Attraverso i miei sogni richiama
la ragazza conosciuta ora è un anno
nei miei sogni passati. È tanto
ma ancora ricordo la terrazza a piastrelle bianche
coi fiori celesti proiettata sul vuoto
e la griglia del pesce e la statua
alle cui spalle in piazza
noi due ci s’incontrava. E i ponti ombrosi d’edera
e rossi di cotto i vicoli delle nostre passeggiate.
Non ricordo il suo nome
per quanto le abbia una volta promesso
non sarebbe successo
e ora mi cerchi in lunghe interurbane
perché non ci perdiamo.
E sempre mi sfugge qualcosa
o cade sulla voce confusa la linea
interrompendola.
10/01/2009
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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giovedì 10 gennaio 2019
martedì 31 ottobre 2017
sabato 15 luglio 2017
dopo la letteratura
Probabilmente Pier Vittorio Tondelli non è quel mostro di scrittore che fino ad alcuni anni fa lo si considerava, però Altri Libertini più degli altri resta un libro bellissimo, epocale, e soprattutto intriso di ironia e giovinezza abbinate alla ricerca di una voce oltre l’autore, in cui risuonasse il fremito (e non solo il dramma) del proprio tempo, tutte cose che spesso mancano alla nostra letteratura sempre troppo seria, troppo piena di sé, troppo presa dall’idea di dover dimostrar qualcosa. E infatti il mondo migliore per affrontare quel testo ridandogli un suo posto non è tanto paragonarlo al panorama letterario dell’epoca – che sembra gravitare in un altro universo, a parte forse Arbasino – ma proprio a un tipo di produzione artistica situata in un contesto narrativo parallelo, ma non per questo meno nobile, che ha fra i suoi esponenti di punta Andrea Pazienza, Francesco Clemente, il primo Vasco Rossi e Lucio Dalla post Roversi, ovvero dopo la letteratura.
domenica 11 settembre 2016
la wunderkammer di lucio piccolo
Oggi, leggendo per caso delle poesie di Lucio Piccolo, vi ho trovato moltissime affinità, pur nelle diversità anagrafiche e biografiche, con un autore da noi pubblicato, Carlo Tosetti.
Al minuto 13.00 circa di questo bel documentario – come non se ne fanno più – si può vedere la casa di Piccolo, una vera e propria Wunderkammer e ascoltare attraverso un’intervista il senso (e il pregiudizio) di molta sua poesia. Pregiudizio che talvolta, immeritatamente, attraversa anche i versi di Tosetti.
Intervistatore: «Si sente anacronistico?»
Lucio Piccolo: «Mi sento anacronistico io?»
«Sì.»
«Sì e no. Quando mi trovo nell’immediato diretto contatto con le forme più crude della modernità sì, mi sento anacronistico. Ma poi no, poi del resto mi abituo facilmente e mi sento contemporaneo. Poi sa, la realtà della poesia è una realtà interna, attraverso la quale noi andiamo in tutte le epoche.»
«Difatti pensavo, la sua poesia è spesso una fuga nel tempo. In senso fisico ha mai desiderato di fuggire, lasciare questa casa, la Sicilia?»
«No, no. Soprattutto vorrei insistere su questo. Non provo affatto qui il senso della solitudine, perché la stessa casa, che sembrerebbe, sopra una collina, solitaria, è invece un luogo di paesaggi, di ingressi di paesaggi.»
LA SETA
Fatica nostrana nei giorni involati
la seta: le veglie all’interno
tepore, le foglie del gelso brucate
dalle torpenti farfalle ai cannicci.
Sospesa alla trave la falce
d’incanto, il crescente
e l’aria grave di fiati rurali,
d’attesa – poi girano i fusi, le spole, la grana…
ma se la prendi con mano
che un poco trema
e la spieghi e la stendi
è una fontana nel vento e nel sole.
(Lucio Piccolo)
mercoledì 1 giugno 2016
paesaggio in attesa
Chissà come lo vede la ghiandaia da lassù e se si chiede anche lei che differenza passa fra l’antenna che la regge e il pero recchia falsa che c’era tre anni fa. Risponde, con intervallo di uno a tre richiami, a un altro uccello che non so, nascosto nella siepe, dal canto metallico e monotono che pare una sirena, ed ogni cinque dell’uccello-allarme ne attacca un altro più lontano, incerto e basso, quasi sonnolento a cui il gracchiare di una gazza contrappone ipnotico un ritmo più lento da fachiro, cui si accorda sulla grattugia il movimento del cacio polverizzato per la pasta.
