Stanotte ho sognato che morivo e facevo scrivere sulla mia tomba, come epitaffio: "Non ho mai lavorato un solo giorno della mia vita, io". La gente non sapeva come prenderla, se come battuta a cui ridere, o offesa verso la loro vita da schiavi. Fatto sta che c'erano quelli che, per ricambiare lo spregio, non visti portavano il cane a pisciare sulla mia tomba. Quella è tutta invidia, mi diceva il becchino quando andavo a trovarmi il fine settimana e nascondevo coi fiori le macchie di pipì, perché mi vergognavo dello sporco.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
domenica 29 ottobre 2023
lunedì 12 giugno 2023
per berlusconi
Nel 1994 Indro Montanelli scriveva: “L’Italia di Berlusconi finirà male, malissimo, nella vergogna e nella corruzione. E sarà stato inutile avere ragione” e aggiungeva che ogni seria persona di destra, dopo Berlusconi, si sarebbe vergognata di dichiarare la propria fede politica. Oggi, a trent’anni da quel giorno, Montanelli passa per un immondo stupratore di minorenni e a Berlusconi nel giro di pochi mesi verranno bonariamente perdonate tutte le orge fatte in casa, le puttane minorenni, il machismo esasperato, la volgarità, la corruzione, i voltafaccia, le menzogne e gli spergiuri, l’opportunismo col sorriso, l’ignoranza al potere, i rapporti con la criminalità organizzata, l’aver sdoganato i fascisti al potere, perché quelli che adesso sono al Governo (opposizione compresa) sono tutte creature sue, insomma l’aver dato il suo nome a tutto quel sistema di pensiero che chiamiamo “berlusconismo” e è che nella sostanza l’esaltazione dei nostri peggiori istinti. Io vedo persone che già scrivono, come se fosse un’assoluzione, “ha fatto la storia”. Si può fare la storia in tanti modi, e purtroppo quelli che si ricordano per lo più sono legati a guerre, fatti di sangue e accordi di potere. Poi certo, Berlusconi era anche simpatico, chi lo nega. E Mussolini ha scritto anche poesie.
mercoledì 1 dicembre 2021
ci vediamo sul corso, pinù
È difficile, parlando di Pinuccio Giannoccari, fare la dovuta sintesi. Ci sono troppi ricordi, troppe storie, troppi discorsi e a saltarne qualcuno ti sembra di perdere qualcosa di importante. Comincio dalla fine. L’ultima volta che l’ho incontrato, un paio di settimane fa, stava seduto sulla panchina sotto casa dei suoi, lì dove prima di lui si sedeva sempre suo fratello Paolo. Pinuccio era contento di stare lì, perché quella panchina era in una bella posizione – proprio di fronte al portone di casa e al locale dove la sua famiglia aveva avuto il negozio di alimentari in cui era cresciuto – ed anche molto contesa dai passanti, ma essendo stata la panchina di Paolo la sentiva un po’ più sua, per diritto di eredità. Pinuccio a suo modo mi ricordava molto Paolo, il secondo era più lunare nelle sue uscite, ma entrambi erano due battaglieri entusiasti, molto testardi, e con un senso molto alto di giustizia. In più gli piacevano le discussioni. Era un uomo garbato, Pinuccio, ma se ti mettevi a discutere con lui non te ne uscivi con poco, ci potevi perdere le ore per vedere chi la spuntava. Una sola volta ci ho litigato seriamente ed è durata più di due ore con noi due che un altro po’ ci sputavamo addosso per una cosa di cui alla fine non ci fregava nulla. Lui mi accusava di essere una capatosta e io gli rispondevo: “Nà, il bue che dice cornuto all’asino!”