Visualizzazione post con etichetta canzoni d'esperienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta canzoni d'esperienza. Mostra tutti i post

venerdì 2 febbraio 2024

perché ci è andato?

Ultimamente le uniche cose decenti che mi capita di vedere (o che perlomeno mi convincono abbastanza da vederle per intero) sono i documentari. Ieri è capitato con “We Are the World: la notte che ha cambiato il pop” che è un film su come è nata la celebre canzone. Non è un capolavoro ma è molto carino, soprattutto perché restituisce un fondo di umanità a ogni protagonista di quella serata, a partire da Michael Jackson che risulta bizzarro ma anche insolitamente simpatico, fino a Cindy Lauper, matta e strepitosa, e a Sheila E che venne chiamata nella speranza di avvicinare Prince e poi quando capì di essere stata usata se ne andò con tutte le ragioni per essere delusa e arrabbiata. Bob Dylan, la cui performance costituisce effettivamente la parte più bella del film, è un caso a parte, tanto da generare negli anni il celebre meme che lo rappresenta come sfasato in mezzo agli altri, unico a non cantare nel coro. La scena in cui lo convincono a interpretare le sue strofe è bellissima. Resta però il mistero. È chiaro come il sole che non si sta divertendo, anche perché Dylan odiava quel genere di situazioni pace e amore e le evitava dai primi anni Sessanta, ma allora per quale motivo ci è andato? Come lo avranno convinto?

domenica 24 dicembre 2023

una triste canzone di natale (che poteva essere ancora più triste)

Negli ultimi giorni mi sono studiato la storia, assai divertente, di un celebre standard di Natale, Have yourself a Merry Little Christmas, che almeno sul mercato americano è il sesto brano pop-natalizio più inciso di tutti i tempi, e non è poco. Molto del suo fascino agrodolce deriva dalla particolare mistura fra la malinconia della musica e l’ottimismo delle parole, le quali però sono il frutto di diversi compromessi produttivi successivi alla sua composizione. La canzone venne scritta in piena Seconda guerra mondiale, da un giovane compositore di Hollywood, Hugh Martin, che per età avrebbe potuto essere chiamato sotto le armi in qualsiasi momento; venne quindi scritta con l’ansia di dover partir soldato. Gli era stata commissionata per un film innocuo con Judy Garland, Meet me in St. Louise (1944), che parlava di una famiglia che si deve trasferire dal paesino a New York e dove lei è una ragazza che ha paura di perdere i vecchi amici e il fidanzatino (Tom Drake). L’idea della partenza alla base del film stimolò la vena creativa di Martin, ma ne venne fuori una canzone talmente triste (col primo verso che diceva “Cerca di passare un felice Natale, perché potrebbe essere l’ultimo”) che la Garland si rifiutò di cantarla e la canzone rischiò di essere cestinata perché invece l’autore la sentiva così sua che non voleva modificare il testo. A tal proposito ci sono due versioni della stessa storia su come poi vennero apportate le modifiche che ne fecero il successo commerciale che è diventato. In una, raccontata da Tom Drake (il fidanzatino della Garland nel film), Drake prese Martin sottobraccio e gli fece un discorso da adulto: “Senti, questa è una grande canzone ma non fare il testardo, lavoraci ancora, modifica il testo dove serve e vedrai che diventerà un successo”. Nella seconda, riferita da Hugh Martin, c’è Drake che lo afferra per il collo della camicia e gli sbraita contro: “Brutto figlio di zoccola, chi ti credi di essere? O aggiusti quella stronza canzone o giuro che ti appendo al muro!”. Non si sa di preciso come sia andata, fatto sta che Martin ci lavorò ancora, venendo incontro alle esigenze di produzione (col testo che da pessimista diventò speranzoso: “Datti la possibilità di passare un felice semplice Natale, lascia che il tuo cuore sia leggero, l’anno prossimo tutti i nostri problemi saranno finiti”) e la canzone rimaneggiata divenne in breve tempo così famosa, catturando evidentemente lo spirito del suo tempo, che lo stesso Martin, quando poi partì soldato per davvero e si scoprì che ne era l’autore, finì nel reparto musicale della sua compagnia, e non si fece un solo giorno di combattimento: quindi, possiamo dire, che la musica gli salvò la vita. A questo punto ci sarebbe da chiedersi se la sua canzone avrebbe avuto lo stesso successo se fosse rimasta fedele alle sue intenzioni esplicitamente malinconiche. Avrebbe toccato le stesse corde del pubblico? Chissà. Fatto sta che dieci anni dopo Frank Sinatra lo ricontattò perché voleva incidere una sua versione della stessa canzone, ma ritenendola ancora troppo triste, gli chiese di addolcirla ancora un poco, e Martin che aveva capito la lezione, seppur a malincuore rimise mano al testo. Così, coi diritti d’autore derivatigli da tutto questo lavoro che ha trasformato la sua canzone di Natale in un successo internazionale, ci ha campato il resto della sua vita.

