Io ho una mia teoria, che i primi 4 dischi di McCartney (da McCarntey del 1970 alla prima versione in doppio vinile di Red Rose Speedway del 1973 che poi venne tagliata e ridotta a disco singolo per imposizione della casa discografica), sono i suoi più belli perché ricchi di una leggerezza e di una grazia senza pari, l'equivalente in musica delle Songs of Innocence and of Experience di William Blake, ma soprattutto quelli dove McCartney ha provato realmente a fare qualcosa di nuovo rispetto ai Beatles, nel segno del minimalismo (oggi Indie) e di un certo dadaismo creativo (col ricorso, ad esempio, al linguaggio allusivo della filastrocca) che non solo non venne compreso, ma anzi venne ferocemente osteggiato e letteralmente affondato dalla critica che non gli perdonava lo scioglimento dei Beatles e fece fronte contro di lui. Per quasi cinque o sei anni questo fronte critico, foraggiato dall’astio con l’ex amico/rivale Lennon gli buttò addosso tanta di quella merda da seppellirlo: articoli che con tono di sufficienza dicevano che la sua musica era pessima, inutile, insignificante, che lui era un musicista finito se non proprio morto, che oltre McCartney c'era il nulla, finché alla fine McCartney (secondo me) si è rotto le palle per davvero, ha smesso di provarci, o forse ha solo perso la bussola e ha finito per dare alla critica esattamente quello che gli chiedevano: dei dischi carini, a volte spudoratamente commerciali, altre volte pregevoli, ma il più delle volte complessivamente insignificanti. Ci sono delle eccezioni ovviamente (io ad esempio ho molto affetto per London Town del 1978), ma è significativo che i dischi prodotti dal Macca da Flaming Pie in poi, anno 1997 (quando sull’onda della commozione per il progetto Anthology, riprese in mano la propria creatività sopita), sono tutti infinitamente superiori a quelli prodotti nei vent'anni prima. Ironia della sorte, oggi la critica, che ovviamente non si rilegge a dovere, sostiene che è un vero peccato che McCartney non abbia più ritrovato la grazia di quei primi dischi che sono stati certamente i suoi più belli (vedi RAM), come chiunque ha orecchie per intendere facilmente intende.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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mercoledì 24 giugno 2020
domenica 12 aprile 2020
mercoledì 27 giugno 2018
salvarci dall'oscurità
Hope of deliverance. Canzone dei miei 16 anni. We live in hope of deliverance from the darkness that surrounds us. Viviamo nella speranza di salvarci dall'oscurità che ci assedia. Rendermi conto di come non sia cambiato assolutamente nulla da allora, stasera mi fa sentire un pochino più giovane.
giovedì 23 marzo 2017
mccartney
Su McCartney ci si fanno tante di quelle pippe mentali nel confronto coi Beatles, con Lennon, con tutti gli altri reduci dei ’60 e dei ’70, che ci si dimenticata la pura semplice evidenza: se parliamo di musica Pop – quella seria, con la maiuscola, non le cazzatine commerciali usa e getta – Paul McCartney è il più grande di tutti, come capacità interpretativa, versatilità, ricchezza melodica, immediatezza, e dal vivo è ancora strepitoso. La sua musica nasconde una vena malinconica che nelle sue prove migliori diventa struggente. E Here Today è la più bella canzone mai scritta per la perdita di un amico. Più in alto di lui, forse, c’è solo Stevie Wonder. Il resto sono chiacchiere.
venerdì 14 agosto 2015
let it be, let it bleed
L'ho letto adesso [QUI]: Keith Richards ha definito Sgt. Pepper spazzatura e una miriade di fan è partita con la polemica. Ma non ho capito dov'è la notizia che fa scandalo.
Bob Dylan già nel 1967 paraculava Harrison per Sgt. Pepper, che non gli piaceva, trovandolo un po' vacuo. Harrison, che al contrario era innamorato del suo John Wesley Harding gli chiedeva quanto tempo ci avesse messo per registrare un disco così bello e Dylan gli rispondeva ridendo "sei ore circa", cosa inconcepibile per Harrison che con Sgt. Pepper aveva perso circa sei mesi. E lo stesso John Lennon, in una celebre e incazzosa intervista del 1971, disse: "Quello era un progetto di Paul e solo di Paul!" come per tirarsene fuori.
