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sabato 5 ottobre 2024

filosofia di vita

La mia povera filosofia di vita non ha super pensieri da offrire, è tutta fatta di poesia. Più vado avanti nel tempo e più comincio a sentire come l’idea di paesologia, che pure ho sentito mia, intesa come immersione poetica nella vita dei paesi, nei suoi vuoti e pieni, nella riscoperta e riappropriazione dei piccoli centri con tutto il loro carico di dignità e tragedia, sia stata in parte superata dall’idea di umanesimo vegetale (come definito da Angiuli), che sposta l’uomo e i suoi bisogni da lato, fuori dal centro, per dare nuovo respiro alla terra, alla natura. Sono entrambe validissime possibilità di lotta contro il mostro consumistico che si sta mangiando tutto, pure i nostri piedi. Ma forse, o almeno me ne sto sempre più convincendo, dovremmo cominciare a lasciare la presa. Anche qui dove tutto sembra lentamente morire. Così forse le zone abbandonate del nostro Paese non vanno ripopolate, ma solo lasciate andare, sgomberate dalla nostra presenza, lasciate in pace nell'idea che forse non ci vogliono, che non hanno affatto bisogno di noi, e che quando non ci saremo più noi, ci sarà comunque qualcos’altro. Perché ogni volta – e questa è una delle poche cose certe che sappiamo – eliminato l’uomo resta la natura che si riprende tutto cancellando pian piano le tracce del nostro passaggio. Lasciare andare il mondo a se stesso allora, cercando di non dare troppo fastidio, questa è la mia idea di vita oggi. Starmene da lato ad osservarlo. Se pensiamo al pianeta come qualcosa che vive anche senza di noi, è abbastanza funzionale, almeno agli interessi del pianeta. Basta guardare i segni, imparare a leggerli. Nelle mie zone, ad esempio, man mano che i giovani vanno via e la popolazione invecchia, stanno pian piano ritornando i lupi, che erano stati completamente estinti nel XVII secolo. Per qualcuno questa è una sciagura e per qualcun altro un segno.

domenica 18 agosto 2024

storie di volpi

Stamattina mia zia ci raccontava di come una nostra cugina sia stata morsa da una volpe. Pare che la volpe, ischeletrita dalla fame e dalla sete, abbia abbandonato ogni timore e sia entrata in pieno giorno dalla porta, tenuta aperta per il caldo africano, si sia avvicinata a mia zia appisolata su una poltrona e le abbia morsicato il piede cercando di mangiarlo. La cugina si è svegliata gridando per la paura e la volpe, ancora a pancia vuota, è scappata. La cugina, nonostante sia stata portata al pronto soccorso e appare sanissima, da giorni racconta questa storia tragica ed emozionante, ripetendo più volte che potrebbe lasciarci da un momento all’altro perché si dice convinta di aver preso una qualche malattia dalla volpe. La quale, mi raccontava mia zia, è stata trovata poco dopo, morta non si sa bene di cosa, anche se io un sospetto ce l’ho… Questa storia, infatti, me ne ha ricordato un’altra che mi raccontò mio zio, su di un’altra volpe che aveva preso l’abitudine di dormire fra i coni di un trullo costruito vicino a una zona boschiva dove aveva la tana. Lei li pensava un po’ suoi. Invece il proprietario del trullo, non gradendo quella presenza sopra la casa, ha preso il fucile da caccia e le ha sparato, e visto che la volpe, crollata giù dal tetto, si rifiutava ancora di morire e si trascinava con un buco nero in pancia verso il bosco, hanno dovuto finirla con la forca.

venerdì 28 giugno 2024

la ghiandaia

Dovrei essere più giusto con mio fratello, io tendo sempre a sfotterlo perché spesso è eccessivamente brusco nei modi, però ha molto più cuore di quello che dice. Oggi ad esempio abbiamo visto un piccolo di ghiandaia che mentre cercava di prendere il volo era rimasto incastrato con la zampa fra i fili del nido restando appeso a testa in giù al ramo, dove sarebbe certamente morto, agitando le ali sfinito. Mio fratello allora, bestemmiando come un turco, ma senza che nessuno glielo avesse chiesto, si è arrampicato sul cedro fino a raggiungere il nido, a più di otto metri da terra, per liberare la zampetta ferita dell'uccello, con la mamma ghiandaia che ogni tanto spaventata gli volava addosso per farlo cadere, e io sotto di lui che gli gridavo Vuoi una mano?