giovedì 24 agosto 2023

registrazione da campo in un monolocale

 

Ventitré anni dopo le ultime incisioni in una stanza d’albergo di Robert Johnson e ventitré anni prima della registrazione casalinga di “Nebraska” di Bruce Springsteen, c’è questo disco registrato nel 1959 da Lightnin’ Hopkins, bluesman texano maledetto e dalla vita disordinata, che dopo aver vagabondato per locali per tutti gli anni ’40 aveva deciso di farla finita con la musica ed era scomparso dalla circolazione alcuni anni prima. Venne ritrovato dopo una lunga ricerca da Sam Charters, un suo ammiratore. Viveva in un monolocale a Houston campando alla giornata e venne convinto, in cambio una bottiglia di gin, a registrare lì sul posto, voce e chitarra, alcuni pezzi blues su un registratore portatile. Fu una registrazione da campo in un monolocale. Sono blues secchi, asciutti, molto intimi nell’atmosfera ma privi di qualsiasi speranza nei testi. La registrazione è povera ma pulita, dura appena mezz’ora. Ne venne fuori, insomma, uno dei più bei dischi di blues di sempre perché alimentava la leggenda di una maledizione che non poteva estinguersi se non quando la si raccontava cantando. L’album, che in copertina porta semplicemente il nome del suo autore, uscì al momento giusto (durante l’ondata di folk revival che invase l’America agli inizi degli anni ‘60), ebbe un enorme successo e gli dette la spinta per ricominciare a fare musica e salvargli la vita.

domenica 26 aprile 2020

quando un popolo canta

Ieri 25 aprile 2020 credo di aver sentito la mia Bella ciao preferita da molti anni a questa parte, nella versione cantata da Guccini con la voce tremante da vecchio, commovente nella sua purezza un po’ naif e insieme irriducibile. Guccini ne ha modificato il testo per attaccare, come fa da sempre, Berlusconi Salvini e i fasci della Meloni, e così cantando ha fatto incazzare la Meloni, ridando insomma alla canzone un senso politico che, devo dire la verità, mi sembra più divisivo che inclusivo: non il “25 è di tutti”, ma “tu no, tu non puoi, tu sei fuori”. Nella voce di Guccini non è più la canzone della grande festa popolare come spesso la viviamo, ma la viva testimonianza di qualcosa di irrisolto nella nostra identità di popolo. Io me la vivo spesso come un grande dubbio questa cosa, come una contraddizione: ma “se tu no, tu non puoi” mi chiedo, perché queste persone dovrebbero festeggiare, come rimproveriamo loro di non fare, una festa dove non sono gradite? Abbiamo fatto abbastanza per coinvolgerle, oppure no, non le volevamo proprio, perché ci faceva comodo avere un nemico che rafforzasse le nostre convinzioni? Io non lo so, e per dirla come Brecht: “solo i ciechi parlano di soluzioni, ma io ci vedo bene e non ho speranze per nessuno”. So che l’Italia che è venuta fuori dalla guerra non è più la loro, eppure è anche la loro perché un sacco di cose non sono state mai dette né risolte, perché come diceva Pasolini avremmo dovuto chiedere, avremmo dovuto voler sapere di più di quel che ci hanno detto, ma sapere non conveniva a nessuno, perché i puri, i veri puri di questa nazione, coloro che l’hanno fondata e la cui memoria inneggiamo il 25 aprile, sono stati una manciata, un “piatto di grano”, tutti gli altri bene o male da qualche parte sono saliti sul carro dei vincitori e hanno accettato dei compromessi per mantenersi vivi. Ieri però, nonostante la clausura, si respirava una bella atmosfera in questa Italia. Sospetto che per una volta sia stato merito del coronavirus, perché forse, se ci fosse stato il nulla osta, molta gente semplicemente sarebbe andata al mare a godersela la libertà invece di cantarla, ma che importa. Alla fine hanno cantato tutti, così la sera del 25 aprile del 2020 è arrivata la notizia della morte di Kim Jong-un e ho pensato che forse è vero, quando un popolo canta tutto insieme da qualche parte muore un dittatore.

