Adesso che ha vinto la pigrizia non ne faccio quasi più, ma anche prima, quando partecipavo ai reading, preferivo sempre leggere, rispetto alle mie, le poesie degli altri, perché alla fine la poesia è condivisione di qualcosa che ti piace e sinceramente io non mi piaccio un granché. La poesia mi piace ancora, invece, anche se mi stanca parecchio. Ma prendendo insieme le volte che ho letto, posso dire che almeno fra le mie scelte le due poesie che in assoluto piacevano di più al pubblico, avevano in comune una cosa: il dialetto di Santarcangelo di Romagna, un luogo bellissimo che ho visitato anni fa con Clery Celeste. Delle due, una poesia d'amore delicatissima era di Raffaello Baldini e si chiamava IN DEU (In due) e l'altra, di Nino Pedretti, era E’ MI BA (Il mio babbo), che penso sempre contenga i versi più belli in assoluto mai scritti su questo argomento, e quella parola "sgangarèd" (sgangherato) che ti balla sulle ossa come un vestito troppo grande e tenuto stretto dalla cinta, l'odore buono della povertà e della terra, tanto che ogni volta che leggo i tre versi finali di quella poesia me li sento cuciti addosso come fossero miei in un'altra lingua. E sono versi, aggiungo, scritti in dialetto perché la lingua dei padri, o meglio ancora la nostra lingua affettiva è nel dialetto, cioè dentro la pancia, o meglio fra la pancia e la gola, non nell'italiano, che sta sopra, nella testa. L'italiano viene dopo, già traduce. E la poesia di Pedretti, bellissima, finisce così:
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
martedì 19 marzo 2024
sgangarèd
venerdì 5 gennaio 2024
dialetto politico
L’altro giorno ci dicevamo con Luigi Ianzano che se c’è una forma di poesia che l’AI non riuscirà mai a imitare né scrivere sarà quella dialettale, perché quella dialettale è una poesia che sta tutta nella lingua viva dei parlanti, nelle sue sfumature, che cambiano da paese a paese, a volte a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro: il dialetto della mia Locorotondo, ad esempio, non è lo stesso di Martina Franca, che sta a cinque minuti di macchina, e quello che si parla nel borgo differisce da quello del contado. Sono sfumature spesso minime, ma per questo mai codificate e a volte nemmeno codificabili, che si radicano nel cuore delle cose stesse di un paese e le fanno diverse da un paese all’altro. Troppo lavoro ci vorrebbe per codificarle tutte, e raccogliere abbastanza informazioni sulla vita di territori così piccoli solo per produrne un testo scritto da una AI. Più facile allora per tutti che si perda la lingua minore, tanto più che l’italiano già di suo è a rischio. E in questo passaggio mi è venuto in mente come all’inizio del secolo scorso, quando vennero fuori i primi discorsi sulle società di massa di cui l’AI è in fondo una figlia, una dei primi imperativi all’ordine del giorno per poter appunto allargare il discorso a quante più persone possibile, livellandolo e massificandolo, fosse proprio questo smantellamento dei dialetti, la loro cancellazione forzata tramite la scolarizzazione per favorire il nascere dello Stato, perché dove si parlano mille dialetti non si viene capiti e se non si viene capiti allora non si può controllare né essere controllati. Se c’è una sola cosa che ha unito gli opposti Gramsci e il fascismo è stata questa: la convinzione che il dialetto fosse lingua del disordine per uno Stato e andasse censurata. E ho pensato che se in futuro ci sarà davvero da parlare di poesia politica, poesia contro, poesia profondamente umana e popolare, come insegna Pedretti, poesia sovversiva e segreta fino al punto da farsi carbonara per sopravvivere a qualsiasi intelligenza piovutaci dall’alto, quella poesia non sarà italiana, ma dialettale.
