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domenica 29 ottobre 2023

sogno dell'epitaffio

Stanotte ho sognato che morivo e facevo scrivere sulla mia tomba, come epitaffio: "Non ho mai lavorato un solo giorno della mia vita, io". La gente non sapeva come prenderla, se come battuta a cui ridere, o offesa verso la loro vita da schiavi. Fatto sta che c'erano quelli che, per ricambiare lo spregio, non visti portavano il cane a pisciare sulla mia tomba. Quella è tutta invidia, mi diceva il becchino quando andavo a trovarmi il fine settimana e nascondevo coi fiori le macchie di pipì, perché mi vergognavo dello sporco.

lunedì 12 giugno 2023

per berlusconi

Nel 1994 Indro Montanelli scriveva: “L’Italia di Berlusconi finirà male, malissimo, nella vergogna e nella corruzione. E sarà stato inutile avere ragione” e aggiungeva che ogni seria persona di destra, dopo Berlusconi, si sarebbe vergognata di dichiarare la propria fede politica. Oggi, a trent’anni da quel giorno, Montanelli passa per un immondo stupratore di minorenni e a Berlusconi nel giro di pochi mesi verranno bonariamente perdonate tutte le orge fatte in casa, le puttane minorenni, il machismo esasperato, la volgarità, la corruzione, i voltafaccia, le menzogne e gli spergiuri, l’opportunismo col sorriso, l’ignoranza al potere, i rapporti con la criminalità organizzata, l’aver sdoganato i fascisti al potere, perché quelli che adesso sono al Governo (opposizione compresa) sono tutte creature sue, insomma l’aver dato il suo nome a tutto quel sistema di pensiero che chiamiamo “berlusconismo” e è che nella sostanza l’esaltazione dei nostri peggiori istinti. Io vedo persone che già scrivono, come se fosse un’assoluzione, “ha fatto la storia”. Si può fare la storia in tanti modi, e purtroppo quelli che si ricordano per lo più sono legati a guerre, fatti di sangue e accordi di potere. Poi certo, Berlusconi era anche simpatico, chi lo nega. E Mussolini ha scritto anche poesie.

