innocuo e in un paese in cui prospera al ribasso, in quello mette fondamenta un certo tipo di società, di cui gli ultimi esemplari, per fare un esempio noto, sono i fratelli Bianchi, che non sono un caso isolato come qualcuno spera, ma sono il risultato emerso di una certa sottocultura, quella che da una parte fa i raduni per strada col saluto romano (folclore), ma quando c'è da picchiare picchia duro. Poi certo, è vero, se la democrazia decreterà che vinca un certo tipo di cultura, allora forse sarà giusto dare spazio anche a quella cultura, se non altro per farci finalmente i conti.

mercoledì 15 dicembre 2021

le parole non dette

Oggi parlavo con un amico molto convinto che tutto vada bene e che annientati gli ultimi dubbi dei maledetti novax ogni cosa tornerà come prima. E gli chiedevo se non avesse mai il dubbio di sbagliare. Non per complottismo o perché mi stia augurando il male per qualcuno, ma proprio perché secondo me avere dei dubbi è un esercizio di salute. Lui mi risponde: Antò, no, bisogna credere, combattere... Obbedire, gli suggerisco io. E lui: Ora non mettermi in bocca le parole che non ho detto.

giovedì 18 novembre 2021

sogno e appunto

"Tremendo prendere atto dei miei limiti, e in quanto proprio miei non riconoscerli e non riuscire a rimediarli, a migliorarsi. Vivere nell'incertezza della fine senza conoscerla, ma sapendola prossima e per questo frenante, ma se la fine è prossima perché guardare altrove? Vivere come un gatto paralizzato sulla strada mentre osserva arrivare l'auto." [Scritto stamattina alle 5.08 dopo aver fatto un sogno in cui passeggiavo per le strade di una città deserta con una ragazza che mi parlava di arte. Mi sono svegliato con i brividi mentre cercava di indirizzarmi verso un parcheggio sotterraneo. Chissà se facevo un vero incubo che cosa ne veniva fuori.]

venerdì 14 agosto 2020

che succede?

Questi ultimi giorni, confesso, sono stato maluccio, con mal di gola, tosse ecc. ma senza certezze che fosse un male di stagione o altro, e nel giro di pochissimo sono passato per tutti gli stadi sociali possibili, dal mio vicino che vedendomi arrivare mi ha “circumnavigato” per non avere contatti diretti con me a mio fratello che mi ha minacciato (come fa di solito): “Se mi attacchi qualcosa ti uccido prima del COVID!”, agli amici che mi chiamavano al telefono preoccupati: “Che succede? Come stai? Ti hanno già ricoverato?” o più convintamente: “Non voglio tirarti i piedi, ma secondo me è proprio COVID!” Non ho il COVID, non mi ha ricoverato nessuno, ma fra gli altri c’è stata anche moltissima gente che ha minimizzato con grande tranquillità: “Ma va che non è nulla!” oppure “Scià che il raffreddore ce l’ho avuto anch’io!” Il che è certamente possibile, anzi si spera che sia sempre raffreddore. Il punto secondo me è un altro: è che tutti questi amici minimizzavano non perché sapevano – ché nessuno sa nulla di certo a questo punto e tutti schizziamo impazziti da una teoria del complotto all’altra – ma perché semplicemente non potevano e non possono pensare che toccasse a me e di conseguenza a loro. E ho pensato che, al di là delle polemiche sulla strumentalizzazione del virus, è questo che, a un certo punto, ci ha fregati tutti: non il nostro innato ottimismo, ma questa idea che non può mai toccare a me, non può semplicemente MAI toccare a me, perché tocca prima sempre agli altri e gli altri NON siamo NOI. Tutto questo pensiero si è sposato oggi a una dichiarazione di Pier Luigi Lopalco che ho letto poco fa e che in un certo senso mi ha aperto gli occhi, perché sinceramente non l’avevo capita fino in fondo (con tutto che con le parole ci lavoro): cioè che chi prende il virus ma non si ammala e viene chiamato “asintomatico”, termine pulito e quasi asettico che serve a non creare il panico, ci viene quasi presentato dall’informazione come uno che l’ha passata liscia ed è ormai esentato dal danno. Ma questa è una verità parziale che riguarda il danno personale, non quello comunitario (vedi sopra). Un asintomatico, dice Lopalco, altri non è che un “portatore” sano, uno che porta il virus senza conseguenze per sé ma con possibilità di trasmetterlo. E ho pensato che forse, se invece di chiamarli “asintomatici” cominciassimo a chiamarli “sieropositivi” come si usava quanto ero ragazzo io per spaventarci da un altro terribile virus, con l’idea che eri comunque “positivo” a qualcosa e non negativo, ovvero emendato dal male e da responsabilità, qualcosa nella comunicazione cambierebbe.

martedì 24 dicembre 2019

chegapùj

Alla lettere sarebbe “caca-uccelli”. Sono le bacche rosse del biancospino selvatico di cui sono ghiottissimi gli uccelletti che le trangugiano con voracità e poi le rifanno intere. 