Tutto è, proverbialmente, perfetto. Persino il guscio secco della tartaruga in fondo all’orto di cui non si capisce cosa l’abbia uccisa, se la malattia o la fame per un lungo inverno senza freddo e senza mai letargo; oppure lo stupro ripetuto dei tre maschi che l’hanno violentata senza tregua, coi loro gemiti di gomma e le bocche spalancate nella morsa. Ora le ronzano intorno solo mosche, i maschi senza scopo non lottano nemmeno per istinto, ridotti come sono all’estinzione.
Anche il gatto sonnecchia castrato all’ombra della magnolia ammalata. Aspetta sbadigliando le frattaglie offerte dal beccaio, né si dà pena della ghiandaia planata sulla sua testa a scacazzare mentre gli fa il verso per schernirlo.
L’antenna affilata è pronta come un moschetto o un parafulmine, un ombrello bruciato, un crocefisso andato storto sul Golgota, a scaturire il lampo che spiccherà lo capo al mondo fra il vino e la scarpetta.
Il tempo si guasta oltre la siepe. Balenano sul grigio, golose nel parcheggio, le automobili impilate in via Almirante: caramelle sacrificali offerte per placare l’ira degli dei invece del dolce. La quarta della fila ha il vetro abbassato. L’allarme dell’uccello nascosto non cede, trasmette incantato, in codice binario, il pericolo che incombe.
lunedì 21 ottobre 2013
lunedì 27 maggio 2013
Non è nemmeno il pezzo più bello di questo splendido disco, ma è di sicuro molto suggestivo. Lo pubblico per stemperare un po’ l’atmosfera della poesia che ho pubblicato pochi minuti fa. Altrimenti poi mi si dice che sono il solito poeta monotematico e afflitto dalla vita. E a me la vita tutto sommato piace. Il disco si chiama Walking Shadows, è uscito quest’anno ed opera del sassofonista americano Joshua Redman e, se posso fare della pubblicità, andrebbe ascoltato tutto.
giovedì 11 aprile 2013
domenica 17 marzo 2013
mochnaczka, di jerzy harasymowicz
Arrivo 3 ottobre 1977
Il larice dorato nel buio
m’indicava la strada per giungere a Te
con la spada fiammante dell’autunno
– adesso
mi guarda soltanto
e nulla dicono le Sue maniche
corrugate dallo stupore
Non dice una parola
la Sua camicetta ricamata
col paesaggio del luogo
Con la ricamata
rosa selvatica
del cuore
È tranquilla
ed è un normale
giorno pieno di arnesi
E stiamo
faccia a faccia senza parlare
sulla stretta passerella
– del pavimento
sotto il quale fruscia
la nostra vita selvaggia
E vedo
nei suoi occhi riflesse
due chiese
colme di lacrime
E lei vede
i miei capelli
coperti di brina
Per i quali un giorno
si tolse di dosso senza parlare
il giorno dei suoi vent’anni
(Grazie a hzzk per il suggerimento. La traduzione è di Paolo Statuti)
sabato 14 luglio 2012
licini-morandi

Come ogni studente d’arte, sono cresciuto guardando e ammirando opere di pittura, che per secoli è stata la massima espressione dell’idea di creatività, tanto che ancora oggi se dici “arte”, fra le varie sue diramazioni, pensi sempre, per prima cosa, alla pittura.
Nella mia vita ho amato e appreso da innumerevoli pittori, senza distinzioni di tempo o luogo, e stare qui a enumerarli tutti sarebbe inutile, lunghissimo (e noiosissimo), e poi sarei di sicuro ingiusto, perché ne salterei sempre qualcuno. Se però dovessi indicarne qualcuno in particolare, italiano, che mi abbia particolarmente affascinato o influenzato, per la sua poesia o per una particolare affinità col mio mondo, sulle prime mi vengono in mente due nomi.
Il primo è quello di Giorgio Morandi, pittore di nature morte, di attimi sospesi e di silenzi: e se c’è pittore metafisico in Italia, più ancora di De Chirico, quello è proprio Morandi. L’altro, ancora più scostante del primo, tanto da risultare a molti semisconosciuto, è Osvaldo Licini.