La verità è che Sgt. Pepper (come molti critici hanno osservato) è più un prodotto della sua epoca che un'opera senza tempo, e come documento musicale del flower power è ancora splendido. Le cose imprescindibili dei Beatles, però, sono altre. La stessa Rolling Stones nella sua Storia del Rock fa notare come all'inizio degli anni '60 i Beatles fossero l'unico gruppo inglese ad avere radici rock'n'roll, in una Inghilterra che, dagli Stones agli Animals agli Yardbirds, non si era mai staccata dal blues revival. In questo senso i Beatles furono gli autentici apripista di una nuova corrente musicale che avrebbe portato all'altro grande filone della musica inglese, quello che va dai Who a Bowie ai Pink Floyd fino agli estremi di Elton John e del progressive. Contrapponendosi dunque all'evoluzione del blues rock operata dagli stessi Stones, Eric Clapton e Led Zeppelin.
Fatto sta che Sgt. Pepper, spazzatura o no, lo copiarono praticamente tutti per far soldi, Rolling Stones compresi, prima di ricredersi, grazie proprio al lavoro di Keith Richards (e subito dopo la cacciata di Brian Jones), per tornare finalmente al blues sporco e cattivo delle origini.
sabato 31 gennaio 2015
una recensioni a un disco inutile lunga circa 1100 battute
Ho passato il pomeriggio ad ascoltare un simpatico – e nient’altro – disco tributo: The Art of Paul McCartney, uscito nel 2014 e pieno zeppo di ospiti illustri, i quali dimostrano solo quanto sia difficile trovare, ancora oggi, un interprete vocale migliore dello stesso McCartney. In realtà gli arrangiamenti sono spesso troppo vicini agli originali per risultare interessanti e non a caso le cover migliori dei disco si dimostrano Wanderlust di Brian Wilson, vero grande rivale di McCartney per tutti gli anni ’60, e l’inarrivabile So Bad di Smokey Robinson, artisti che furono dunque di ispirazione per Paul all’inizio della carriera e non suoi epigoni. Fa eccezione una delicata No More Lonely Nights riarrangiata in chiave acustica dagli Airborne Toxic Event, giovane gruppo indie americano. Altri pezzi da segnalare: Venus and Mars rifatta dai Kiss (e che già all’epoca sembrava scritta per loro), la dolente Yesterday di Willie Nelson e Things We Said Today di Bob Dylan, che tolgono ogni orpello pop alla scrittura di McCartney, una divertita When I’m 64 di Barry Gibb dei Bee Gees, e poi una svagata C Moon, calzata come un guanto da Robert Smith dei Cure.
domenica 6 ottobre 2013
dalle porte del sonno
L’idea per questo pezzo è nato alcune sere fa, mentre non riuscivo a dormire, come ogni tanto mi capita e, per passare il tempo, cercavo su youtube un pezzo dei Fugazi fra i miei preferiti, I’m so tired, contenuto in Instrument Soundtrack, del 1999. I Fugazi sono una band alternativa di Washington, fra le più influenti degli anni ’90, che da alcuni anni non è più in attività, e praticano un genere parecchio aggressivo, definito post-hardcore, ma I’m so tired mi piace in particolar modo proprio perché non c’entra nulla con quel sound, è una lenta ballata pianistica, cantata in solitudine da Ian MacKaye, fondatore del gruppo e suo leader insieme a Guy Picciotto, scritto in uno di quei momenti in cui l’ansia e l’insonnia prevalgono sulla notte. La sua voce arranca nel fango, alla ricerca di uno spiraglio di luce.
Di lì a un paio di anni i Fugazi avrebbe sospeso qualsiasi attività musicale, i suoi membri avrebbero intrapreso altri progetti solistici e questo pezzo così malinconico pare quasi annunciare, in privato, quella fine mai realmente annunciata.
