L’amore spesso con linguaggio disumano
spera attraverso la poesia
di dare un senso ai disordini del cuore.
Confonde dunque anima con viscere
e produce aria che non sempre è canto,
che ripete strombazzando ai quattro venti
come
seppur d’amor si muore il mondo è ingiusto
e non per questo te ne dà più merito.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
Visualizzazione post con etichetta paturnie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta paturnie. Mostra tutti i post
sabato 15 ottobre 2011
sabato 3 settembre 2011
perchè l'amore se ne va?
L’amore ha una sua vita come i gatti
nasce cresce e s’arrampica sui tetti
se va bene ha sette vite dalla sua
talvolta cade e si frattura una zampina.
Se ne va quando una casa gli va stretta
perché da solo l’ossigeno non basta
e cosa ne rimane ora si secca
come una macchia di sangue contro il muro.
nasce cresce e s’arrampica sui tetti
se va bene ha sette vite dalla sua
talvolta cade e si frattura una zampina.
Se ne va quando una casa gli va stretta
perché da solo l’ossigeno non basta
e cosa ne rimane ora si secca
come una macchia di sangue contro il muro.
giovedì 25 agosto 2011
anche nell'addio
Una poesia non può fissare tutto, forse appena
il senso di vertigine improvviso
che mi blocca ad un semaforo al ricordo
dell’odore del tuo corpo contro il mio.
E la pace ed il mistero di quel bacio
così a lungo sognato, di me fuoriuscito dal buio
a chinarmi sul tuo corpo confuso
con quello dei gatti. La mia prima alba
alla tua partenza, tinta di un rosa che mentiva
e prometteva toppe e saldature
alle falle in me scavate per l’assenza del tuo corpo.
Ecco, una poesia non può fissare tutto, serve appena
per comunicarti lo scarto che fa la differenza
sui minuti, il profumo del caffè quella mattina
mentre osservavo quell’alba dal balcone
e mi dicevo adesso è tutto da ricominciare
a partire da una semplice pomata
contro le punture di zanzara, perché la vita
è molto elementare e solo in te, anche nell’addio
ho trovato dei motivi di assoluta perfezione.
il senso di vertigine improvviso
che mi blocca ad un semaforo al ricordo
dell’odore del tuo corpo contro il mio.
E la pace ed il mistero di quel bacio
così a lungo sognato, di me fuoriuscito dal buio
a chinarmi sul tuo corpo confuso
con quello dei gatti. La mia prima alba
alla tua partenza, tinta di un rosa che mentiva
e prometteva toppe e saldature
alle falle in me scavate per l’assenza del tuo corpo.
Ecco, una poesia non può fissare tutto, serve appena
per comunicarti lo scarto che fa la differenza
sui minuti, il profumo del caffè quella mattina
mentre osservavo quell’alba dal balcone
e mi dicevo adesso è tutto da ricominciare
a partire da una semplice pomata
contro le punture di zanzara, perché la vita
è molto elementare e solo in te, anche nell’addio
ho trovato dei motivi di assoluta perfezione.
mercoledì 24 agosto 2011
sul finire d'estate
Ora immagino, com’è mio solito, d’essere stato appena una
delle tue molte avventure estive, nemmeno l’ultima quest’anno
ché possa almeno fregiarmi del titolo di punto sulla stagione
definitivo e fitto nella pelle come uno
dei tuoi molti tatuaggi, invece che una virgola un respiro appena
fra la parola vado e la parola addio.
Dirai che, probabilmente, di promesse me ne hai fatte
come sempre ma ben altre
ma capisco che in amore vince spesso
chi meglio gioca le sue carte e non c’è posto per le scuse.
Ora dire che a fidarmi non sono stato buono
mai completamente, mai abbastanza
e scoprire, grazie a te, che non sbagliavo
non mi rende più felice ma soltanto un po’ più vecchio
e non aiuta.
delle tue molte avventure estive, nemmeno l’ultima quest’anno
ché possa almeno fregiarmi del titolo di punto sulla stagione
definitivo e fitto nella pelle come uno
dei tuoi molti tatuaggi, invece che una virgola un respiro appena
fra la parola vado e la parola addio.
Dirai che, probabilmente, di promesse me ne hai fatte
come sempre ma ben altre
ma capisco che in amore vince spesso
chi meglio gioca le sue carte e non c’è posto per le scuse.
Ora dire che a fidarmi non sono stato buono
mai completamente, mai abbastanza
e scoprire, grazie a te, che non sbagliavo
non mi rende più felice ma soltanto un po’ più vecchio
e non aiuta.
mercoledì 10 agosto 2011
lo scoglio
Sedere su uno scoglio, perso in mare
attraversato dalle onde, dal passaggio dei gabbiani.
Sentire il vento di burrasca avvicinarsi. E
Vento, portati via tutto! il dolore, l’insonnia
e tutto quello che non dico!
A cosa serve esserci, se non riesco a muovermi?
Solo ad osservare quelle nuvole in fondo
il nero che incombe.
Chi mi ascolta, e se mi ascolta
chi altro parla la mia lingua? Mi restano soltanto i pesci.
attraversato dalle onde, dal passaggio dei gabbiani.
Sentire il vento di burrasca avvicinarsi. E
Vento, portati via tutto! il dolore, l’insonnia
e tutto quello che non dico!
A cosa serve esserci, se non riesco a muovermi?
Solo ad osservare quelle nuvole in fondo
il nero che incombe.
Chi mi ascolta, e se mi ascolta
chi altro parla la mia lingua? Mi restano soltanto i pesci.
lunedì 27 giugno 2011
poesia al limone
Mangio un ghiacciolo alla stazione di passaggio
senza nome né gente un po’ come noi due. Ascolta,
il frinir delle cicale è così forte da stordire
il vento ci scompiglia persino la bacheca degli orari.
Non ti amo più e del tuo amore non resta che una stecca.
Assai più facile gettarla che conservarla in tasca
e aspettare passeggiando fra i binari.
Perché mi hai chiamato? E cosa ti aspettavi che dicessi?
senza nome né gente un po’ come noi due. Ascolta,
il frinir delle cicale è così forte da stordire
il vento ci scompiglia persino la bacheca degli orari.
Non ti amo più e del tuo amore non resta che una stecca.
Assai più facile gettarla che conservarla in tasca
e aspettare passeggiando fra i binari.
Perché mi hai chiamato? E cosa ti aspettavi che dicessi?
mercoledì 13 aprile 2011
epitaffio
Qui giace Lillo, che in vita
non ebbe vittoria
e in morte non sa
se gli sia valsa a qualcosa
la sua passione per l’arte.
