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domenica 5 aprile 2020

il re nudo (tre tempi)

Michela Murgia in dialogo video con Chiara Valerio sul concetto di dipendenza fra testo e musica a partire dai libretti di Mozart scritti da Da Ponte, dice di Battiato (preso come esempio) che quello dei suoi testi è intellettualismo fine a se stesso, cioè non dice nulla, non va da nessuna parte nel significato, mette insieme tante belle citazioni ma poi finisce lì. Il significante, aggiunge la Valerio, sta nel suono applicato alle parole, come del resto succede nella maggior parte delle canzoni; Battiato ci mette in più il ritmo, il ballo: il suo è intellettualismo "ballabile". Non è necessario comprendere tutto.
Per la Murgia, però, questo è un demerito: un testo dovrebbe comunque significare, non può ridursi tutto a pura suggestione sonora, perché così diventa un "grande inganno", semplice edonismo, spesso inutile. Battiato non è così inutile (anche se la Murgia ammette di non arrivarci), ma credo che nelle sue intenzioni la scrittrice stesse provando ad accennare a qualcosa di assai più profondo sul senso e sul ruolo di un autore oggi, che non è riuscita a esprimere come avrebbe voluto. 
Infatti, poco dopo Ray Banhoff (giornalisa musicale) scrive un pezzo indignato su Rolling Stone in cui risponde alla Murgia: "Basta con questo approccio letterale da marxisti anni 70", basta con quest'idea che debba esserci per forza un significato. "Dobbiamo smettere di rompere le palle alla gente e farla sentire in colpa e ignorante", che scritto così è come ammettere che i testi di Battiato, anche se danno l'idea di significare qualcosa, mi fanno sentire non-ignorante proprio perché in fondo al cuore io so che non significano nulla, l'importante è che mi facciano "sognare" (dice proprio "sognare" rincarandone il carattere edonistico). A questo punto non so cosa sia più offensivo per Battiato, se l'opinione della Murgia o la difesa di Rolling Stone. 
Intanto, avverte il giornalista, si stanno organizzando i primi gruppi di fan pronti all'insulto verso la Murgia. Vincenzo Ostuni, che non ha voglia di vedersi il video Murgia+Valerio ma vuole capire cosa è successo, chiede sulla sua bacheca il riassunto della polemica, ovvero sintetizzare il dibattito critico in poche battute (alla Battiato, insomma). Qualcuno glielo spiega: "Battiato dice minchiate". Un follower commenta: "Oh, finalmente qualcuno lo ha detto". Il re dunque è nudo!

giovedì 8 febbraio 2018

intellettuale

INTELLETTUALE: s. m. si dice di persona dedita allo studio e che (si insinua) se la tira perché pensa. Di recente, dopo anni di retorica politica contro il pensiero negativo – quello che smonta le stronzate politiche con la semplice forza della ragione – nel linguaggio comune il termine è diventato affine all’insulto: l’intellettuale (si sostiene) non sa che dice perché non è connesso con la realtà, e non è connesso perché, preso com’è dai suoi studi, non sa cos’è il lavoro vero. Il politico, invece, lo sa. E ancora, si dice: meglio chiudere gli occhi, turarsi il naso e mangiare merda che sentirsi dare dell’intellettuale. Molti pavidi intellettuali mangiano merda da tutta la vita.