Licini e Morandi erano amici, fin dai tempi dell’accademia a Bologna, e poi per tutta la loro vita. Per certi versi si assomigliavano: partivano entrambi dalla poesia, e amavano gli stessi poeti, Leopardi e Campana; erano due solitari, estranei ai salotti bene dell’arte, preferivano restarsene per conto loro, chiudersi in lunghi silenzi pensierosi, in cui l’unica cosa che contava era la loro arte, la loro necessità creativa. Eppure, allo stesso tempo, erano del tutto opposti per scelte, per poetica e per temperamento, tanto che spesso si ritrovavano a discutere animatamente sul senso della loro arte, che poi, per loro, era senso della vita. La prima grande rottura avvenne nel 1939, quando Licini, in piena fase astrattista, definì l’amico “campione della mediocrazia artistica italiana”, giudizio a cui il compagno rispose con un ostinato mutismo, protrattosi fin dopo la guerra.
L’anno passato, a Fermo, una mostra dal titolo quanto mai azzeccato: “Divergenze// Parallele”, a cura di Marilena Pasquali e Daniela Simoni, ha celebrato quell’amicizia.
Nella mia vita ho amato e appreso da innumerevoli pittori, senza distinzioni di tempo o luogo, e stare qui a enumerarli tutti sarebbe inutile, lunghissimo (e noiosissimo), e poi sarei di sicuro ingiusto, perché ne salterei sempre qualcuno. Se però dovessi indicarne qualcuno in particolare, italiano, che mi abbia particolarmente affascinato o influenzato, per la sua poesia o per una particolare affinità col mio mondo, sulle prime mi vengono in mente due nomi.
Il primo è quello di Giorgio Morandi, pittore di nature morte, di attimi sospesi e di silenzi: e se c’è pittore metafisico in Italia, più ancora di De Chirico, quello è proprio Morandi. L’altro, ancora più scostante del primo, tanto da risultare a molti semisconosciuto, è Osvaldo Licini.
Licini e Morandi erano amici, fin dai tempi dell’accademia a Bologna, e poi per tutta la loro vita. Per certi versi si assomigliavano: partivano entrambi dalla poesia, e amavano gli stessi poeti, Leopardi e Campana; erano due solitari, estranei ai salotti bene dell’arte, preferivano restarsene per conto loro, chiudersi in lunghi silenzi pensierosi, in cui l’unica cosa che contava era la loro arte, la loro necessità creativa. Eppure, allo stesso tempo, erano del tutto opposti per scelte, per poetica e per temperamento, tanto che spesso si ritrovavano a discutere animatamente sul senso della loro arte, che poi, per loro, era senso della vita. La prima grande rottura avvenne nel 1939, quando Licini, in piena fase astrattista, definì l’amico “campione della mediocrazia artistica italiana”, giudizio a cui il compagno rispose con un ostinato mutismo, protrattosi fin dopo la guerra.
L’anno passato, a Fermo, una mostra dal titolo quanto mai azzeccato: “Divergenze// Parallele”, a cura di Marilena Pasquali e Daniela Simoni, ha celebrato quell’amicizia.

Volendo sintetizzare al massimo e con una immagine, la differenza maggiore fra i due stava in questo: data loro una stanza chiusa, con un cavalletto su cui lavorare, tanto l’uno (Morandi) guardava all’interno della stanza, ai suoi angoli in ombra, negli spazi fra gli oggetti posati sul tavolo, dove in genere si annidano le trame sottili e brillanti delle ragnatele, quanto l’altro (Licini) guardava all’esterno, allo spazio sconfinato fuori dalla sua finestra, oppure immaginati oltre il muro, verso il cielo luminoso dietro gli alberi in fondo al campo, e ancora più su, verso lo spazio infinito dove i sognatori costruiscono, senz’alcuna fondamenta, i propri castelli in aria.
Diverso era anche il loro codice espressivo. L’uno si aggrappava quasi con ostinazione alle sue tre o quattro scatole, o vasi di fiori, che reinventava di continuo in colori tenui e caldi, oppure brillanti, comunque mai dissonanti, ma sempre accostati con occhio “musicale”, in cui l’uno serve a far risuonare l’altro in un minimalismo tutto sonoro, la pennellata più o meno pastosa, e quasi acquerellata verso la fine, quando decise di aprirsi finalmente in paesaggi al limite dell’informale.
L’altro reinventando di continuo il proprio mondo, incarnandolo di continuo in oggetti, luoghi e personaggi fantastici (le città celesti, gli olandesi volanti, le Amalassunte, gli angeli), organizzati in serie poetiche, evocatrici, il cui comune denominatore era il colore pastoso e vivace, spesso luminosissimo, la pennellata irrequieta, piena di urgenza espressiva, la linea rapida ma elegante. Si diceva un astrattista Licini, ma era qualcosa di più e di meno di un astrattista, meno rigido nell’esposizione rigorosa della propria idea e assai più lirico.