Qui giace da solo, insoddisfatto.
non ebbe vittoria
e in morte non sa
se gli sia valsa a qualcosa
la sua passione per l’arte.
Qui giace da solo, insoddisfatto.
mercoledì 16 marzo 2011
diario nero degli ultimi mesi
È parecchio che non scrivo sul blog, un po’ perché non ho molta ispirazione, un po’ perché mi sto dedicando ad altre attività come la fotografia o trovarmi un lavoro o far uscire il libro di poesie o scriverne un altro che va avanti un po’ a fatica ma va, comunque va.
A tutto questo va aggiunto che sono senza internet più o meno dalla metà di dicembre, a causa di un guasto alla mia linea ADSL, che Telecom sono tre mesi che dichiara di star riparando ma io ancora non ho visto nulla. Per cui mi arrangio come posso, ma stare dietro al blog non è per nulla facile.
Scrivere però mi piace ancora, almeno quando “son d’umore nero” (Guccini), e così pubblico qua sotto tre testi che ho buttato giù negli ultimi mesi, mentre ero di malumore, e che sono poi quelli che uno fa sempre più fatica a giudicare, perché quando sei giù ci metti dentro qualcosa di tuo, quel pizzico di personale per cui poi ti ci affezioni, anche se magari il pezzo non è il meglio che hai fatto.
Una nota per il secondo. Un po’ di tempo fa una mia amica mi ha iscritto a Fb perché riteneva che uno scrittore senza quel canale avesse un mezzo in meno per farsi sentire. Personalmente la ritengo ancora una gran fesseria (Fb, non l’idea della mia amica). E infatti, sono quasi convinto che a causa di questa mia contraddizione, cioè di odiare un mezzo a cui mi sono comunque arreso, Dio mi abbia levato Internet per punirmi. Ben mi sta!
Dicembre
IL CORVO
Apro la mia posta su Libero e leggo con apprensione in poco più di tre righi, lapidari come un epitaffio, che Aretha Franklin ha il cancro, Jean-Louis Trintignant compie poverino 80 anni (chi gliel’avrà mai fatto fare?). One mi rimprovera che l’altra sera, sì proprio l’altra sera, mentre ronfavo sul divano guardando Harry Potter ricevere i doni della morte come stimmate, ho perso per un soffio la donna della mia vita. Alessandra Neglia mi scrive che la situazione politica del Paese è così ingarbugliata che cazzo Lillo no, 5000 battute per il pezzo di terza sono poche, credimi! Intanto fuori viene giù il diluvio, c’è buio pesto, la notte ci circonda. Il mio gatto si gratta, credo di avergli attaccato le pulci. Un corvo con un’ala rotta sta bussando alla finestra, riuscite a sentirlo?
Poi mi chiedono tutti dove mai nasce la mia illimitata fiducia nel futuro. Di sicuro domani, peggio di così non può andare.
Gennaio
FACEBOOK E LA PATATA
Cazzo due giorni che sono su Facebook e già mi sono rotto le palle. Davvero, ora capisco perché qualcuno la ritiene la massima esaltazione dell’effimero, e sarebbe anche divertente se tutto questo chiacchiericcio non fosse a tratti assordante!
Nessuno ti ascolta per davvero, anche perché ascoltare richiede impegno, attenzione, pensiero, e pensare richiede tempo. Chi ha mai tempo oggigiorno? Il tempo è denaro! E infatti c’è crisi internazionale, mica roba da poco. Nessuno ha bisogno di cercarti, infatti sei tu a sbattergli in faccia le tue perle di saggezza (proprio com’è questa, lo riconosco, e chissà quanti l’hanno scritta già una manfrina così in passato). A tutti piace sempre tutto. E tutti sono sempre lì a ripeterti all’infinito le stesse banali cazzate. L’altra sera ha cominciato a nevicare e quaranta persone hanno scritto all’unisono “nevica!!!” sulla propria bacheca (e tutte e quaranta coi tre puntini esclamativi!!!). Ma come cazzo si fa?
La cosa peggiore però, secondo me, è che su Facebook chiunque perde un po’ del proprio mistero, tutti appaiono per quello che sono, e in effetti ad averceli sempre davanti sono tutti un po’ più brutti. Persino io mi sembro più brutto su Facebook, e io mi voglio bene. Non capisco ancora che gusto ci sia a scorreggiare in pubblico quotidianamente le proprie fragranze e in effetti i più furbi non scorreggiano, infilano solo il naso di tanto in tanto nel bagno degli altri, giusto per vedere che aria tira. Anche se qualcuno è simpatico, è vero, in genere chi non si prende troppo sul serio.
Mi hanno detto che si riesce anche a trombare, impegnandosi un minimo. Così aspetto. Magari un giorno, mentre tenta di sbattermi in faccia la sua quotidiana perla di saggezza, ce n’è una che insieme alla perla mi sbatte in faccia pure la patata. Che ne sai? Con un po’ di fortuna…
Febbraio
LA FINE DEL PC
Stamattina hanno parlato in tv della fine del PC. Ci fu un congresso per cambiar nome al Partito e poi rinnovarlo, e nel giro di due anni il Partito morì. Così oggi pensavo che sarebbe bello poter cambiare nome al Sud, che oramai a pronunciarlo sembra quasi una condanna.
Morire tutti e poi ricominciare da un altrove qualsiasi, ma che sia sempre casa. E senza alcun PD.
A tutto questo va aggiunto che sono senza internet più o meno dalla metà di dicembre, a causa di un guasto alla mia linea ADSL, che Telecom sono tre mesi che dichiara di star riparando ma io ancora non ho visto nulla. Per cui mi arrangio come posso, ma stare dietro al blog non è per nulla facile.
Scrivere però mi piace ancora, almeno quando “son d’umore nero” (Guccini), e così pubblico qua sotto tre testi che ho buttato giù negli ultimi mesi, mentre ero di malumore, e che sono poi quelli che uno fa sempre più fatica a giudicare, perché quando sei giù ci metti dentro qualcosa di tuo, quel pizzico di personale per cui poi ti ci affezioni, anche se magari il pezzo non è il meglio che hai fatto.
Una nota per il secondo. Un po’ di tempo fa una mia amica mi ha iscritto a Fb perché riteneva che uno scrittore senza quel canale avesse un mezzo in meno per farsi sentire. Personalmente la ritengo ancora una gran fesseria (Fb, non l’idea della mia amica). E infatti, sono quasi convinto che a causa di questa mia contraddizione, cioè di odiare un mezzo a cui mi sono comunque arreso, Dio mi abbia levato Internet per punirmi. Ben mi sta!