lunedì 2 novembre 2015

essere o tenere

Penso all’opposizione fondamentale di Fromm, «essere o avere», e penso come la stessa, trasportata a Sud, cambia colore, perché qui il verbo «avere» non esiste, non si usa, è un prestito dell’italiano al nostro dialetto più profondo. A Sud non si dice «avere» ma «tenere», io non ho, tengo. È una differenza importantissima, perché la lingua, al di là di quanto ci fanno credere quelli che decidono per noi, non è solo un fatto di colore, la scelta di un vestito o una opzione economica, no, la lingua che parli dà un significato diverso a come guardi il mondo. Così «avere» è una condizione fuori dal tempo: io ho qualcosa da sempre, posso perderla certo, ma è mia di diritto; «tenere», invece, è una condizione provvisoria, un colpo di fortuna o di furbizia, qualcosa che mi sono conquistato, ma che trattengo finché posso, non è mio e già domani potrebbe essermi strappato e tornare in gioco. «Tenere» è il verbo dei poveri, di chi ha fame e morde l’osso con rabbia. In questo senso, tradurre l’opposizione di Fromm in «essere o tenere» cambia tutto, una opposizione così ti fa già precario nell’anima, già votato a quel nulla che ti spetta per nascita, oppure all’«essere» che qui, una volta, si identificava in due modi: o col rispetto e l’onore garantito ai galantuomini, per quanto poveri, dalla loro parola; oppure, per gli ultimi, non con l’essere uomo, ma con l’identificarsi in tutto e per tutto con Dio, centro del mondo, come se fossimo, noi, cosa sua. Dio ci teneva stretti e solo lì, fra le sue fauci, eravamo al sicuro.

mercoledì 27 maggio 2015

lingua e significati

Oggi ho imparato a dirlo in farsi: "Man dooset daram", e poi in norvegese: "Jeg elsker deg" dalla stessa persona che ha girato il mondo per sette anni senza documenti, o come si dice da noi, un clandestino.

domenica 1 dicembre 2013

come una poesia prende vita

Chapel, di Rothko

Breve storia di come nasce e si sviluppa una poesia in una comune domenica pomeriggio.
Tutto comincia con me che scrivo questo messaggio su Facebook, senza fare nomi ma all’indirizzo specifico di un amico che oggi mi ha dato bidone per un lavoro:

Avviso a tutti quelli che ogni giorno mi costringono a rincorrerli, procurandomi altri grattacapi e perdite di tempo oltre a quelli che già ho. Se nei prossimi giorni vi vengono i funghi alle parti intime non è perché la vostra igiene è scarsa (anche per quello magari), è perché ho fatto un patto col diavolo! Che vi venga la muffa lì dove non batte mai il sole, parti intime comprese.

Daniela, mia amica e lettrice, commenta così il post: “L’ispirazione catulliana di questa invettiva è disarmante!”

Stimolato da Daniela asciugo il messaggio e scrivo la poesia qui sotto, dibattendomi a lungo fra i vari sinonimi di “genitale” (pudenda, palle, ecc...) e la intitolo Catulliana:

Ti venga la muffa lì dove
non batte mai sole
per i giorni che costringi me
a incalzarti. Genitale compreso.

Sergio la commenta così: “Il caro Gaio Valerio ci andava giù anche più pesante”.
Lo stesso Sergio, però, si appassiona al progetto e decide di fare una traduzione in latino della poesia. Ne vengono fuori due esamentri assai più belli della mia quartina:

Mucor te corrumpat ubi lux semper perempta
propter perditos soles. Et lumbos ascribo.

Insomma, viene voglia a me di ritradurre la traduzione, ancor più essenziale e più ritmica del mio componimento.
Questa, alla fine, è la poesia:

Ti venga la muffa lì dove non batte mai sole
per i giorni perduti. Genitali compresi.

martedì 2 ottobre 2012

da terra

Stiamo qui a un punto morto, dove la terra è rossa e la stagione perennemente estiva, il caldo africano salito verso l’inferno d’Europa. Talvolta minaccia tempesta. Aspettiamo. Mio nonno che passi a prenderlo la morte, io che si apra una porta, ma per ogni porta che si apre, dice mio nonno, se ne chiudono altre due. La chiamiamo, di comodo, pigrizia, ma più nel profondo è la consapevolezza che non c’è salvezza alcuna, che tutto significa senza certezza. L’umore spesso è a terra e per risollevarlo passiamo le giornate in giardino, fra i sempreverdi, dove si arrampicano gli uccelli. Da terra cantiamo con loro. Talvolta usciamo in paese. Siamo, dicono, di compagnia.

giovedì 27 settembre 2012

rebus

È un mondo senza tempo
e senza vento.
Tutto sta fermo
e faticosamente significa.
Enorme è la fatica del significare
in questo cantiere del senso.
Ogni parola è una massicciata
di lettere e figure.
Tutto pesa.

(Valerio Magrelli)