Visualizzazione post con etichetta barba. Mostra tutti i post
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lunedì 18 dicembre 2023

barba

Sto in fila davanti al caseificio. Forse per ammazzare il tempo, la signora che sta davanti a me si gira per attaccare bottone, e gesticolando per farsi capire mi dice a voce alta: Tu, stai qui da tanto? – Io penso che sia sorda e le rispondo a voce altrettanto alta: No, signora, solo cinque minuti, sto dopo di lei! – La signora, allora, a sentirmi parlare italiano, scoppia a ridere e si fa tutta rossa: M'à scusè, belle giovene, pe tutte chera varve mbacce me credève ca jère une de fuore.

martedì 21 novembre 2023

una cosa che mi fa star bene

Bruciare le sterpaglie dietro casa prima che si guasti il tempo e avvolgersi nel fumo quando gira il vento, poi tornare in casa e premere la barba contro il naso per sentire come sa di fumo e cenere.

domenica 5 novembre 2023

a ciascuno il suo

A ciascuno il suo catcalling. A me ad esempio stamattina uno passando in auto mi ha gridato: "Tagghjete chera varve, mucetone purke!"

venerdì 14 luglio 2023

quello che ha detto feltri

Quando mi dicono che non è vero che la gente non legge, che il mondo è pieno di lettori, io mi scervello per ore cercando di capire perché questi lettori stanno tutti lontano da me. Aldo il zinzo, barbiere, mi dice che è perché ho tagliato la barba quindi ho perso da tempo l'aura d'artista che (come la forza nei capelli di Sansone) stava tutta lì, nel mio aspetto. Mi chiedo se sia vero, poi penso a Vittorio Feltri e a un video in cui si rivolge ai giovani perché si presentino meglio, dice loro che l'abito "non fa il monaco, ma fa il barbone" è allora penso che forse è per come mi vesto: al lettore piace il libro firmato, quindi di conseguenza gli piacerà anche l'abito firmato (e un po' di addominali mi disse una volta una ragazza). Poi arriva mio fratello e mi dà la sveglia: Antò, quello che ha detto Feltri per te non vale, sei pure vecchio oltre a vestirti male. Trovati un lavoro dove agli altri interessa davvero ciò che fai e non rompere le palle ai lettori.

sabato 13 agosto 2022

barba

In fila in farmacia: Antò, ti devo dire la verità, senza barba sei più bello ma si vede che sei un pulcino bagnato, alla fine secondo me stavi meglio con la barba, parevi un vero figlio di zoccola...

giovedì 7 giugno 2018

fidel

Mio fratello mi dice: Oggi ho visto una intervista a Fidel Castro e ho pensato per tutto il tempo a te. Per le idee politiche?, gli chiedo. No, perché gli hanno domandato perché un uomo importante come lui non curava quello schifo di barba e lui ha risposto di trovarla una perdita di tempo. Uguali.

lunedì 26 gennaio 2015

ma perché...

Stamattina, appena alzato, scrivo il mio pensierino del giorno: "Si dovrebbe tutti invecchiare con dignità e morire al momento giusto."
Lascio il mio quaderno sul tavolo, e dopo una mezzora torno e ci trovo aggiunto il commento di mio fratello: "Ma perché, ti fa sentire Che Guevara quel gatto morto che ti cresce in faccia?"

mercoledì 20 agosto 2014

regale

Il tuo profumo – ancora – macchia il mio divano
l’odore pungente di gatta in calore e cieca
per le nostre fantasie senza pudore.

Il tuo calore – appunto – nascosto fra i cuscini
richiama a me indecente quei discorsi
tutto cuore e senza direzione di noi amanti

stretti sul tuo fianco liquido e teso fra le mani
il tuo sguardo umido che macchia la mia barba
di un blu senza speranza e tutto cielo. Regale.