Dicembre
IL CORVO
Apro la mia posta su Libero e leggo con apprensione in poco più di tre righi, lapidari come un epitaffio, che Aretha Franklin ha il cancro, Jean-Louis Trintignant compie poverino 80 anni (chi gliel’avrà mai fatto fare?). One mi rimprovera che l’altra sera, sì proprio l’altra sera, mentre ronfavo sul divano guardando Harry Potter ricevere i doni della morte come stimmate, ho perso per un soffio la donna della mia vita. Alessandra Neglia mi scrive che la situazione politica del Paese è così ingarbugliata che cazzo Lillo no, 5000 battute per il pezzo di terza sono poche, credimi! Intanto fuori viene giù il diluvio, c’è buio pesto, la notte ci circonda. Il mio gatto si gratta, credo di avergli attaccato le pulci. Un corvo con un’ala rotta sta bussando alla finestra, riuscite a sentirlo?
Poi mi chiedono tutti dove mai nasce la mia illimitata fiducia nel futuro. Di sicuro domani, peggio di così non può andare.
Gennaio
FACEBOOK E LA PATATA
Cazzo due giorni che sono su Facebook e già mi sono rotto le palle. Davvero, ora capisco perché qualcuno la ritiene la massima esaltazione dell’effimero, e sarebbe anche divertente se tutto questo chiacchiericcio non fosse a tratti assordante!
Nessuno ti ascolta per davvero, anche perché ascoltare richiede impegno, attenzione, pensiero, e pensare richiede tempo. Chi ha mai tempo oggigiorno? Il tempo è denaro! E infatti c’è crisi internazionale, mica roba da poco. Nessuno ha bisogno di cercarti, infatti sei tu a sbattergli in faccia le tue perle di saggezza (proprio com’è questa, lo riconosco, e chissà quanti l’hanno scritta già una manfrina così in passato). A tutti piace sempre tutto. E tutti sono sempre lì a ripeterti all’infinito le stesse banali cazzate. L’altra sera ha cominciato a nevicare e quaranta persone hanno scritto all’unisono “nevica!!!” sulla propria bacheca (e tutte e quaranta coi tre puntini esclamativi!!!). Ma come cazzo si fa?
La cosa peggiore però, secondo me, è che su Facebook chiunque perde un po’ del proprio mistero, tutti appaiono per quello che sono, e in effetti ad averceli sempre davanti sono tutti un po’ più brutti. Persino io mi sembro più brutto su Facebook, e io mi voglio bene. Non capisco ancora che gusto ci sia a scorreggiare in pubblico quotidianamente le proprie fragranze e in effetti i più furbi non scorreggiano, infilano solo il naso di tanto in tanto nel bagno degli altri, giusto per vedere che aria tira. Anche se qualcuno è simpatico, è vero, in genere chi non si prende troppo sul serio.
Mi hanno detto che si riesce anche a trombare, impegnandosi un minimo. Così aspetto. Magari un giorno, mentre tenta di sbattermi in faccia la sua quotidiana perla di saggezza, ce n’è una che insieme alla perla mi sbatte in faccia pure la patata. Che ne sai? Con un po’ di fortuna…
Febbraio
LA FINE DEL PC
Stamattina hanno parlato in tv della fine del PC. Ci fu un congresso per cambiar nome al Partito e poi rinnovarlo, e nel giro di due anni il Partito morì. Così oggi pensavo che sarebbe bello poter cambiare nome al Sud, che oramai a pronunciarlo sembra quasi una condanna.
Morire tutti e poi ricominciare da un altrove qualsiasi, ma che sia sempre casa. E senza alcun PD.
mercoledì 9 marzo 2011
una poesia di edna st. vincent millay
Quali labbra le mie labbra hanno baciato e dove e perché
io l’ho dimenticato, così su quali braccia si posava
la mia testa fino all’alba. Ma la pioggia stanotte
è piena di fantasmi, che battono e singhiozzano
sul vetro e aspettano risposta,
e nel mio cuore s’agita una tacita pena
per tutti i ragazzi dimenticati e che mai più
torneranno a mezzanotte da me, imploranti.
Così come in inverno sta l’albero solitario
e non sa quanti uccelli son svaniti uno per uno
e sa solo che i suoi rami sono adesso silenziosi:
io così non so dire quanti amori son passati
so solo che l’estate ha cantato in me
per poco, e che ora in me non canta più.
io l’ho dimenticato, così su quali braccia si posava
la mia testa fino all’alba. Ma la pioggia stanotte
è piena di fantasmi, che battono e singhiozzano
sul vetro e aspettano risposta,
e nel mio cuore s’agita una tacita pena
per tutti i ragazzi dimenticati e che mai più
torneranno a mezzanotte da me, imploranti.
Così come in inverno sta l’albero solitario
e non sa quanti uccelli son svaniti uno per uno
e sa solo che i suoi rami sono adesso silenziosi:
io così non so dire quanti amori son passati
so solo che l’estate ha cantato in me
per poco, e che ora in me non canta più.
sabato 5 marzo 2011
la repubblica degli ex
Di recente, un candidato alle prossime elezioni comunali del mio paese, si è rivolto al nostro giornale perché lo difendessimo dall’accusa mossagli da alcuni d’essere un “ex-comunista”. Lui sosteneva non solo di non essere mai stato comunista, né iscritto ad alcun partito da anni, ma che se dovevamo cercare il pelo nell’uovo non ce n’era uno solo degli altri candidati a non essere stato un ex-qualcosa. Il fatto che il politico in questione abbia indubbiamente ragione non fa che rattristarmi. Perché lui parlava del paesino ma quella pronunciata è una verità universale.
Ci ritroviamo una marea di ex-qualcosa che sottostanno a una marea di ex-partiti, e prendono ordini da ex-assessori alla corruzione della salute, o ex-indagati in attesa di giudizio o di decadenza dei termini d’indagine, da ex-poeti, nel senso che non si capisce più se la loro poesia è vera o fasulla, ex-socialisti che scrivono brutte poesie sulle rovine del mondo, ex-fascisti che bruciano Garibaldi in piazza ed ex-giovani “col culo floscio” che non si arrendono proprio mai.
Ecco, in questo desolante paesaggio fatto di ex-mignotte che ripudiano il passato prossimo e ragazzi di vita in età da pensione (ma giovani dentro, come dice Vecchioni), mi accorgo che la giovinezza non conta, non è una garanzia di purezza, che dire oggi “verginità” non significa nulla se non rimpiangere qualcosa di effimero e presto perduto. Quello che serve è la coerenza, e mi chiedo chi mai ne abbia a tal punto da dire, giovane o no che sia, “adesso facciamo un po’ di pulizia, adesso facciamo un po’ di luce per tutti” senza poi tirarsi indietro e rimangiarsi la parola data.
