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domenica 22 giugno 2025

le mani dell'altro

Visto che è una vita che mi dicono tutti basta con le poesie che non le legge nessuno, dovresti scrivere un romanzo, alla fine ho preso e ho scritto un romanzoLe mani dell'altro, pubblicato da Les Flaneurs edizioni. Non è una altissima prova di narrativa esistenziale, ma un romanzetto grottesco di genere horror-noir (come quelli che adoravo da ragazzo, insomma un omaggio alla mia sanguinosa infanzia), tutto basato su alcuni miei sogni e pieno zeppo di citazioni letterarie e cinematografiche (il titolo, per dire, rimanda a un vecchio film di Robert Wiene). Praticamente quello che in genere già scrivo solo su una misura un po' più lunga del solito. La foto di copertina è mia. L'editore, anzi gli editori sono i due Les Flaneurs Alessio Rega e Annachiara Biancardino, in questo caso "le mani dell'altro" sono anche le loro.

Eccomi qui, infine, con la mia copia del libro, rigorosamente macchiato di sangue. Mi dice l'editore che se lo comprate tutti subito mi risparmierete l'immane fatica di andare in giro a presentarlo. Io, lo confesso, odio fare le presentazioni, anzi per me i libri dovrebbero essere una buona scusa per nascondersi, non per andare in giro a mostrarsi e raccontarsi in giro. Se volevo raccontarmi andavo dallo psicologo, mica scrivevo un libro. In ogni caso è anche vero che se non mi aiutano i lettori è difficile uscire dal giro degli incontri. Vi prego, fatemi fare la fine di Salinger, lontano dal mondo, chiuso a morire in casa per i prossimi 40 anni!


 Il libro esce ufficialmente il 27 giugno ed è acquistabile in libreria, sugli store online, oppure su Amazon, e sempre sul sito dell'editore, cioè CLICCA QUI.

domenica 8 dicembre 2024

titoli di coda

GLI AUTORI RINGRAZIANO: Re Salomone - Aristofane - Esopo - Apuleio - Il Novellino - Le Mille e una notte - Giovanni Boccaccio - Geoffrey Chaucer - Pietro l’Aretino - Franco Sacchetti - Lo Straparola - Niccolò Machiavelli - Il Ruzante - Francesco De Quevedo - Francois Rabelais - G.B. Basile - I fratelli Grimm - H.C. Andersen - Anonimo Toscano - Pasquino - G.G. Belli - C. De Coster (Till Eulenspigel) - A. Petito - Neri Tanfucio - Pellegrino Artusi

(I meravigliosi titoli di coda di “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno” di Mario Monicelli, 1984, dal racconto di Giulio Cesare Croce)

venerdì 16 agosto 2024

le storie di ieri

Ieri, al concerto di Nada, il momento più commovente me lo hanno offerto tre donne che mi stavano alle spalle chiacchierando del più e del meno e dopo mezz’ora che Nada aveva cantato tutta una serie di canzoni che quasi nessuno conosceva, invocavano a gran voce “Vogliamo Amore disperato!”. Quando Nada ha deciso di accontentarle e ha fatto una dietro l’altra “Ma che freddo fa” e “Amore disperato” la temperatura piazza si è alzata così come tutti i telefoni per farle un video, e anche le tre donne, finalmente attente, mi sono sgusciate davanti sollevando il loro smartphone con gli altri, ballando e cantando le parole che finalmente sapevano. Dietro si portavano i figli, e quando uno di loro ha cominciato a tirare la gonna della madre perché voleva dell’acqua, la mamma si è girata e gli ha detto: “Non rompere il cazzo che sto facendo la storia!”. Dopo “Amore disperato” Nada si è messa a cantare un’altra di quelle canzoni che non conoscevano. Una delle mamme ha detto “Ce n’è una terza bella che ha fatto”, ma Nada non le ha tenute contente. “Andiamoci a fare un panino” ha proposto. Così se ne sono andate e finalmente c’è stato un po’ di silenzio. A quel punto Nada, quasi per dispetto, ha cantato “Ti stringerò” (la sua terza canzone famosa), e una di loro è tornata di corsa per fare una storia per tutte. In una mano stringeva il telefono e nell’altra il panino.