mercoledì 1 dicembre 2021

ci vediamo sul corso, pinù

È difficile, parlando di Pinuccio Giannoccari, fare la dovuta sintesi. Ci sono troppi ricordi, troppe storie, troppi discorsi e a saltarne qualcuno ti sembra di perdere qualcosa di importante. Comincio dalla fine. L’ultima volta che l’ho incontrato, un paio di settimane fa, stava seduto sulla panchina sotto casa dei suoi, lì dove prima di lui si sedeva sempre suo fratello Paolo. Pinuccio era contento di stare lì, perché quella panchina era in una bella posizione – proprio di fronte al portone di casa e al locale dove la sua famiglia aveva avuto il negozio di alimentari in cui era cresciuto – ed anche molto contesa dai passanti, ma essendo stata la panchina di Paolo la sentiva un po’ più sua, per diritto di eredità. Pinuccio a suo modo mi ricordava molto Paolo, il secondo era più lunare nelle sue uscite, ma entrambi erano due battaglieri entusiasti, molto testardi, e con un senso molto alto di giustizia. In più gli piacevano le discussioni. Era un uomo garbato, Pinuccio, ma se ti mettevi a discutere con lui non te ne uscivi con poco, ci potevi perdere le ore per vedere chi la spuntava. Una sola volta ci ho litigato seriamente ed è durata più di due ore con noi due che un altro po’ ci sputavamo addosso per una cosa di cui alla fine non ci fregava nulla. Lui mi accusava di essere una capatosta e io gli rispondevo: “Nà, il bue che dice cornuto all’asino!”. Ma dopo due ore così, nemmeno cinque minuti e stavano già ridendo come prima. Pinuccio non era uno che portava rancore, rideva molto e di gusto, aveva la battuta facile. Questo di lui mi piaceva, anche se non gliel’ho mai detto. Il più delle volte lo incontravo per strada, o stava di posta sulla porta di casa sua, oppure lo trovavo più giù, mentre scendeva il corso per andare a trovare Gildo Lisi in banca. Io li sfottevo entrambi: “Ditelo che state progettando la prossima rapina!” ma il più delle volte si finiva a parlare, con toni molto accesi, di politica. Questa è un’altra cosa bella. Non lo ricordo mai da solo Pinuccio, era sempre con qualche amico: ora ho detto Gildo ma potrei dirne tantissimi altri, perché Pinuccio era soprattutto una persona che amava stare con gli altri e quando ti dedicava del tempo lo faceva con tutto se stesso. Se ti fermavi con lui non era mai per un semplice saluto, era per farsi una sana chiacchierata, per uno scambio di idee, per informarsi. Era anche un uomo dai mille interessi, dal calcio alla radio alla politica, fino alla birra: non per nulla molti ancora se lo ricordano come Pinù Beer, da quando aveva il pub. Quando lo aprì molti amici gli dissero che non era mestiere per lui quello, ma lui ci si incaponì ugualmente e a suo modo è stato un precursore. Il pubblico arrivava tardi, così io passavo prima per fargli compagnia e poi me ne andavo quando cominciava il casino. Quante sere che ci ho passato lì dentro con lui. Rideva spesso, è vero, ma era una persona onesta, molto seria, che credeva nel lavoro, nella dignità. Lo scrivo perché è vero, non sono frasi di circostanza. Aveva una forza d’animo rara. Mi ricordo quando mi disse che era malato, era contento perché se n’era accorto in tempo e poteva lottare. Non ha mai nascosto lo stato della sua malattia e non si è mai pianto addosso. Era un uomo orgoglioso. Una volta l’ho incontrato che camminava con fatica e mi sono offerto di dargli una mano. Con una battuta delle sue, per non offendermi, mi ha mandato garbatamente a fare in culo. Anche quando aveva dei momenti di sconforto, e li aveva come tutti, lui non si arrendeva facilmente. Gli altri potevano stare male e piangersi addosso, lui viveva la sua storia d’amore e decideva di sposarsi. È stato un bel matrimonio, ci ha ridato speranza. L’ultima volta che l’ho incontrato, due settimane fa sulla panchina di Paolo, aveva la voce affaticata ma ci siamo persi come tante altre volte in mille discorsi. E quando poi ci siamo salutati mi ha detto come faceva ogni volta, quasi una frase di rito: “Lilletto, Statte bùne-bùne”. Ci vediamo sul corso, Pinù.

lunedì 16 luglio 2018

epitaffio

Poco fa, dopo pranzo, ho preso sonno sul divano per circa dieci minuti. E mentre sonnecchiavo ho sognato l'epitaffio che avrei voluto inciso sulla mia lapide. Più o meno una cosa così (niente di personale, ovviamente, si parla di massimi sistemi). Chi mi sopravvive la vedrà: 

Era un grande artista, ma l’hanno capito dopo 
perché i suoi contemporanei erano tutti dei gran coglionazzi. 
Questa lapide sta qui piantata sul suo petto a loro infamia. 
E tu che leggi, anche se ora è morto, credimi, 
erano dei coglionazzi e lo resteranno per sempre.

venerdì 20 aprile 2018

la parte altrui ringrazia

Ho sognato che morivo e che mettevano il mio epitaffio sui giornali. C'era scritto: "La parte altrui ringrazia". Io li leggevo compiacendomi per tanta attenzione nei miei riguardi, persino da morto. Poi mi prendeva un dubbio atroce: ma la parte di chi? E andavo in giro a chiederlo a tutti che, giustamente, mi davano varie e differenti spiegazioni e sulla cosa altrui (non certo nostra) e sulla morte mia. Alla fine non ci ho capito nulla.