Un tempo agli adulteri, a chi tradiva il sacro vincolo del matrimonio (che ricordiamo: aveva già una valenza pubblica), se scoperti venivano inflitte punizioni corporali. Gli adulteri erano esposti alla gogna in piazza. Così, se si potessero rimettere sul piatto tutte le promesse e fare, come Berlusconi, un nuovo patto con gli elettori, io questo chiederei: che nel caso si scopra che non sono coerenti con ciò che dicono, siano disposti a farsi prendere e portare in giro, a farsi sputare addosso e insultare, indossando un cartello che dice di loro “sono un ladro e un bugiardo”.
Ecco, sarà pure una fantasia macabra ma questo vorrei: il sangue di qualcuno che, quasi come in un racconto mistico, lavi e purifichi per tutti la politica.
Un tempo agli adulteri, a chi tradiva il sacro vincolo del matrimonio (che ricordiamo: aveva già una valenza pubblica), se scoperti venivano inflitte punizioni corporali. Gli adulteri erano esposti alla gogna in piazza. Così, se si potessero rimettere sul piatto tutte le promesse e fare, come Berlusconi, un nuovo patto con gli elettori, io questo chiederei: che nel caso si scopra che non sono coerenti con ciò che dicono, siano disposti a farsi prendere e portare in giro, a farsi sputare addosso e insultare, indossando un cartello che dice di loro “sono un ladro e un bugiardo”.
Ecco, sarà pure una fantasia macabra ma questo vorrei: il sangue di qualcuno che, quasi come in un racconto mistico, lavi e purifichi per tutti la politica.
sabato 4 dicembre 2010
mercoledì 3 novembre 2010
di sabbia e silenzio
“Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch’io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire.”
Dino Buzzati, parlando del Deserto dei Tartari
martedì 14 settembre 2010
diario d'autunno
Parlare di autunno non è corretto. C’è ancora un sole che picchia e picchia giù duro. Eppure basta un semplice rovescio per far tornare in gola la malinconia, in forma di brutti rospi saltellanti e che mai mi staranno simpatici.
Sarà Paolo, che mi ha chiamato per dirmi che è di nuovo in ospedale e ha deciso, ormai è sicuro, che come esce prende, si licenzia e torna in Jugoslavia, lì dove sono cominciati i suoi problemi, e io non so se essere più contento o triste, perché lì non ha davvero nessuno che gli starà accanto e quindi o la va o la spacca. O fa pace coi suoi demoni oppure si spara un colpo in fronte e la fa finita. E in tutto questo, non sapendo come comportarmi, io non dico nulla. Sto qui e lo guardo partire e comincio a credere che forse è meglio questo che restarsene a galleggiare in una bottiglia tutto triste e infelice com’è. Così non va bene.
Sarà che vado ubriaco io, perché qui vicino a cinquecento metri c’è una cantina che lavora a massimo regime per la vendemmia e dall’alba al tramonto non faccio che respirare aria di mosto. In fondo però tutto va bene. A guardarsi indietro, solo un anno fa stavo molto peggio di adesso. Non dovrei nemmeno lamentarmi. Qualcuno potrebbe anche arrivare a pensare che lo faccio per ottenere in cambio qualcosa, un po’ come i bambini che frignano perseguendo il loro scopo.
Sarà Paolo, che mi ha chiamato per dirmi che è di nuovo in ospedale e ha deciso, ormai è sicuro, che come esce prende, si licenzia e torna in Jugoslavia, lì dove sono cominciati i suoi problemi, e io non so se essere più contento o triste, perché lì non ha davvero nessuno che gli starà accanto e quindi o la va o la spacca. O fa pace coi suoi demoni oppure si spara un colpo in fronte e la fa finita. E in tutto questo, non sapendo come comportarmi, io non dico nulla. Sto qui e lo guardo partire e comincio a credere che forse è meglio questo che restarsene a galleggiare in una bottiglia tutto triste e infelice com’è. Così non va bene.
Sarà che vado ubriaco io, perché qui vicino a cinquecento metri c’è una cantina che lavora a massimo regime per la vendemmia e dall’alba al tramonto non faccio che respirare aria di mosto. In fondo però tutto va bene. A guardarsi indietro, solo un anno fa stavo molto peggio di adesso. Non dovrei nemmeno lamentarmi. Qualcuno potrebbe anche arrivare a pensare che lo faccio per ottenere in cambio qualcosa, un po’ come i bambini che frignano perseguendo il loro scopo.
E infatti, il mio buon amico Martino, che ha fatto? Come ha visto che cominciavo a fare il bambino lunatico e un po’ troppo erratico, ha preso e, per infondermi energia, mi ha regalato l'intera discografia di Bruce Springsteen, che finora avevo sempre snobbato per quella menata che è un po’ troppo “americano”. E devo dire che ci sono cascato di nuovo. Nel senso che, almeno il primo Springsteen (il classico 1975-87, da Born to run a Tunnel of Love, e con una strizzata d’occhio a Lucky Town del ’92) mi piace molto, anzi moltissimo. Come ho fatto a perdermelo per tutto questo tempo non lo so. Bruce Springsteen è un grande, e anche se voi ora mi direte “sai che bella scoperta” io ve lo dico uguale per lanciare questa semplice e fondamentale verità al mondo, e cioè: non è mai troppo tardi. Ci vuole solo un pizzico di fiducia e la musica giusta per darsi la carica.
Ascolto musica ad alto volume in questo autunno malinconico, Neil Young pre-grunge di fine ’80 inizi ’90 e ovviamente il Boss. Con degli amici stiamo anche organizzando un concerto per domani sera: Steve Potts trio. Steve Potts è un sassofonista americano, nato nel 1943, molto nero e molto cazzuto, che ha studiato con Eric Dolphy e, fra i tanti, ha suonato con John Coltrane ed Herbie Hancock, beato lui.
Lavoro senza sosta al giornale. Nelle pause da lavoro sogno una rivista tutta mia che raccolga esclusivamente racconti di viaggio. Qualcosa di molto americano con una grafica elegante e rigorosa, belle foto grandi a mezza pagina e in bianco e nero e i testi a fronte in lingua originale. Ce l’ho tutta in testa e se non le ho dato ancora forma è solo perché mi manca il nome. Io credo molto nei guizzi d’illuminazione per queste cose, nei colpi improvvisi di genio. Perciò aspetto il momento ma ancora non mi è venuto niente di buono.