giovedì 16 novembre 2023
critica e dialetto in poesia
Poco fa mi è tornato in mente Tommaso Di Dio che nella sua nuova antologia della poesia italiana contemporanea non inserisce nemmeno un dialettale, giustificandosi dicendo che avrebbero preso troppo spazio nel piano dell’opera – ma se ne puoi fare a meno vuol dire che li ritieni comunque accessori, inessenziali al discorso – mentre rileggevo uno studio (di Daniele Maria Pegorari) sulle varie storie della letteratura italiana del ‘900 in cui si annotava che alcuni fra i più strenui oppositori della stessa poesia dialettale sono proprio i poeti, ancora meglio se di una certa sinistra storica. La diatriba, insomma, è vecchia. Sanguineti, ad esempio, li ignorava tutti in toto, considerandoli nel quadro sperimentale della nuova poesia italiana che auspicava, portatori di un retaggio ideologico passatista e al massimo interessante sul piano antropologico; così Fortini, che addirittura per i dialettali provava quasi un’avversione viscerale (scrivere in dialetto era come votare per la Lega, scriveva nei primi anni ’90). In particolare sono gustose alcune sue impressioni critiche sui dialettali, che sembrano particolarmente calzanti a contestare in particolar modo le scelte estetiche dell’amico-nemico Pasolini, che manco a dirlo è stato il primo a fare una vera e propria ricognizione della poesia dialettale in Italia, regione per regione, oltre a essere egli stesso poeta in friulano. Così Fortini nei suoi scritti paragona l’atto del poeta dialettale a un “rifiuto alla partecipazione politica”, dove il poeta che ricorre a una lingua che non è più parlata “si esclude dalla comunicazione e dalla stessa modernità”, svuotando la sua scrittura del principio di realtà e rifugiandosi così in un “antagonismo neo-decadente”, del tutto inattuale in “un sistema più simile a quello dell’età barocca” per via della convivenza pressoché pacifica di convenzione e anticonformismo. Scrivere in dialetto equivarrebbe, allora, a una sorta di “suicidio culturale” dell'autore o, per restare nello stesso ambito metaforico funebre, “una comunicazione cum mortuis in lingua mortua”. E qui davvero non si capisce più a chi sta parlando, se a uno solo in particolare, o se ai molti che gli sono seguiti.
venerdì 20 gennaio 2023
consolazione
Stanotte nessun sogno a visitarmi, ma uno dei tanti attacchi di panico che mi hanno tenuto sveglio a lungo. Nell’attesa che arrivasse il giorno – visto che ieri si parlava di poesia meridionale – ho preso in mano un libro di Grazia Stella Elia, credo l’ultimo da lei pubblicato (I paràule di tatarànne, ed. FaLvision, 2021), scritto nel dialetto di Trinitapoli, e mi ha particolarmente commosso fra le altre una poesia, talmente lieve e semplice nel contenuto che non può che esistere nella sua lingua, la lingua è tutta la sua sostanza, proprio come i sogni. Questo il senso dei versi: “Non mi dice il cuore di andare a coricarmi, stasera, come se mio padre dovesse dirmi qualcosa. Lo sento avvicinarsi, farsi accanto alla mia sedia, incoraggiarmi, dirmi di andare avanti anche con questa pena che mi brucia in petto. – Figlia mia – mi dice con quella voce calma che aveva sempre – fatti forza nei pochi anni che ti restano, e fai le tue preghiere, prega Cristo e la Madonna, non perdere la fede”. La Elia l’ha scritta, come dicevo, nel dialetto di Trinitapoli, che è appunto la lingua dei “tatarànne”, degli antenati, e che resta sempre più una lingua per pochi perché, come scrive lei stessa in nota, nessuno che non la parli saprebbe rendere «il vero suono di una lingua nata per essere detta». Io, in questo, mi sento fortunato, da pugliese, di potermici almeno avvicinare. Scrive la Elia in introduzione: «La lingua primaria (il dialetto) è, a tutti gli effetti, educazione sentimentale. È destino delle parole “camminare”, fare strada, allontanarsi e talvolta non ritornare. La loro perdita ci rende più poveri». Il loro ritrovarle, però, il loro improvviso riapparire, anche per poche ore, com’è successo a me stanotte, fanno di noi il figliol prodigo che ritorna alla casa dei padri, e in qualche modo ci consola.
martedì 9 agosto 2022
la grande mona
giovedì 10 febbraio 2022
uogliò
La ragazza di colore che ogni settimana scende alla stazione per vendere cianfrusaglie e ogni volta che mi vede mi saluta da lontano sollevando il cesto UOGLIÒ! e io ogni volta provo a spiegarle che è UAGLIÒ, UA non UO e lei ogni volta prova, ride, non ce la fa, troppo difficile parlate.
sabato 16 ottobre 2021
giovedì 15 luglio 2021
moda
Ieri ho scoperto che mio padre per sfottermi con gli amici mi chiama "u poete rebuscéte" (trad. il poeta sciatto). Detta così mi sembra quasi di far moda.
mercoledì 2 giugno 2021
monta la luna
da "Iune la lune" (Schena, 1979), scritto nel dialetto di Valenzano. Questa una traduzione.
Come un poeta vero questa sera
la luna ho cominciato ad adocchiare
e masticando una bella cicoria
con lei mi sono messo a ragionare.
Dopo che le ho detto tante cose
le ho fatto la dichiarazione
e quando le ho lanciato una rosa
s'è fatta rossa per l’emozione.
Pure lei voleva parlarmi d’amore
ma non teneva il coraggio
e la vergogna faceva dentro e fuori
mentre mi dissetavo coi suoi raggi.
