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venerdì 7 ottobre 2022

libro con radici

Stanotte ho sognato che con un amico giardiniere riuscivamo a creare un libro con delle radici innestate nella carta delle pagine da cui potevano nascere delle piantine che, se ben curate dal lettore, crescendo lo avvolgevano lentamente. Se le radici davano fiori o frutti erano tutti diversi fra loro perché prendevano i diversi colori o sapori del libro in relazione a come lo aveva vissuto il lettore. E quando finiva il libro lo potevi mettere in un vaso o in giardino così continuava a crescere per fatti suoi anche se non avevi più bisogno di lui e passavi ad altro.

giovedì 24 settembre 2015

una prole testarda

Talvolta
quando scrivo in curdunnese
lingua del paese in cui io sono
lingua un po’ di padre un po’ di madre
(allevati in campagna con accenti diversi
e a nozze accasati nel centro)
talvolta se scrivo mi sento un profugo in patria
che cerca d’esprimere mondi
limitato nel gergo nei modi
dalla sua povertà d’espressione
costretto da politica e scuole
all’autoepurazione dal dialetto
dalla sua storia non statale
ma orgogliosamente laterale mi costa
ogni parola
trovarla nel buio una fatica di madre
che concepisca una prole testarda
scontrosa e gracile al peso
ma tenacemente attaccata alla vita.

lunedì 30 marzo 2015

lombrichi

Ascoltalo il grido dei lombrichi
perduti e ormai accecati nell’istinto
dal tuo pianto che fa del mondo fango
fango assurdo e senza scampo.

Hanno scavato a lungo nel tuo cuore
per stanarlo – e ora ch’è fango
risalgono alla luce rattristati e senza
scampo si essiccano.

Carne senza sale
si disperano al sole sul tappeto
di roccia che disfa la speranza
né si fa più consumare

muro orizzontale che delimita
lo spazio di salita della pianta
condannata a restarsene in speranza
nell’atomo

radice senza frutto – fiore senza più
impollinazione. Una lunga radice
di speranza sospesa
e aggrappata come un prologo al buio.


Nota. Questa poesia mi è venuta stanotte. L’ho sognata e poi l’ho trascritta, a memoria, più velocemente che potevo. Visto che, per i miei standard, è abbastanza lunga, mi sono perso qualche verso mentre lo facevo.

domenica 7 settembre 2014

radici / nostalgia

Lumache, patelle, cazzodde e cazzanudi. Gli immancabili ragni. I gusci vuoti. Rivoltiamo la terra in giardino: pietre e ancora pietre, vecchia cenere, buona poi per concimare i finocchi. Troppe radici. Le radici non muoiono mai, dice mio padre che la sa lunga. Basta un pezzetto di radice in una terra umida e subito dilaga, prende spazio, mette nuove radici intorno. I bulbi, invece, se ne stanno nascosti nella cenere fino a fossilizzarsi, e consumarsi nel cuore ormai cariato, mentre aspettano di risalire alla luce ed esplodere in germogli, se viene primavera. Strappo radici senza sosta, per fare pulizia in giardino, ma so che perdo già in partenza, che le radici non le puoi eliminare. Per darmi ragione, ripenso a Tonino Guerra, che l’aveva intuito molto prima di me. Ripenso a lui e a Tarkovskij in giro per l’Italia, alla ricerca delle corrispondenze che stimolassero la loro nostalgia. Ripenso a lui che riscrive, nel suo ultimo libro, un suo libro più vecchio di vent’anni, e lo fa uguale al primo: diario di un suo viaggio in Russia e di una nostalgia più grande ancora, infinita. Forse, mi dico, perché i libri vanno riletti almeno due volte, ed anche, per essere meglio capiti, almeno due volte riscritti.