Altro progetto: scrivere un romanzo. So già che parlerà di un ragazzino che ha la barba bianca, ho in mente l’idea ma sto ancora cercando il modo di svilupparla al meglio. Amanda mi ha detto che già qualcuno ha usato un’idea simile alcuni anni fa per un film con protagonista un bambino coi capelli verdi. Non che questo mi preoccupi troppo. Alla fine non è il tema a fare la differenza fra le storie, ma il modo in cui lo svolgi. È una questione di stile.
Ho un solo problema adesso, ed è il rumore intorno. C’è troppo rumore dove vivo e per scrivere serve silenzio e concentrazione, lo sanno tutti. Devi poter ascoltare le tue idee. Non come qui che è un continuo correre di macchine e vociare e lo scavatore sempre acceso dal cantiere di fronte. Così, se qualcuno vuole fare un atto de mecenatismo puro e disinteressato, può prendere e invitarmi a casa sua per un mesetto circa, il tempo di buttare già la prima bozza (la più dura) e poi gli prometto che gli dedico il mio libro. A me pare uno scambio equo. Cos’altro si può volere di più dalla vita che una dedica su un libro?
sabato 4 settembre 2010
a un poeta del secolo passato
Non più soldati, Ungà, ma reduci
tornando a casa stanchi
accartocciati, doloranti
facchini o camerieri, giornalai
senza coraggio o l’allegria
di una nuova traversata.
Soldati a corto di cordiale, dunque
ci basta il cambio del pigiama
per sognare un’altra vita, una
nuova identità d’insetti,
scarafaggi che divorano la rosa
e le succhiano bellezza dal midollo.
tornando a casa stanchi
accartocciati, doloranti
facchini o camerieri, giornalai
senza coraggio o l’allegria
di una nuova traversata.
Soldati a corto di cordiale, dunque
ci basta il cambio del pigiama
per sognare un’altra vita, una
nuova identità d’insetti,
scarafaggi che divorano la rosa
e le succhiano bellezza dal midollo.
domenica 29 agosto 2010
ma chi sono io?
Beh, sono quello che faccio. In fondo in Occidente, come tutti sappiamo, non è tanto importante chi sei ma cosa fai o meglio, si confonde spesso il chi sei con quello che fai e quello che fai col lavoro, inteso non come impegno e dedizione a una attività ma come attività che porta a uno stipendio, cioè a un potere di acquisto che tenga il sistema in movimento. Esisti, insomma, in quanto ingranaggio (un po’ come in Tempi Moderni di Chaplin). E se non ci stai? Se non fai così? Allora spesso non sei. Io ci ho provato a barare, a fare solo quello che sono col massimo impegno e una dedizione assoluta. Ma non essendo tutto ciò adeguatamente remunerato, non sempre funziona.
Continuano a dirti, guardando il tuo operato: bello sì, ma dov’è il lavoro duro che fa di te qualcuno?, intendendo non certo il lavoro, ma lo stipendio. Come se a pensare qualcosa di non standardizzato o trasmesso ogni quarto d’ora in tv dalla pubblicità, non ci si fecesse comunque il culo. Dunque, chi sono io? E dove sto andando? E soprattutto, ma quando arrivano le ragazze?
Sono quello che faccio. E cosa faccio? Fotografo, scrivo, racconto storie. Dunque? Dunque per Brunetta dovrei andare a cercarmi un lavoro vero. E certe volte, ammetto, lo penso anche io. Se non fosse che, se penso che a uno come Brunetta io posso stare sul cazzo, quasi quasi sono tentato di restare così per la vita.
Continuano a dirti, guardando il tuo operato: bello sì, ma dov’è il lavoro duro che fa di te qualcuno?, intendendo non certo il lavoro, ma lo stipendio. Come se a pensare qualcosa di non standardizzato o trasmesso ogni quarto d’ora in tv dalla pubblicità, non ci si fecesse comunque il culo. Dunque, chi sono io? E dove sto andando? E soprattutto, ma quando arrivano le ragazze?
Sono quello che faccio. E cosa faccio? Fotografo, scrivo, racconto storie. Dunque? Dunque per Brunetta dovrei andare a cercarmi un lavoro vero. E certe volte, ammetto, lo penso anche io. Se non fosse che, se penso che a uno come Brunetta io posso stare sul cazzo, quasi quasi sono tentato di restare così per la vita.
Ma l'impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale.
venerdì 16 luglio 2010
xmas in july

Non finisco mai di stupirmi degli infiniti casi (o svolte) della vita, delle storie che ti capitano di continuo sottomano. Sono qui che scrivo e ascolto l’ultimo disco di Bob Dylan, il mio preferito ormai, un disco di canzoni di natale che funzionano anche a luglio, col caldo africano che ti scioglie le ossa.
Mi è stato regalato a gennaio, per il giorno del mio 33° compleanno da Martin e Dani, e lo ascoltavo in cuffia il giorno che ho detto addio a quella che è stata la mia musa per i quattro anni precedenti e di cui trovate così tante tracce nel mio blog. Per questo e anche per il suo senso nascosto è un disco che adoro alla follia. Nessun altro avrebbe potuto fare un disco così, con tanto sentimento del tempo e amore e disperazione per un’innocenza perduta ma tremendamente necessaria. Forse solo Tom Waits. Ci pensavo già l’altro giorno che stavo organizzando per agosto un incontro con Nicola Lagioia, scrittore pugliese che ha scritto un libro intitolato Riportando tutto a casa, traduzione del celebre disco di Dylan Bringing it all back home. Quanta strada è passata da allora e credo che nemmeno Dylan avrebbe mai potuto sospettare in quei lunghi giorni del ’65 che un giorno, per riportare di nuovo tutto a casa, al suo posto, avrebbe finito per incidere il suo disco più commovente, una raccolta di canzoni di natale buone per tutte le stagioni.
Quanto a me, questa sera andrò a vedere Lagioia a Polignano, al Festival del Libro Possibile, tanto per farmi un’idea di cosa aspettarmi da lui come oratore e se ho fortuna conoscerlo. In programma, subito dopo Lagioia ho scoperto, c’è Jonathan Coe, scrittore che degli incroci perfetti ha fatto il suo marchio distintivo. A farmi leggere per primo Coe è stato Andrea, un caro amico che sognava di fare l’archeologo in Puglia ma che da alcuni anni è andato via per cercare fortuna a Pavia, come insegnante di italiano. Probabilmente ci andrà anche lui a vedere Coe. In questi giorni Andrea, che è qui in vacanza, esce poco di casa. Mi dice che non si trova più a suo agio a venire in piazza, di sentirsi spaesato, esattamente allo stesso modo in cui si sente spaesato a Pavia. Probabilmente è il destino di chi va, non sentirsi mai pienamente a posto in nessun luogo.
