Leggi i titoli dei giornali stamattina e l'ex Ilva di Taranto sembra diventata la nuova Alitalia, dove buttano miliardi per tenere aperta una struttura che andrebbe invece chiusa. Così non è più difesa del lavoro, è accanimento terapeutico.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
Visualizzazione post con etichetta taranto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta taranto. Mostra tutti i post
sabato 27 agosto 2022
martedì 1 giugno 2021
il dibattito generale
Sono in parte stranito dal leggere, anche sui giornali, come il dibattito generale si sia spostato velocemente sulla questione Vendola, che sembra quasi preminente rispetto alla condanna dei Riva. Per me questa condanna ha una sua importanza storica. Forse chi vive fuori non la vede allo stesso modo, ma siamo passati nel giro di dieci anni dallo sputo in faccia di "a Taranto si muore per il fumo di sigarette" (Bondi, 2013) all'ammissione con condanna che "a Taranto c'è stato un disastro ambientale conclamato, nella tacita consapevolezza dello Stato", perché Vendola, da qualsiasi punto di vista la si guardi, quelle cose le sapeva. Il problema vero, per quel che mi riguarda, non è che hanno dato tre anni e mezzo a lui, ma che li hanno dati 'solamente' a lui, con tutta la lunga lista di colpevoli, complici e conniventi che viene molto prima di lui. Non so, forse molti davano per scontata questa condanna dei Riva, che è un altro segno che qualcosa è cambiato. Ma così scontata non lo è, se ancora stamattina sentivo un pescatore di Taranto in TV dire che hanno fatto male a condannarli (i Riva) perché l'Ilva ha dato lavoro a tutti. E tu di quel che pensa quel pescatore cosa te ne fai? Gli dici che è un matto? Che è un ignorante e deve stare zitto (come hanno sempre fatto tutti, finora)? Che l'unico pescatore buono è quello che cantava De André? Oppure ti siedi ad ascoltarlo e cerchi di capire come fare, perché c'è ancora tanto lavoro da fare per cambiare quella città?
lunedì 30 novembre 2020
vincenzo
Ieri a Taranto è morto un bambino, Vincenzo, 10 anni, tumore alle ossa. L’anno passato sempre nel tarantino è morto un altro ragazzo di nome Vincenzo, 19 anni, leucemia. Siamo pieni di Vincenzo qui. Come nella canzone di Jannacci, Vincenzina è la fabbrica. Lo potremmo cantare a fil di labbra, non c’è altro che fabbrica. Siamo fregati allo stesso modo. Da una parte abbiamo il Covid che – dicono – uccide gli anziani, dall’altra abbiamo l’ex Ilva che ammazza i bambini. Pare non esserci una via d’uscita. Con la differenza che per il Covid hanno chiuso l’Italia, per l’ex Ilva le stesse persone e quelle prima di loro e quelle che verranno, non hanno ancora fatto nulla. Nulla, nessuno, in nessun luogo mai.
sabato 4 luglio 2020
smantellare l'ilva
Dice ogni sera in TV che non si sa come spendere i soldi UE, dice che servono più lavori pubblici per ridare fiato alle famiglie. Ecco un bel modo allora per usarli quei soldi e per creare nuovi posti: smantelliamo l'Ilva. Riconvertiamo la zona. Diamo lavoro a chi, si dice, rischia di rimanere senza lavoro. Prima con un amico si diceva che per bonificare Taranto ci vorranno almeno 50 anni. Se iniziassero oggi io non riuscirei a vedere la fine dei lavori. Mi piacerebbe comunque vederne l'inizio.
lunedì 13 maggio 2019
pronuncia
Continua a tornarmi in mente la signora che all'ultima presentazione che ho fatto a Firenze, io leggevo delle poesie nel dialetto del mio paese e lei mi rispondeva che non era giusta la pronuncia perché si ricordava bene della lingua che aveva sentito parlare a Taranto l'ultima volta che ci era stata, venti anni fa.
mercoledì 8 agosto 2018
martedì 28 novembre 2017
la fabbrica
“Al centro del volume dell’autrice pugliese Marta Vignola sta quella Taranto sospesa, sin dai primi del Novecento, tra “guerra e pace”: tra cantieri navali, arsenali della marina militare e, naturalmente, acciaierie. Quella Taranto, insomma, “sequestrata” per circa un secolo da quelli che potremmo chiamare i superiori interessi dello Stato: per l’appunto la difesa, la produzione di un materiale fondamentale tanto ai fini bellici quanto civili e, infine, l’imperativo dell’industrializzazione forzata delle aree sottosviluppate.
[...]