giovedì 4 febbraio 2021

resteranno i mostri

Non sono passate nemmeno ventiquattro ore dalla sua sostituzione e già si assiste alle prime prove del processo di ridimensionamento della figura di Giuseppe Conte, il quale fino all’altro giorno era per qualcuno addirittura “pericoloso”, e di cui già ieri si diceva in TV che alla fin fine non ha avuto alcun vero peso nelle trattative europee del 2020, dove se l’abbiamo spuntata è stato tutto merito dell'Italia stessa che ha un certo peso internazionale e/o sta peggio degli altri paesi europei, ovvero del contributo dietro le quinte degli esponenti del PD (!). Al di là dei meriti o demeriti politici di Conte, penso, menomale che ho visto coi miei occhi questi tempi e alcuni dei tanti fatti dietro le storie che ora ci stanno raccontando per confondere le acque. Perché la memoria è corta, e alla fine sono convinto che tempo un anno, due al massimo, del governo Conte e della parata di mostri che ha portato allo scoperto non si ricorderà più nessuno. Resteranno i mostri, meglio mimetizzati ma pur sempre al loro posto, ma gli unici Giuseppe Conte a contare ancora qualcosa nelle nostre vite saranno Giuseppe Conte poeta e il mio amico Pepecchio. E menomale che ci sono.

venerdì 6 luglio 2018

la sedia

L’ultimo libro terminato in vita da Malaparte fu La pelle, pubblicato nel 1949. (Il successivo Maledetti Toscani fu in realtà scritto prima di Kaputt, 1944). Dopodiché Malaparte trascorse l’ultima parte della sua vita districandosi fra difficoltà economiche, ostracismo e vari progetti letterari – dal Ballo al Kremlino a Mamma marcia – senza tuttavia riuscire mai più a ritrovare la concentrazione necessaria a terminarli. Gli ultimi dieci anni di vita di Malaparte sono disseminati di progetti mancati, cartonacci di nuovi grandi affreschi europei e manoscritti pieni di idee ma tutti invariabilmente monchi. Stamattina, mentre concludevo di leggere la sua biografia, ho scoperto che nella sua casa a Capri, incentrata a una essenzialità quasi monastica o metafisica, non c’erano sedie. Ci si poteva sedere su due divani assai essenziali nella sala centrale oppure si utilizzavano i ruvidi letti nelle camere, o al massimo ci si sedeva per terra. L’unica sedia presente in tutta la casa era quella nel suo studio. Tre pareti piene di libri consunti e una libera, su cui si apriva una finestra che dava sul mare. Una scrivania al centro della stanza, rivolta verso la parete coi libri per non lasciarsi distrarre dal paesaggio, la macchina da scrivere e una sola sedia. Bukowski diceva che per scrivere erano necessarie solamente due cose: una macchina da scrivere e una sedia. Io mi sono immaginato gli ultimi terribili, tormentati anni di vita di Malaparte, seduto nel silenzio della sua casa in compagnia del suo cane, immobile su quella sedia o ascoltando il mare alle sue spalle, come sommerso in una bara d’acqua, continuando a elaborare storie o visioni senza pace, senza più la capacità o la fiducia di riuscire a raccontarne la fine.

lunedì 9 aprile 2018

mi appassionano i frammenti

La cosa più giusta che devo dirvi è di non ascoltarmi e non credere fino in fondo alle cose che vi racconto. La grande età ti allontana dalle storie lunghe e complete che cercano di trascinare i miei pensieri verso di loro. Mi appassionano i frammenti, i fatti slegati e le cose che sembrano inutili.

