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martedì 17 settembre 2024

sogno della casa

Erano tutti in casa i miei amici, senza vergogna di invadermi le stanze, occupare le mie sedie, scavare fra i vestiti nel mio armadio, razziare le dispense, bere alla mia salute dalle mie bottiglie. Giocavano a carte su due o tre tavoli diversi ricoperti di bianco, e c’erano con loro i miei nonni con l’aria stanca di chi non capisce ma sta fermo e compunto sulla sedia. Nessuno parlava apertamente, neppure quelli di cui ormai non ricordavo più il viso e comunicavano fra loro attraverso gli sguardi e pochi gesti della mano. Né la ragazza che si aggirava fra le sedie e i tavoli con la camicia aperta e il seno bianco in mostra. Erano qui tutti, mi ero convinto, per il mio funerale; se non fosse che io stesso mi aggiravo per la casa insieme a loro, cercandomi. Mi ero nascosto, ma io solo lo intuivo, dietro l’ultima porta della casa, quella in fondo al buio dell’ultima stanza, dal cui spiraglio vedevo fuoriuscire una lieve luce, né fredda né calda; ma guardando in basso, giù per la scala a chiocciola, ne vedevo provenire un’altra assai più lontana e mi metteva il dubbio sulla mia reale ubicazione nella casa. Ero forse lì in basso da solo? Io non sapevo più dire se ero vivo o morto e se fossi presente alla mia casa. Ero anch’io un ospite come tutti gli altri, che pure, anche se con loro, non sembravano vedermi o rifiutavano di farlo.

giovedì 21 settembre 2023

luce

La luce del futuro non cessa un solo istante di ferirci…

(Pasolini, 1957)

Ma come tarda la luce a ferirmi.
(Sereni, 1965)

giovedì 13 luglio 2023

oltre lo specismo

Quando scopri che un ragnetto ha fatto il nido dentro la presa elettrica e tu cominci a parlargli attraverso il foro: Esci, che mi serve la luce!

giovedì 30 dicembre 2021

la conta

Oggi, per una ricerca bibliografica, mi sono ritrovato a contare le volte che ritorna la parola «luce» in Guerra e Pace di Tolstoj: 133 volte in poco meno di 1500 pagine complessive! In media una volta ogni dieci pagine circa: sono tante, ma non te ne accorgi subito. L’ho trovata una bella metafora del periodo di «guerra» teso alla «pace» che stiamo vivendo. Nel senso che se non smettiamo di cercarla, persino in questa storia che sembra molto più grande di noi, la luce prima o poi ritornerà a mostrarsi.

martedì 19 novembre 2019

professionisti

Ho appena realizzato che i ragazzi che ti molestano ogni giorno per costringerti a passare a una nuova compagnia dopo la fine di Enel hanno preso il posto dei più datati Testimoni di Geova, che ci annunciavano la fine del mondo e ci ammonivano di pentirci SUBITO perché le conseguenze delle nostre azioni sarebbero state tremende. Stiamo sempre lì, solo che i nuovi sono dei veri professionisti e hanno tutti il tesserino.

mercoledì 12 settembre 2018

la luce

Di nuovo mi accorgo, mentre passo e guardo il nuovo bellissimo condominio che sorge di fronte all'Ufficio postale, che ciò che salva davvero le nostre periferie dalla loro disordinata bruttezza è la luce. Questa luce che vibra in ogni cosa e le ravviva. Altrimenti, se togli la luce, e per quanto sia bella la casa, a uno che vive lì cosa resta? La meraviglia del traffico dell'ora di punta su via Alberobello (da una parte)? O l’anonimato senza scampo di via Almirante (dall’altra)? E tutti giurano che il paese è bello. Ma io dico che è la luce che cambia le cose, che le rende migliori. Lo sa bene chi vive lontano. Ma provate a immaginare questo paese (questi paesi intorno) con il cielo perennemente grigio, o bianco, e vi verrà da piangere. Ecco, certi giorni ci penso, e penso che in fondo siamo fortunati ad avere questa luce, e anche che la luce sia di tutti, non si possa lottizzare.