martedì 6 settembre 2016

la custodia

È una donna impegnata – o forse è un uomo? – che trascina sulle spalle una custodia da contrabbasso dentro cui nasconde una piccola cassa da morto. È la sua punizione per non aver provato dolore per la morte del padre. Passa fra i tavoli della piazza e ne parla senza problemi con gli avventori, descrivendo persino i particolari più intimi del rapporto, rovinando loro il pranzo. È una traduttrice assai impegnata, aggiunge, e ultimamente sta lavorando a una nuova versione di un’opera di Sophie Marceau sul tempo di vendemmia, quando la luce pare spegnersi lenta e gelida sui vigneti intorno al paese. Si avvicina anche a me per rovinarmi il pranzo e per chiedermi di scrivere un epitaffio per il padre, liberandola dal peso. Quando glielo nego mi ruba il quaderno degli appunti e prova a spacciare per addio, recitandola a voce alta e commossa, la lista delle cose da fare in giornata. Poi sparisce, ma intanto mi è passata la fame. Più tardi ritrovano la cassa da morto alle porte del paese. La depositiamo per pietà, ma senza nessuno a rimpiangerla, nella chiesa più vicina. E scopro, abbandonata fra i tavoli come una vecchia pelle di serpente, la custodia del contrabbasso che le riporto a casa. La porta è aperta ed entro, ma non è lì. La appoggio vicino al figlio addormentato sul divano, ma senza svegliarlo. Girandomi, sul tavolo ritrovo la coppa di gelato che avevo ordinato a pranzo ma non ero riuscito a mangiare, con vicino una pagina strappata dal mio quaderno su cui è fissato un appunto che non riesco a decifrare, ma credo sia un grazie a bassa voce.

martedì 2 agosto 2016

per minervini

Molti non lo sanno ma Guglielmo Minervini, prima ancora di fare il politico, era stato un editore, fondando una piccola e bella casa editrice, chiamata La Meridiana e il cui scopo era far libri «utili, necessari, perché c’è un problema vero e perché c’è un vissuto, una esperienza da comunicare». L’idea di essere utili agli altri attraverso il proprio vissuto, in maniera pratica, concreta, gli veniva dalla profonda ispirazione che su di lui aveva avuto la figura di don Tonino Bello, ed è sempre stata connaturata alla sua persona, ai suoi ideali, solo in seguito si è riversata naturalmente nella sua politica. Legare la parola «utilità» ai libri in una terra dove i libri servono al massimo come sottobicchieri, è stata la prima di tante rivoluzioni più o meno riuscite, ma dettate dalla passione, dalla convinzione che qualcosa in più si possa e si debba sempre fare.
Questa convinzione lo ha sempre accompagnato, sin da quando nel 1994, a 32 anni, divenne sindaco di Molfetta in una lista civica e provò, con successo, a ripulirla dalla Camorra, realtà talmente invasiva che, come disse lui stesso: «la si poteva toccare con mano». Nel 2005 venne eletto in Regione con Nichi Vendola. Molti lo ricorderanno perché quella vittoria segnò l’avvio del periodo più splendido, pur con tutte le sue imperfezioni, della nostra storia politica, tanto da meritarsi il soprannome di Primavera pugliese, esempio per moltissime altre realtà regionali ed europee. Di quella Primavera Minervini, per quanto meno appariscente di Vendola, fu uno dei protagonisti indiscussi. Tanto che la proposta più coraggiosa, più innovativa, venne da lui. Che diceva questa proposta? Diamo fiducia ai giovani, diamogli i mezzi, diamogli lo spazio. In una regione con un fortissimo tasso di emigrazione, di fuga dei cervelli, fu una rivoluzione epocale. È vero, non sempre i risultati hanno corrisposto alle promesse, dall’una e dall’altra parte, ma il senso di speranza, di possibilità, era altrettanto palpabile nell’aria quanto lo era stato, all’opposto, la presenza della Camorra che infettava Molfetta nei primi anni ’90. Il più grande capovolgimento che mai ci si potesse aspettare in Puglia nel giro di appena dieci anni. Anni preziosi per dare una nuova identità, e orgoglio, alla nostra Regione: soltanto per questo dovremmo essere tutti grati a Minervini.
Non tutto gli è andato sempre liscio. Ricordo, fra l’altro, che Minervini fu il primo a cercare di far luce nei conti occulti delle Ferrovie Sud Est, fallendo clamorosamente il colpo. Eppure mai, nemmeno fra i suoi detrattori, lo si è mai tacciato di malafede, o di disonestà, e anche questa direi, è una sua grande vittoria. Gli ultimi anni di Minervini sono stati minati da gravi problemi di salute. Eppure, fedele al suo credo, non l’ho mai visto piangersi addosso, mai, neppure nei momenti di maggiore fragilità. Una volta un amico scrittore lo definì così: «un uomo infinito in un corpo minuto». E posso dire che è la descrizione che più gli corrisponde. Molti di noi, della mia generazione, gli devono qualcosa, perlomeno in termini di fiducia. Sono sicuro che non verrà dimenticato.

