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venerdì 27 gennaio 2023

sogno dei leoni di pietra

Stanotte ho sognato di scendere giù per una lunga scalinata in pietra antica. Tutti i miei amici mi camminavano davanti, molto eleganti e compiti, e anche se non ne avevo le prove sapevo che stavamo tutti procedendo verso il funerale di qualcuno. Avrei voluto chiedere e informarmi, ma nessuno mi guardava in faccia o apriva bocca. Persino quando provavo a fermarli uno per mostrare una cosa che avevo scoperto, ogni tanto un gradino della scalinata invece di sporgere in avanti rientrava indietro creando una sorta di dislivello che impediva al piede di appoggiarsi, insomma si poteva scendere con agio ma non risalire senza difficoltà. Provavo a spiegarlo agli altri, ma nessuno sembrava interessato. A quel punto, scocciato dal silenzio, decidevo di averne abbastanza e di tornare indietro anche da solo, ma per farlo, lì dove il dislivello dei gradoni mi impediva di poggiare il piede, ero costretto ad arrampicarmi alla bocca spalancata degli enormi leoni in pietra muschiosa che decoravano il bordo della scalinata; aggrappandomi a quella prendevo lo slancio per saltare verso il gradino più in alto. E mi accorgevo, mentre risalivo, che se scendendo eravamo in tanti per quanto nessuno rivolgesse la parola al suo vicino, a risalire ero io soltanto e non potevo che parlare con me stesso. In qualsiasi direzione andassi, mi sentivo comunque molto solo.

sabato 16 aprile 2022

triplo sogno

Stanotte ho fatto un triplo sogno a catena, nel senso che c’erano tre diversi sogni che si inanellavano l’uno nell’altro. Ho sognato, nel primo, quattro animali selvatici che correvano sotto casa, nel mio orto. Erano animali fuori misura, tutti erbivori ma invadenti, aggressivi: due di specie sconosciute, uno assomigliava a uno struzzo rosa e l’altro che gli correva dietro era più un rinoceronte con qualcosa di antico, infatti lo chiamavo mammut; poi c’era un cigno gigantesco che stava in un angolo e allungava il collo e se la prendeva con le foglie di un albero; e un grande cavallo nero che si spingeva fin sotto il portico spaventando i miei gatti che correvano a nascondersi in casa. Assediato da questi animali fuggivo anch’io per scoprire, nel secondo sogno, che la guerra – una guerra sanguinosa ma di stampo ancora medievale, combattuta con lo fionde e le mazze, tutti che si gridavano addosso come pazzi – era arrivata nella villetta vicino alla stazione e insanguinava le strade del mio paese. Mi rifugiavo allora, nel terzo sogno, in una casa sconosciuta (anche se sapevo che era sempre casa mia) solo per finire rinchiuso in una stanza nascosta in alto, in un soppalco, da un avvocato-poeta di diaboliche fattezze cinesi, quasi un Charlie Chan ma con l’accento di Foggia, il qualche con la scusa di nascondermi dagli aggressori mi rinchiudeva lì, in quella stanzetta buia, soltanto per avermi a sua disposizione e leggere le sue orribili poesie senza capo né coda.


lunedì 14 giugno 2021

post lang

Dopo il post di ieri, oggi molti amici mi chiedevano com'è stato il film di Fritz Lang che ho visto ieri (e se fossi sopravvissuto). Sul film rispondo: Bellissimo! Solo che dopo mi ha preso una colica e ho passato la notte in bianco. Ho pensato che deve esserci una sorta di legge del contrappasso per cui per ogni bel film o libro o disco che ti arriva, ti prendi anche un po' di cacca per bilanciare. Ecco perché c'è tanta gente là fuori che non legge, il contrappasso non perdona. Alla fine, forse, ha ragione Woody Allen, la perfezione sarebbe vivere sempre e soltanto nei film, chiudere fuori la vita, il dolore, la perdita e le notti in bianco. Che poi è il succo di Matrix, prima che arrivasse Keanu Reeves a rompere tutto.

mercoledì 10 febbraio 2021

pensierino delle 4

Sento per caso in TV che qualcuno dice "il vero amore è esserci sempre e comunque". Ecco io, mi accorgo, non ci sono mai stato, mai. Pure quando amavo, anzi, più amavo e meno c'ero, quasi scomparivo, al punto che delle volte, ricomparendo senza preavviso e come se nulla fosse, mi facevo quasi odiare.