domenica 29 dicembre 2019

ipotesi per un amore

Maria Monti: "Diversi anni dopo sono andata a vedere un suo spettacolo. Al ristorante davanti a tutti mi chiese ad altissima voce: Ma tu perché mi hai mollato venticinque anni fa? Io avevo in mano un bicchiere di vino e gli risposi: Perché ti amavo."

sabato 23 novembre 2019

barbonici e borbonici

Ecco un pezzo buono per quelli come me, che talvolta si sentono BARBONICI, nel senso che portano la barba e sono intensamente noiosi, e talaltra si sentono BORBONICI, nel senso che gli ribolle sottopelle "La luna dei Borboni", che rimane un gran bel libro di poesia nonostante l'abbia scritto un meridionale.

domenica 20 ottobre 2019

regina di cuori

La lista degli amanti di Joni Mitchell sconvolge non tanto per la sua quantità, ma piuttosto per la sua qualità: Leonard Cohen, David Crosby, Graham Nash, James Taylor, Jackson Browne, John Guerin, Sam Shepard, Jaco Pastorius, Don Alias e Larry Klein, tra gli altri. Molte delle sue canzoni fanno riferimento a quegli amanti – A Case of You parla di Leonard Cohen; Coyote di Sam Shepard – e raramente lo fa in modi lusinghieri. In molte delle sue interviste contenute in Reckless Daughter (biografia della Mitchell scritta da David Yaffe e pubblicata da Crichton Books nel 2017), Mitchell è volgare e vendicativa. Chiama Larry Klein, il suo secondo marito, un “nano gonfiato”. E uno dei suoi produttori è definito “piccolo viscido coglione”. […] Yaffee raramente commenta l’abrasività della Mitchell, ma è pronto a sottolineare come il sessismo dilagante nell’industria musicale potrebbe averla spinta a ciò, in special modo quando Rolling Stone l’ha soprannominata “the Queen of El Lay” (la Regina di Cuori di Los Angeles). 

(Sibbie O'Sullivan, “The Many Layers – and Lovers – of Joni Mitchell”, Washington Post, 10 ottobre 2017)

venerdì 12 luglio 2019

occhi

All'inizio degli anni '80 Lucio Dalla, pur continuando saltuariamente a lavorare con lui, "molla" Ron. I due si erano conosciuti a fine anni '60 quando lo stesso Dalla gli aveva proposto di cantare la sua Occhi di ragazza e da lì il loro sodalizio umano e artistico era cresciuto nel periodo di massima creatività di Dalla. Dopo, Dalla sceglie altre strade e collaboratori, e Ron gli risponde con questa sua Occhi da chi si è visto si è visto, che influenzata com'è dallo stile dell'altro, vuole essere sia un addio (letto nelle sue varie sfumature emotive) sia il riassunto di una storia durata dieci anni. 

sabato 10 novembre 2018

la canzone della mia vita

Per quanto io facessi non era mai abbastanza, diceva che ero pigro, rispondevo che ero giovane. Chiedeva: «Quante canzoni hai scritto?». Neanche una, però mentivo e rispondevo: «Dieci». «Non resterai giovane in eterno, dovresti averne scritte quindici, è lavoro».