venerdì 15 luglio 2016

germogli

Chi lo ha comprato continua a dirmi che il mio libro è bello, e questo ovviamente mi rende felice. Ma ancora di più mi rende strafelice sapere che lo leggono al mare. Significa, per me, mandare al diavolo il preconcetto borghese che i libri devono stare rinchiusi nelle scuole o nelle biblioteche, nei luoghi dove si fa silenzio. E invece, chi li ama lo sa che i libri di poesia cercano la luce, come le piante. Se mentre li sfogliate gli fate sentire musica a tutto volume, gli spuntano persino i germogli fra le pagine.

sabato 23 aprile 2016

luce alla lussuria

(ad Antonio Porta)

Luce alla lussuria.
Panna nell’albume.
Capocchia di lucertola.
Albume senza cuore.
Pancia del tuo alluce.
Mordicchi il mio limone.
Lucifero dall’alto.
Dal basso lucernario.

Lucignolo a Pinocchio:
Amore mio svitato.
Mia luce mia lussuria.
Mio buio lampadina.
Mio buio a me ciclope:
Mi avvito in te nell’occhio.
Mia luce in preda al cocchio.
Tutta sfreni.

giovedì 13 agosto 2015

una cartolina dall'islanda

Si suggella così il tuo lungo viaggio
e il nostro breve che per poco
ci portò un romanzo: il breve lampo
del tuo slancio senz’amore
ma incapace di slegarsi dal mio amore
(né disse mai l’amore di volerci)
soltanto per averci complici
e compagni di perdenza per il giorno
del tuo ritorno a casa anguilla mia.

Mi scrivi dalle coste dell’inverno
in una luce tutta notte tutta inverno
mai più salvezza tu mai più l’eterno
ma serratura (toppa e chiavistello)
da serrare in vista dell’averno:
cruna che dall’abisso di un vulcano
ci schiude una parola il tuo saluto
poi viene divorata dall’incuria dallo sputo
dei postini infreddoliti. Perdonali

non sanno.

venerdì 22 maggio 2015

esotico

La Szymborska, mi accorgo, sta prendendo il posto che un tempo era della Merini, di poetessa buona per tutte le stagioni. Questo mi fa paura, anche se rispetto alla Merini la Szymborska è (oggettivamente) più brava. Ci penso su, ma non ho ancora capito perché succede, se la Szymborska è talmente brava da superare la diffidenza dell'italiano medio verso la poesia, o l'italiano medio è talmente fazioso da essersi lasciato incantare dalla (goffa) lettura che ne ha fatto Saviano da Fazio. Mi fa paura che sia Fabio Fazio a determinare i gusti degli italiani in fatto di letture. E mi viene da chiedere perchè siamo così stronzi, provinciali e immaturi da non riuscire a premiare, nelle vendite, un poeta italiano per cosa scrive, e non solo perché è un matto simpatico o un bravo cabarettista o va da Fazio a presentare il suo libro. Va bene avere una visione aperta del mondo, ma la lingua poetica è unica e particolare, e con tanti bravi (ma bravi!) che ce ne sono nella nostra, perché corriamo sempre a premiare, piuttosto, i poeti stranieri, gli slavi, i sudamericani, gli asiatici, ma con l'aiuto di una buona traduzione? Spesso succede senza alcuna cognizione, ma con un trasporto verso tutto ciò che è esotico, come se andassimo cercando altrove la lucentezza che ci manca.

mercoledì 20 agosto 2014

regale

Il tuo profumo – ancora – macchia il mio divano
l’odore pungente di gatta in calore e cieca
per le nostre fantasie senza pudore.

Il tuo calore – appunto – nascosto fra i cuscini
richiama a me indecente quei discorsi
tutto cuore e senza direzione di noi amanti

stretti sul tuo fianco liquido e teso fra le mani
il tuo sguardo umido che macchia la mia barba
di un blu senza speranza e tutto cielo. Regale.