domenica 8 marzo 2020

lo spirito civico

Chi scappa dalle zone rosse è stupido, è vero, ma io vorrei capire come si fa a parlare adesso di senso civico se da quando mi ricordo non è stato mai promosso il minimo tentativo di creare uno spirito e una unità nazionale. Se viviamo in una cultura e in un paese che ha sempre messo davanti a tutto il privato, l'autonomia, il campanilismo, l'abusivismo, il "penso prima a me stesso che agli altri", come si fa adesso a pretendere che da un momento all'altro venga fuori questo senso civico che non è mai stato seminato prima? Così come per i tagli alla Salute, si raccoglie quello che si semina. Ieri, guardando il video della stazione di Milano assaltata, ho pensato che molte di quelle persone che scappano così stupidamente sono meridionali emigrati per lavoro, che cercano di tornarsene a casa perchè sono da soli e hanno avuto paura. Io ne conosco un sacco di persone così. Il punto è che ormai, così come non sono a casa loro a nord, spesso non sono più a casa loro nemmeno a sud. Qui non li vogliono. Da stamattina mi arrivano in chat petizioni più o meno estreme di meridionali che invocano perché quei fuggiaschi vengano ricacciati indietro o fermati subito e messi in quarantena. E mi piacerebbe credere che sia lo spirito civico a muovere queste richieste, invece a me pare solo una paura altrettanto forte, che è sempre frutto di uno spirito civico che non c'è mai stato.

giovedì 19 dicembre 2019

immaturità

Continuo a pensare che c’è gente che vuole affidare il Governo a uno che è talmente immaturo da fare la guerriglia a una ragazza di 19 anni, sputtanandola sui social per una cazzata da diciannovenne. Non è nemmeno la prima volta: ricordo benissimo un video in cui la Boldrini lo rimproverava per una ripicca attuata, sempre sui social, contro altre due ragazzine che lo contestavano, e invece di dare lezioni di stile Salvini ricambiava con la stessa moneta adolescenziale. Penso però una cosa, che l’immaturità può essere propria di una persona, oppure derivata dall’ambiente in cui si vive. Anche l’uomo più vecchio se calato in un contesto giovanile assumerà comportamenti da ragazzino. Lo so perché mi è successo, non sono migliore di lui. E credo che Salvini sia immaturo perché vive in un contesto immaturo, un paese di immaturi che alimenta e lo alimenta in questa sorta di circolo vizioso dove si esalta la giovinezza a tutti i costi, un eterno edonistico presente, e manca una cultura del tempo, in vista del passato e in vista del futuro. Poi ci lamentiamo che i figli stanno scappando dall'Italia, e invece forse stanno solo scappando dai propri genitori.

lunedì 2 luglio 2018

dalla parte di chi non scrive

Pur non avendo mai approfondito la vita di Italo Calvino, dalla notizia della morte di Chichita, sua vedova ed erede dei suoi scritti, continuo a ripensare alla storia d’amore con Elsa De Giorgi, l’altra, ma vista dalla parte del marito di lei, Sandrino Contini Bonacossi, che da quel poco che ho letto fu un uomo fuori dal comune, persino nell’apparente sconfitta sentimentale: scomparve nel nulla a metà anni ‘50, chiedendole da lontano una separazione mai concessagli, per poi finire impiccato in un albergo a Washington vent’anni dopo. Nel momento stesso della sua fuga, lei, indecisa a lungo fra i due uomini, scelse la storia letterariamente più allettante, quella del lento e doloroso inseguimento di un’ombra. Più lui le sfuggiva, più lei rifiutava di cedergli terreno. Una fuga in tutto e per tutto simile – ma capovolta – a quella di Angelica da Orlando, che come annota Calvino nella sua versione raccontata dell’Orlando Furioso, ha una tale potenza centrifuga da mettere in moto tutta una serie di avvenimenti e personaggi intorno a loro. 
Chichita, all’opposto, scelse di tramutare quella storia, che peraltro non la coinvolgeva direttamente, essendo arrivata dopo nella vita di Calvino, in un segreto frutto della gelosia, nascondendo il carteggio di tale amore in un fondo ben custodito a Pavia e vincolato al silenzio, ma in un tale chiacchiericcio sui meriti dei suoi contenuti da farlo rimpiangere a tutti i lettori che da sempre sognano di riuscire a far coincidere arte e vita – bellezza e verità – su di un unico piano. Più Chichita negava di dare quell’epistolario in pasto ai lettori, e più si accendeva in loro il desiderio di averlo, rinfocolando quell’antico amore ormai sopito. 
Ma Chichita e Sandrino sono anche, appunto, la riprova di quale sia il prezzo da pagare quando si confondono i due estremi di arte e vita, senza riuscire a toccarsi. Entrambi adombrati, persino nel proprio dolore, o nel disappunto, dalla storia romanticamente più forte dei loro consorti scrittori, pur essendo a loro volta persone straordinarie e personaggi assolutamente letterari. Entrambi eternamente secondi ed entrambi infine divenuti primi, ma non per aver vinto il duello coi rispettivi compagni o coi rivali, quanto per motivi puramente biologici: l’uno per essersi sottratto al confronto, l’altra per essergli sopravvissuta.