Vignola, insomma, scava in un secolo di investimenti, retoriche e conseguenti riscritture del territorio. La storia economica dei luoghi – sostanzialmente fatta dalla Marina Militare, dall’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) e, infine, dall’Ilva della famiglia Riva – diventa così anche la storia dei quartieri e del territorio tarantino. Un territorio di volta in volta espropriato (per fini militari e di sicurezza, oppure produttivi), “scosso” (al fine di ridisegnare le demografie dei quartieri) e “riconnesso” (secondo logiche imperscrutabili, utili forse alla produzione ma non certo alla vita). E, naturalmente, inquinato oltre misura, nelle acque, nei suoli e nell’aria.
La fabbrica è così la storia soprattutto della “naturalizzazione” della polvere – quella dell’acciaieria, presenza “materna” in grado di occupare, negli anni della massima espansione, sino a 30.000 persone.”
venerdì 21 luglio 2017
mare di taranto
Lo leggo adesso sul blog di Giulio Mozzi, non lo sapevo, non ci ho fatto mai caso, ma Choderlos de Laclos, l'autore di uno dei più bei libri (e film) di sempre, Le relazioni pericolose: "finirà la carriera nell’esercito napoleonico. Il suo ultimo compito, che la morte per dissenteria e malaria gli impedirà di portare a termine, sarà il comando di una fortificazione che ora porta il suo nome, sull’isolotto di San Paolo, davanti al Golfo di Taranto. Alla caduta di Napoleone gli abitanti del luogo, come atto di sfregio nei confronti degli occupatori francesi, distrussero la sua tomba, che lui, non religioso, aveva voluto nella piazza d’armi del forte. I suoi resti molto probabilmente furono buttati in mare." Giace ancora adesso, perduto, sul fondo del vicino Mare di Taranto.
mercoledì 10 giugno 2015
e mi chiedo
Ieri nel mio borgo è venuta fuori questa cosa, che il nostro sindaco ha commentato l'arrivo nel comune vicino di 130 profughi africani con un commento non proprio improntato all'accoglienza. Questa cosa ha scatenato una serie di accese polemiche che, a ben vedere, non dicono nulla di nuovo, rievocano semplicemente scenari abituali in tutto il resto del Paese. In molti disapprovano il sindaco per il suo comportamento. Altri lo difendono. Ma il punto è proprio questo: o il sindaco è completamente solo a pensare quel che dice (ma non mi è parso sia così), oppure il sindaco esprime appunto l'opinione di tantissimi altri che non conosco ma hanno diritto di opinione. Uno può dire che quello è il sindaco e non dovrebbe esprimersi in quel modo a livello istituzionale, ma problemi del genere (problemi che per noi sono solo all'inizio, perché non faranno che aumentare), non li risolvi nascondendo la testa sotto il tappeto istituzionale, perché le istituzione così come sono buone a regolare il disordine, sono anche buone a imporre un ordine che non sempre ha fondamenti umani, o umanitari. E mi chiedo, cosa posso fare, nel mio piccolo, per convincere questi altri uomini, più ancora che il sindaco che li rappresenta, che c'è qualcosa di terribilmente sbagliato, di profondamente egoistico, nel loro attegiamento verso il prossimo? E come si potrà poi, tutti insieme, organizzarci e far fronte (non solo a parole) all'onda umana che a breve potrebbe risalire dalle coste del Mar Ionio fino a noi?
martedì 4 novembre 2014
lunedì 3 novembre 2014
sabato 16 agosto 2014
fiori per il suo compleanno
Sono un fanatico dei contorcimenti del tempo. Sono di quelli, insomma, che crede che il tempo sia lineare solo all’apparenza, ma poi se fai attenzione tutto avviene un po’ a caso e in quel caso tu ci puoi trovare un ordine, un tuo ordine particolare con cui dare un senso al mondo e al suo trascorrere. Siamo in piena estate 2014, caldo denso e cielo terso, e Facebook mi notifica il compleanno di Cristiano de Gaetano, artista pugliese fra i più bravi che, se fosse ancora vivo, avrebbe la mia età. È morto di tumore a Taranto, coincidenza che, da qualche parte, dovrà pur significare qualcosa. Era la primavera del 2013. Non eravamo propriamente amici, e quindi, forse, non ho il diritto di parlare di lui. Ma è un ricordo che aggiungo agli altri, così che non vada perduto. L’ho conosciuto un qualsiasi giorno d’autunno del 2012. Sono stato portato al suo studio da un comune amico per fargli delle foto mentre discutevano di una possibile mostra. Aveva piovuto quel giorno e c’era una bella luce, molto particolare. Cristiano si presentò allo studio coi figli e cominciò a discutere subito col nostro amico della mostra, mentre i bambini inforcarono le biciclette e cominciarono a sfrecciare per le stanze. Io me ne andavo in giro fotografando gli ambienti e soprattutto i suoi