“Mi basta una pagliuzza – dicevi – per scassinarti
il cuore. La prendo dal tuo occhio troppo astuto
e troppo luminoso per essere tu il topo.”

lunedì 16 giugno 2014

la canzone del giovane zingaro

Guarda: sotto l’arco celeste
passeggia libera la Luna;
su tutta la natura al suo passaggio
riversa il suo splendore.
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
ama uno solo, non cambiare!
Chi indicherà verso il cielo
dicendo: fermati ora!
Chi dirà al suo cuore di ragazza:
non cambiare, amane uno solo!

(Puskin)

sabato 19 aprile 2014

volevo morderti mia stella

portarmi sulla lingua il tuo sapore che prude
il filo della tua schiena che scorre perfetto fra le labbra
dalla bocca al centro esatto della mia voce.
Volevo mia bella ferirmi sulla tua carne
e perdermi nel sangue dei nostri baci fluidi e densi
sentirmi innocente e fragile fra le tue braccia
nei tuoi singhiozzi di donna che forzano in luce
i segreti del cuore. Volevo morderti così
senza pudore, ardente e feroce, poi dolce ritrovarmi
ferito, in te guarito. Volevo mai più scordarmi
del tuo fiato, del tuo sapore di gatta
che mi fa un giorno più vivo, nascosto nella pelle
nell’incavo delle tue ascelle.

domenica 16 febbraio 2014

trasparente

Io e Silvio andiamo a trovare Francesco, il nostro maestro di fotografia. Vive in campagna, lontano da chiunque, in una zona lievemente rialzata che va raggiunta attraverso una stradina serpeggiante e ripida, e passa le sue giornate lì, col suo cane, godendosi un orizzonte meraviglioso della valle.
Quando arriviamo sta tagliando la legna, ha un dito fasciato da un taglio, e il cane ci viene incontro facendoci le feste. Francesco è un tipo rude all’apparenza, ci saluta appena, non parla molto, ma nonostante l’imbarazzo gli fa piacere scambiare due chiacchiere, si vede. Ordina a Silvio di preparare un caffè mentre accende il fuoco.
Poi tira fuori per noi una scatola con delle vecchie foto e la data 1976-77, un anno della sua vita racchiuso in circa duecento scatti in bianco e nero. In una serie dei bambini corrono fra gli alberi inseguendo un pallone, in un’altra un ragazzo serve ai tavolini di un bar di provincia, in un’altra ancora degli uomini pisciano nei bagni pubblici di un autogrill. Poi c’è una foto sola, la più bella di tutte, che rappresenta le panchine vuote nel buio, illuminate appena da un faro, nella metropolitana deserta di una città senza più nome.
Moltiplicatela per quarant’anni, ci dice con la sua voce scura, e avrete una piccola visione della mia vita. Mentre parla si toglie la fascia dal dito per disinfettarlo, e lascia che il suo cane lo lecchi sporcandosi il musetto di sangue. Non ho più voglia di nulla, ci dice, né di troppo rumore né di mostre o d’Europa. E ci racconta, come fa spesso, del suo amico Bonasia, morto per la fotografia e per la droga. Per la verità.
Ma cos’è la verità?, gli chiedo a bruciapelo. Mi fissa a lungo, punta il dito ferito verso la finestra che lascia entrare, nonostante l’inverno, una luce calda e piena, e dice: la verità è un grande pannello neutro contro il muro, accanto alla finestra, così puoi fare delle foto con la luce naturale.
La luce naturale? Sempre!, mi risponde sicuro.
Si alza per andare incontro al muro. Nella luce i suoi capelli lunghi e crespi, la sua barba bianca, si illuminano. Prima sembrano bruciare, evidenziando i segni del tempo sul suo volto abbronzato, poi scomparire contro il muro bianco, far scomparire tutto, man mano che si fa fatica a tenere gli occhi aperti, a metterlo a fuoco in tutta quella luce, finché non chiudi gli occhi e lui diventa trasparente.