sabato 22 aprile 2017

incipit

Stamattina, in dormiveglia, ho scritto l'incipit del prossimo romanzo che non scriverò: 
Non sono passati nemmeno tre mesi dal giorno in cui ha compiuto 40 anni che dà sfogo ai propri istinti e annuncia con un breve post sulla sua bacheca di avere una malattia mortale per cui proverà a curarsi ma non si fa troppe speranze. E quindi di voler morire come i gatti, solo e nascosto in qualche buco della terra. Poi, senza nemmeno leggere i messaggi di sconcerto dolore o conforto dei suoi amici, chiude la porta di casa e sparisce dalla circolazione con un bagaglio leggero, il più in fretta possibile.
[Poi il tipo del romanzo vola a Oslo, ma noi non sappiamo perché proprio a Oslo]

domenica 5 marzo 2017

perdersi

Stamattina ho finito di leggere L’equilibrio, primo romanzo compiuto di Tonino Guerra (anno 1967) e mi è venuto in mente come anche per lui vale la regola che uno scrittore riscrive per sempre la stessa storia. Nel suo caso riassumibile così: C’è un uomo che sta fuggendo da qualcosa, e mentre fugge si perde. E mentre tu che leggi lo insegui cercando di capire da cosa sta fuggendo e dove sta andando, ti perdi anche tu con lui, perché quell’uomo sei tu.

domenica 11 settembre 2016

la wunderkammer di lucio piccolo

Oggi, leggendo per caso delle poesie di Lucio Piccolo, vi ho trovato moltissime affinità, pur nelle diversità anagrafiche e biografiche, con un autore da noi pubblicato, Carlo Tosetti. 
Al minuto 13.00 circa di questo bel documentario – come non se ne fanno più – si può vedere la casa di Piccolo, una vera e propria Wunderkammer e ascoltare attraverso un’intervista il senso (e il pregiudizio) di molta sua poesia. Pregiudizio che talvolta, immeritatamente, attraversa anche i versi di Tosetti.
Intervistatore: «Si sente anacronistico?» 
Lucio Piccolo: «Mi sento anacronistico io?» 
«Sì.» 
«Sì e no. Quando mi trovo nell’immediato diretto contatto con le forme più crude della modernità sì, mi sento anacronistico. Ma poi no, poi del resto mi abituo facilmente e mi sento contemporaneo. Poi sa, la realtà della poesia è una realtà interna, attraverso la quale noi andiamo in tutte le epoche.»
«Difatti pensavo, la sua poesia è spesso una fuga nel tempo. In senso fisico ha mai desiderato di fuggire, lasciare questa casa, la Sicilia?» 
«No, no. Soprattutto vorrei insistere su questo. Non provo affatto qui il senso della solitudine, perché la stessa casa, che sembrerebbe, sopra una collina, solitaria, è invece un luogo di paesaggi, di ingressi di paesaggi.» 


LA SETA

Fatica nostrana nei giorni involati
la seta: le veglie all’interno
tepore, le foglie del gelso brucate
dalle torpenti farfalle ai cannicci.
Sospesa alla trave la falce
d’incanto, il crescente
e l’aria grave di fiati rurali,
d’attesa – poi girano i fusi, le spole, la grana…
ma se la prendi con mano
che un poco trema
e la spieghi e la stendi
è una fontana nel vento e nel sole.

(Lucio Piccolo)

martedì 19 agosto 2014

mi scordo sempre come...