venerdì 13 luglio 2018

sarà la birra

Più di vent'anni fa io e D. in una tipica serata di provincia a tutta birra, una di quelle che dire alcolica è poco, eleggemmo "La fabbrica di plastica" di Grignani disco rock italiano dei nostri anni '90. Una cosa mooolto da ragazzi. Stasera ritrovo D. che mi dà uno strappo in auto e conserva ancora nel cruscotto le stesse cassette di vent'anni fa. "Bel disco, gli dico, me n'ero dimenticato. Però che brutta fine ha fatto lui". "Tu pensi che noi abbiamo fatto una fine migliore?" mi dice D. Non gli rispondo. Ci fermiamo a un bar e ricominciamo a bere birra. Oppure canticchiamo. "Che gran dischi faceva Grignani vent'anni fa. Chissà cosa ci è successo a tutti quanti che abbiamo perso quel nostro suono lì e non sembriamo più nemmeno rumorosi, ma semplicemente stonati". "Sarà la birra", mi dice D.

mercoledì 27 giugno 2018

salvarci dall'oscurità

Hope of deliverance. Canzone dei miei 16 anni. We live in hope of deliverance from the darkness that surrounds us. Viviamo nella speranza di salvarci dall'oscurità che ci assedia. Rendermi conto di come non sia cambiato assolutamente nulla da allora, stasera mi fa sentire un pochino più giovane. 

lunedì 11 giugno 2018

le americanate

È da ieri che sulla mia bacheca di Youtube ritorna prepotente questa canzone perfettamente in linea (secondo me) con il Salvini pensiero, e per di più una (bella) americanata che non dispiacerebbe a Trump. Potendo quindi prendere due piccioni con un sola fava, la consiglio vivamente ai loro sostenitori per cantarla tutti insieme durante i comizi o anche dopo, al pub per una birra fra amici.

Addio straniero, è stato bello 
Spero che troverai il tuo paradiso 
Ho cercato di vederla dal tuo punto di vista 
E spero che i tuoi sogni un giorno diventeranno realtà 
Addio straniero, ci incontreremo ancora 
Senza dispiacere, senza vergogna, senza dolore...

mercoledì 1 novembre 2017

ballare su una lama di rasoio

Nel 1987, in una intervista radiofonica, domanda delle domande, chiesero a Keith Jarrett di descrivere cosa fosse per lui la musica. Jarrett, senza scomporsi, cercando di sintetizzare i suoi sentimenti e la sua idea di ricerca artistica, rispose citando il verso di una canzone di Bob Dylan, Shelter from the storm, del 1974: "Beauty walks a razor’s edge", la bellezza cammina su una lama di rasoio. Dylan, però, conclude il verso aggiungendo con una eco tutta keatsiana: "Someday I'll make it mine", un giorno la farò mia, la bellezza. Jarrett questo lo omette, si ferma prima, non gli interessa. Non chiede di afferrarla, conquistarla, farla sua, quanto piuttosto di poter continuare a ballare con lei su una lama di rasoio. 

domenica 5 febbraio 2017

the gipsy

“…quando gli ho chiesto di suonare The Gypsy, che è un brano che lo stesso Parker ha suonato una sola volta nella seduta storica e drammatica di Lover Man, Massimo non lo aveva mai sentito. Glielo feci sentire io in studio, una volta sola, e lui l’ha suonato subito dopo ad orecchio, l’ha suonato incerto come quello di Parker, due versioni entusiasmanti. Parker suonò a stento la melodia di The Gypsy perché stava male, la suonò usando appena le note fondamentali del tema, era al minimo delle sue possibilità ed al massimo della sua creatività. Ho tenuto presente quella seduta di Parker. Massimo suonando quel pezzo, ha accettato la sfida e si è messo nella condizione psicologica di Parker. Erano tutti e due in un momento di impedimento: Parker non aveva facoltà mentali giuste in quel momento, Massimo non conosceva il pezzo; entrambi hanno fatto un capolavoro di un brano che non avevano mai suonato.” 