lunedì 5 dicembre 2022

stromboli

Stromboli, terra di Dio, girato da Roberto Rossellini nello stesso anno di Francesco, giullare di Dio, il 1949, ha in comune con l’altro la parola Dio nel titolo, ma sviscerato da un altro punto di vista. Tanto quello di Francesco è un film in cui l’alienazione della santità fa da ponte fra individuo società e natura, quanto il film su Stromboli è tutto giocato sulla lucidità dello sguardo, quello di Karin, interpretata da Ingrid Bergman, che lo esclude. In tal senso va interpretato il finale dell’opera, dove Karin riesce sì a trovare una comunione col divino inteso come mistero e natura – rappresentata dall’aspro paesaggio vulcanico dell’isola – ma non con la comunità che vi risiede, incontaminata e selvaggia ma non priva di preconcetti, di cattiverie e di ingiustizie, a cui persino incinta si rifiuta di tornare, così come prima ancora aveva rifiutato la ben più elegante ma non meno crudele società europea che aveva portato alla guerra. Karin, insomma, non riesce a trovare un suo posto fra gli uomini, ma non le viene meno l’orgoglio di chi rifiuta di soccombere alle regole sociali e integrarsi, e in tale rifiuto arriva a conoscersi nella natura dell’isola, a riconoscersi in essa. Da ciò lo scandalo del film. Mancando, dopo la rappresentazione della crisi dell’individuo, qualsiasi pentimento o volontà di accettazione sociale che è insito in tutti i lieto-fine, col protagonista che cerca di trovare un compromesso con la comunità di appartenenza, non stupisce che il film non sia piaciuto negli Stati Uniti, dove l’individualismo è sempre ammesso purché ammantato di patriottismo (ovvero spirito di comunità), e per il quale venne rimaneggiato con una voce fuori campo che lo “spiegava” al pubblico.

La foto, assai celebre, è di Federico Patellani da un reportage sul set (Stromboli 1949).

mercoledì 10 agosto 2022

il mio lato intollerante

Ieri è venuta fuori la notizia che a Roma, in nome dell’altissimo rispetto che hanno nella capitale per la salute pubblica, vogliono ammazzare 130 cinghiali rifugiati in una struttura a norma, bruciandoli vivi con l’elettroshock. Stanno organizzando delle barricate per difendere quelle povere bestie. Intanto il mio lato intollerante pensa che se spostassero la mattanza di alcuni chilometri, sempre a Roma, e bruciassero con l’elettroshock alcune centinaia di porci incravattati che decidono le sorti del paese ci guadagneremmo tutti in salute, senza eccezioni o partiti di sorta. Lo dico ovviamente scherzando, perché non si augura la morte a nessuno, nemmeno ai maiali, ma intimamente confesso che ne sono convinto, sono sempre più convinto che la salvezza del mondo deve a volte necessariamente passare per la morte di alcuni. Però mi accorgo anche che se lo dico così posso essere classificato come un eco-nazista, nuovo trend dell’estate, e rischio di finire preso a male parole da Jovanotti, Dio me ne scampi.

