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lunedì 18 novembre 2019

inferno

Ma quelli che mi mandano il manoscritto e mi chiedono: "Ma voi pubblicate poesia?" in che girone dell'Inferno dovrebbero finire?

domenica 25 marzo 2018

amore e morte

La più bella storia d’amore che ho letto da molti anni a questa parte è un raccontino breve contenuto nel volume Amore del giapponese Inoue Yasushi (Adelphi 2006). Parla di una coppietta mediocre, due avari che, dopo una vincita alla lotteria, provano a recuperare il viaggio di nozze mai fatto. Il tentativo di riscatto sociale – di cui il viaggio in un lussuoso albergo sul mare costituirebbe l’apice da rivendicare a vicini e famigliari che sparlano di loro – fallisce miseramente quando viene a scontrarsi con le loro nature: il dispiacere di dissipare quell’insperata fortuna in una notte in albergo li mette in un tale stato di disagio da costringerli a ritornate indietro, appena arrivati, per passare l’anniversario di matrimonio chiusi in casa, nascosti dai vicini ma appagati dall’avere conservata quasi intatta la cifra vinta. Eppure, con una leggerezza meravigliosa, il rapporto dei due piccoli sposi viene rinsaldato proprio dalla loro complicità che prende forma nei gesti colloquiali del loro pranzo frugale e nello stupore che li prende una volta arrivati di fronte al mare. Le due anime non fanno che vagare, quasi svuotate, di pagina in pagina spinti da un vento gelido che ora li separa ora li riunisce, così simili ai danteschi Paolo e Francesca. Come tutte le figure nate dalla penna di Yasushi sono creature pre-infernali, in cui le colpe sono connaturate a tal punto da trascinarli inesorabilmente e senza possibilità di riscatto – e senza reale afflizione – verso il baratro della loro condanna. Fa eccezione, in questo particolare racconto, il tenero abbraccio finale con cui il protagonista, ormai conscio del proprio amore, stringe a letto il corpo gelido di sua moglie, che già prefigura la morte che presto diventerà.

giovedì 11 febbraio 2016

inferno

Ho fatto un sogno. Io e Ungaretti (l’Ungaretti del Dolore) ce ne andavamo in giro per le catacombe di Roma cercando la tomba segreta di Bela Lugosi. Nostro compagno di viaggio e nostra guida era Ascanio Celestini, anche lui alla ricerca della seconda pizza di un vecchio film in bianco e nero sui mostri, inghiottita da quell’inferno. Quanta gente ammazzata ci sta sepolta sotto Roma, quante ombre che si aggirano infelici. E quanti artisti senza nome (poeti e saltimbanchi) ci fermavano per raccontarci la loro storia. Ungaretti, nervoso, scuoteva il capo e li guardava commosso, e diceva loro: “È il nostro destino di uomini, l’umiltà e la perdita” ma senza segno di consolazione nella voce. E prendeva appunti di tutti loro, per restituirgli almeno una parola di commiato alla nostra uscita.

venerdì 4 settembre 2015

chi era?

Romanziere tedesco. Beveva. Ha scritto un romanzo su due anziani che vengono a sapere che il figlio è morto in guerra e allora decidono di preparare dei volantini antinazisti da distribuire ai vicini. Chi era? Ce l'ho sulla punta della lingua e non riesco a ricordarmelo. Quando ho scritto "scrittore tedesco beveva" su google è venuto fuori un elenco lungo come quello del telefono, e tanti saluti dall'inferno.

giovedì 13 agosto 2015

una cartolina dall'islanda

Si suggella così il tuo lungo viaggio
e il nostro breve che per poco
ci portò un romanzo: il breve lampo
del tuo slancio senz’amore
ma incapace di slegarsi dal mio amore
(né disse mai l’amore di volerci)
soltanto per averci complici
e compagni di perdenza per il giorno
del tuo ritorno a casa anguilla mia.

Mi scrivi dalle coste dell’inverno
in una luce tutta notte tutta inverno
mai più salvezza tu mai più l’eterno
ma serratura (toppa e chiavistello)
da serrare in vista dell’averno:
cruna che dall’abisso di un vulcano
ci schiude una parola il tuo saluto
poi viene divorata dall’incuria dallo sputo
dei postini infreddoliti. Perdonali

non sanno.

domenica 11 gennaio 2015

il buio l’amore la tosse e lo scolo

è tutta qui la nostra vita – mi ripete
Girgenti provata
immobile a letto con un libro – non altro
che un esame un altro ancora e poi
la notte – la notte
e poi più nulla. Non scappi – mi ripete.

Eppure – mio cactus – passa qui la bottiglia
ti mostrerò un modo
di confondere le tracce nella nebbia
dei suffumigi avernali.

Ciò detto – le sue ali fortissimo
un passero si sentì agitare.

lunedì 29 dicembre 2014

noir

Mi sono perso nella neve che cadeva in cucina.
Era la neve della nostra morte silenziosa e perfetta.
Mia madre cuoceva una torta che nessun ospite
avrebbe più gustato. Maigret il commissario indagava
le tracce sulla neve di un passaggio mai avvenuto.
Chiedeva a testimoni di noi che ci avessero mai
saputi vivi in tutto quel buio avernale.