“Mi basta una pagliuzza – dicevi – per scassinarti
il cuore. La prendo dal tuo occhio troppo astuto
e troppo luminoso per essere tu il topo.”

giovedì 19 settembre 2013

quasi 40

Sono nato nel 1977. Ho 36 anni, ma con gli amici per scherzo dico che ne ho quasi 40. Il primo ricordo che ho della mia infanzia riguarda un mio compagno d’asilo che ingoia una moneta e poi viene portato d’urgenza in ospedale. Forse è per questo, mi dico, che ho un pessimo rapporto col denaro. Un altro ricordo molto vecchio che ho riguarda un disegno che feci alle elementari. Il disegno rappresentava un uccellino in gabbia. Era molto bello, mi dissero, così bello che la maestra e tutta la classe mi fecero l’applauso e io pensai, pieno di orgoglio, che forse quello era il mio destino.
Avevo talento per il disegno, ho studiato, ho fatto anche delle mostre. Oggi che sono sempre stanco, e sovrappeso, quasi calvo e la mia barba non è più tanto lunga, uno potrebbe anche non crederci, ma c’è stato un lungo periodo della mia vita in cui le mie giornate erano tutte a colori e non solo in bianco e nero, ed ero bellissimo, magro come un chiodo, e portavo barba e capelli lunghissimi.
Barba e capelli, a ripensarci, li portavo così per un motivo. L’ho capito tardi anche se era facile: volevo assolutamente non assomigliare ai miei, a mio padre, a mio nonno, non ereditare le loro debolezze, le loro fisse, la riservatezza che si sfalda in risata se sono in imbarazzo.
Più crescevo, invece, e più gli assomigliavo. Per quanto lo negassi ero la loro copia fotostatica, e nascondevo il viso sotto la barba. Ma la natura, la forza genetica che ci accomuna persino nel cadere dei capelli, alla fine ha vinto: mi guardo allo specchio e nelle occhiaie frutto dell’insonnia rivedo quelle un po’ più grigie di mio padre. Non si sfugge.