Tonino Guerra, Tempo di viaggio, Maggioli

venerdì 19 gennaio 2018

storie del disimpegno

Ieri mi è capitato di trovare questa particolare sezione di un blog chiamato Colti sbagli. La sezione invece Nelle case dei poeti, e chiede a una serie di poeti di fotografare e raccontare un aneddoto su di un angolo di casa che hanno particolarmente caro. L'ho trovata una idea così semplice e bella che la condivido qui. Linkando su questo rigo vieni rimandato al sito e al particolare angolo indicato da Valerio Magrelli, che in effetti più che un angolo è un soffitto. 
E tu, quale angolo di casa hai più a cuore?

giovedì 2 novembre 2017

bene

Ieri siamo andati da Enzo Cervellera per parlare della rivista Locorotondo e ricostruirne un po’ la storia. Così Enzo se n’è uscito con uno dei suoi aneddoti: «Eravamo in piazza, io, Franco Basile e Vito Mitrano, che guardavamo da una parte e Peppe Guarella, che guardava dall’altra. A un certo punto abbiamo sentito risuonare il passo, alle nostre spalle, di tacchi importanti. Peppe, che era l’unico girato da quella parte, comincia a fare segno a Vito Mitrano: “Tuccio, treminde ddè! treminde ddè!” Ci giriamo tutti quanti e vediamo questa stangona alta, imponente, bellissima. Vito se la guarda dalla testa ai piedi, poi si gira verso di noi e dice: “Alla mia età, l’unica cosa che si alza è la pressione!”». Ridiamo. Poi Enzo abbassa lo sguardo, e con un pizzico di malinconia aggiunge: «Sono stato un uomo fortunato, perché ho conosciuto persone di grande prestigio e intelligenza che mi hanno voluto bene, e io ne ho voluto a loro».

sabato 10 giugno 2017

una storia vera (e poetica) che ho appena letto

La storia si svolge su una nave italiana chiamata Saturnia, partita il 21 ottobre 1929 da Trieste e diretta a New York. Sulla nave si incontrano tre uomini in partenza dall’Europa. Uno di loro è un avventuriero greco chiamato Stavros Karlpoupolos che si muove di continuo fra New York e Patrasso. È lui, il più intraprendente, che fa amicizia prima con un altro greco assai timido stipato in terza classe, Konstantinos Kavafis, e poi lo presenta a un misterioso ingegnere portoghese che si presenta come Alvaro de Campos. I tre passano un’intera giornata assieme, cercando di riempire, attraverso le loro storie, il tempo del loro lungo viaggio pieno di fantasmi, di speranze e di rimpianti. Ma solo quando Kavafis, prendendo finalmente coraggio, rivela agli altri due di essere un poeta, il portoghese dichiara all’improvviso di chiamarsi Fernando Pessoa, di essere anch’egli un poeta e di non aver mai conosciuto alcun Alvaro de Campos in vita sua. Kavafis, a detta di Karlpoupolos che non ci capisce più niente, prende la notizia con una naturalezza assoluta e sconcertante. Le parole allora cominciano a volare sul ponte con una leggerezza vertiginosa. Eppure è solo un attimo, l’unica giornata insieme di due uomini schivi, che poi si eviteranno, ciascuno rifugiato nella propria solitudine. Arrivati a Londra, li raggiunge la notizia che nel frattempo c’è stato il crollo di Wall Street e che New York è nel delirio, insanguinata da rivolte popolari. I due poeti decidono a quel punto di non proseguire il loro viaggio e scendono lì, dove si perdono di vista per sempre, pur chiedendo entrambi l’indirizzo newyorchese di Karlpoupolos, a cui invieranno mesi dopo le proprie poesie. Nessuno dei due lo chiederà invece all’altro, come per una forma di pudore reciproco. L’avventuriero, in risposta a entrambi, proporrà di fare da tramite fra i due, ma non ci sarà mai risposta. I due moriranno poi a due anni di distanza (nel 1933 e nel 1935), uno ad Alessandra d’Egitto, l’altro a Lisbona, senza realmente sapere chi fosse l’altro incontrato. Karlpoupolos appunta questa storia nei suoi diari, senza che nessuno li legga fino al 2007, quando vengono ritrovati per caso in un monastero greco, mentre si fanno ricerche per un documentario su Kavafis.

