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mercoledì 6 dicembre 2023

il primo passo

Ieri, dopo una lunga pausa in cui mi sono molto trascurato, ho fatto i primi esami medici dopo due anni. Subito gli amici poeti intervengono. Uno mi manda una poesia di Angelo Maria Ripellino, di cui si festeggia in questi giorni il centenario, in cui il poeta dice di avere fede nella sua urina che lo rasserena quando non è “verde pastello” ma splende invece “timida come una bambina”; un altro mi rilancia una poesia di Beatrice Zerbini, che ha qualche anno meno di me, in cui lei si augura che “a pagina due / delle tue / analisi del sangue / vada tutto bene”. Ecco io le leggo, leggo i risultati delle mie analisi e penso che la mia generazione ancora non ha perso, ma di sicuro il primo passo verso la geriatria l’ha messo.

mercoledì 27 settembre 2023

fase

Farsi venire (a 46 anni suonati) il mal di pancia per aver mangiato troppi biscotti... è vero che a una certa età si torna bambini, ma credevo di cominciarla un po' più tardi questa fase...

sabato 26 agosto 2023

senilità

Primo amore (1978) di Dino Risi, con un grandissimo Ugo Tognazzi e Ornella Muti è uno dei tanti film minori ma dignitosi dell’ultimo Risi in cui descrive il confronto spietato col tempo al sopraggiungere della vecchiaia. Lo fa attraverso il più classico dei soggetti, l’ultimo amore di un vecchio artista per una giovane ragazza. La storia, tutta basata sulle atmosfere invernali, sul lento senso di disfacimento dell’uomo distrutto da una passione eccessiva, va come deve andare fino a che i due inevitabilmente si lasciano. In un successivo incontro, poco prima del finale, lei cerca di rievocare momenti intimi che per lui, che ormai soffre di gravi vuoti di memoria, non hanno più significato. “Roberta, ecco come si chiamava” dice ricordandosi il suo nome poco dopo che lei se n’è andata, ed è una di quelle battute che ti spezzano il cuore. Dopo essersi giocato l’ultima chance di felicità puntando su un amore impossibile, assoluto, quella battuta dimostra che è stato tutto inutile, il sogno, l’amore, il coraggio, tutto inutile se manca la memoria. Lei non lo sa ancora, lui questo lo sapeva, ma per un attimo ha abbassato la guardia e se l’è dimenticato, e poi ormai sconfitto dalla vita, dall'età, ha finito per dimenticarselo per sempre.

giovedì 28 luglio 2022

alberi

Ieri per fare il figo mi sono steso in giardino per dormire sotto gli alberi come le bestiole. Poi più tardi è cambiato il tempo, e la mia cervicale si è presa la rivincita. Ore di emicrania senza fine, le spalle rotte, le ossa rotte. Nei pochi momenti di veglia ho sognato il mio amico GGG che scappava con un macellaio mentre io me ne stavo appeso in vetrina. Altro che giovinezza perduta, qui siamo già alla senilità acquisita e con un piede nella frollatura.

sabato 20 febbraio 2016

specie

Fa un po’ specie questa cosa che è appena morto un illustre uomo di cultura che i più conosceranno per aver scritto un manuale pratico per scrivere la tesi di laurea più altri consigli sparsi in decaloghi per scrivere bene in italiano (più citati che applicati alla lettera) più un romanzo di successo da cui hanno ricavano un film di ancora più successo con Sean Connery, e quest’uomo illustre pochissimi mesi fa aveva detto che i social danno molta voce agli idioti, con grave scorno degli idioti che gli davano, di contro, del rimbambito, e ieri il rimbambito è morto e ora gli idioti lo piangono sui social che tanto odiava, non si sa se per dispetto o altro.