martedì 14 settembre 2010

diario d'autunno

Parlare di autunno non è corretto. C’è ancora un sole che picchia e picchia giù duro. Eppure basta un semplice rovescio per far tornare in gola la malinconia, in forma di brutti rospi saltellanti e che mai mi staranno simpatici.
Sarà Paolo, che mi ha chiamato per dirmi che è di nuovo in ospedale e ha deciso, ormai è sicuro, che come esce prende, si licenzia e torna in Jugoslavia, lì dove sono cominciati i suoi problemi, e io non so se essere più contento o triste, perché lì non ha davvero nessuno che gli starà accanto e quindi o la va o la spacca. O fa pace coi suoi demoni oppure si spara un colpo in fronte e la fa finita. E in tutto questo, non sapendo come comportarmi, io non dico nulla. Sto qui e lo guardo partire e comincio a credere che forse è meglio questo che restarsene a galleggiare in una bottiglia tutto triste e infelice com’è. Così non va bene.
Sarà che vado ubriaco io, perché qui vicino a cinquecento metri c’è una cantina che lavora a massimo regime per la vendemmia e dall’alba al tramonto non faccio che respirare aria di mosto. In fondo però tutto va bene. A guardarsi indietro, solo un anno fa stavo molto peggio di adesso. Non dovrei nemmeno lamentarmi. Qualcuno potrebbe anche arrivare a pensare che lo faccio per ottenere in cambio qualcosa, un po’ come i bambini che frignano perseguendo il loro scopo.
E infatti, il mio buon amico Martino, che ha fatto? Come ha visto che cominciavo a fare il bambino lunatico e un po’ troppo erratico, ha preso e, per infondermi energia, mi ha regalato l'intera discografia di Bruce Springsteen, che finora avevo sempre snobbato per quella menata che è un po’ troppo “americano”. E devo dire che ci sono cascato di nuovo. Nel senso che, almeno il primo Springsteen (il classico 1975-87, da Born to run a Tunnel of Love, e con una strizzata d’occhio a Lucky Town del ’92) mi piace molto, anzi moltissimo. Come ho fatto a perdermelo per tutto questo tempo non lo so. Bruce Springsteen è un grande, e anche se voi ora mi direte “sai che bella scoperta” io ve lo dico uguale per lanciare questa semplice e fondamentale verità al mondo, e cioè: non è mai troppo tardi. Ci vuole solo un pizzico di fiducia e la musica giusta per darsi la carica.
Ascolto musica ad alto volume in questo autunno malinconico, Neil Young pre-grunge di fine ’80 inizi ’90 e ovviamente il Boss. Con degli amici stiamo anche organizzando un concerto per domani sera: Steve Potts trio. Steve Potts è un sassofonista americano, nato nel 1943, molto nero e molto cazzuto, che ha studiato con Eric Dolphy e, fra i tanti, ha suonato con John Coltrane ed Herbie Hancock, beato lui.
Lavoro senza sosta al giornale. Nelle pause da lavoro sogno una rivista tutta mia che raccolga esclusivamente racconti di viaggio. Qualcosa di molto americano con una grafica elegante e rigorosa, belle foto grandi a mezza pagina e in bianco e nero e i testi a fronte in lingua originale. Ce l’ho tutta in testa e se non le ho dato ancora forma è solo perché mi manca il nome. Io credo molto nei guizzi d’illuminazione per queste cose, nei colpi improvvisi di genio. Perciò aspetto il momento ma ancora non mi è venuto niente di buono.
Altro progetto: scrivere un romanzo. So già che parlerà di un ragazzino che ha la barba bianca, ho in mente l’idea ma sto ancora cercando il modo di svilupparla al meglio. Amanda mi ha detto che già qualcuno ha usato un’idea simile alcuni anni fa per un film con protagonista un bambino coi capelli verdi. Non che questo mi preoccupi troppo. Alla fine non è il tema a fare la differenza fra le storie, ma il modo in cui lo svolgi. È una questione di stile.
Ho un solo problema adesso, ed è il rumore intorno. C’è troppo rumore dove vivo e per scrivere serve silenzio e concentrazione, lo sanno tutti. Devi poter ascoltare le tue idee. Non come qui che è un continuo correre di macchine e vociare e lo scavatore sempre acceso dal cantiere di fronte. Così, se qualcuno vuole fare un atto de mecenatismo puro e disinteressato, può prendere e invitarmi a casa sua per un mesetto circa, il tempo di buttare già la prima bozza (la più dura) e poi gli prometto che gli dedico il mio libro. A me pare uno scambio equo. Cos’altro si può volere di più dalla vita che una dedica su un libro?