Diverso era anche il loro codice espressivo. L’uno si aggrappava quasi con ostinazione alle sue tre o quattro scatole, o vasi di fiori, che reinventava di continuo in colori tenui e caldi, oppure brillanti, comunque mai dissonanti, ma sempre accostati con occhio “musicale”, in cui l’uno serve a far risuonare l’altro in un minimalismo tutto sonoro, la pennellata più o meno pastosa, e quasi acquerellata verso la fine, quando decise di aprirsi finalmente in paesaggi al limite dell’informale.
L’altro reinventando di continuo il proprio mondo, incarnandolo di continuo in oggetti, luoghi e personaggi fantastici (le città celesti, gli olandesi volanti, le Amalassunte, gli angeli), organizzati in serie poetiche, evocatrici, il cui comune denominatore era il colore pastoso e vivace, spesso luminosissimo, la pennellata irrequieta, piena di urgenza espressiva, la linea rapida ma elegante. Si diceva un astrattista Licini, ma era qualcosa di più e di meno di un astrattista, meno rigido nell’esposizione rigorosa della propria idea e assai più lirico.

Entrambi rigorosissimi ma in maniera diversa. L’uno, Morandi, più stabile, inflessibile, a suo modo sperimentatore indefesso, produceva senza pace, nel silenzio del suo studio, a un ritmo lento ma costante. Non si muoveva quasi mai di casa. “Ebbene, non verrai a trovarci questo anno? Quando ti pare, sarai sempre benvenuto”, scriveva Licini all’amico dal suo isolamento a Monte Vidon Corrado, nelle Marche, di cui nel dopoguerra divenne sindaco, né perdeva occasione per incontrare Morandi ogni volta che si trovava a passare per Bologna. Non c’è testimonianza, però, di alcuna visita di Morandi all’amico.
La pittura in sé era l’unico scopo della sua vita. L’opera lasciataci, infatti, è enorme e mai, pur nel ripetersi infinito dei soggetti, uguale a se stessa: la testimonianza di una fede senza cedimenti, quasi rinascimentale, nei mezzi dell’arte.
L’altro, Licini, più irrequieto, all’apparenza contradditorio, oscillava in continuazione fra la ricerca modernista, di un ordine e di una disciplina che sentiva necessari a lui come ai tempi, e la ricerca quasi selvaggia, di stampo folcloristico, in cui si lasciava andare, senza barriere, alle visioni del suo mondo interiore, fra impennate celesti e richiami infernali.
Tra un flusso di furia creativa e l’altro, si concedeva lunghe pause, in cui metteva da parte il pennello per riflettere, studiare, viaggiare. Dopo un lungo silenzio, spesso Licini buttava via tutto, distruggeva e ricominciava. Talvolta, incurante, rifaceva sulle tele già dipinte, perché per lui l’arte aveva valore in quanto mezzo, e non fine, verso il chiarimento dei dubbi che minavano l’uomo, nell’incessante ricerca di sé.
La pittura in sé era l’unico scopo della sua vita. L’opera lasciataci, infatti, è enorme e mai, pur nel ripetersi infinito dei soggetti, uguale a se stessa: la testimonianza di una fede senza cedimenti, quasi rinascimentale, nei mezzi dell’arte.
L’altro, Licini, più irrequieto, all’apparenza contradditorio, oscillava in continuazione fra la ricerca modernista, di un ordine e di una disciplina che sentiva necessari a lui come ai tempi, e la ricerca quasi selvaggia, di stampo folcloristico, in cui si lasciava andare, senza barriere, alle visioni del suo mondo interiore, fra impennate celesti e richiami infernali.
Tra un flusso di furia creativa e l’altro, si concedeva lunghe pause, in cui metteva da parte il pennello per riflettere, studiare, viaggiare. Dopo un lungo silenzio, spesso Licini buttava via tutto, distruggeva e ricominciava. Talvolta, incurante, rifaceva sulle tele già dipinte, perché per lui l’arte aveva valore in quanto mezzo, e non fine, verso il chiarimento dei dubbi che minavano l’uomo, nell’incessante ricerca di sé.
mercoledì 16 maggio 2012
di ritorno
in questo paesaggio d’erbaccia
gialla come la morte
la pietra piovasca colma il fossato
ti chini dal ponte
a contare le carpe speranza rossa
scacciapensieri.
gialla come la morte
la pietra piovasca colma il fossato
ti chini dal ponte
a contare le carpe speranza rossa
scacciapensieri.
giovedì 17 novembre 2011
mercoledì 16 novembre 2011
mercoledì 3 novembre 2010
di sabbia e silenzio
“Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire.”
Dino Buzzati, parlando del Deserto dei Tartari
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