[Paolo Piangiarelli]


Da JAZZ FROM ITALY.

giovedì 6 ottobre 2016

shotgun willie

Shotgun Willie, la title track di quello che molti considerano il capolavoro discografico di Willie Nelson, esponente di spicco del country americano, venne scritta in un periodo di grande confusione creativa ed esistenziale, nel bagno di un motel, sulla confezione vuota di un assorbente. A dispetto del poco fascino di questa storia, il nomignolo “Shotgun” Nelson se lo guadagnò in un autentico duello in uno scenario da selvaggio west. Pare che Willie, intorno al Natale del ’69, abbia scoperto che sua figlia Lana subiva violenze domestiche da suo marito Steve Warren. Infuriato, si reca dal marito di Lana, picchiandolo e minacciandolo di ucciderlo se solo ci riprova. Appena ripresosi dalla batosta, Steve Warren, invece di pentirsi e fare ammenda, raduna tutti i suoi fratelli, armati di fucili calibro 22, li carica sul suo furgone e si dirige a casa di Nelson. In quel momento Willie è in casa col suo batterista Paul English. I fratelli Warren circondano la casa e cominciano a sparare. Willie e Paul, armati di fucili da caccia [shotgun], rispondono al fuoco. Ne nasce una lunga sparatoria, che si protrae per ore con tanto di inseguimenti, agguati, trappole, rapimenti, il tutto nell’indifferenza della polizia del Texas, che non vuole immischiarsi in quelle che ritiene “beghe famigliari”. Alla fine e contro ogni pronostico Willie e Paul risultano vincitori, costringendo i Warren alla fuga e regalando a Willie il suo celebre soprannome. Pare anzi che Walker Texas Ranger sia stato in parte ispirato nell’aspetto (barba e capelli lunghi) proprio dal buon vecchio Willie Nelson.

domenica 28 agosto 2016

hackensack

Fra i tanti disastri degli ultimi giorni mi era del tutto passata inosservata la notizia della morte di Rudy Van Gelder, il 25 agosto. Van Gelder per molti appassionati era IL tecnico del suono, con l’articolo in maiuscolo, avendo registrato alcuni dei capolavori del jazz di metà '900: dai primi dischi di Monk, Miles e Sonny Rollins fino ad A Love Supreme di Coltrane. Lo stesso Monk gli dedicò un pezzo Hackensack, inciso nel 1954, e dedicato alla particolare sala di registrazione utilizzata dal primo Van Gelder, nella cittadina di Hackensack, New Jersey. Poiché l'arte si nutre in entrambe le misure di talento e di leggenda, il successo di Van Gelder, oltre che per le sue capacità, si deve anche alla particolare leggenda costruita dal suo personaggio, e dalla sua particolarità di registrare in casa sua gli artisti che di volta in volta chiedevano il suo apporto. Immaginate di essere poco più di un ragazzo della tranquilla provincia americana di metà anni ’50 e di invitare nella casa dei vostri genitori un gruppo formato da Thelonious Monk, Sonny Rollins e Art Blakey più alcuni altri neri assai poco raccomandabili – i musicisti jazz erano poco più che tossici per l’opinione pubblica – che suonano nel vostro salotto mentre voi li registrate, e avrete l’idea di cosa potessero essere quei giorni. Ne nasceva un suono caldo, pieno, intimo, con un sottile riverbero che lo caricava di elettricità. Magari non era un suono perfetto ma molti lo amavano, e qualcuno anche lo odiava: Mingus ad esempio rifiutò sempre di farsi registrare da lui. Eppure Van Gelder era talmente sicuro di quel suono che, un certo punto, dovendo lasciare la casa dei suoi, si costruì uno studio che era la copia esatta del suo salotto, apposta per mantenerne intatta l’atmosfera e probabilmente il brivido dei primi anni di quell’avventura. Fra l’altro, proprio in virtù di quel suono, nel 1998 chiesero a lui di registrare i pezzi usati come soundtrack di Cowboy Bebop, perché nella fantasia degli autori dell’anime, se c’era un sound jazz che poteva viaggiare fra le stelle, doveva essere il suo.