giovedì 19 agosto 2021

dalla parte del riccio

Ieri leggevo questa cosa a cui non so se credere. Un articolo diceva che un uomo che fuma più di cinque sigarette al giorno inquina, in termini di CO2 immesso nell’aria, quanto una vecchia locomotiva a gasolio. Mi sembra troppo. Eppure non credo nemmeno a chi dice che più inquinante del traffico automobilistico è l’inquinamento aereo. Faccio un esempio. Solo nel mio paesino – 14.000 abitanti, circa 3-4.000 nuclei famigliari, una media di due o tre auto per nucleo famigliare – circoleranno in media 11.000 automobili. Possibile, mi chiedo, che 11.000 auto in movimento in una qualsiasi giornata dell’anno inquinino meno di un viaggio in aereo? C’è chi lo pensa. La verità, però, è che sappiamo le cose a metà, non siamo così ben informati come pensiamo. E credo che invece sarebbe utile, se vogliamo fare qualcosa, che qualcuno ci dia delle istruzioni chiare, su cosa fare per contribuire alla salvezza dell’ambiente. Delle misure semplici e precise, delle regole da rispettare. Delle multe come si deve. E non solo la promessa che entro il 2050 ridurremo questo e quello a livello mondiale. Perché quello per me non significa un bel niente di preciso, secondo me significa solo che si vuole cambiare tutto senza cambiare niente, cercare di mettere le pezze a colori continuando a considerare le persone come mucche da mungere in un sistema di mercato che resta identico nella sua filosofia. Mentre mi pare che il primo passo da fare per salvare il mondo sia dire alle persone come stanno le cose, che sono responsabili come tutti gli altri. Mollare una sberla se occorre. E dire loro che se usano l’auto solo un’ora al giorno, se riducono gli spostamenti, se mangiano meno carne, se fumano due sigarette invece di due pacchetti al giorno, se fanno queste semplici cose, già contribuiscono effettivamente a salvare il pianeta. Lo trovo molto più utile che ripetere: “Fate i bravi, state zitti, ci pensiamo noi”. Si è visto come ci hanno pensato loro finora. E aggiungo che anche noi dovremmo farci un esame di coscienza ogni tanto, su cosa è davvero utile e su cosa no. L’altro giorno parlavo con due amici. Lei mi diceva che una delle cose più belle, ma proprio più belle del lockdown, era vedere le strade vuote, senza più macchine. Di notte si dormiva, ma soprattutto le strade non erano costellate di cadaverini. Ricci, gatti, cani, volpi, tutti democraticamente investiti e lasciati a morire sull’asfalto in nome della nostra ritrovata libertà di movimento. Lui le rispondeva che c’entra, certo mi dispiace se investo un riccio, ma io mi devo muovere, e se quello si ferma sulla strada io che devo fare? che detta così sembra un duello all’ultimo sangue, mezzogiorno di fuoco, dove ci sono i buoni e i cattivi e, dalla parte del riccio, vincono sempre i cattivi.

giovedì 22 luglio 2021

la volpe

Poco fa ho visto una piccola volpe che si aggirava in giardino. Mi ha fissato negli occhi per attimo lunghissimo poi è scappata via. Ognuno sceglie i segni che vuole per interpretare i tempi che corrono. Io ho scelto di dare preminenza a questi segni, la volpe di stasera, il riccetto che ogni tanto fa capolino dal campo di fronte, la civetta che mi è piombata addosso l'altra sera... Uno mi dirà, ma vivi quasi in campagna, è naturale, eppure non lo è così tanto. In passato, quando qui intorno non c'erano palazzi, anzi poco distante c'era un boschetto, non li vedevo affacciarsi mai, mentre ora è più facile che si avvicinino, smagriti, nervosi, aggressivi. Tutti questi piccoli animali ridisegnano i confini della nostra distanza, vengono a chiedermi conto di qualcosa di importante, ma sono anche affamati. E noi per loro cosa possiamo fare? Io, se mi chiedono, cosa dovrei dire? Ripassate nel 2050?

venerdì 16 luglio 2021

disastro

C’è un libro di Jonathan Franzen, E se smettessimo di fingere?, uscito l’anno passato per Einaudi, che parla del disastro ambientale in corso e che comincia proprio con un viaggio in Germania. Ci ho ripensato stamattina, guardando il TG con le notizie delle devastazioni di ieri. Franzen dice una cosa, che non solo il movimento ambientalista ha fallito – nel menefreghismo generale – quando avrebbe avuto senso che vincesse, ma che ormai siamo così invischiati nel disastro che è già tardi per pensare di poter sistemare impunemente le cose, l’unica cosa possibile è salvare il salvabile, limitare i danni e alimentare la speranza che qualcosa nel tempo si aggiusterà, punto. È una visione realistica e tremenda. Ma è sempre meglio che dire con compiaciuta rassegnazione – come a volte leggo qui – siamo tutti condannati. Condannati a cosa? Anche quei commenti, per me, la dicono lunga sul fatto che nessuno ci crede sul serio. Perché se pensi che siamo dentro una catastrofe ambientale e non te la fai addosso per la paura, c’è qualcosa che non funziona dentro di te. Deve praticamente arrivarti sotto casa perché tu te ne accorga, toglierti tutto, come è successo in Germania e negli ultimi giorni in Canada. E ancora ci sarà chi nega, minimizza o fa una battuta stupida.