sabato 8 febbraio 2014

fogne

Pasquale è un altro matto che conosco. È convinto che il mondo stia per fare una brutta fine, tanto che si nasconde nelle fogne, coi ratti, in mezzo a tutti quei veleni irrespirabili. Ogni tanto i servizi sociali lo tirano fuori, lo lavano, gli fanno una lunga serie di vaccini poi lo mettono in qualche centro medico, ma lui ogni volta scappa e torna di sotto, al sicuro nelle fogne. Allo stesso tempo, però, si tiene informato per vedere se magari cambia qualcosa. Riceve notizie dall’esterno attraverso i vecchi amici, che vanno a trovarlo per vedere se sta bene e per portargli, insieme a un impiegato del Comune, delle scorte di cibo, medicine utili o delle batterie di ricambio per la sua torcia, con cui passa le giornate esplorando quell’intricato mondo sotterraneo che lui chiama casa. Sta lì sotto da così tanto tempo, ormai, che molti, me compreso, non si ricordano più che faccia ha, oppure non lo hanno mai visto di persona, e anche se ci hanno parlato ne hanno solo sentito la voce provenire dal basso, bassa e profonda e ingrossata dall’eco come se venisse dall’inferno. Te lo immagini, Pasquale, quando si spalanca il tombino, illuminato da un fascio di luce che scende dall’alto e taglia in due l’oscurità. Il suo viso, conservato nel buio, buio anch’esso e gli occhi vacanti da matto, si sollevano verso tutto quel sole come ad assorbirne ogni calore possibile. Pasquale apre la bocca solennemente, e ogni volta chiede l’identica cosa: “Come vanno le cose nel mondo, oggi?” Ogni volta, come se fosse il più importante degli annunci, una voce diversa gli risponde: “Tutto va come al solito!” Allora Pasquale, a seconda dell’umore del momento, si addolcisce o si agita, e come se provasse a consolarla quella voce, oppure a illudersi egli stesso come può, risponde: “Vedrai che la rivoluzione è vicina.”

martedì 28 gennaio 2014

così

Nel freddo più freddo di gennaio
il cielo si è schiarito con un lampo
dopo giorni che m’intasava il cuore.
Siamo qui da soli alla fermata
che ridice ormai per sempre perduta
la tua corsa e se t’ho amata io
non abbastanza e non t’importa
non rovinare tutto ancora adesso.
Si condensano di fronte nella luce
trapassata da un neon le finestre
opache di vapore delle otto dove
un altro giorno muore in cucina
nell’orrore famigliare che ci siamo
per fortuna risparmiati. Così.

mercoledì 22 gennaio 2014

il ponte

Tutto ciò che resta a Pippo di suo padre è un puzzle del ponte di Londra, ricordo di un viaggio che fecero insieme quando Pippo era piccolino. Suo padre insegnava inglese. Pippo invece, da quando lui se n’è andato giù per un altro ponte, si è fatto taciturno. Non per tristezza, ma perché pensa che non c’è più niente da dire. La vita è come un puzzle, pensa Pippo quando guarda il ponte, dove tutto è perfetto solo se i pezzi si incastrano fra di loro, se non ne manca nessuno. Da quando suo padre è morto in casa non si è capito più nulla, eppure il padre di Pippo è stato previdente. Gli ha regalato un puzzle fosforescente. Pippo lo tiene appeso in camera, proprio sopra il suo letto, e quando viene buio il ponte si illumina.

domenica 19 gennaio 2014

le distanze

Anche le persone vuote emanano luce, a volte splendida. Ed è la bellezza della vita, la condanna delle persone piene, attirate a colmare le distanze, a riempire le falle. Dovrebbero invece stare separate, le persone piene e le persone vuote. Le prime soffriranno sempre per le inevitabili incomprensioni, le seconde non capiranno mai perché si piange.