sabato 12 dicembre 2015

botta e risposta

La poesia sarà pure linguaggio universale (dicono e qui quasi non ci piove), ma io mi chiedo a volte, lo confesso di Magrelli, De Angelis, Buffoni, Cucchi, Nove, Cavalli, pure De Luca eccetera e tutti i miei colleghi che leggo e poi mi parlano (oggigiorno) della loro mezza età raggiunta quasi con stupore, del disgusto e del rimpianto della loro vita urbana (o mondana che sia), delle lotte clandestine o dichiarate dei loro vent'anni che furono i miei meno venti, del mondo che per loro è Europa e non cede alla speranza persino nel ricordo del nostro Meridione, dell'amore che non muore anche se poi gli comincia a morire intorno in geriatria e nei reparti tumorali, e la paura, e la serena accettazione della morte e nonostante ciò orgogliosi della propria piccolezza umana che si fa autorevolezza editoriale nei mantelli rossi superumani nascosti sotto i cappotti lunghi con le biro, pieni di parole-esplosivo ma privi di potere che possa cambiare le cose (così da dirsi voci con causa senza effetto), orgogliosi di sé e della propria scrittura che non cede nelle vendite e nelle invidie dei colleghi anche se cede qualche volta nel verso costipato in piccole scorregge di senso, orgogliosi delle baruffe e degli intrighi da concorso che daranno colore al melodramma dell’ormai prossima biografia, orgogliosi come bambini delle proprie amanti-figlie ladre di un talento intraducibile, io mi chiedo a volte, se li guardo e in loro mi specchio, ma che c'entrano quei poeti lì con me, coi miei problemi e la distanza chilometrica che, sempre più, si fa morale, che mi sanguina nelle gengive? E la risposta è (rabbiosa o sconfortata che sia): poco, anzi, quasi nulla.

sabato 2 marzo 2013

questo non è un paese per vecchi


Blade Runner. Roy Batty e Pris, due androidi fuggiti da Marte, si sono rifugiati in casa del progettista genetico J.F. Sebastian, un innocuo venticinquenne affetto da una malattia che ne ha anticipato l’invecchiamento. Il progettista, riconoscendone la diversa natura a causa della loro bellezza e perfezione, chiede loro di mostrargli qualcosa di speciale. Pris gli risponde: “Io penso, Sebastian, pertanto sono”, rimarcando in questo modo la propria dignità di individuo.
Quello descritto da Blade Runner è un mondo affetto dalla vecchiaia e dalla malattia, corrotto e stanco, che vive in una oscurità senza uscita in cui l’uomo è destinato a dibattersi prima dell’inevitabile fine. Gli unici esseri sani, giovani e forti, sono gli androidi, asserviti o temuti come nemici da eliminare appena cominciano a dimostrare di avere sentimenti. Ma nessuno può salvarsi da tanta corruzione, e anche chi non muore è costretto alla paura, a fuggire senza pace per nascondersi. Due sono le grandi metafore evidenziate dal film. La prima, post sessantottina, è che nessuno sopporta la giovinezza se lasciata libera di essere, di agire senza censure, e la condanna. La seconda è che i ricordi, di qualsiasi natura siano, sono tutto ciò che abbiamo, cagionevoli quanto noi.
Ci ho pensato in questi giorni, dopo le dimissioni del Papa, che lascia perché si sente vecchio e troppo stanco per affrontare i problemi del mondo attuale ma anche, viene da aggiungere, la corruzione presente in Vaticano, i suoi enormi e occulti giochi di potere. E poi per il caso Pistorius, l’omicidio da parte di un uomo giovane ma “non perfetto” della donna perfetta che amava: come in Blade Runner (nomignolo di Pistorius) l’atleta decide di eliminarla, non reggendo il confronto con lei, con il suo grado perfezione e con la libertà che reclama.
Ci ho pensato durante le ultime elezioni quando, di fronte ai tanti che accordano la loro fiducia a Berlusconi, in molti hanno reclamato per la vecchiezza (e l’implicita corruzione) di un paese incapace di guardare in avanti e ancora legato ai propri insani ricordi. A conti fatti, però, il 25% degli italiani si sono astenuti dalle urne e il partito più votato è stato Cinque Stelle. Non sappiamo a questo punto se tale fiducia porterà alla soluzione dei problemi o affosserà del tutto l’Italia. Il punto è un altro.
Per troppo tempo le forze di potere hanno creduto che i propri elettori fossero degli androidi, macchine da voto con sentimenti elementari e facilmente manovrabili. Ora, molti degli androidi si sono rifiutati, in nome della propria dignità di pensanti, di fare quel qualcosa di speciale che gli veniva richiesto “per il bene del paese”, cioè votare ancora una volta i vecchi che per anni lo hanno corrotto. L’istinto vitale ha prevalso sulla paura del futuro. La rabbia sulla ragione. Lo spirito di rivolta sul calcolo delle opportunità. Tutto è incerto, ma qualunque cosa si pensi dei risultati, questo non è più un paese per vecchi.

