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martedì 19 dicembre 2017

morte di un albero

Ci sono state molte battute a riguardo della "morte" inutile di quest'albero ribattezzato Spelacchio, ma io quando ho sentito la notizia ho pensato a quel bellissimo passaggio di Avere o Essere di Eric Fromm che distingue fra le nostre due modalità esistenziali: occidentale, rappresentata da una poesia di Tennyson, e orientale, rappresentata da una poesia di Basho, attraverso il diverso rapporto di questi poeti con un fiore di cui scrivono. L'occidentale Tennyson strappa il fiore (sradica l'albero) per dar sfogo al proprio ego, perché ritiene che in un certo senso tutto all'uomo appartenga; l'orientale Basho, invece, non fa nulla, lo contempla, cerca un contatto più profondo che non annienti il fiore. Potrà sembrare azzardato, ma sapere che a Roma ci sono così tanti stronzi che gongolano per la morte di un albero non mi consola della perdita.

lunedì 2 novembre 2015

essere o tenere

Penso all’opposizione fondamentale di Fromm, «essere o avere», e penso come la stessa, trasportata a Sud, cambia colore, perché qui il verbo «avere» non esiste, non si usa, è un prestito dell’italiano al nostro dialetto più profondo. A Sud non si dice «avere» ma «tenere», io non ho, tengo. È una differenza importantissima, perché la lingua, al di là di quanto ci fanno credere quelli che decidono per noi, non è solo un fatto di colore, la scelta di un vestito o una opzione economica, no, la lingua che parli dà un significato diverso a come guardi il mondo. Così «avere» è una condizione fuori dal tempo: io ho qualcosa da sempre, posso perderla certo, ma è mia di diritto; «tenere», invece, è una condizione provvisoria, un colpo di fortuna o di furbizia, qualcosa che mi sono conquistato, ma che trattengo finché posso, non è mio e già domani potrebbe essermi strappato e tornare in gioco. «Tenere» è il verbo dei poveri, di chi ha fame e morde l’osso con rabbia. In questo senso, tradurre l’opposizione di Fromm in «essere o tenere» cambia tutto, una opposizione così ti fa già precario nell’anima, già votato a quel nulla che ti spetta per nascita, oppure all’«essere» che qui, una volta, si identificava in due modi: o col rispetto e l’onore garantito ai galantuomini, per quanto poveri, dalla loro parola; oppure, per gli ultimi, non con l’essere uomo, ma con l’identificarsi in tutto e per tutto con Dio, centro del mondo, come se fossimo, noi, cosa sua. Dio ci teneva stretti e solo lì, fra le sue fauci, eravamo al sicuro.