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mercoledì 21 settembre 2016

il muro

Nell'ultima parte della sua carriera Lou Reed si è avvicinato alla musica ambient. In effetti, lo aveva fatto già nei '70 con Metal Machine Music che fu un prototipo per moltissimi gruppi new wave perché portava l'ambient a una diversa concezione rispetto a quella di Eno, non musica che ti accoglie, ma musica che ti respinge, non una porta ma un muro. Fra le cose più belle dell'ultimo Reed c'è un doppio live di un gruppo nato spontaneamente e composto da Ulrich Kriegeer e Sarth Calhoun, che poi si ribattezzò Metal Machine Trio proprio in onore di quel disco. Cercando informazioni su quest'album (che non avevo mai ascoltato prima) sono finito su Allmusic, e così mi sono messo a sfogliare, partendo da questo, tutte le recensioni ai dischi di Lou, per accorgermi che per molti dei più estremi e dei miei preferiti, per quanto si apprezzasse il coraggio e lo sforzo creativo, c'era sempre un MA da affrontare, qualcosa che non andava, che non lo rendeva perfetto. È carino MA non è abbastanza orecchiabile, oppure suona benissimo MA gli manca la giusta tensione drammatica, oppure c'è tutto Lou, MA tutto Lou è francamente troppo. E ho pensato che vivere una vita piena di MA deve essere una tale rottura di palle, che persino l’idea di un muro mi ha messo allegria. 

domenica 16 febbraio 2014

trasparente

Io e Silvio andiamo a trovare Francesco, il nostro maestro di fotografia. Vive in campagna, lontano da chiunque, in una zona lievemente rialzata che va raggiunta attraverso una stradina serpeggiante e ripida, e passa le sue giornate lì, col suo cane, godendosi un orizzonte meraviglioso della valle.
Quando arriviamo sta tagliando la legna, ha un dito fasciato da un taglio, e il cane ci viene incontro facendoci le feste. Francesco è un tipo rude all’apparenza, ci saluta appena, non parla molto, ma nonostante l’imbarazzo gli fa piacere scambiare due chiacchiere, si vede. Ordina a Silvio di preparare un caffè mentre accende il fuoco.
Poi tira fuori per noi una scatola con delle vecchie foto e la data 1976-77, un anno della sua vita racchiuso in circa duecento scatti in bianco e nero. In una serie dei bambini corrono fra gli alberi inseguendo un pallone, in un’altra un ragazzo serve ai tavolini di un bar di provincia, in un’altra ancora degli uomini pisciano nei bagni pubblici di un autogrill. Poi c’è una foto sola, la più bella di tutte, che rappresenta le panchine vuote nel buio, illuminate appena da un faro, nella metropolitana deserta di una città senza più nome.
Moltiplicatela per quarant’anni, ci dice con la sua voce scura, e avrete una piccola visione della mia vita. Mentre parla si toglie la fascia dal dito per disinfettarlo, e lascia che il suo cane lo lecchi sporcandosi il musetto di sangue. Non ho più voglia di nulla, ci dice, né di troppo rumore né di mostre o d’Europa. E ci racconta, come fa spesso, del suo amico Bonasia, morto per la fotografia e per la droga. Per la verità.
Ma cos’è la verità?, gli chiedo a bruciapelo. Mi fissa a lungo, punta il dito ferito verso la finestra che lascia entrare, nonostante l’inverno, una luce calda e piena, e dice: la verità è un grande pannello neutro contro il muro, accanto alla finestra, così puoi fare delle foto con la luce naturale.
La luce naturale? Sempre!, mi risponde sicuro.
Si alza per andare incontro al muro. Nella luce i suoi capelli lunghi e crespi, la sua barba bianca, si illuminano. Prima sembrano bruciare, evidenziando i segni del tempo sul suo volto abbronzato, poi scomparire contro il muro bianco, far scomparire tutto, man mano che si fa fatica a tenere gli occhi aperti, a metterlo a fuoco in tutta quella luce, finché non chiudi gli occhi e lui diventa trasparente.

sabato 18 gennaio 2014

poesia orfana di un nome

                        , io so
e ho perso di te ogni stima.
Come potrò guardarti
e ancora attribuirti
un nome per definirti amica?

                       , io so
e ormai al tuo posto non c’è
che uno spazio bianco
ingombrante e umido
terriccio per i vermi.

                       , io so
ma questo non consola dal dolore.
Neppure la più alta muraglia
vacante di un mattone
è senza breccia.