Mi scordo sempre come
ai cuori giovani la fuga offre
riparo, io che sono giovane
e già mi sono arreso
alla consapevolezza che si sta,
sempre, dove più fa male il cuore.

domenica 11 maggio 2014

lo shampoo

Questa è una poesia che avevo nel cassetto da alcuni mesi, ne avevo scritto alcuni versi, poi era passata la spinta emotiva che mi aveva guidato all’inizio e l’ho messa da parte. Stamattina, non so nemmeno perché, mentre facevo uno shampoo e ascoltavo un disco di Monk per solo piano, mentre canticchiavo Monk, mi si è spalancata di nuovo, dal nulla, non con il sentimento originale, ormai perduto, ma con qualcosa di più sardonico e fatalista. L’ho appuntata al volo su un foglietto, con la testa piena di schiuma, poi sono tornato sgocciolante a sciacquarmi.

SUL SILENZIO

Devo smetterla di scrivere di te
perché l’amore oggi è troppo personale
a interessare ancora il mondo
coi miei scazzi. La nostra storia
è fatta dei tuoi gesti, banalmente gli sguardi,
i soliti discorsi sul tempo, la spesa,
la gatta, i giornali, tutta questa prosa
che non cede, la prossima
tempesta in arrivo e poi il sereno.
E quella sui libri non è che un riassunto
sbiadito. Di te fra i miei versi rimane
l’immagine fiera di fuggiasca
simile ad Angelica rincorsa
dal furore senza scampo di un amore
impossibile, incerto. Mai
la testardaggine ottusa di chi
proferisce parola per dir “felicità”
come fosse a sé dovuta, una nuova conquista
di cui tace con astuzia. Stare zitta
non sempre è discrezione, una forma
di rispetto per il cuore ripiegato
su se stesso eppure solo. Cara onesta
delle volte una tale ritrosia
fa solo comodo ai tuoi piani, e se c’è dell’altro tu
non l’hai mai ammesso.

sabato 2 novembre 2013

lou reed e l'amore - anime in fuga

Due canzoni proposte in uno scambio fra due diversi autori, all’insegna dell’amicizia e del rispetto reciproco.
La prima, The power of the heart, scritta da Lou Reed nel 2008, viene reincisa nel 2010 da Peter Gabriel in un suo album di cover, Scratch my back. È un pezzo in cui, come ha acutamente osservato Paolo Vites su questo blog (QUI), Lou sembra voler ripercorrere le strade battute di Bob Dylan nel periodo Nashville Skyline, cioè di una rigenerazione del cuore attraverso il rinnovato contatto con il mondo campestre. Quest’idea, ancor più che nell’onirica versione di Reed, è evidente in quella più classica, orchestrale che ne fa Peter Gabriel, che non per nulla si accrediterà il plauso del suo autore.



Nel 2011 Lou Reed ricambia il favore a Gabriel incidendo una cover di uno dei suoi primi singoli, Solsbury Hill (QUI per sentirla). Il pezzo, scritto da Peter Gabriel subito dopo che aveva lasciato i Genesis è l’autoritratto di un uomo al bivio della vita, ma che vive però questa scelta in maniera positiva, costruttiva ed energica, per quanto vagamente malinconica. Viene riletto da Reed in chiave chitarristica e rimane una delle ultime e più convincenti registrazioni, pregno com’è di un alone ultraterreno, molto più notturno e inquieto dell’originale. In tutto e per tutto è il disco di un uomo che guarda alla sera che avanza ma non pensa al nuovo mattino, piuttosto al buio che di lì a poco pervaderà il cielo.



Un bell’articolo in proposito è stato scritto da Claudio Todesco e lo trovate QUI.

martedì 17 settembre 2013

coleman in coleridge

Sposa mi manchi il tuo vestito rosso
tuttora infiamma nel mio occhio
d’ospite più atteso al matrimonio
non avrei dovuto abbandonarti
voltando le spalle alla tua casa
per dar retta ai consigli d’un pazzo
ricordo il giorno areonautico in cui nuda
sul parapetto attese per la pioggia
il ventre teso come un tamburino
lei cantò e attese di bagnarsi
ascoltata la sua voce persi la testa
per quel suono l’ho stregata con lo sguardo
l’ho presa sul suo velo ed ora
mi manchi quando s’oscura il cielo
lei mi ha scritto da Belfast dove alleva bambini
lancia bombe agli inglesi e ti manda i suoi saluti
potrei essere impiccato in qualsiasi momento
l’albero della fortuna è lì che aspetta
ho mentito a me stesso per tornarmene a casa
ho aperto la cassa e ho scoperto una pipa
vorrei solo accertarmi che tu m’abbia amato
vorrei dimenticare il tuo lutto violento
sposa mi manchi mi manca il tuo vino
lascia stanotte che pensi
e improvvisi per te ricambiando
il mio assolo di sax a Picasso

(Agosto 2002)