venerdì 22 febbraio 2013

il paradiso perduto


Il cancro del tempo ci divora, scriveva Henry Miller nell’incipit di Tropico del Cancro. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato con la morte. È una verità così evidente, e allo stesso tempo scomoda, che parlarne troppo diventa indice di cattivo gusto. Siamo condannati, aggiunge Miller citando Rimbaud, non cambierà stagione.
Quello della fine del tempo è un concetto a cui ci hanno ben abituato i poeti da quando, con l’Illuminismo, la poesia ha cominciato a rifiutare come illusoria l’idea di Paradiso e a viverla come un’ambizione impossibile, frustrante. Tutto ciò a cui possiamo aspirare, dicono, è un lungo ed estenuante Purgatorio, in cui le poche gioie sono da spremere al contagocce dalle semplici cose intorno a noi, che con grazia francescana abbiamo il dovere di ricominciare a osservare, proprio nel secolo in cui guardare e basta è un’operazione talmente svalutata da non servire più a nulla.
Da sempre gli artisti, e in particolare i poeti, si sono assegnati il compito di salvare gli attimi vissuti e rilanciarli in avanti. Proprio per la difficoltà di tale compito spesso le loro opere richiedono ai lettori impegno e disciplina, ed ecco perché in una società sempre più pigra e al contempo rapida com’è la nostra, hanno perduto ascoltatori e fiducia. Perché fermarsi ad ascoltare un messaggio di pessimismo senza ambizioni?
Eppure già fare poesia è un’ambizione. E contro ogni pessimismo, o forse proprio per quello, fra le poche e spudorate gioie riservate dai poeti c’è la vendetta. Nessuno sa usare le parole per ferire meglio di un poeta. Una feroce vitalità che irrora l’animo, sia quando a essere insultato è l’amante di turno sia quando lo è il sistema che ci comprende tutti per quello che siamo, dei precari del tempo.
In questo il poeta, primo fra gli inetti, non fa sconti per nessuno. Dante ne condanna parecchi all’Inferno che, nell’immaginario comune, resiste ancora bene. E Montale scatena su di loro Clizia, mai più angelo né diavolo, perché ne faccia piazza pulita di fronte alla storia. Pene terribili insomma, per chi non può rispondere o non vuole. Ed è il silenzio di chi magari non ha nulla di particolarmente originale da dire, ma non fiata nemmeno per ricordarci d’essere, pur brevemente, stato: il peggiore degli sprechi.
Fatevi sentire, anche solo per riconfermare il vostro no. Perché, come rispondeva Brodskij all’anonimo giudice che gli chiedeva, per sminuirlo, chi mai lo avesse arruolato nei ranghi dei poeti: “Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?”

Articolo uscito su Largo Belllavista n°67, febbraio 2013, nella rubrica Senilità. Foto, di Anders Petersen.