Qualcuno la vive male questa cosa, come Andrea, o ci si abitua a fatica. Per altri è fantastico, si lasciano pervadere dall’estremo senso di libertà che ti concede il non avere mai un vero luogo di appartenenza. Immagino sia sempre e solo una questione di scelte, e di volontà. Una cosa è essere costretti ad andare via per campare, un’altra correre e bruciare fino all’estremo, per dirla come Iuri.
Iuri era un mio amico di infanzia. Era scappato dal paese insieme a suo fratello Noa, in Inghilterra, ad appena 18 anni, e tornava qualche volta giusto per rivedere i genitori e i vecchi amici. Era quello che si potrebbe definire un punk e da punk, fra centri sociali e creste e aghi e furtarelli nei supermercati, tatuaggi dappertutto, anche sul viso e il mitico Kerouac nel cuore ha girato per tutta l’Europa e l’ultima volta che l’ho visto, due anni fa, meditava di attraversare l’oceano verso l’America. Poi non ne ho saputo più nulla fino alla settimana scorsa, quando l’ho rivisto, tutto pulito e rasato come mai, tranne che per i tatuaggi sul collo e sul mento, andarsene in giro per il paese, accompagnato per mano da un’assistente sociale, con lo sguardo fisso come un automa. Quando l’ho salutato non mi ha riconosciuto, non mi ha nemmeno guardato. Continuava a fissare lo spazio vuoto davanti a sé. Non so di preciso cosa gli sia successo ma, a quanto mi hanno detto, si è fritto il cervello con un acido. Dopo averlo visto ho avuto i brividi addosso e freddo per dei giorni, proprio come se fosse di nuovo gennaio.
Mi sono guardato intorno e il mio cervello ha cominciato a macinare ansia e paura, solo per rendermi conto che si entra, per me, in quella fase della vita in cui, volenti o no, ogni scelta è definitiva, non si torna più indietro, non si può. Forse è questo lo spirito che ha animato Dylan nel suo ultimo disco, mi dico, questo senso di panico per il tempo che non può essere fermato, per tutte le scelte che non si possono più modificare. Perché io nell’album di natale di Dylan più che le campanelle allegre della festa ci sento i pianti per le campane che risuonano in lontananza a morto, per il numero di assenti che a ogni festa aumenta irrimediabilmente, e la voce arrochita da troppe notti perse da solo, a vuoto, fumando e bevendo e chiacchierando con le foto appese al muro, a convincersi che in fondo siamo esseri conclusi, è inutile starci male, che a dispetto di ogni nostro desiderio o speranza o senso di rivolta per noi c’è un inizio e c’è una fine. E che il dolore è necessario. Persino quando ci rifiutiamo di vivere e la vita preferiamo guardarla da lontano, o inutilmente riscriverla.
Mi è stato regalato a gennaio, per il giorno del mio 33° compleanno da Martin e Dani, e lo ascoltavo in cuffia il giorno che ho detto addio a quella che è stata la mia musa per i quattro anni precedenti e di cui trovate così tante tracce nel mio blog. Per questo e anche per il suo senso nascosto è un disco che adoro alla follia. Nessun altro avrebbe potuto fare un disco così, con tanto sentimento del tempo e amore e disperazione per un’innocenza perduta ma tremendamente necessaria. Forse solo Tom Waits. Ci pensavo già l’altro giorno che stavo organizzando per agosto un incontro con Nicola Lagioia, scrittore pugliese che ha scritto un libro intitolato Riportando tutto a casa, traduzione del celebre disco di Dylan Bringing it all back home. Quanta strada è passata da allora e credo che nemmeno Dylan avrebbe mai potuto sospettare in quei lunghi giorni del ’65 che un giorno, per riportare di nuovo tutto a casa, al suo posto, avrebbe finito per incidere il suo disco più commovente, una raccolta di canzoni di natale buone per tutte le stagioni.
Quanto a me, questa sera andrò a vedere Lagioia a Polignano, al Festival del Libro Possibile, tanto per farmi un’idea di cosa aspettarmi da lui come oratore e se ho fortuna conoscerlo. In programma, subito dopo Lagioia ho scoperto, c’è Jonathan Coe, scrittore che degli incroci perfetti ha fatto il suo marchio distintivo. A farmi leggere per primo Coe è stato Andrea, un caro amico che sognava di fare l’archeologo in Puglia ma che da alcuni anni è andato via per cercare fortuna a Pavia, come insegnante di italiano. Probabilmente ci andrà anche lui a vedere Coe. In questi giorni Andrea, che è qui in vacanza, esce poco di casa. Mi dice che non si trova più a suo agio a venire in piazza, di sentirsi spaesato, esattamente allo stesso modo in cui si sente spaesato a Pavia. Probabilmente è il destino di chi va, non sentirsi mai pienamente a posto in nessun luogo.
Qualcuno la vive male questa cosa, come Andrea, o ci si abitua a fatica. Per altri è fantastico, si lasciano pervadere dall’estremo senso di libertà che ti concede il non avere mai un vero luogo di appartenenza. Immagino sia sempre e solo una questione di scelte, e di volontà. Una cosa è essere costretti ad andare via per campare, un’altra correre e bruciare fino all’estremo, per dirla come Iuri.
Iuri era un mio amico di infanzia. Era scappato dal paese insieme a suo fratello Noa, in Inghilterra, ad appena 18 anni, e tornava qualche volta giusto per rivedere i genitori e i vecchi amici. Era quello che si potrebbe definire un punk e da punk, fra centri sociali e creste e aghi e furtarelli nei supermercati, tatuaggi dappertutto, anche sul viso e il mitico Kerouac nel cuore ha girato per tutta l’Europa e l’ultima volta che l’ho visto, due anni fa, meditava di attraversare l’oceano verso l’America. Poi non ne ho saputo più nulla fino alla settimana scorsa, quando l’ho rivisto, tutto pulito e rasato come mai, tranne che per i tatuaggi sul collo e sul mento, andarsene in giro per il paese, accompagnato per mano da un’assistente sociale, con lo sguardo fisso come un automa. Quando l’ho salutato non mi ha riconosciuto, non mi ha nemmeno guardato. Continuava a fissare lo spazio vuoto davanti a sé. Non so di preciso cosa gli sia successo ma, a quanto mi hanno detto, si è fritto il cervello con un acido. Dopo averlo visto ho avuto i brividi addosso e freddo per dei giorni, proprio come se fosse di nuovo gennaio.