figli che giocavano. Qualche volta fotografavo anche lui. Ma ogni volta che lo fotografavo faceva col viso un leggero movimento, quasi smorfia di disagio, e non conoscendolo mi chiedevo se la cosa gli desse fastidio o meno. Alcuni giorni dopo gli ho mandato le foto via mail. Mi ha risposto così: “Ho una faccia di merda”. In altre parole, faceva quelle smorfie non perché lo infastidivo, ma perché voleva venire bene in foto. Le foto dei suoi figli, invece, gli piacevano molto, e anzi, se volevo, andavano pubblicate, soprattutto il volto di Frida, sua figlia, che mostrava uno sguardo pieno, profondissimo, lucente. Era fiero dei suoi figli. Abbiamo chattato per circa un quarto d’ora in cui non mi ha parlato altro che di loro, Frida, Giordano e Lavinia, definendosi un padre “un po’ severo, ma giusto un po’”, un padre che provava a essere bravo anche se la sua vita sentimentale era “un gran casino”. Poi mi ha detto di tornare a trovarlo quando volevo, per fare altre foto ai suoi figli e anche a lui, ma non ci sono più tornato. Non ne ho avuto l’occasione. Dopo l’autunno l’ho incontrato una sola volta, a carnevale, a una mostra. Era allegro ma già molto dimagrito. Si sapeva già che stava male. Ho scritto una poesia per lui, e l’ho chiamata Inverno. Volevo fermare il tempo a poco prima che arrivasse primavera. Ma quella che più fortemente me lo fa pensare adesso, anche perché la stavo leggendo il giorno in cui il nostro comune amico, affranto, mi ha dato la notizia, è questa, di un monaco zen vissuto in Giappone all’inizio del 1200, chiamato Eihei Dogen: “i fiori muoiono quando ci rattrista perderli”. E per quel poco che l’ho conosciuto, credo che a Cristiano de Gaetano sarebbe piaciuta.
giovedì 27 dicembre 2012
nel labirinto
C’era un film che girava in tv quand’ero ragazzino, Labyrinth. Parla di Sarah, adolescente a cui il re dei Goblin (interpretato da David Bowie) rapisce il fratello. Per salvarlo, Sarah attraversa un labirinto pieno di trappole insidie e personaggi surreali, al termine del quale si ritrova adulta. È insomma la classica storia di formazione evidenziata, nello scontro finale col Goblin, dalle parole: “La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande. Non hai alcun potere su di me!”
Natale, come Dickens insegna, evoca fantasmi. I nostri, oggi, sono lontani da qualsiasi intento edificatorio. Eppure, quanto sarebbe bello poter pronunciare le stesse parole di Sarah all’indirizzo di chi ci offre un labirinto da attraversare senza alcun premio alla fine né un percorso di crescita, quasi fosse una punizione per la nostra stessa povertà morale.
Se fate attenzione, fra i sintomi più evidenti della recessione vi sono i Compro Oro, spuntano come funghi. Parlando con chi ci lavora, gente abituata a scene di comune disperazione, viene fuori quanto la cosa più assurda sia l’incredulità di quelli toccati solo in parte dalla crisi, i quali pur riconoscendola non riescono lo stesso a immaginare la tavola di chi non sempre ha del pane.
Si dice che i poveri siano diventati più poveri e i ricchi più ricchi, ma ecco il fantasma peggiore: la vittoria del re dei Goblin che è riuscito a separarci dal nostro stesso fratello. A dispetto della sua storia di solidarietà, questo Paese è popolato da persone sole, diffidenti, non sempre pronte a sostenersi nelle difficoltà. Un paese spaventato, egoista e debole, la cui la rabbia che pure potrebbe fornirci l’energia necessaria a risollevarci, non attecchisce come dovrebbe.
Lo si è visto bene a Taranto: uno sciopero enorme, l’intera città bloccata, ma per cosa? Gli operai impotenti, la loro disperazione usata come merce di scambio per salvare i Riva dal disastro. I partiti, che intanto giocavano alle primarie, collusi con un potere cieco, strafottente e corrotto, che non possono o non vogliono negare. E noi?
In questo labirinto senza uscita, senza orizzonte, mi chiedo: avremo la forza di reagire, di ritrovare una dignità di diseredati per fare fronte comune? Oppure, se gli dei della terra sono indifferenti, chi ci offrirà soccorso quando pronunceremo la nostra preghiera di Natale? Guardo al cielo e mi chiedo: c’è vita su Marte?
Articolo uscito su Largo Belllavista n°65, dicembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Jack Nicholson osserva il labirinto dall’alto, in una scena di Shining, di Stanley Kubrick.
Etichette:
crisi,
david bowie,
dickens,
fantasmi,
fratelli,
ilva,
infanzia,
labirinto,
marte,
natale,
oro,
pensieri,
politica,
salvezza,
senilità,
shining,
solitudine,
stanley kubrick,
taranto,
vita
martedì 30 ottobre 2012
lunedì 29 ottobre 2012
domenica 28 ottobre 2012
Iscriviti a:
Post (Atom)