 (Luigi Malerba, Le parole abbandonate, Mondadori, 2017)

sabato 3 agosto 2019

lettera dall'insonna

Prima lo sai ti abbandona la POESIA poi
il SESSO (senza scampo e senza orgoglio) poi
il SONNO (ed è l’inferno quando i pensieri
ti mordicchiano i piedi). Disperazione SIBILANTE
E SOLA (ha scritto Z.) ma tu lo sai ti sei già arreso
Prima. Cospirazione la chiami così senza motivi.
Cospirazione della S. anche SE (a ben guardare)
POESIA comincia con P. la P di:
PER QUESTO SI MUORE COSÌ
NUDI ed è giusto così FARLA FINITA.
Lo scrivi ad A. che come te DI LÀ
non dorme e ti risponde: EH.
Eh. Il segreto vedi è non pensare NON pensare mai
finché viene LUCE e ogni singola cosa torna in essa
insignificante e quotidiana (sibilante e sola).
Chiudere la voce nella testa allora
e non pensare non pensare mai finché il SILENZIO
non ti chiude all’alba nel meritato SONNO.

mercoledì 26 giugno 2019

definizione

Cerco la definizione di quelli che ogni volta che citi la frase di una canzone o film o libro, per quanto ovvia, ti devono scrivere sotto a tutti i costi il titolo per fare vedere che lo sanno. Non è un giudizio di merito perché prima o poi lo facciamo tutti (non sappiamo tenercelo nelle mutande) ma in quel momento di trasformazione brutale come si chiamano quelli così?

venerdì 12 aprile 2019

il furbetto

Stamattina, mentre guardavo il Tg, pensavo che solo in Italia si usa la parola "furbetto" per definire uno che viola le regole per proprio tornaconto, defraudando di qualcosa o danneggiando tutti gli altri. Una categoria infinita, da quello che ti frega il parcheggio all'assenteista sul lavoro, al raccomandato in ospedale fino all'evasore. Furbetto è un diminutivo buono per ogni occasione, tende a sminuire il peccato, ad assolverlo già nella lingua, prima di arrivare davanti al giudice: "sì, ha commesso un crimine, è vero, ma perché è furbetto!" nemmeno facesse parte della Banda Bassotti. In quale altro paese mi chiedo, c'è un tale grado di comprensione sociale per gli stronzi? Sarà perché in fondo ci sentiamo un po' stronzi tutti (di che reggimento siete, fratelli?), e se assolviamo il furbetto di turno ci diamo anche noi, implicitamente, la possibilità di essere furbetti un giorno, quando arriverà la nostra occasione. Del resto, se lo ha fatto lui, perché io no?

sabato 16 febbraio 2019

due atrocità e un nonluogo

Ieri sera nella trasmissione della Palombelli ho sentito due atrocità. Le riporto qui, non tanto per puntare il dito contro la trasmissione in sé, ma perché mi pare abbiano il carattere del luogo comune, cioè sono cose che molte persone pensano. Ecco, volevo ribadire il fatto che invece, per me, sono atrocità. La prima, pronunciata da un giornalista, diceva che i centri commerciali non andrebbero chiusi la domenica perché sono luoghi per socializzare. A me dei centri commerciali non frega una benemerita mazza, ma non si socializza in un centro commerciale – che è notoriamente un nonluogo – ci si aliena. Proprio come davanti alla televisione. Se questo, per la élite culturale del paese, è quanto di meglio abbiamo per socializzare, allora è vero che ci considerano tutti dei palombi in gabbia, oppure che sono capre ignoranti quanto noi. Una politica culturale seria, che in Italia s’è fatta poco o nulla, invece di preoccuparsi dei centri commerciali, cercherebbe di trovare un modo per incentivare ad andare a teatro la domenica, ad esempio. La seconda atrocità, invece, ribadisce un pensiero un tempo caro a Beppe Grillo, ovvero che Umberto Bossi è stato uno statista. Io non so che peso si dia alla parola statista oggi in politica, certamente basso, ma a questo punto non capisco perché Craxi è morto in esilio, mentre uno come Bossi è senatore. Bossi è il peggio di quanto la nostra cultura da centro commerciale ha mai espresso: un fanatico, un violento, uno squadrista che ha sempre inneggiato all’odio, al razzismo, uno per cui, come ricordava bene Martelli ieri, il vero problema erano i “terroni” e lo pensava sul serio, un uomo che ha abusato del suo ruolo politico per rubare a man bassa dalle casse dello Stato. In tutto e per tutto un pezzo di merda. Ieri, dopo il ricordo di Martelli, la Palombelli ha cercato di stemperare le cose dicendo: “era il 1994”. Infatti i tentativi di secessione di questi giorni ce li stiamo solo sognando.