È stato dunque così, per caso, che mentre cercavo I’m so tired dei Fugazi, ho trovato Sleep rules everything around me, dei Wugazi, che sembra quasi integrare e amplificare il discorso, spostandolo su un livello meno esistenziale e intimo ma più duro, quasi epico, spietato, fortemente calato nella realtà urbana e razzista di una metropoli, New York, vista attraverso gli occhi di un nero. Il brano apre 13 Chambers, del 2011, primo e (ad oggi) unico disco dei Wugazi, al secolo Cecil Otter e Swiss Andy, ovvero i nuovi araldi di un genere nato una decina di anni fa e definito molto simpaticamente bastard pop.
Cos’è il bastard pop, di che si tratta? È un’operazione di mashup, molto vicina a certe contaminazioni dell’hip hop ma anche agli esperimenti di musica concreta della prima metà del 1900, in cui si fondono insieme alcune parti o frammenti di due (o più) brani musicali per ottenerne un terzo. Per un certo periodo è stato un genere abbastanza diffuso, tanto da meritarsi addirittura una trasmissione su MTV. Poi è un po’ finito nell’ombra, fino alla recente uscita di 13 Chambers, dichiarato omaggio alla musica dei Fugazi e del gruppo rap Wu Tang Clan di New York, dalla fusione dei cui nomi nasce la sigla Wugazi.
Tornando indietro, alle sue origini, il primo capolavoro assoluto del bastard pop, e quello che rimane ancora oggi il miglior esempio di quel genere è un album del 2004, il Grey Album di Danger Mouse, musicista e produttore statunitense fra i più noti, che fondeva insieme frammenti sonori e loop musicali del White Album dei Beatles con le parti vocali dell’assai più arrabbiato Black Album del rapper Jay-Z. Realizzato in clandestinità e diffuso illegalmente sul mercato, il Grey Album di Danger Mouse conquistò subito l’attenzione del pubblico, scatenando l’entusiasmo degli stessi Paul McCartney, Ringo Starr, e di Jay-Z, e al contempo le ire delle loro case discografiche, che fecero di tutto per censurarlo, senza mai riuscirci.
Da un certo punto di vista la cosa è affascinante, perché a ben vedere i Beatles, anche per merito del Grey Album, sono stati in assoluto il gruppo più saccheggiato dal genere bastard pop, e ci sono svariati dischi in cui il loro lavoro viene fuso con quello di altri gruppi, soprattutto nell’ambito del rap. A tal proposito McCartney, in una intervista del 2011, si disse “onorato” dalla cosa, rimarcando come i Beatles avessero spesso rubato alla musica nera degli anni ’60 e come vedesse in questo tipo di furto al contrario la perfetta chiusura del cerchio.
Tornando al disco dei Wugazi, io non ho nessuna prova a sostengo di questa mia affermazione, anzi, potremmo definirla la classica visione da fan, ma mi sono fatto l’idea che, in un certo senso, la loro scelta di utilizzare Sleep rules everything around me per aprire il loro disco, sia un omaggio trasversale al Grey Album, proprio attraverso il legame sotterraneo che c’è fra bastard pop, rap e Beatles. I Fugazi, come gruppo, sia per sonorità che per contenuti non hanno nulla da spartire coi Beatles, se non fosse che la lenta ballata di MacKaye, in effetti, non ha nulla a che fare coi Fugazi. È un pezzo che, oltre a discostarsi dal loro solito sound, ha per spirito e persino nel titolo un chiaro riferimento al brano omonimo dei Beatles, I’m so tired, contenuto proprio nel White Album, ed espressione di un momento molto particolare della vita di John Lennon, in ansia a tal punto da farsi venire delle crisi di insonnia: di lì a poco avrebbe annunciato al mondo la sua relazione con Yoko Ono, e poco dopo sarebbe venuta la fine della sua collaborazione coi Beatles.