sabato 20 febbraio 2016

specie

Fa un po’ specie questa cosa che è appena morto un illustre uomo di cultura che i più conosceranno per aver scritto un manuale pratico per scrivere la tesi di laurea più altri consigli sparsi in decaloghi per scrivere bene in italiano (più citati che applicati alla lettera) più un romanzo di successo da cui hanno ricavano un film di ancora più successo con Sean Connery, e quest’uomo illustre pochissimi mesi fa aveva detto che i social danno molta voce agli idioti, con grave scorno degli idioti che gli davano, di contro, del rimbambito, e ieri il rimbambito è morto e ora gli idioti lo piangono sui social che tanto odiava, non si sa se per dispetto o altro.

venerdì 23 gennaio 2015

una storia d’amore e morte lunga due minuti e mezzo

Stamattina, appena alzato, ho letto un fake: Morto il regista Clint Eastwood all’età di 84 anni. Subito mi è dispiaciuto, ma davvero, mi è preso il magone mentre sorseggiavo il caffè, e ho cominciato a pensare alla foto da mettere come copertina di Fb per onorarlo come meritava: Lettere da Iwo Gima, Gli spietati oppure Gran Torino. Mi sembrava poco però, meglio fare le cose giuste, scrivo un bel post in cui gli esprimo tutto il mio amore, magari passando in rassegna i tanti i bei film che ha fatto e come mi hanno cambiato la vita: Lettere da Iwo Gima, Gli spietati oppure Gran Torino. Questo nei primi due minuti. Subito dopo ho cominciato a pensare alla mattinata di lavoro che mi aspettava, e che per scrivere quel post, conoscendo i miei ritmi, ci avrei perso un’ora buona, forse un’ora e mezzo. E senza quasi accorgermene ho sbottato: Ma proprio stamattina dovevi morire, cristo, che devo fare un milione di cose! Lasciandolo, per andare a lavarmi i denti, mi sono accorto di essere stizzito con lui: Clint, io ti voglio bene, lo sai, ma chi ti conosce, che devo perdere un’ora della mia vita per dirti quanto ti amo! O lo sai già, oppure è inutile. E non era neanche morto.

martedì 12 agosto 2014

l'ultimo battito del mondo

Uno dei motivi per cui oggi sono ciò che sono e faccio ciò che faccio è merito di un film che uscì al cinema quand'ero alle scuole medie e che per molti della mia generazione ebbe lo stesso impatto di Gioventù bruciata sui ragazzi degli anni '50. Il film era L'attimo fuggente, e parlava fra le altre cose di come opporsi al grigiore della vita attraverso la poesia. Senza quel film, che all'epoca mi colpì grandemente e poi ho in parte ridimensionato, non mi sarei mai iscritto al liceo artistico né avrei cominciato a scrivere io stesso.
Lo stupore, quando muore un artista, è vedere come, per motivi diversi, il suo impatto sugli altri è stato altrettanto forte, e come il suo lavoro ci renda un po' più simili, e uniti rispetto alla vita, ai suoi problemi e ai suoi misteri, di quello che pensiamo. Per questo ognuno di noi, quando muore un artista, si sente in dovere di condividere parte del suo amore, attraverso i suoi ricordi, le proprie emozioni che poi scopre essere emozioni comuni. Ed è come se i cuori di tutti battessero all'unisono per quella persona, perché possa sentire quell'ultimo grande battito del mondo anche dalla morte.