Mi sono guardato intorno e il mio cervello ha cominciato a macinare ansia e paura, solo per rendermi conto che si entra, per me, in quella fase della vita in cui, volenti o no, ogni scelta è definitiva, non si torna più indietro, non si può. Forse è questo lo spirito che ha animato Dylan nel suo ultimo disco, mi dico, questo senso di panico per il tempo che non può essere fermato, per tutte le scelte che non si possono più modificare. Perché io nell’album di natale di Dylan più che le campanelle allegre della festa ci sento i pianti per le campane che risuonano in lontananza a morto, per il numero di assenti che a ogni festa aumenta irrimediabilmente, e la voce arrochita da troppe notti perse da solo, a vuoto, fumando e bevendo e chiacchierando con le foto appese al muro, a convincersi che in fondo siamo esseri conclusi, è inutile starci male, che a dispetto di ogni nostro desiderio o speranza o senso di rivolta per noi c’è un inizio e c’è una fine. E che il dolore è necessario. Persino quando ci rifiutiamo di vivere e la vita preferiamo guardarla da lontano, o inutilmente riscriverla.
domenica 27 giugno 2010
troppa pioggia
Ridi quando gli occhi bruciano
Sorridi quando il tuo cuore è in pena
Sospira quando cacci via il dolore
Giura che non succederà di nuovo
Non è giusto, in una vita
troppa, troppa pioggia
Sai che la ruota fa il suo giro
Allora, perché piangi?
Spesso nascondiamo i nostri sentimenti
Ma per ora di’ a te stesso che non succederà di nuovo
Non è giusto, in una vita
troppa, troppa pioggia
È troppa per chiunque, troppo dura per chiunque
E chi vuol vivere felice e sereno
deve imparare a ridere
Sorridi quando sei sempre di corsa
Sospira quando pensi al tuo futuro
Giura che sarai felice ancora
E va bene, nella tua vita nessun’altra pioggia
È troppa per chiunque, troppo dura per chiunque
E chi vuol vivere felice e sereno
deve imparare a ridere
giovedì 17 giugno 2010
due poesie d'amore di federico garcìa lorca
Lorca accompagnava spesso le sue poesie con dei disegni.
Sonetto del dolce lamento
Ho paura di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua, e l’accento
che di notte mi pone sulla guancia
la solitaria rosa del tuo fiato.
Ho paura d’essere su questa riva
un tronco senza rami, e ancora più sentire
di non avere fiori, polpa o argilla
per il bruco del mio struggimento.
Se tu sei il mio tesoro segreto
se sei croce e dolore da cui sono bagnato
se sono il cane tuo, padrone mio
non lasciare che perda il conquistato
e adorna le acque del tuo fiume
con foglie del mio autunno dissennato.
Gazzella dell’amore imprevisto
Nessuno comprendeva il profumo
dell’oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d’amore fra i denti.
Mille cavallini persiani dormivano
nella piazza con la luna della tua fronte
mentre io per quattro notti mi legavo
alla tua cintura, nemica della neve.
Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Io cercai, da darti, nel mio petto
le lettere d’avorio che dicono sempre
sempre, sempre: giardino della mia agonia
il tuo corpo fuggitivo per sempre
il sangue delle tue vene nella mia bocca
la tua bocca senza più luce per la mia morte.
Sonetto del dolce lamentoHo paura di perdere la meraviglia
dei tuoi occhi di statua, e l’accento
che di notte mi pone sulla guancia
la solitaria rosa del tuo fiato.
Ho paura d’essere su questa riva
un tronco senza rami, e ancora più sentire
di non avere fiori, polpa o argilla
per il bruco del mio struggimento.
Se tu sei il mio tesoro segreto
se sei croce e dolore da cui sono bagnato
se sono il cane tuo, padrone mio
non lasciare che perda il conquistato
e adorna le acque del tuo fiume
con foglie del mio autunno dissennato.
Gazzella dell’amore imprevistoNessuno comprendeva il profumo
dell’oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d’amore fra i denti.
Mille cavallini persiani dormivano
nella piazza con la luna della tua fronte
mentre io per quattro notti mi legavo
alla tua cintura, nemica della neve.
Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Io cercai, da darti, nel mio petto
le lettere d’avorio che dicono sempre
sempre, sempre: giardino della mia agonia
il tuo corpo fuggitivo per sempre
il sangue delle tue vene nella mia bocca
la tua bocca senza più luce per la mia morte.
giovedì 10 giugno 2010
il direttore
Da circa un mese sono diventato direttore di un mensile, un piccolo mensile di provincia ma pur sempre un giornale che viene letto e talvolta fa opinione. Ieri è uscito il primo numero con la mia firma.
E ne sono stato contento finché non ho scoperto che la cosa buffa del diventare direttore è che non solo non guadagni nulla per il tuo lavoro o perlomeno mai abbastanza, ma che alle spalle ti danno pure del venduto, a chi e per cosa poi non si sa.
L’unica cosa buona in tutto questo sta nel fatto che per fare il direttore non avrò più il tempo di fare il giornalista e scrivere articoli angosciosi sulla politica locale. Decisamente non fa più per me. Da una parte ti rimproverano di non essere abbastanza militante (militante io? con quelle facce un po’ così quell’espressione un po’ così che abbiano noi prima di andare a fare in culo), dall’altra devi sempre stare attento a non offendere qualcuno perché qui se offendi qualcuno non è un estraneo ma il tuo vicino di casa, un amico dei tuoi, il padre della tua collega oppure il medico di tuo nonno... Insomma, un ginepraio di parentele!
Per questo credo che comincerò a mettere tutto nel cassetto e fregarmene. In fondo me lo posso permettere. Sono il direttore, che siano gli altri a scrivere di cosa accade fuori. Gli do lo spazio che vogliono. Io mi limiterò ai saluti mondani e agli inviti per degli aperitivi o presentazioni di libri noiosissimi. In fondo, come canta Cohen, il cantante muore come tutti, è la canzone che resta. Quindi perché farsi venire il sangue amaro ogni volta che non riusciamo a essere come gli altri ci vogliono?
E ne sono stato contento finché non ho scoperto che la cosa buffa del diventare direttore è che non solo non guadagni nulla per il tuo lavoro o perlomeno mai abbastanza, ma che alle spalle ti danno pure del venduto, a chi e per cosa poi non si sa.