sabato 30 gennaio 2010

una giornata particolare



A volte ti capitano delle giornate di quelle che sembrano fatte apposta per dirti qualcosa. E tu magari non vorresti nemmeno sentirtele dire queste cose. Però sono lì, evidentissime, e ogni singola situazione pare un segno troppo perfetto, come se fosse stato messo lì da qualcuno, come in un film, solo e unicamente per darti l’opportunità di una riflessione che ti porti da qualche parte, magari soltanto verso una nuova stazione.
Così è stato ieri, quando svegliandomi e guardandomi allo specchio, ho fatto una scoperta straordinaria: il primo pelo bianco nella barba. È stata una di quelle cose che per alcuni minuti mi ha lasciato lì interdetto a osservare l’intruso sul mio viso, e chiedendomi se fosse davvero o no quello che credevo, magari un pelo un po’ più biondo degli altri, ma no era bianco e basta. Lo so che può sembrar ridicolo a raccontarlo così ma il primo pelo bianco di un uomo la sua importanza dovrà pure avercela, no?
Ho passato la mattina all’Ordine dei Giornalisti e poi sono andato a pranzo con una ragazza. Una bellissima ragazza dal sorriso luminoso e con quel pizzico di malinconia nello sguardo che fa la differenza, e stavo così bene con lei, ero così preso dalla conversazione e dalle sue gambe che, a un certo punto, incrociandola in corridoio mentre andavo in bagno ho seguito l’istinto e l’ho abbracciata per baciarla. E, tenendola fra le braccia, l’ho sentita sussultare. Ho capito di averla spaventata, perciò le ho dato un bacio sulla guancia e le ho chiesto scusa.
Vorrei precisare che non sono un maniaco che aggredisce le ragazze nei bagni. Al massimo ho visto troppi film romantici in cui queste cose funzionano sempre. Però tutto questo mi serve per dire che ho capito una cosa: ho capito che è così tanto tempo che amo ma non sono riamato, che ho dimenticato che sensazione si prova a ricevere dell’amore e ne ho bisogno. Perché dare amore e basta, mi sono accorto, ti induce a diventare egoista in un certo qual modo, ti spinge ad avercela con gli altri e a prendere, con vera rabbia a volte, quello che non ti viene dato. Persino chi vive di paturnie d’amore si prende uno spazio inesistente nella vita dell’altro e si crea un angolo di vita virtuale, fasullo, per nutrire meglio il suo non-amore. Ma questo è sbagliato. Porta solo dolore e fa male a tutti. A chi vive direttamente queste storie e, per riflesso, a chi le vive intorno.
Così ieri sera, quando sono tornato a casa e ho trovato sul mio computer la sua mail così triste e stanca, mi sono sentito stanco anch’io e ho trovato la forza di fare quello che andava fatto, tagliando in un solo minuto quello che non si era spezzato persino negli ultimi dolorosissimi mesi, cioè qualsiasi ponte ci fosse con la persona che più di ogni altra ha significato qualcosa per me negli ultimi 4 anni. L’ho fatto con un pugnale conficcato nel cuore ma non si può vivere sempre sottacqua, guardando il mondo attraverso l’oblò di un palombaro, a volte bisogna venire su, in superficie a rendersi conto del cielo. Ho cancellato tutto, ogni numero, traccia, ricordo. Non mi restano che una manciata di poesie. E se questo amore è valso qualcosa, lo si vedrà solo leggendo quei versi e nient’altro.
Ora però sono stanco. Lo slancio che mi è servito per salire dal fondo in superficie mi è costato troppa fatica. Una fatica immensa. La morte di qualsiasi illusione o fiducia nel presente. Sono senza più energie, per citare lei. Si parlava di Salinger ieri. Sapete, non sono d’accordo con chi diceva che aveva smesso di vivere molti anni prima di morire. Sì, è vero, si era allontanato da qualsiasi forma di rapporto sociale, ma questo non significa nulla. Si parla di un autore qui e un autore non vive mai semplicemente e basta. Un autore vive sempre al massimo ogni singola esperienza per poterla poi utilizzare nella sua opera. Un autore assorbe tutto, somatizza, rielabora continuamente il suo vissuto. E siccome so, perché mi capita, che ogni esperienza vissuta ti arriverà dritta nello stomaco come un pugno, allora forse Salinger, arrivato all’indipendenza economica, detto quello che aveva da dire, ha preferito chiudersi in casa a godersi l’eccelsa bellezza di un tramonto o di una bottiglia di vino, senza altre scosse. Un po’ lo invidio. Magari potessi farlo anch’io.
Invece, come vi racconta la foto sopra, sono ancora in viaggio verso una meta non meglio precisata, un po’ più stanco e un po’ più triste e non ancora bene a fuoco. Ho la barba lunga che comincia a diventare bianca. Senza accorgermene sono diventato grande. E anche se non vorrei mai invecchiare, con un po’ di fortuna potrei anche farcela ad arrivare, come Salinger, a godermi una bottiglia di vino e un tramonto senza poi dovermi sempre chiedere: e adesso che succederà? Senza altre scosse del cuore. Certo, c’è da chiedersi: ma senza altre scosse di cosa mai potrei vivere, scrivere? Ma con un po’ di fortuna lo scoprirò, credo. Lo scopriremo tutti.



Vorrei chiamarla, dirle: le volpi con le code incendiate
non parlano, ma gridano pazze fra gli alberi per il dolore.
Sediamoci per terra, oppure là, sopra panchine imbiancate
sediamoci sopra un letto di foglie secche e ascoltiamo il nostro cuore.
Ci siamo scordati e perduti, ti ritrovo adesso all'improvviso
dentro una piccola stazione in un giorno grigio d'ottobre.
Tu non mi guardi neppure, io solo ho l'inferno nel cuore
perché la vita è una goccia che scava la pietra del viso.