“Buonasera, siete interessati a leggermi? Sono un aspirante autore ma ho al mio attivo svariate pubblicazioni con case editrici non a pagamento. Grazie.” Qualcosa non mi torna, gli rispondo, o sei aspirante o hai già pubblicato. “Gli altri libri li ho pubblicato con un falso nome.” Ah, e perché? “È un segreto.”
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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sabato 25 giugno 2022
domenica 19 giugno 2016
larve
Stanotte ho fatto un sogno in b/n in cui un uomo con una maschera da rospo mi chiedeva di fargli un ritratto fotografico. Ci provavo, eppure mi teneva strette le mani e le portava con la forza vicinissime ai suoi occhi. Mi impediva così di mettere a fuoco l’immagine, che di volta in volta veniva di un bianco lattiginoso che riempiva lo schermo. Era il bianco immenso dei suoi occhi. A ogni scatto emergevano, dietro il bianco, come delle macchie sottili simili a larve di zanzara. Quando gliele ho fatte notare, mi ha risposto: «Quelli sono i versi di una poesia che ti frulla in testa da ieri». E poi ha aggiunto, in maniera ambigua e tenebrosa: «Stai attento agli hacker, ti stanno osservando. Vogliono rubarti ogni pensiero per poi ricattarti». Ma quando ho provato a chiedergli di più mi ha messo una mano sulla bocca, e mi impediva di parlare, dicendomi che eravamo già in pericolo. E più mi premeva sulla bocca, più le larve gli riempivano gli occhi coi miei pensieri impazziti.
sabato 19 aprile 2014
volevo morderti mia stella
portarmi sulla lingua il tuo sapore che prude
il filo della tua schiena che scorre perfetto fra le labbra
dalla bocca al centro esatto della mia voce.
Volevo mia bella ferirmi sulla tua carne
e perdermi nel sangue dei nostri baci fluidi e densi
sentirmi innocente e fragile fra le tue braccia
nei tuoi singhiozzi di donna che forzano in luce
i segreti del cuore. Volevo morderti così
senza pudore, ardente e feroce, poi dolce ritrovarmi
ferito, in te guarito. Volevo mai più scordarmi
del tuo fiato, del tuo sapore di gatta
che mi fa un giorno più vivo, nascosto nella pelle
nell’incavo delle tue ascelle.
il filo della tua schiena che scorre perfetto fra le labbra
dalla bocca al centro esatto della mia voce.
Volevo mia bella ferirmi sulla tua carne
e perdermi nel sangue dei nostri baci fluidi e densi
sentirmi innocente e fragile fra le tue braccia
nei tuoi singhiozzi di donna che forzano in luce
i segreti del cuore. Volevo morderti così
senza pudore, ardente e feroce, poi dolce ritrovarmi
ferito, in te guarito. Volevo mai più scordarmi
del tuo fiato, del tuo sapore di gatta
che mi fa un giorno più vivo, nascosto nella pelle
nell’incavo delle tue ascelle.
martedì 24 settembre 2013
mercoledì 8 maggio 2013
il grande segreto
Stasera sento in tv, per la prima volta, da Antonio Padellaro, che l’archivio segreto di Andreotti, tremilacinquecento faldoni, seicento metri di carta, contiene l’intero elenco delle raccomandazioni e dei favori richiestigli dal 1944 fino alla fine degli anni ’80. Da vero democristiano Andreotti accontentava tutti e si segnava ogni cosa, a buon rendere. Questa cosa mi sconvolge, lo ammetto.
Eccolo il grande segreto nascosto nel suo archivio, che ci svela come, nonostante tutti sapessero chi fosse (praticamente il Male), poi andavano lo stesso a chiedergli favori. “Tutte ‘na razze!” diceva mia nonna, parlando dell’umanità in genere. Ed è questo il punto: lo sapeva mia nonna e lo sapeva bene anche lui.
Poi certo, lui era mafioso, assassino, cinico, opportunista, un uomo del potere malato, ma gli altri? Quelli che ora gli danno addosso, e parlo soprattutto della generazione di mio padre? Quelli che sono?
Eccolo il grande segreto nascosto nel suo archivio, che ci svela come, nonostante tutti sapessero chi fosse (praticamente il Male), poi andavano lo stesso a chiedergli favori. “Tutte ‘na razze!” diceva mia nonna, parlando dell’umanità in genere. Ed è questo il punto: lo sapeva mia nonna e lo sapeva bene anche lui.
Poi certo, lui era mafioso, assassino, cinico, opportunista, un uomo del potere malato, ma gli altri? Quelli che ora gli danno addosso, e parlo soprattutto della generazione di mio padre? Quelli che sono?
mercoledì 26 settembre 2012
torta
A maggio Francesca mi scrisse una lunga lettera, l’ultima mi accorgo adesso. Su due bei fogli di carta riciclata, con una scrittura chiara, vagamente infantile, dai caratteri piccoli e tondeggianti, aveva ricopiato la pagina di un libro che io stesso le avevo regalato a Natale, in cui una delle due protagoniste parlava al ragazzo di cui era innamorata di cosa intendeva lei per “amore”. Il ragazzo nel romanzo era diviso fra due donne, lei e un’altra che non lo amava e che alla fine si sarebbe uccisa, lasciandolo definitivamente a lei.
All’inizio l’avevo creduta una sorta di dichiarazione non dichiarata, di quelle a cui mi aveva abituato da tempo. Mi mandava spesso, infatti, lettere in cui ad esempio nascondeva foglie secche spezzate perfettamente a metà o vecchie cartoline erotiche rappresentanti donnine nude ormai ingiallite, o foto di gatti di cui non si vedeva la testa. Io dovevo decifrarne il messaggio nascosto. Ma non avevo tenuto conto che Francesca, per quanto originale, non aveva la mia stessa passione per i romanzi.
Mi ero convinto, con quell’ultima lettera, che volesse dirmi nel suo modo un po’ strambo di parlare sempre a metà: io nella tua vita sono lei e tu a un certo punto finirai con me. Ma intendeva altro. L’ho scoperto dopo, tardi, quando a luglio, nel pieno dell’estate, Francesca mi chiarì che non poteva darmi ciò che le chiedevo, e mi disse che sperava davvero per me che potessi riceverlo dall’altra. Purtroppo, dei tre, Francesca, com’era consono al suo carattere, fu l’unica a non seguire il copione, lasciandomi del tutto solo.
Che cosa voleva dirmi, allora, con quella pagina copiata? Ecco, voleva dirmi: questo è il mio tipo di amore, insensibile e matto, e non so se è per te. Quest’ultima affermazione avrei dovuto decifrarla dall’aggiunta, in fondo alla lettera, del disegno a colori vivaci di una bella torta di compleanno. Disegnata appunto: bella da vedere, ma impossibile da mangiare.
sabato 1 settembre 2012
identità
Ho sempre immaginato che mio nonno ci nascondesse dei segreti, che ne so un passato non detto o delle identità alternative. Basta guardargli le mani grandi, scavate intorno alle vene come corteccia, per ritrovarci i segni di una qualche parentela con animali fantastici, come le zampe di una tartaruga di mare o gli artigli dell’ippogrifo. Anche quando sonnecchia, durante il telegiornale, si agita sulla sedia come un gattino che stia cacciando la sua preda.
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