. Ma dopo due ore così, nemmeno cinque minuti e stavano già ridendo come prima. Pinuccio non era uno che portava rancore, rideva molto e di gusto, aveva la battuta facile. Questo di lui mi piaceva, anche se non gliel’ho mai detto. Il più delle volte lo incontravo per strada, o stava di posta sulla porta di casa sua, oppure lo trovavo più giù, mentre scendeva il corso per andare a trovare Gildo Lisi in banca. Io li sfottevo entrambi: “Ditelo che state progettando la prossima rapina!” ma il più delle volte si finiva a parlare, con toni molto accesi, di politica. Questa è un’altra cosa bella. Non lo ricordo mai da solo Pinuccio, era sempre con qualche amico: ora ho detto Gildo ma potrei dirne tantissimi altri, perché Pinuccio era soprattutto una persona che amava stare con gli altri e quando ti dedicava del tempo lo faceva con tutto se stesso. Se ti fermavi con lui non era mai per un semplice saluto, era per farsi una sana chiacchierata, per uno scambio di idee, per informarsi. Era anche un uomo dai mille interessi, dal calcio alla radio alla politica, fino alla birra: non per nulla molti ancora se lo ricordano come Pinù Beer, da quando aveva il pub. Quando lo aprì molti amici gli dissero che non era mestiere per lui quello, ma lui ci si incaponì ugualmente e a suo modo è stato un precursore. Il pubblico arrivava tardi, così io passavo prima per fargli compagnia e poi me ne andavo quando cominciava il casino. Quante sere che ci ho passato lì dentro con lui. Rideva spesso, è vero, ma era una persona onesta, molto seria, che credeva nel lavoro, nella dignità. Lo scrivo perché è vero, non sono frasi di circostanza. Aveva una forza d’animo rara. Mi ricordo quando mi disse che era malato, era contento perché se n’era accorto in tempo e poteva lottare. Non ha mai nascosto lo stato della sua malattia e non si è mai pianto addosso. Era un uomo orgoglioso. Una volta l’ho incontrato che camminava con fatica e mi sono offerto di dargli una mano. Con una battuta delle sue, per non offendermi, mi ha mandato garbatamente a fare in culo. Anche quando aveva dei momenti di sconforto, e li aveva come tutti, lui non si arrendeva facilmente. Gli altri potevano stare male e piangersi addosso, lui viveva la sua storia d’amore e decideva di sposarsi. È stato un bel matrimonio, ci ha ridato speranza. L’ultima volta che l’ho incontrato, due settimane fa sulla panchina di Paolo, aveva la voce affaticata ma ci siamo persi come tante altre volte in mille discorsi. E quando poi ci siamo salutati mi ha detto come faceva ogni volta, quasi una frase di rito: “Lilletto, Statte bùne-bùne”. Ci vediamo sul corso, Pinù.
lunedì 16 luglio 2018
epitaffio
venerdì 20 aprile 2018
la parte altrui ringrazia
martedì 6 settembre 2016
la custodia
martedì 2 agosto 2016
per minervini
Questa convinzione lo ha sempre accompagnato, sin da quando nel 1994, a 32 anni, divenne sindaco di Molfetta in una lista civica e provò, con successo, a ripulirla dalla Camorra, realtà talmente invasiva che, come disse lui stesso: «la si poteva toccare con mano». Nel 2005 venne eletto in Regione con Nichi Vendola. Molti lo ricorderanno perché quella vittoria segnò l’avvio del periodo più splendido, pur con tutte le sue imperfezioni, della nostra storia politica, tanto da meritarsi il soprannome di Primavera pugliese, esempio per moltissime altre realtà regionali ed europee. Di quella Primavera Minervini, per quanto meno appariscente di Vendola, fu uno dei protagonisti indiscussi. Tanto che la proposta più coraggiosa, più innovativa, venne da lui. Che diceva questa proposta? Diamo fiducia ai giovani, diamogli i mezzi, diamogli lo spazio. In una regione con un fortissimo tasso di emigrazione, di fuga dei cervelli, fu una rivoluzione epocale. È vero, non sempre i risultati hanno corrisposto alle promesse, dall’una e dall’altra parte, ma il senso di speranza, di possibilità, era altrettanto palpabile nell’aria quanto lo era stato, all’opposto, la presenza della Camorra che infettava Molfetta nei primi anni ’90. Il più grande capovolgimento che mai ci si potesse aspettare in Puglia nel giro di appena dieci anni. Anni preziosi per dare una nuova identità, e orgoglio, alla nostra Regione: soltanto per questo dovremmo essere tutti grati a Minervini.