giovedì 17 aprile 2014

per la morte di marquez

Confesso che gli ultimi libri di Marquez non mi sono mai piaciuti molto, e ho sempre pensato che il suo ultimo libro davvero bello sia stato L’amore ai tempi del colera.
Di Marquez si parlerà sempre come dell’inventore del realismo magico, però devo dire che se dovessi individuare una capacità che aveva come scrittore, era quella di essere un delicatissimo narratore di splendide storie d’amore. Storie in cui il ritorno era sempre possibile, anzi, e l’abbandono necessario a una crescita personale, a una presa di coscienza di sé. In questo Marquez era uno scrittore della speranza, uno dei pochi veri ottimisti del ‘900.
Negli anni ho letto tutte le sue storie, e se dovessi indicare le mie preferite, non sarebbero romanzi ma racconti: La incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata, Morte costante al di là dell’amore, La santa, I funerali della Mamà grande, e poi due racconti lunghi o romanzi brevi di incredibile potenza, Nessuno scrive al colonnello e Cronaca di una morta annunciata. Testi brevi in cui venivano meno certi suoi manierismi che facevano indubbiamente parte del suo linguaggio ma che alla lunga potevano diventare stucchevoli. E poi alcune pagine meravigliose dai suoi romanzi più celebri.
Di tutte queste pagine lette e imparate, divorate a suo tempo, ancora ricordo la commozione che provai, da ragazzino, su una in particolare; commozione che mi portò poi a comprare il resto dei suoi libri e a innamorarmene, quella per il ritorno a casa di Bayardo San Romàn. Pagina che riporto qui, sperando di condividere ancora, con voi, quel sentimento:
“Un mezzogiorno d’agosto, mentre ricamava con le sue amiche, sentì che qualcuno era arrivato alla porta. Non ebbe bisogno di guardare per sapere chi fosse. “Era grasso e gli cominciavano a cadere i capelli, e ormai gli occorrevano gli occhiali per vedere da vicino” mi disse. “Ma era lui, cazzo, era lui!” Si spaventò, perché sapeva che in quel momento lui la vedeva decaduta come lei vedeva lui, e non credeva che avesse dentro tanto amore quanto ne aveva lei per sopportarlo. Aveva la camicia inzuppata di sudore, come lo aveva visto la prima volta alla fiera, e portava la stessa cinta e le stesse bisacce di cuoio scucito con ornamenti d’argento. Fece un passo avanti e posò le bisacce sulla macchina da cucire.
“Bene” disse, “eccomi qua.” 

domenica 10 novembre 2013

crepano i poeti nel silenzio...

Crepano i poeti nel silenzio
nessuno mai userà per loro
“i migliori se ne vanno”
parole che sgorgano sentite
dal profondo e si innalzano
al ricordo dal cuore. Lo sanno
i poeti perciò scrivono epitaffi
riciclano il fuoco dei fogli.

venerdì 1 novembre 2013

lou reed e l'amore - laurie

PER LOU REED

Ai nostri vicini:
Che autunno meraviglioso! Tutto luccica e splende come oro e tutta quell'incredibile morbida luce. L'acqua ci circonda.
Lou e io abbiamo passato molto tempo qui negli ultimi anni, e anche se siamo gente di città questa è la nostra casa spirituale.
La settimana scorsa avevo promesso a Lou di portarlo fuori dall'ospedale per tornare a casa, a Springs. E l'abbiamo fatto!
Lou era un maestro di tai chi e ha passato i suoi ultimi giorni qui, felice, abbagliato dalla bellezza, e dalla forza, e dalla dolcezza della natura. È morto domenica mattina guardando gli alberi e facendo la famosa posizione 21 del tai chi, con le sue mani da musicista che si muovevano nell'aria.
Lou era un principe e un combattente e so che le sue canzoni sul dolore e la bellezza del mondo riempiranno molta gente dell'incredibile gioia che aveva per la vita. Lunga vita alla bellezza che scende, attraversa e si impadronisce di tutti noi.

Laurie Anderson
moglie innamorata e amica eterna

martedì 10 settembre 2013

epitaffio

Ecco, se muoio, mi piacerebbe che sulla mia tomba ci mettessero questo verso di Pierluigi Cappello:
“Nonostante tutto il tempo speso a sopravvivere, ho fatto delle cose.”

lunedì 29 luglio 2013

epitaffio

“Lilli, quando muori, quelli come te non vanno né in paradiso né all'inferno, finiscono sugli alberi a fischiettare con gli uccelli.” Peppe dei bagni

domenica 26 agosto 2012

coincidenza


Sarà stata una coincidenza, ma il giorno in cui morì Neil Armstrong la mezzaluna si tinse di rosso, cuore scoppiato e sanguinante. Stavo sul lungomare ad osservarla, mentre si scuriva come un frutto che marcisce, e per quanto Pepecchio mi esortasse, non mi riusciva di fotografarla.


(Foto di Pat Lightcap)