lunedì 27 febbraio 2017

urgenza / gli ospiti

Scrive lettere piene di urgenza alla moglie che lo ha allontanato a causa del suo egoismo di scrittore. Da che è morto, occupa la casa del fratello, si occupa dei gatti, annaffia l’orto. Quando può parla con le piante ordinate in lunghe file, i pomidori, le melanzane e i sedani, proprio come faceva lui e non si sente per nulla più stupido, anche se lo prendeva in giro. Si è dato un regime assai rigido, quasi monacale, per non soccombere alla sua disperazione. Si sveglia prima dell’alba per scendere verso l’orto, ancora assonnato e umido. Poi siede alla scrivania fin quando i gatti non vengono a reclamare la loro ciotola piena. Allora si ricorda di mangiare e approfitta della loro compagnia per sentirsi in famiglia. Scrive ancora finché c’è luce, e passa le ultime ore del giorno aggirandosi per la casa vuota che si spegne nel tramonto. Ogni volta la sente meno sua. Non la capisce a fondo. Gli ricorda suo fratello. Eppure vuole risolvere il mistero della casa. Perché ogni stanza è occupata da così tanti divani, da cinque a sette per camera? A chi sono stati riservati? Quali ospiti stanno ancora aspettando?

lunedì 23 gennaio 2017

message in a bottle

Mi è appena arrivata una mail di spam dal mio stesso indirizzo e-mail che diceva così: Saluti Antonio Lillo, ho letto un tuo articolo recente e ho pensato a te, ti prego di leggere qui e dirmi anche tu i tuoi pensieri, poi linkava un MESSAGGIO che non ho aperto, e finiva così: Ti saluto cordialmente, Antonio Lillo. La mail era indirizzata da me stesso a me stesso e, per conoscenza, ai poeti Sergio Zuccaro e Stefano Dal Bianco. Borges su una storia così ci stappava la bottiglia di vino buono.

giovedì 29 dicembre 2016

81

Nella città su cui governa la Principessa Sanguinaria, tutti gli uomini, una volta o l’altra, si innamorano della Principessa, e si presentano a corte per chiederla in moglie. Ella non dice mai di no, ma propone all’uomo che la chiede in moglie un quesito: qualche volta è complicato, qualche volta è semplice, proprio un quesito da scuola elementare. In ogni caso, il corteggiatore farà inevitabilmente un errore, forse un errore irrilevante, ma che non sfuggirà mai alla Principessa, e il corteggiatore verrà ucciso. Il giorno dopo si presenterà un nuovo candidato, e non avrà sorte diversa. In realtà, la Principessa è donna delicata, affettuosa, che niente di meglio desidererebbe che sposare un giovane senza casato né fortuna, e abbandonare quel suo terribile compito, giacché solo di un compito impostole si tratta. Infatti, la Principessa deve ubbidire ad un Re Sanguinario, che le suggerisce i quesiti, ne esamina la soluzione e le indica l’inevitabile errore, e insieme le comanda di procedere a giustiziare il temerario corteggiatore. Ma il Re Sanguinario a sua volta maledice il suo tristo compito, e nulla di meglio desidererebbe che leggere i classici, viaggiare in cerca di cattedrali antiche, e libri dimenticati dagli uomini. Non vorrebbe uccidere nessuno, e non di rado piange assieme alla sua cara Principessa, ma egli deve ubbidire all’Imperatore Sanguinario. Costui ogni settimana convoca il Re, e gli chiede quanti sono stati uccisi, e in che modo; e quando il Re gli descrive la sorte terribile di quei giovani incauti, egli ascolta assentendo, come se le cose andassero proprio nel modo che desidera, e alla fine si congratula con il Re, che in cuor suo si strappa i capelli e maledice se stesso e l’Imperatore. In realtà, l’Imperatore è un omaccione che ama la caccia, i buoni e grassi cibi, il vino e le cantate dopo cena; gioca con cani e gatti, e ci tiene ad essere generoso con i poveri; ma anch’egli deve ubbidire. Ogni mese egli lascia il castello e si reca in mezzo ai monti, davanti ad una caverna in cui non osa entrare; ma, fermo sulla soglia, racconta a voce alta quanta gente è stata uccisa e dove e come. Dall’interno una voce risponde con ringhi e mugghi, e potrebbe anche essere la voce di un drago, o di un vulcano, o di un fantasma. Stranamente, quella voce si placa in una sorta di mormorio, che ha in sé qualcosa di benevolo. Allora l’Imperatore si avvolge nel suo manto, e si incammina di nuovo verso il castello, chiedendosi a chi mai egli ubbidisca, se demonio o dio, o se quello stesso cui obbedisce sia un demonio che ubbidisce ad un dio, o dio fatto schiavo dal demonio. 