Non tutto gli è andato sempre liscio. Ricordo, fra l’altro, che Minervini fu il primo a cercare di far luce nei conti occulti delle Ferrovie Sud Est, fallendo clamorosamente il colpo. Eppure mai, nemmeno fra i suoi detrattori, lo si è mai tacciato di malafede, o di disonestà, e anche questa direi, è una sua grande vittoria. Gli ultimi anni di Minervini sono stati minati da gravi problemi di salute. Eppure, fedele al suo credo, non l’ho mai visto piangersi addosso, mai, neppure nei momenti di maggiore fragilità. Una volta un amico scrittore lo definì così: «un uomo infinito in un corpo minuto». E posso dire che è la descrizione che più gli corrisponde. Molti di noi, della mia generazione, gli devono qualcosa, perlomeno in termini di fiducia. Sono sicuro che non verrà dimenticato.
sabato 20 febbraio 2016
specie
venerdì 23 gennaio 2015
una storia d’amore e morte lunga due minuti e mezzo
martedì 12 agosto 2014
l'ultimo battito del mondo
Lo stupore, quando muore un artista, è vedere come, per motivi diversi, il suo impatto sugli altri è stato altrettanto forte, e come il suo lavoro ci renda un po' più simili, e uniti rispetto alla vita, ai suoi problemi e ai suoi misteri, di quello che pensiamo. Per questo ognuno di noi, quando muore un artista, si sente in dovere di condividere parte del suo amore, attraverso i suoi ricordi, le proprie emozioni che poi scopre essere emozioni comuni. Ed è come se i cuori di tutti battessero all'unisono per quella persona, perché possa sentire quell'ultimo grande battito del mondo anche dalla morte.
giovedì 17 aprile 2014
per la morte di marquez
domenica 10 novembre 2013
crepano i poeti nel silenzio...
nessuno mai userà per loro
“i migliori se ne vanno”
parole che sgorgano sentite
dal profondo e si innalzano
al ricordo dal cuore. Lo sanno
i poeti perciò scrivono epitaffi
riciclano il fuoco dei fogli.
venerdì 1 novembre 2013
lou reed e l'amore - laurie
Ai nostri vicini:
Che autunno meraviglioso! Tutto luccica e splende come oro e tutta quell'incredibile morbida luce. L'acqua ci circonda.
Lou e io abbiamo passato molto tempo qui negli ultimi anni, e anche se siamo gente di città questa è la nostra casa spirituale.
La settimana scorsa avevo promesso a Lou di portarlo fuori dall'ospedale per tornare a casa, a Springs. E l'abbiamo fatto!
Lou era un maestro di tai chi e ha passato i suoi ultimi giorni qui, felice, abbagliato dalla bellezza, e dalla forza, e dalla dolcezza della natura. È morto domenica mattina guardando gli alberi e facendo la famosa posizione 21 del tai chi, con le sue mani da musicista che si muovevano nell'aria.
Lou era un principe e un combattente e so che le sue canzoni sul dolore e la bellezza del mondo riempiranno molta gente dell'incredibile gioia che aveva per la vita. Lunga vita alla bellezza che scende, attraversa e si impadronisce di tutti noi.
Laurie Anderson
moglie innamorata e amica eterna
martedì 10 settembre 2013
epitaffio
“Nonostante tutto il tempo speso a sopravvivere, ho fatto delle cose.”
lunedì 29 luglio 2013
epitaffio
domenica 26 agosto 2012
coincidenza

(Foto di Pat Lightcap)