venerdì 13 giugno 2014

fare lillo

Ho fatto un sogno. Aiutavo mio fratello a espiantare un albero in giardino. Fra le radici dell'albero ho trovato un vinile, sepolto lì da chissà quanto ma tutto intero, per nulla rovinato dall'umidità del terriccio. Aveva la copertina color seppia, su cui si intravedeva, sotto il titolo, l'ombra di un nero che teneva sulle ginocchia la sua tromba. Titolo del disco: FARE LILLO; autore: Shephan Rove; tracce: tre, questi i titoli: 1) Un ragtime nella foresta infernale; 2) Lucertole preistoriche; 3) Pernacchio, ovvero una riscrittura di Satisfaction per toglierle qualsiasi traccia di bianchitudine dal suono. Anche il cielo era color seppia, oppure verdone brillante come i rami, perché rifletteva il mondo intorno. Grosse lucertole (quasi preistoriche) correvano per il giardino. Poi la tromba ha cominciato a suonare e l’albero mi ha chiesto, in cambio del vinile, di potersene restare lì dov’era. Per nostra sfortuna il sogno è finito, e mi resta la nostalgia di sapere tutto di quel disco senz’averlo mai ascoltato.

sabato 8 febbraio 2014

fogne

Pasquale è un altro matto che conosco. È convinto che il mondo stia per fare una brutta fine, tanto che si nasconde nelle fogne, coi ratti, in mezzo a tutti quei veleni irrespirabili. Ogni tanto i servizi sociali lo tirano fuori, lo lavano, gli fanno una lunga serie di vaccini poi lo mettono in qualche centro medico, ma lui ogni volta scappa e torna di sotto, al sicuro nelle fogne. Allo stesso tempo, però, si tiene informato per vedere se magari cambia qualcosa. Riceve notizie dall’esterno attraverso i vecchi amici, che vanno a trovarlo per vedere se sta bene e per portargli, insieme a un impiegato del Comune, delle scorte di cibo, medicine utili o delle batterie di ricambio per la sua torcia, con cui passa le giornate esplorando quell’intricato mondo sotterraneo che lui chiama casa. Sta lì sotto da così tanto tempo, ormai, che molti, me compreso, non si ricordano più che faccia ha, oppure non lo hanno mai visto di persona, e anche se ci hanno parlato ne hanno solo sentito la voce provenire dal basso, bassa e profonda e ingrossata dall’eco come se venisse dall’inferno. Te lo immagini, Pasquale, quando si spalanca il tombino, illuminato da un fascio di luce che scende dall’alto e taglia in due l’oscurità. Il suo viso, conservato nel buio, buio anch’esso e gli occhi vacanti da matto, si sollevano verso tutto quel sole come ad assorbirne ogni calore possibile. Pasquale apre la bocca solennemente, e ogni volta chiede l’identica cosa: “Come vanno le cose nel mondo, oggi?” Ogni volta, come se fosse il più importante degli annunci, una voce diversa gli risponde: “Tutto va come al solito!” Allora Pasquale, a seconda dell’umore del momento, si addolcisce o si agita, e come se provasse a consolarla quella voce, oppure a illudersi egli stesso come può, risponde: “Vedrai che la rivoluzione è vicina.”

lunedì 29 luglio 2013

epitaffio

“Lilli, quando muori, quelli come te non vanno né in paradiso né all'inferno, finiscono sugli alberi a fischiettare con gli uccelli.” Peppe dei bagni

venerdì 22 febbraio 2013

il paradiso perduto


Il cancro del tempo ci divora, scriveva Henry Miller nell’incipit di Tropico del Cancro. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato con la morte. È una verità così evidente, e allo stesso tempo scomoda, che parlarne troppo diventa indice di cattivo gusto. Siamo condannati, aggiunge Miller citando Rimbaud, non cambierà stagione.
Quello della fine del tempo è un concetto a cui ci hanno ben abituato i poeti da quando, con l’Illuminismo, la poesia ha cominciato a rifiutare come illusoria l’idea di Paradiso e a viverla come un’ambizione impossibile, frustrante. Tutto ciò a cui possiamo aspirare, dicono, è un lungo ed estenuante Purgatorio, in cui le poche gioie sono da spremere al contagocce dalle semplici cose intorno a noi, che con grazia francescana abbiamo il dovere di ricominciare a osservare, proprio nel secolo in cui guardare e basta è un’operazione talmente svalutata da non servire più a nulla.
Da sempre gli artisti, e in particolare i poeti, si sono assegnati il compito di salvare gli attimi vissuti e rilanciarli in avanti. Proprio per la difficoltà di tale compito spesso le loro opere richiedono ai lettori impegno e disciplina, ed ecco perché in una società sempre più pigra e al contempo rapida com’è la nostra, hanno perduto ascoltatori e fiducia. Perché fermarsi ad ascoltare un messaggio di pessimismo senza ambizioni?
Eppure già fare poesia è un’ambizione. E contro ogni pessimismo, o forse proprio per quello, fra le poche e spudorate gioie riservate dai poeti c’è la vendetta. Nessuno sa usare le parole per ferire meglio di un poeta. Una feroce vitalità che irrora l’animo, sia quando a essere insultato è l’amante di turno sia quando lo è il sistema che ci comprende tutti per quello che siamo, dei precari del tempo.
In questo il poeta, primo fra gli inetti, non fa sconti per nessuno. Dante ne condanna parecchi all’Inferno che, nell’immaginario comune, resiste ancora bene. E Montale scatena su di loro Clizia, mai più angelo né diavolo, perché ne faccia piazza pulita di fronte alla storia. Pene terribili insomma, per chi non può rispondere o non vuole. Ed è il silenzio di chi magari non ha nulla di particolarmente originale da dire, ma non fiata nemmeno per ricordarci d’essere, pur brevemente, stato: il peggiore degli sprechi.
Fatevi sentire, anche solo per riconfermare il vostro no. Perché, come rispondeva Brodskij all’anonimo giudice che gli chiedeva, per sminuirlo, chi mai lo avesse arruolato nei ranghi dei poeti: “Nessuno. Chi mi ha arruolato nei ranghi del genere umano?”

Articolo uscito su Largo Belllavista n°67, febbraio 2013, nella rubrica Senilità. Foto, di Anders Petersen.