E proprio quando la stavo per baciare
ché la poesia mi traboccava dalla bocca
non sento che mi chiamano da casa:
“Eh uagliò, non vuoi andarti a coricare?”
lunedì 7 settembre 2020
ruscetizze
sabato 4 gennaio 2020
la prossima guerra spiegata da mio padre
martedì 23 luglio 2019
basta che funzioni
lunedì 13 maggio 2019
pronuncia
venerdì 25 gennaio 2019
nudde
aqquanne m’i rrajéte pe jídde. I íj
– so fatue u sacce – m’i specchiète.
Oh! ddò nan se vète nudde. Nan se vète
cchiù nudde. Manke u fatue ca sì.
Traduzione.
Nulla
“Devi specchiarti l’occhio*!” mi ha detto
quando mi sono arrabbiato con lui. E io
– sono sciocco lo so – mi sono specchiato.
Oh! qui non si vede nulla. Non si vede
più nulla. Manco lo sciocco che sei.
martedì 27 novembre 2018
cavour
mù tu díche.
S’è fatte i cazze sèggue
ngule a l’olte.
I cazze jèrene i sòlte
u cule u nuste.
Tu ríde i vè nnande
i u cule juscke.
U Riè jère nu strunze
cume a jídde.
Ca s’à pegghiete i strète, i kiazze
senza falle.
«So’ i mègghje!»
à ditte sckítte i tu l’à dète.
Ca storia noste jè kèsse
na cakète.
sabato 29 settembre 2018
a jatt’a mégghje
fèsce «gnac!» agne demméne
ca vuole díscere «Jí stoche ddò
tuccheme Ci’»
ca vuole ca te mùve pi carèzze.
Ce pièsce aquanne a tucche
riète i rècchje
o minze i jamme – chèra mucettazze! –
i pìgghje u muse ce nan ce dè a dènzie.
Tanne se métte riète a porte
chiangènne «Jí me ne voche, jí me ne voche!»
cume a megghière ca vuole jésse.
O stè ddè modda modde
sópe u tappéte aspettanne
ca scrèsce a sciurnète.
Fèsce a uàrdie a’ chèse e o patrune
cume a patrone ca jè
a jatt’a mégghje.
lunedì 17 settembre 2018
nella lingua del mio paese...
chire cose ca t’à sunnéte
ca t’à kjangiute pe tott’a vite
i l’àkkje arriète a demmène jínt’u litte
a lésce poésie ca u sole è jalte
ma tu nan t’azéte – stè ddè a fessè a lúsce
ca sépe d’i mure allattète tanne i tanne.
Trad.:
Nella lingua del mio paese…
…Non c’è una parola per dire
quelle cose che ti sei sognato
che hai rimpianto per tutta la vita
e le ritrovi la mattina nel letto
a leggere poesie che il sole è alto
ma tu non ti sei alzato – stai là a fissare la luce
che ha il sapore dei muri allattati lì per lì.
sabato 15 settembre 2018
se richiamati alla festa
chi s’innamorerà di Pietro Gatti
o Lino Angiuli, la terra mia aspra
che bazzica una lingua dura e lenta
che cova silenziosa fra i rovi.
Dove va della poesia voce ch’è morta
alla lingua dei paesani.
E chi di noi farà la storia nel ricordo
dei vivi che vanno all’assalto del tempo
dei poeti, se richiamati alla festa,
ma non sanno più distinguere il minuto
dall’attimo che sfugge, è già perduto.
mercoledì 12 settembre 2018
tutta la roba che mi son scordato
mi vergognavo di me
e pisciavo nel buio
nell’orinale
ed era come parlare
il dialetto
mi vergognavo
ch’era il parlare della serva
la vergogna
per quella sua faccia rozza
che non volevo vicino
nemmeno in corriera
quando s’andava al mare
con tutta la famiglia.
Mi son scordato
che ho sparato a un gatto
ch’è andato a morire in un buco
in mezzo all’orto,
che ho fatto un sorriso
ai potenti
ma a Finotti niente
nemmeno una parola
ché io non ero buono
o forse non ci ho badato.
Mi son scordato
persino dei miei nonni
che passavano la domenica da soli
seduti sulla cassapanca
nella loro casa vuota.
Mi son scordato anche del babbo
che se era un disgraziato
mi ha portato
una volta da bambino
per quattro miglia in braccio
in cerca d’una bambola.
E mi son scordato la voce
di mia mamma
che diceva
“te e la puttana che ti ha fatto”
e ora è da scemi se la cerco
nel buio delle stanze
sotto gli specchi
che fan paura la notte
e nei cassetti, fra i panni
nei suoi occhiali
senza una stanga,
nella dentiera
dove si aggrappa a un segno
simile al sangue
ch’è di plastica rosa;
un segno che mi par dire
che io le sono stato lontano
per tutta la vita.
(Nino Pedretti, Al vòusi, Einaudi, traduzione mia)