[Giorgio Manganelli, Centuria, Adelphi 2013]

tutti i giorni

Tutti i giorni lo raggiunge in treno dal paese vicino. Arriva lì la mattina presto e percorre la strada sul lato in ombra per infilarsi nel suo palazzo. Restano insieme per tutta la mattina, perduti in un amore che ha confuso il giorno con la notte. Lui è sposato ma senza un lavoro e approfittano delle ore di assenza della moglie impiegata per stringersi sul divano-letto degli ospiti e poi in cucina, dove lei gli prepara i piatti semplici della loro terra. Sono due stranieri e sentono in questo modo di lenire le proprie solitudini, in una sorta di rapina degli spazi altrui perpetrata nel disinteresse comune. I vicini, quando la vedono passare, la confondono con la badante del vecchio all’ultimo piano, anch’esso abbandonato dai figli.

mercoledì 9 novembre 2016

becchino

Sono una specie di becchino al contrario. Scavo d’inverno per ripescare stronzi buoni come combustibile per il fuoco, e riemergono invece cadaverini di animali domestici, che si confondono col paesaggio color terra bruciata e bianco di neve fresca come in un quadro fiammingo.

domenica 6 novembre 2016

lo sfogo

Ora di cena. Mi chiama un mio autore per sfogarsi. Non ha più un lavoro, la ragazza lo ha lasciato, il corpo comincia a tradirlo quando gioca a pallacanestro e ha difficoltà persino a scrivere. È un concentrato di sfiga. Mi chiama e si sfoga con me per circa 40 minuti in cui parla quasi soltanto lui, mentre mi faccio un panino con birra e lo ascolto mugugnando di tanto in tanto per fargli sentire che ci sono. Alla fine, poco prima dei saluti, gli dico: «Mi raccomando a te, e scusami se non posso fare più di così». Lui mi risponde: «Ma scherzi? Sei il miglior editore del mondo. Sei meglio del mio psicologo e non ti fai pagare. Ti chiamo ancora! Ciao!». Io mi bevo un’altra birra.

domenica 30 ottobre 2016

barriera del piscione

La strada di Nambu che fuggiva all’infinito ci invitava a salire ancora più a nord; con rimpianto tornammo invece indietro per far tappa al villaggio di Iwate. L’indomani, passando per Oguro-zaki […] ci spingemmo fino alla “Barriera del piscione”. Quando la donna di Yoshitsune, durante la lunga fuga nel nord, partorì, è in questo luogo che il neonato diede sfogo per la prima volta alla vescica. Volevamo raggiungere la provincia di Deva attraverso le montagne, itinerario poco frequentato, che sollevò i sospetti delle guardie e dei doganieri. Finalmente, ci lasciarono andare. La notte ci sorprese in piena montagna, ma fummo così fortunati da rintracciare la capanna di una guardia di frontiera, che ci offrì riparo. Imperversò tempesta per tre giorni, confinandoci in questo luogo abbandonato.

Pulci e pidocchi mordevano 
la notte sentivo il cavallo 
pisciare dietro il mio capezzale. 

giovedì 23 giugno 2016

levrieri

Ne Il vecchio con un piede in Oriente, bellissimo libro minore di Tonino Guerra, fra le tante storie che non capisci se sono invenzioni oppure aneddoti, ce ne sono due vicine che mi catturano ogni volta e che hanno questa rara capacità di essere indipendenti, ma di acquistare sapore l’una dalla presenza dell’altra. Così nella prima storia si racconta di vecchi principi russi rifugiati nel Caucaso dopo la caduta dell’impero che vivono di ricordi e malinconia in attesa del ritorno dello zar, e nella seconda del ritrovamento in una stalla chiusa di alcuni strani animali abbandonati dal loro padrone e smagriti dagli stenti. All’apparenza sembrano levrieri, ma poi si scopre essere niente altro che maiali.

lunedì 23 novembre 2015

io con dio (la casa)