Quelli di Lennon e MacKaye sono due brani molto simili nelle intenzioni come nell’atmosfera. Per riprendere la definizione usata dal critico Geen Lees per la musica di Bill Evans, possiamo definirli “lettere d’amore scritte al mondo da qualche prigione del cuore”. Magari quella di Lennon è più ironica e mossa, ma entrambe generano fantasmi. Va detto che quella sorta di viaggio in una terra indistinta fra sogno e veglia, alla ricerca del proprio io più nascosto, è in realtà uno dei motivi fondamentali della poetica di Lennon. Andando a ritroso attraverso pezzi come Strawberry Fields Forever o I’m only sleeping, si può arrivare al suo primo capolavoro autobiografico, Help!, che proprio del principio di quel viaggio parla, dalle porte appena spalancate del Sonno.
Ascoltando un demo del 1970, in cui cerca di riportare il brano al tempo originale in cui lo aveva composto (prima che esigenze commerciali lo rendessero più ammiccante, velocizzandolo) si ritrova nel suo grido scomposto, nel suo lento trascinarsi nel buio alla ricerca di una via d’uscita, la stessa ansia e paura del brano di MacKaye, nessuna differenza fra i due. Dimostrazione di come un lungo filo sottile possa stendersi, anche nella più completa diversità della voce, fra i cuori degli uomini soli.
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domenica 27 giugno 2010
troppa pioggia
Ridi quando gli occhi bruciano
Sorridi quando il tuo cuore è in pena
Sospira quando cacci via il dolore
Giura che non succederà di nuovo
Non è giusto, in una vita
troppa, troppa pioggia
Sai che la ruota fa il suo giro
Allora, perché piangi?
Spesso nascondiamo i nostri sentimenti
Ma per ora di’ a te stesso che non succederà di nuovo
Non è giusto, in una vita
troppa, troppa pioggia
È troppa per chiunque, troppo dura per chiunque
E chi vuol vivere felice e sereno
deve imparare a ridere
Sorridi quando sei sempre di corsa
Sospira quando pensi al tuo futuro
Giura che sarai felice ancora
E va bene, nella tua vita nessun’altra pioggia
È troppa per chiunque, troppo dura per chiunque
E chi vuol vivere felice e sereno
deve imparare a ridere
martedì 8 settembre 2009
sweet sorrow
Niente paura, le paturnie son passate. Però, visto che non c’è due senza tre e il tre è sempre un numero perfetto, ho pensato di improvvisare una sorta di trilogia sull’assenza della persona amata in musica, concludendola con un pezzo che ho molto a cuore.
Sapete, è un po’ che ci penso e più vado avanti più sono convinto che ci siano poche cose davvero necessarie, e che magari a volte non sai nemmeno che esistono ma quando le scopri non puoi più rinunciarci, e che ci sono persone che invece pensano siano cose inutili e non si rendono conto che senza sono un po’ più povere e tristi.
I Beatles sono necessari. Questo penso. Sono sempre stato un loro fan ma più vado avanti e più mi convinco che non se ne può fare a meno. In verità sono sempre stato soprattutto un fan di Lennon. Ma ultimamente, riascoltandoli col senno dell’età, mi rendo conto che chi dice che Paul McCartney è un genio ha pienamente ragione. Non si può trascurare l’uno per l’altro, è da pazzi. Ovvio, ci sono momenti in cui, preso dal suo innegabile romanticismo è anche scivolato nel sentimentalismo più smielato, ma lì dove l’ispirazione si è mantenuta lucida, lì dove la visione è rimasta pura, non compromessa dall’istinto commerciale, McCartney ci ha regalato alcune delle più belle melodie del secolo.
Quella che vi metto qui sotto si intitola Here today, ed è stata scritta nei primi mesi del 1981 dopo la morte di Lennon. Io personalmente la ritengo il suo capolavoro da solista, e anche lui l’ha inserita nella lista delle sue cinque canzoni preferite fra quelle da lui composte. Le altre sono Here there and everywhere, Hey Jude, Backbird e Maybe I’m amazed. Sono tutte canzoni meravigliose che vi linko così se vi va potete andare ad ascoltarvele.