martedì 12 febbraio 2013

un fuoco nella notte


To build a fire, preparare un fuoco, di Jack London, è uno dei racconti su cui lo scrittore americano si è più speso in vita, riscrivendolo in due diverse versioni, una più lineare del 1902 e una più sfaccettata, ambigua, del 1910.
In entrambe un cercatore d’oro si perde insieme al suo cane mentre attraversa la foresta boreale. È notte, inverno, e la temperatura è scesa 60 gradi sottozero. L’unica soluzione è accendere un fuoco per scaldarsi e tenersi sveglio, sperando che il suo bagliore possa fornire ad altri un segnale per raggiungerlo. L’uomo con grandi difficoltà accende il suo fuoco, poi per un errore lo spegne, allora cerca di uccidere il suo cane per avvolgersi nelle sue viscere, ma il cane fugge. L’uomo muore congelato.
Sembrerebbe uno spietato racconto di frontiera, se non fosse per un particolare – ben evidenziato da Davide Sapienza nella sua traduzione per le edizioni Mattioli 1885 – che può trasformare una bella storia in metafora dell’esistenza, e legato al potere della parola: “to build” scrive London nel titolo del racconto, ovvero, traducendo vocabolario alla mano: costruire, erigere, edificare, plasmare, assemblare, fabbricare, ma non certo accendere. È una differenza fondamentale. Di fronte a quel paesaggio oscuro e ostile, all’immensità gelata che lo circonda, l’uomo non accende semplicemente un fuoco, ma ancora di più lo erige, lo crea, gli dà forma per difendersi dal freddo, dal buio. Quel fuoco diviene l’ultimo baluardo della sua vita prima di essere divorato dalla foresta.
È, per certi versi, il rovesciamento del mito di Prometeo, che ruba il fuoco agli dei per restituirlo agli uomini ed elevarli dallo stato primordiale a quello moderno, che piega la natura al suo volere. Nella storia di London, per cui l’uomo non può trascendere dalla natura, il protagonista, per troppa sicurezza o distrazione spegne il fuoco che potrebbe salvarlo dalla notte e muore solo, abbandonato persino dal suo cane.
Vorrei cominciare così il nuovo anno, usando questo racconto quasi crudele come monito. Nel periodo più buio della nostra storia, in questa notte all’apparenza senza uscita, non abbassiamo la guardia confidando troppo in noi e in quel fuoco che potrebbe spegnersi in qualsiasi momento, o rivelarsi di paglia. Resistiamo alla tentazione del sonno e attendiamo alla nostra fiamma con cura. Teniamo gli occhi aperti!

Articolo uscito su Largo Belllavista n°66, gennaio 2013, nella rubrica Senilità. Nella foto, un’opera dell’artista Oscar Turco.

giovedì 27 dicembre 2012

nel labirinto


C’era un film che girava in tv quand’ero ragazzino, Labyrinth. Parla di Sarah, adolescente a cui il re dei Goblin (interpretato da David Bowie) rapisce il fratello. Per salvarlo, Sarah attraversa un labirinto pieno di trappole insidie e personaggi surreali, al termine del quale si ritrova adulta. È insomma la classica storia di formazione evidenziata, nello scontro finale col Goblin, dalle parole: “La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande. Non hai alcun potere su di me!”
Natale, come Dickens insegna, evoca fantasmi. I nostri, oggi, sono lontani da qualsiasi intento edificatorio. Eppure, quanto sarebbe bello poter pronunciare le stesse parole di Sarah all’indirizzo di chi ci offre un labirinto da attraversare senza alcun premio alla fine né un percorso di crescita, quasi fosse una punizione per la nostra stessa povertà morale.
Se fate attenzione, fra i sintomi più evidenti della recessione vi sono i Compro Oro, spuntano come funghi. Parlando con chi ci lavora, gente abituata a scene di comune disperazione, viene fuori quanto la cosa più assurda sia l’incredulità di quelli toccati solo in parte dalla crisi, i quali pur riconoscendola non riescono lo stesso a immaginare la tavola di chi non sempre ha del pane.
Si dice che i poveri siano diventati più poveri e i ricchi più ricchi, ma ecco il fantasma peggiore: la vittoria del re dei Goblin che è riuscito a separarci dal nostro stesso fratello. A dispetto della sua storia di solidarietà, questo Paese è popolato da persone sole, diffidenti, non sempre pronte a sostenersi nelle difficoltà. Un paese spaventato, egoista e debole, la cui la rabbia che pure potrebbe fornirci l’energia necessaria a risollevarci, non attecchisce come dovrebbe.
Lo si è visto bene a Taranto: uno sciopero enorme, l’intera città bloccata, ma per cosa? Gli operai impotenti, la loro disperazione usata come merce di scambio per salvare i Riva dal disastro. I partiti, che intanto giocavano alle primarie, collusi con un potere cieco, strafottente e corrotto, che non possono o non vogliono negare. E noi?
In questo labirinto senza uscita, senza orizzonte, mi chiedo: avremo la forza di reagire, di ritrovare una dignità di diseredati per fare fronte comune? Oppure, se gli dei della terra sono indifferenti, chi ci offrirà soccorso quando pronunceremo la nostra preghiera di Natale? Guardo al cielo e mi chiedo: c’è vita su Marte?