mercoledì 12 maggio 2021

anniversario

Joseph Beuys, Difesa della natura, opera del 1984. Trovo sia bellissimo per un artista che ha sempre celebrato la vita, ricordarlo nel centenario della sua nascita e non in uno dei tanti inutili anniversari della sua morte.



giovedì 25 marzo 2021

mascherine


Continuo imperterrito a usare la mscherina di stoffa che mi lavo ogni sera e poi riutilizzo il giorno dopo. Alcuni amici mi dicono che importanti studi medici ne contestano l'uso, la maschera in stoffa non serve niente, non è sicura, né per me né per gli altri. Serve almeno quella medica. E alcuni altri, più isterici, mi guardano addirittura come se fossi un untore. Poi, periodicamente, vengono diffusi dai siti ambientalisti video con animali sommersi dalle nostre mascherini monouso, il mare pieno di tutte queste mascherine trasformatesi in monnezza comune, e mi chiedo: se per salvarmi la salute devo contribuire all'inquinamento del pianeta, che altri studi confermano essere fra le cause della diffusione del virus, non è un po' come parlare del serpente che si mangia la coda? Dov'è il vantaggio? Dov'è la via di uscita?


lunedì 17 agosto 2020

ciò che ti serve

 Stamattina, mentre gettavo un fico inacidito nel cestino dei rifiuti, mi è preso un dolore al cuore, una sofferenza per il fico marcio che ho dovuto recuperarlo dal cestino e andare a gettarlo fuori. Che destino è per un frutto – se ne hanno uno – finire ormai maturo e non mangiato fra i rifiuti, ben separato nello scomparto dell’umido, e non per terra sotto l’albero, al fresco e pronto a sciogliersi in concime naturale per la terra? Giorni così penso che è tutto sbagliato, che la frutta non andrebbe nemmeno raccolta, ma mangiata direttamente dagli alberi, per evitare sprechi inutili. Quando hai fame scendi, scegli e raccogli solo quella che ti serve, il resto la lasci sui rami per gli altri. È vero però che è una visione, che non tutti hanno la mia stessa fortuna di avere un albero sotto casa, e allora penso che l’errore è a monte, nel modo in cui pensiamo una città. Servirebbero meno auto, meno parcheggi e più frutteti pubblici, con tante varietà fra cui scegliere, dove andare a prendersi liberamente la frutta dagli alberi a patto che te la mangi lì, sul momento, ciò che ti serve.

martedì 28 aprile 2020

registro

Da stamattina ho registrato:
Uno scoiattolo arrivato lungo il muro
dagli albero di cedro in fondo al campo
ha preso possesso del ciliegio dietro casa.
Una lucertola mi è entrata in salotto
infilandosi nell’angolo e sfuggendo
scaltra al gatto che educato
mi fa doni da ospite e si accuccia
a ronfare sul letto. Una ghiandaia
planando sul giardino
si tuffa arruffando la cresta
nell’acqua verdastra della pila di pietra
sotto il salice. Irina mi chiama
mi dice con la voce stranita
cerca di venire vienimi a trovare
se muoio non ho altro da lasciare
che otto gatti e questo non fa bene
a nessuno. Intanto prendo appunti vedi
per progetti futuri, corrispondenze
o dialoghi che prima o poi ritorneranno.
Affetto il cavolo che ha, di Irina,
lo stesso colore degli Iris.
Mi scrive Ezio dal suo buio
dove non arriva la scrittura lenitiva
non arriva alcun messaggio né dai vivi
né dai morti. Lo registro qui con gli altri.
La Primavera a scatti mi manda
il suo messaggio: Ci ho riflettuto a lungo
e sai sono felice. Ci rivedremo in autunno
promette e dopo la vacanza
constateremo la morte di ogni editoria.
Che importa? Il sole splende, il mondo
procede senza libri. La poesia è dovunque.

domenica 12 aprile 2020

una foglia

pensierino pasquale da raccordo anulare

C’è chi sostiene che questo virus NON sia una risposta della Natura al sovraffollamento del pianeta. Per questo c’è chi esce e va serenamente a spasso, per dar manforte alla Natura.