Un giorno morirò, andrò in Cielo e incontrerò Dio. La prima cosa che gli dirò sarà: «Ma si può sapere che ti ho fatto di male, che in vita, da che mi ricordo, mi è toccato sempre di vivere in case fredde, ma talmente fredde che alla metà di novembre non mi sento più le dita delle mani quando scrivo?» E lui, lo conosco bene il maledetto, lui mi risponderà così: «Lilluzzo, era per frenare i tuoi bollenti spiriti, che se ti davo una casa coibentata poi chissà che mi combinavi!»

sabato 1 agosto 2015

mi piace il tuo naso

«Mi dà troppa tristezza la poesia
né voglio più esserne informata.
Io vivo in un mondo senza tempo
negli anni che più non sono i miei».

Si stava all’ombra in afa
della sua fresca vedovanza.
Amava un giornalista – l’ombra incancrenita
di una attualità senza più vita

e ormai passato in RAI, cane
al guinzaglio. Lei acerba e folle, non arresa
ma un po’ stanca. Io già autunnale
e un po’ ammattito per amore

le citavo versi di Sandro Penna ché tutto
le mostrassero di sé, del cuore
come se in partenza noi fossimo
già scritti, e per questo sollevati dal dolore.

«Non consola» ripeteva «non consola»
senz’alcuna gratitudine. E mi pigliava,
da dentro, come un fuoco di Sant’Antonio
per tutti i Sandro Penna andati in bianco.

«Ma non ti basta sapere che ti amo, adesso ora
né più ti lascio sola! Che altra attualità
ti serve, quale uomo? C’è chi si spulcia
l’ANSA la mattina. Io nutro poesia!»

«Amavo la poesia. Mi piace anche il tuo naso.
Mi ricorda il naso altro di un uomo
ch’è ormai andato senza un verso, uno starnuto.
Andato lui, il suo fiuto, andata pure

via da me, dei nostri giorni, la poesia
squallida e incolore che la smetta
di parlare al cuore inutile
e lo morda finalmente il culo del padrone!»

Lo diceva – rimpiangendo senz’amore
il suo mastino ormai corrotto dal padrone –
per giustificarmi il suo rifiuto… Né
pareva accorgersi di offendere non me

ma il mio lavoro in rima. Di contro
da bravo ex-giornalista li racconto
ora sposati con squallore e pochissimo
pigmento, lei e il suo bracco in RAI

il suo fallimento.

domenica 26 luglio 2015

keep on keepin' on

Ieri sera ho visto il film documentario Keep on Keepin’ on, dedicato alla figura del mitico Clark Terry e in particolare ai suoi ultimi anni e al suo rapporto di amicizia col giovane pianista Justin Kauflin e col più vecchio Quincy Jones. Confesso che ero molto curioso, ma a mente lucida l’ho trovato un po’ freddo, un film che voleva dire tanto ma non è riuscito a dire abbastanza, soprattutto sulla grandezza umana applicata all'arte di Terry. Tanta gente famosa (la cui fama era misurata in Grammy) che diceva quanto gli dovesse come maestro di vita e d’arte ma poi? poi nulla, non un aneddoto, non uno straccio di storia a dare cuore e sostanza al messaggio. E l’unica testimonianza, appunto, rimane quella forse vera ma un po’ troppo “cinematografica” del passaggio di consegne al giovane Kauflin, che Terry raccomanda a Quincy Jones. Mah. Per questo motivo, gli unici momenti in cui la pellicola (pluripremiata) ha parlato al mio cuore, sono stati quelli in cui lo stesso Terry raccontava come da bambino, povero, si è costruito la sua prima tromba piegando un tubo di latta, e poi gli spezzoni in cui suonava o cantava. Pura magia, a ribadire che il modo migliore per conoscere un artista e la sua vita è ascoltarsi la sua opera col cuore aperto e la mente sgombra dai pregiudizi. Lo stesso Terry lo dice, a un certo punto, nel film (cito a memoria): «Se sei una persona rigida o cattiva il suono del tuo strumento sarà rigido e cattivo anch’esso. Io ho sperato per tutta la vita di essere una buona persona».