Articolo uscito su Largo Belllavista n°65, dicembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Jack Nicholson osserva il labirinto dall’alto, in una scena di Shining, di Stanley Kubrick.

domenica 18 novembre 2012

luce

Hemingway, nell’introduzione ai 49 racconti, indica, fra i suoi preferiti Un posto pulito, illuminato bene.
Di che parla? Due camerieri sbattono fuori dal locale un ubriaco, perché è tardi e uno dei due è stanco. Chiudono, e l’altro rivela di avere paura di tornare a casa e mettersi a letto, perché il buio gli fa pensare alla nada, al nulla che ci avvolge. Tutto qui. 
Così, quello che all’epoca era considerato fra i suoi racconti più famosi e rappresentativi, oggi è fra i meno apprezzati. Il fatto è che, come per quasi tutto il minimalismo a cui ha dato l’avvio, non dice abbastanza, o meglio dice tutto senza aggiungere altro. Non c’è azione, né riscatto morale, e nemmeno il colpo di scena che darà una piccola scossa alla routine del lettore medio. La vita non li ammette, se non in rari casi, ed Hemingway imita la vita. 
In tempi come il nostro, dove invece, per citare Woody Allen, la vita imita la televisione, non c’è più posto per racconti in cui la paura più grande è quella del buio. Di fronte alla crisi mondiale, al terrorismo, al precariato, nessuno ha più tempo per i problemi di due baristi, a meno che i baristi non siamo proprio noi. Ed ecco perché il proliferare di chiacchiere simili, a milioni, sui vari social network. C’è esibizionismo. Ma se lo scrivi su FB allora il problema diventa più chiaro anche a te. Perché per un attimo guardi te stesso dall’esterno, come se fossi un altro. 
Molti non lo sanno, ma questo è un presupposto dell’arte. La capacità di estrapolare un significato dal proprio quotidiano per farne una metafora dell’esistenza. Certo, è un giochino per pochi, per chi sa davvero guardare oltre quei due baristi che ancora rientrano a casa. Per gli altri resterà una cosa appena sfiorata in un particolare momento del giorno, magari dopo il lavoro, mentre pensano a cosa scrivere in bacheca per sembrare più fichi. A leggerli si assomigliano tutti, spesso si lamentano per cose che credono importanti e poi non sono nulla. Dimenticandosi come, per un principio elementare della fede, solo attraverso il buio può arrivare la luce. 

Articolo uscito su Largo Belllavista n°63, ottobre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Ernest Hemingway, ritratto da Robert Capa.

