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venerdì 10 settembre 2021

goya

Quel che mi interessa è l’attacco che Goya muove alla realtà. Quando era sordo e aveva paura di diventare cieco, cominciò ad attaccare la realtà – il che, nel suo caso, può essere anche ricondotto al contesto storico. È una situazione che ho capito fino in fondo solo negli ultimi anni: Goya se ne sta lì, nella sua Spagna reazionaria, ed è avidamente interessato all’Illuminismo francese. Poi finalmente arriva il Nuovo, il progresso, la rivoluzione, ma arriva nelle vesti di un esercito di occupazione, con tutto il terrore proprio di un esercito di occupazione. I contadini danno vita alla prima guerriglia in difesa dei loro oppressori che sono in pericolo. Combattono il progresso che si presenta loro sotto forma di terrore. In questa situazione lacerante, Goya dà vita alla pennellata generosa e al tratto spezzato. Non esistono più contorni netti, né pennellate nitide. Affiorano momenti di rottura, insieme al tremolio del tratto.

Heiner Müller, Guerra senza battaglia, Zandonai, 2010


sabato 6 giugno 2020

quarto libro

«Anche i rami perfino i muschi 
fanno ideogrammi» 
(versi finali di Arresti frequenti).

C’è il quarto libro di Mario Benedetti, che non è Questo inizio di noi (piccola appendice a Tersa morte del 2013), ma Arresti frequenti. Poesie scelte 1965-2006, volume che raccoglie le traduzioni di poesie del francese Michel Deguy pubblicato nel 2007 da Luca Sossella, che mi pare fondamentale per la creazione della sua seconda, centrale opera, scritta in contemporanea a quello e pubblicata nel 2008, Pitture nere su carta. Raramente un libro di traduzioni viene citato nella bibliografia fondamentale di un poeta. Eppure, al di là della semplice bellezza del libro di Deguy, mi pare evidente che senza quello non avremmo avuto la forte sferzata astratta di Pitture nere rispetto ai paesaggi più colloquiali, per quanto in chiaroscuro, di Umana gloria (2004). In Pitture nere su carta Benedetti raggiunge – a mio avviso – i suoi massimi esiti artistici, andando al cuore della parola stessa, come del resto suggerisce già nel titolo: pittura nera, ovvero immagine, ombra, allusione, ideogramma alla maniera giapponese: lì dove due ideogrammi di diverso significato, messi l’uno accanto all’altro formano una terza parola, terza immagine, terza direzione. Mai come in questo libro la sua poesia si fa disarticolata, spezzata, allusiva, proiettata sull’evidenza del nome inteso come segno puro in cui significante e significato coincidono alla perfezione: nome spesso sviscerato in elenchi e non come elemento costruttivo di una frase, di un verso, con una potenza evocativa che personalmente ho ritrovato solo in Nico Orengo. Stando in piedi, di fronte a questa scrittura-pittura scevra di abbellimenti discorsivi, tesa al grado zero della comunicazione col lettore, a una chiusura/apertura di significati correlata a una dimensione intima, spartana e quasi monastica della vita del suo autore, espressa sottovoce – e non a caso referente della raccolta è l’isolato e sordo Goya – si comprende paradossalmente come per spingersi a tanto serva un’assoluta fiducia nella capacità e nella forza della parola di esistere da sé, oltre l’autore, di significare in se stessa nuda e luminosa. Parola come eredità, testamento. E pensavo a come arrivare a tutto questo è stato in parte possibile proprio attraverso il filtro della poesia tradotta di Deguy, che segue gli stessi dettami ma su un piano forse più mondano, meno chiuso ed esistenziale. Pensavo alla bellezza di questo esercizio necessario di umiltà e amore per la parola che è la traduzione, in cui un autore mette in discussione se stesso e i proprio limiti attraverso il confronto con l’altro, di cui si fa spalla, complice, scalino; spesso è un altro scelto per affinità elettive, simile a sé ma non uguale, leggermente spostato in modo tale da offrire delle varianti, degli scarti minimi che possano stimolarci a nuovi percorsi e allo stesso tempo tesi ad arricchire il suo. Per cui la lingua di Deguy, pur restando fondamentalmente di Deguy, non sarebbe stata quella appena più asciutta e secca, intima e meno smaccatamente seduttiva di Arresti frequenti senza lo zampino di Benedetti e di contro, per un breve perfetto intervallo, la lingua di Benedetti, pur restando tutta di Benedetti, senza lo zampino di Deguy non sarebbe stata quella più arditamente sperimentale, verticale, lucida fino a essere (quasi) emotivamente distaccata di Pitture nere su carta.

sabato 1 dicembre 2012

la vita è furto

ruba sentimento
e lo trasforma
in
sopportazione necessaria.

Invidio Goya
Beethoven

questo caos mi assorda

le grida senza tregua
di chi soffre

sottrae
attenzione al tempo

chiede abbracci
o (se li neghi)
offre
nuove lacrime
al ricatto.

Afferro
le parole come posso
me le stringo al petto
le difendo.

domenica 9 settembre 2012

uomini e cani


Stalin, leggevo un po’ di tempo fa, non vedeva di buon occhio e anzi sconsigliava di coltivare amicizie. Questo perché, come sentimento di simpatia, affetto e dedizione disinteressata all’altro, l’amicizia poteva essere di intralcio all’amore assoluto per il Partito. Era, di base, un’idea talmente disumana, nel suo tentativo di creare uno stato di uomini soli e privi di conforto, se non nell’astratta idea di un mondo di uguali, che non meraviglia come poi il Comunismo russo sia crollato così rovinosamente, e in barba al suo falso mito di felicità.
Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre passavo dietro l’ufficio postale, dove da un po’ di tempo si rifugiano di notte due randagi, di cui uno talmente vecchio e stanco da trascinarsi zoppicando, con estrema fatica, e ho notato nell’angolo fra i cespugli un piatto di pasta, messo lì per loro da qualche vicino.
L’affinità fra uomini e cani, in tempi di crisi, non è cosa nuova. Bulgakov, vittima della censura stalinista, scrisse a proposito un intenso romanzo chiamato Cuore di Cane. Negli anni ’80 Tom Waits, ispirandosi all’espressionismo tedesco, ha realizzato Rain Dogs, disco bello quanto stralunato, per descrivere la vacuità di un mondo sull’orlo del collasso. E Goya, all’apice di una sordità che rischiava di farlo impazzire mentre gli spalancava le porte di una comprensione universale del dolore, estremizzò questa fratellanza in un’opera disperatissima e minimale come El Perro, dipinta sulle pareti di casa sua, a Madrid. La testa di un cane che affonda oltre il fossato e nient’altro sopra che il vuoto.
Talvolta, mentre osservo gente molto più preparata di me abbaiare in tv per problemi che nel loro infinito ripetersi diventano astratti quanto l’aria, penso che di cani, soli o rabbiosi che siano, è pieno il mondo. Forse l’intelligenza li rende speciali, capaci di formulare pensieri, parole, e il dito opponibile, come ci insegnano i libri di scuola, ha dato loro la possibilità di creare tutte le meraviglie, più o meno evidenti, che ci vediamo intorno. Ma è nella pietà, nella capacità di sentire il dolore dell’altro e condividerne, anche solo moralmente, il peso, che i dislivelli si appianano e si realizza l’ideale di un mondo che ci vede tutti, uomini e cani, non migliori, ma uguali. Sarebbe il caso, per qualcuno, di ricordarlo.

Articolo uscito su Largo Belllavista n°62, settembre 2012, nella rubrica Senilità. Foto di Anders Petersen.