L’unica cosa buona in tutto questo sta nel fatto che per fare il direttore non avrò più il tempo di fare il giornalista e scrivere articoli angosciosi sulla politica locale. Decisamente non fa più per me. Da una parte ti rimproverano di non essere abbastanza militante (militante io? con quelle facce un po’ così quell’espressione un po’ così che abbiano noi prima di andare a fare in culo), dall’altra devi sempre stare attento a non offendere qualcuno perché qui se offendi qualcuno non è un estraneo ma il tuo vicino di casa, un amico dei tuoi, il padre della tua collega oppure il medico di tuo nonno... Insomma, un ginepraio di parentele!
Per questo credo che comincerò a mettere tutto nel cassetto e fregarmene. In fondo me lo posso permettere. Sono il direttore, che siano gli altri a scrivere di cosa accade fuori. Gli do lo spazio che vogliono. Io mi limiterò ai saluti mondani e agli inviti per degli aperitivi o presentazioni di libri noiosissimi. In fondo, come canta Cohen, il cantante muore come tutti, è la canzone che resta. Quindi perché farsi venire il sangue amaro ogni volta che non riusciamo a essere come gli altri ci vogliono?
martedì 11 maggio 2010
uno degli articoli più divertenti che mai leggerete
VIBRATORE, di Mara Hvistendahl
Articolo pubblicato su "Le Scienze" n° 495, novembre 2009
Per essere un giocattolo sessuale, il vibratore ha sorprendemente origini cliniche e asettiche. Prescritto come cura per quella strana patologia che era l'isteria, ha avuto per decenni un'applicazione clinica come strumento terapeutico.
L'isteria, il cui nome deriva dalla parola greca che significa "utero", colpiva le donne in cui l'energia sessuale era trattenuta, o così credevano i guaritori e medici dell'antichità. Suore, vedove e zitelle erano particolarmente a rischio, ma in epoca vittoriana anche molte donne sposate ne furono colpite. Stando alle stime di due importanti medici, alla fine del XIX secolo tre quarti delle donne statunitensi erano a rischio. La prescrizione dell'orgasmo clitorideo come trattamento per l'isteria risale ai testi medici del I secolo d.c. Le donne isteriche si rivolgevano in genere a un medico, il quale le curava con le proprie mani inducendo in esse un "parossismo", termine dietro il quale si celava ciò che oggi conosciamo come orgasmo. La stimolazione manuale però richiedeva tempo ed era (almeno per il medico) noiosa.
In The Technology of Orgams: "Hysteria", The Vibrator and Women's Sexual Satisfaction, la storica della scienza Rachel P. Maines riferisce spesso che i medici passavano il lavoro alle levatrici. L'invenzione dell'elettricità semplificò le cose. Intorno al 1880 Joseph Mortimer Granville brevettò un vibratore elettromeccanico per alleviare i dolori muscolari, e i medici si resero rapidamente conto che poteva essere usato anche su altre parti del corpo. L'innovazione abbreviò i tempi della cura per l'isteria e riempì i portafogli dei medici.
Anche le pazienti erano contente. I centri di benessere che offrivano il trattamento con il vibratore si moltiplicarono e il servizio divenne così popolare che i produttori di vibratori ammonirono i medici a non esagerare con quel moderno dispositivo: accontentare tutte le richieste delle pazienti poteva rivelarsi stancante anche con il vibratore meccanico. Intorno all'inizio del XX secolo i cataloghi di vendite per corrispondenza pubblicizzavano modelli destinati alle donne che volevano provare a curarsi da sole; fu così che il vibratore divenne il quinto apparecchio elettrico a entrare nelle case, dopo la macchina per cucire, il ventilatore, il bollitore e il tostapane.
La leggitimità del vibratore come dispositivo medico calò dopo gli anni venti, quando Sigmund Freud identificò correttamente il carattere sessuale del parossismo. Nel 1952 L'American Psychiatric Association cancellò l'isteria dall'elenco delle patologie riconosciute. Quando, anni dopo, il vibratore ritornò di moda, le donne non avevano più bisogno della scusa della malattia per giustificarne l'aquisto.
Articolo pubblicato su "Le Scienze" n° 495, novembre 2009
Per essere un giocattolo sessuale, il vibratore ha sorprendemente origini cliniche e asettiche. Prescritto come cura per quella strana patologia che era l'isteria, ha avuto per decenni un'applicazione clinica come strumento terapeutico.
L'isteria, il cui nome deriva dalla parola greca che significa "utero", colpiva le donne in cui l'energia sessuale era trattenuta, o così credevano i guaritori e medici dell'antichità. Suore, vedove e zitelle erano particolarmente a rischio, ma in epoca vittoriana anche molte donne sposate ne furono colpite. Stando alle stime di due importanti medici, alla fine del XIX secolo tre quarti delle donne statunitensi erano a rischio. La prescrizione dell'orgasmo clitorideo come trattamento per l'isteria risale ai testi medici del I secolo d.c. Le donne isteriche si rivolgevano in genere a un medico, il quale le curava con le proprie mani inducendo in esse un "parossismo", termine dietro il quale si celava ciò che oggi conosciamo come orgasmo. La stimolazione manuale però richiedeva tempo ed era (almeno per il medico) noiosa.
In The Technology of Orgams: "Hysteria", The Vibrator and Women's Sexual Satisfaction, la storica della scienza Rachel P. Maines riferisce spesso che i medici passavano il lavoro alle levatrici. L'invenzione dell'elettricità semplificò le cose. Intorno al 1880 Joseph Mortimer Granville brevettò un vibratore elettromeccanico per alleviare i dolori muscolari, e i medici si resero rapidamente conto che poteva essere usato anche su altre parti del corpo. L'innovazione abbreviò i tempi della cura per l'isteria e riempì i portafogli dei medici.
Anche le pazienti erano contente. I centri di benessere che offrivano il trattamento con il vibratore si moltiplicarono e il servizio divenne così popolare che i produttori di vibratori ammonirono i medici a non esagerare con quel moderno dispositivo: accontentare tutte le richieste delle pazienti poteva rivelarsi stancante anche con il vibratore meccanico. Intorno all'inizio del XX secolo i cataloghi di vendite per corrispondenza pubblicizzavano modelli destinati alle donne che volevano provare a curarsi da sole; fu così che il vibratore divenne il quinto apparecchio elettrico a entrare nelle case, dopo la macchina per cucire, il ventilatore, il bollitore e il tostapane.
La leggitimità del vibratore come dispositivo medico calò dopo gli anni venti, quando Sigmund Freud identificò correttamente il carattere sessuale del parossismo. Nel 1952 L'American Psychiatric Association cancellò l'isteria dall'elenco delle patologie riconosciute. Quando, anni dopo, il vibratore ritornò di moda, le donne non avevano più bisogno della scusa della malattia per giustificarne l'aquisto.
Iscriviti a:
Post (Atom)