giovedì 15 novembre 2012

giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza


“Non sempre giovinezza è verità” scriveva Vittorio Sereni in Stella Variabile, suo ultimo libro, memore della canzone che inneggiava alla guerra, all’azione mossa dall’istinto, dalla volontà di rinnovare. A questa affermazione si può contrapporre l’altra, terribile, di Philiph Roth: “Diventare vecchi è insopportabile e umiliante”, in Everyman.
Cos’è la giovinezza per Roth? Salute, vigore, desiderio. Di che si nutre? Rabbia, onestà, speranza, con una tale forza da negare l’utilità del sapere. Il sapere corrompe. Sapere non serve a vivere. Tutto viene azzerato dai giovani, sul piano delle possibilità, in virtù del loro anelito al godimento. A un vecchio, il cui corpo ormai è corrotto dal tempo, spezzato nella salute, umiliato nel sesso, tutto questo è negato, resta solo ciò che sa, o che sapeva, ciò a cui ha assistito. Un vecchio è un testimone ma, corruttore del mondo a sua volta, non ha nulla da insegnare.
In un suo pezzo su Repubblica, Marco Lodoli esprime riserve sulla possibilità che la cultura umanistica possa ancora offrire qualcosa ai giovani. Ma come si può negare che in una società edonistica com’è la nostra l’Uomo non sia più il centro dell’universo? Certo, si parla ormai di uomo con la minuscola, concetto meno eroico ma più vicino all’individuo, ai suoi bisogni, al suo controllo. Quella che viene meno, semmai, è una cultura della dignità dell’uomo, del poetico, del reale. La fame di poetico è fortissima, oggi come sempre, ma spesso lo si cerca in occasioni che escludono il reale, gli sfuggono con ansia. Perché?
Così, da una parte c’è chi rimprovera ai giovani una gravissima mancanza di attenzione per i problemi sociali, dall’altra li si spinge al disimpegno, connaturato all’idea di giovinezza, e in cui sono comunque colpevoli, perché non comprano abbastanza, deprimono il mercato, l’intera economia mondiale. I giovani sono carne da macello, l’età dell’oro una breve illusione.
Ci pensavo l’altra sera, guardando la registrazione di un vecchio concerto di Neil Young. Neil aveva venticinque anni e presentava dei nuovi pezzi che ora sono storia del rock, uno fra tutti Old Man, spietato confronto fra due generazioni che tanto ricorda Roth, dall’altra parte dello specchio. All’apice del suo talento, nel pieno della sua giovinezza, Neil Young era un artista inarrivabile, grandissimo e, per il principio che nulla è ripetibile neppure il talento, ascoltandolo viene quasi il rimpianto che non sia morto allora, mantenendo per sempre inalterato quel talento e la promessa di eternità e purezza insita nella sua musica.

Articolo uscito su Largo Belllavista n°64, novembre 2012, nella rubrica Senilità. Nella foto Kazuo Ohno in scena.

domenica 9 settembre 2012

uomini e cani


Stalin, leggevo un po’ di tempo fa, non vedeva di buon occhio e anzi sconsigliava di coltivare amicizie. Questo perché, come sentimento di simpatia, affetto e dedizione disinteressata all’altro, l’amicizia poteva essere di intralcio all’amore assoluto per il Partito. Era, di base, un’idea talmente disumana, nel suo tentativo di creare uno stato di uomini soli e privi di conforto, se non nell’astratta idea di un mondo di uguali, che non meraviglia come poi il Comunismo russo sia crollato così rovinosamente, e in barba al suo falso mito di felicità.
Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre passavo dietro l’ufficio postale, dove da un po’ di tempo si rifugiano di notte due randagi, di cui uno talmente vecchio e stanco da trascinarsi zoppicando, con estrema fatica, e ho notato nell’angolo fra i cespugli un piatto di pasta, messo lì per loro da qualche vicino.
L’affinità fra uomini e cani, in tempi di crisi, non è cosa nuova. Bulgakov, vittima della censura stalinista, scrisse a proposito un intenso romanzo chiamato Cuore di Cane. Negli anni ’80 Tom Waits, ispirandosi all’espressionismo tedesco, ha realizzato Rain Dogs, disco bello quanto stralunato, per descrivere la vacuità di un mondo sull’orlo del collasso. E Goya, all’apice di una sordità che rischiava di farlo impazzire mentre gli spalancava le porte di una comprensione universale del dolore, estremizzò questa fratellanza in un’opera disperatissima e minimale come El Perro, dipinta sulle pareti di casa sua, a Madrid. La testa di un cane che affonda oltre il fossato e nient’altro sopra che il vuoto.
Talvolta, mentre osservo gente molto più preparata di me abbaiare in tv per problemi che nel loro infinito ripetersi diventano astratti quanto l’aria, penso che di cani, soli o rabbiosi che siano, è pieno il mondo. Forse l’intelligenza li rende speciali, capaci di formulare pensieri, parole, e il dito opponibile, come ci insegnano i libri di scuola, ha dato loro la possibilità di creare tutte le meraviglie, più o meno evidenti, che ci vediamo intorno. Ma è nella pietà, nella capacità di sentire il dolore dell’altro e condividerne, anche solo moralmente, il peso, che i dislivelli si appianano e si realizza l’ideale di un mondo che ci vede tutti, uomini e cani, non migliori, ma uguali. Sarebbe il caso, per qualcuno, di ricordarlo.

Articolo uscito su Largo Belllavista n°62, settembre 2012, nella rubrica Senilità. Foto di Anders Petersen.