Se fate attenzione potete notare due cose. Prima cosa: nella lista manca Yesterday. Ma questa è più che altro una curiosità. Seconda cosa, tutte le canzoni della lista, a parte Here today, sono state scritte negli anni ’60, quando McCartney era ancora coi Beatles e viveva quello che lui stesso ha definito il periodo più bello della sua vita. In fondo i Beatles sono stati e restano nella storia come un gruppo fatto di amici prima ancora che di musicisti. Tutta la loro arte nasce dall’idea di un’amicizia saldissima, assoluta, la cui forza è il risultato del contributo, necessario, di tutti. E McCartney è quello dei quattro che nel sentimento di un’amicizia che possa superare ogni ostacolo ha creduto di più. Anche Here today, se ci pensate, unica canzone della lista scritta un decennio dopo le altre, si ricollega ad esse per il fatto di essere stata ispirata da Lennon, dal senso di vuoto che la sua perdita gli aveva scavato dentro e dall'estremo tentativo di cercare di comunicargli (se tu fossi qui adesso...) tutte le cose che non era riuscito a dirgli in vita. Per questo Here today resta, pur nella sua mesta disperazione, uno degli inni più intensi al potere di un’amicizia così forte da andare oltre la morte.
Sapete, è un po’ che ci penso e più vado avanti più sono convinto che ci siano poche cose davvero necessarie, e che magari a volte non sai nemmeno che esistono ma quando le scopri non puoi più rinunciarci, e che ci sono persone che invece pensano siano cose inutili e non si rendono conto che senza sono un po’ più povere e tristi.
I Beatles sono necessari. Questo penso. Sono sempre stato un loro fan ma più vado avanti e più mi convinco che non se ne può fare a meno. In verità sono sempre stato soprattutto un fan di Lennon. Ma ultimamente, riascoltandoli col senno dell’età, mi rendo conto che chi dice che Paul McCartney è un genio ha pienamente ragione. Non si può trascurare l’uno per l’altro, è da pazzi. Ovvio, ci sono momenti in cui, preso dal suo innegabile romanticismo è anche scivolato nel sentimentalismo più smielato, ma lì dove l’ispirazione si è mantenuta lucida, lì dove la visione è rimasta pura, non compromessa dall’istinto commerciale, McCartney ci ha regalato alcune delle più belle melodie del secolo.
Quella che vi metto qui sotto si intitola Here today, ed è stata scritta nei primi mesi del 1981 dopo la morte di Lennon. Io personalmente la ritengo il suo capolavoro da solista, e anche lui l’ha inserita nella lista delle sue cinque canzoni preferite fra quelle da lui composte. Le altre sono Here there and everywhere, Hey Jude, Backbird e Maybe I’m amazed. Sono tutte canzoni meravigliose che vi linko così se vi va potete andare ad ascoltarvele.
Se fate attenzione potete notare due cose. Prima cosa: nella lista manca Yesterday. Ma questa è più che altro una curiosità. Seconda cosa, tutte le canzoni della lista, a parte Here today, sono state scritte negli anni ’60, quando McCartney era ancora coi Beatles e viveva quello che lui stesso ha definito il periodo più bello della sua vita. In fondo i Beatles sono stati e restano nella storia come un gruppo fatto di amici prima ancora che di musicisti. Tutta la loro arte nasce dall’idea di un’amicizia saldissima, assoluta, la cui forza è il risultato del contributo, necessario, di tutti. E McCartney è quello dei quattro che nel sentimento di un’amicizia che possa superare ogni ostacolo ha creduto di più. Anche Here today, se ci pensate, unica canzone della lista scritta un decennio dopo le altre, si ricollega ad esse per il fatto di essere stata ispirata da Lennon, dal senso di vuoto che la sua perdita gli aveva scavato dentro e dall'estremo tentativo di cercare di comunicargli (se tu fossi qui adesso...) tutte le cose che non era riuscito a dirgli in vita. Per questo Here today resta, pur nella sua mesta disperazione, uno degli inni più intensi al potere di un’amicizia così forte da andare oltre la morte.
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