mercoledì 8 aprile 2020

nuovi equilibri

Parlavo adesso al telefono con un amico di tutto ciò che non si potrà fare questa estate, e mi è venuto da pensare che, se non trovano il vaccino, non si potrà andare al mare. Forse è la volta buona che le spiagge riprendono un po' di fiato dalla presenza dell'uomo e si depurano, ritrovano un loro equilibrio ecologico, un po' come è successo a quei due panda nello zoo che hanno fatto finalmente l'amore dopo dieci anni. Noi ora ci commuoviamo della cosa o ne sorridiamo come se non ci riguardasse da vicino, ma nello zoo ce li hanno messi altri uomini, mica dio, mica gli alieni. E poi pensavo ancora che qualche mese fa ho scritto un post nervoso su come si perdevano i frutti di un albero di cachi che nessuno voleva più raccogliere, e invece se continua tutto questo bisognerà stare attenti che i frutti non vengano a rubarteli.

venerdì 1 novembre 2019

pasolino

Il mio gatto Mao bellino
l’ho chiamato Pasolino
perché torna ogni mattino
pieno zeppo di ferite
dalle sue lunghe sortite
per le notti qui in campagna.
Ci si scanna coi gattacci
con le volpi e con i cani
né mi riesce di sviarlo
dai suoi istinti di randagio.
Prego sempre che si salvi
e se torna ancora vivo
sulla porta mia di casa
tutto fiero dei suoi graffi
lui comincia a farmi fusa
col motore a pieno giro
che mi sembra un trattorino.

domenica 29 settembre 2019

sogni

Oggi hanno pubblicato questo post (bellissimo) su di un polpo che sogna e mentre sogna cambia colore. Guardandolo mi sono ricordato (perché tendo a scordarmelo) che tutti gli animali sognano. E allora mi è saltata in mente una frase di Clint Eastwood da Gli spietati che dice più o meno: "Ammazzare un uomo è una cosa grossa, perché gli porti via tutto ciò che ha e anche tutto ciò che sognava di avere". Ecco, ho pensato questo, che ogni volta che ammazziamo un animale, non ci stiamo solamente nutrendo, non applichiamo alla perfezione la legge di natura, ma anche gli stiamo portando via tutti i suoi sogni. Il che non è, a essere onesti, più terribile di tante altre cose che facciamo, ma è certamente crudele, e visto che noi di quei sogni non sappiamo e non sapremo mai nulla, lo è oltre ogni nostra immaginazione. 

martedì 19 dicembre 2017

morte di un albero

Ci sono state molte battute a riguardo della "morte" inutile di quest'albero ribattezzato Spelacchio, ma io quando ho sentito la notizia ho pensato a quel bellissimo passaggio di Avere o Essere di Eric Fromm che distingue fra le nostre due modalità esistenziali: occidentale, rappresentata da una poesia di Tennyson, e orientale, rappresentata da una poesia di Basho, attraverso il diverso rapporto di questi poeti con un fiore di cui scrivono. L'occidentale Tennyson strappa il fiore (sradica l'albero) per dar sfogo al proprio ego, perché ritiene che in un certo senso tutto all'uomo appartenga; l'orientale Basho, invece, non fa nulla, lo contempla, cerca un contatto più profondo che non annienti il fiore. Potrà sembrare azzardato, ma sapere che a Roma ci sono così tanti stronzi che gongolano per la morte di un albero non mi consola della perdita.

lunedì 30 marzo 2015

lombrichi

Ascoltalo il grido dei lombrichi
perduti e ormai accecati nell’istinto
dal tuo pianto che fa del mondo fango
fango assurdo e senza scampo.

Hanno scavato a lungo nel tuo cuore
per stanarlo – e ora ch’è fango
risalgono alla luce rattristati e senza
scampo si essiccano.

Carne senza sale
si disperano al sole sul tappeto
di roccia che disfa la speranza
né si fa più consumare

muro orizzontale che delimita
lo spazio di salita della pianta
condannata a restarsene in speranza
nell’atomo

radice senza frutto – fiore senza più
impollinazione. Una lunga radice
di speranza sospesa
e aggrappata come un prologo al buio.


Nota. Questa poesia mi è venuta stanotte. L’ho sognata e poi l’ho trascritta, a memoria, più velocemente che potevo. Visto che, per i miei standard, è abbastanza lunga, mi sono perso qualche verso mentre lo facevo.