Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
lunedì 11 marzo 2024
anatomia tito fall of rome
martedì 3 ottobre 2023
lettera con le parole di un altro
“Il cuore è un cimitero spazioso” scrive Heiner Müller a p. 55 del suo libro e poi aggiunge: “Ieri ho cominciato a ucciderti”. Non mi vergogno di parlarti attraverso le parole degli altri. Mamma non la smette di parlarti persino quando appare più ridicola. Guarda i muri e parla a te attraverso quelli. Parla ai muri. Agli alberi. Io non ci riesco. Un muro resta un muro. Un albero un albero. Non toccano le tue corde. Piuttosto fisso la tua foto da cui mi sorridi innocente come se non ci fosse un domani. Ma un domani c’è sempre, prometti, il domani in cui “la mano si ribella” al silenzio (p. 197) quando la voce diventa illeggibile e l’unica per farsi capire è scrivere. Scrivere come facevi tu verso la fine, sul tuo quaderno o con le dita nell’aria, le parole che non la smettono mai di sanguinare, indirizzarsi a una primavera ipotetica anche quando il silenzio non semina, nemmeno una speranza. Batterle su una macchina da scrivere, come faceva il poeta Müller malato terminale, che non riusciva a decifrare la sua stessa grafia estorta al dolore. Oppure, come adesso, sopra il mio computer che più va avanti e più assume la forma della casa, il suo futuro. Le lettere sui tasti si vanno cancellando, lo schermo scricchiola sulle giunture, tenuto insieme col nastro di gomma nero, proprio come fanno i muri agli occhi di mia madre che si tengono insieme e non scoppiano soltanto perché dentro ci sei tu.
venerdì 29 settembre 2023
poeta in guerra
È da poco uscita per La Vita Felice una nuova e ad oggi unica antologia italiana di poesie del regista tedesco Heiner Müller, nella traduzione di Anna Maria Carpi su testi scelti da Durs Grünbein, titolo: NON SCRIVERAI PIÙ A MANO. Ho “incontrato” quest’autore splendido una quindicina di anni fa (aprile 2009), proprio attraverso le sue poesie, per merito del regista teatrale Carlo Formigoni che mi donò una raccolta ormai introvabile, “L’invenzione del silenzio” edita dalla compianta Ubulibri nella traduzione di Graziella Galvani e Peter Kammerer, che raccoglieva materiali dei suoi ultimi anni di vita, fra la fine degli anni ’80 e la metà dei ’90 del ‘900, nel quale Müller col suo stile livido, spezzato, privo di punteggiatura e inframmezzato di citazioni (fra colte e prosaiche), sempre pregno di un umorismo nero di chi guardava in faccia l’angelo della morte, sovrapponeva la tragedia storica della fine della Germania dell’est e dell’intero comunismo, con la sua personale tragedia di un tumore diagnosticato che lo avrebbe portato alla morte. Era la fine di due mondi – “due miserie” avrebbe detto Gaber – in un corpo solo. C’è un testo bellissimo, all’interno dell’antologia della Vita Felice (che recupera e ritraduce anche molti dei testi del volume Ubulibri), in cui Müller scrive che Tacito a un certo punto dei sui Annales si scusa perché, vivendo egli durante un lungo periodo di pace, la narrazione rischia di farsi a tratti noiosa: con me, aggiunge Müller, questo rischio non si corre. Non a caso la sua autobiografia, (edita in Italia da Zandonai a cura di Valentina Di Rosa, ma anch’essa ormai introvabile), costruita rimontando insieme una serie di interviste che creano quasi l’effetto di un ritratto estorto sotto interrogatorio, si intitola “Guerra senza battaglia”. La parola “guerra” è quella che più torna nella sua vita e nella sua opera. Nato alle soglie della seconda guerra mondiale, un’infanzia orribile vissuta nella fame più nera della Germania sconfitta e assediata dai russi, aveva assistito prima alla costruzione del muro di Berlino, scegliendo di vivere dalla parte est in uno stato di guerra fredda perenne, combattendo non uno ma ben due nemici – da una parte l’occidente consumistico, dall’altro la dittatura comunista che lo usava come ambasciatore culturale all’estero e intanto lo contrastava, censurava e puniva in patria. Aveva visto il suo maestro-rivale Brecht finire i suoi anni come un leone triste chiuso in una gabbia dorata, aveva visto sua moglie depressa che sceglieva di suicidarsi piuttosto che essere infelice in quel mondo. E in tutto questo aveva scelto, per non impazzire, di fare teatro. Un teatro che, nella maggior parte dei casi, recupera i classici in una operazione molto simile a quella che in Italia farà Pasolini: riscrivere, rivisitare il mito, che sembrava allora così lontano dal presente, quasi una forma di “passatismo”, per parlare proprio del presente attraverso il suo archetipo. Andare alla radice. In Italia sono editi alcuni suoi testi teatrali, con preziosissimi commenti sul suo teatro: il bellissimo “Filottete” (Il Melangolo) scritto dopo un durissimo scontro proprio coi vertici della DDR, quando Müller venne processato e condannato a fare pubblica ammenda per i contenuti “antisovietici” di un suo spettacolo in seguito alla delazione di alcuni compagni, “Anatomia Tito Fall of Rome” (L’orma) e più di recente una raccolta dei dei suoi testi teatrali a cura di Milena Massalongo, edita da Cue Press, una bellissima casa editrice specializzata in teatro e cinema che ha raccolto l’eredità di Ubulibri. Resta pressante la domanda, perché Müller scelse di rimanere lì, di farsi ancora più male, di non “evadere” verso l’ovest dove avrebbe avuto maggiore fortuna, libertà e successo? Forse perché, come scrive Cesare Garboli in un suo studio su Molière, “il male e l’intelligenza coincidono”, e soltanto nel male si affina (spietatamente) l’intelligenza. In essa la realtà viene messa alla prova e ciò che resiste all’intelligenza, aggiunge Lacan, è la verità.
venerdì 10 settembre 2021
goya
Quel che mi interessa è l’attacco che Goya muove alla realtà. Quando era sordo e aveva paura di diventare cieco, cominciò ad attaccare la realtà – il che, nel suo caso, può essere anche ricondotto al contesto storico. È una situazione che ho capito fino in fondo solo negli ultimi anni: Goya se ne sta lì, nella sua Spagna reazionaria, ed è avidamente interessato all’Illuminismo francese. Poi finalmente arriva il Nuovo, il progresso, la rivoluzione, ma arriva nelle vesti di un esercito di occupazione, con tutto il terrore proprio di un esercito di occupazione. I contadini danno vita alla prima guerriglia in difesa dei loro oppressori che sono in pericolo. Combattono il progresso che si presenta loro sotto forma di terrore. In questa situazione lacerante, Goya dà vita alla pennellata generosa e al tratto spezzato. Non esistono più contorni netti, né pennellate nitide. Affiorano momenti di rottura, insieme al tremolio del tratto.
sabato 28 agosto 2021
le recensioni negative
«I
poeti mentono troppo, ma non più di altre categorie di lavoratori»
scrive Heiner Müller che nei suoi primi anni a Berlino, per
mantenersi, si procurava da vivere lavorando per un giornale, ma con un
ruolo assai particolare: lui scriveva le recensioni negative, nel senso
che visto che già allora nessuno voleva stroncare i libri degli altri,
rischiando violente inimicizie che avrebbero compromesso la propria
carriera, tutte le stroncature – che fossero per motivi estetici o
letterari, politici o personali – venivano affidate a lui o fatte
firmare da lui, così da non infangare i nomi degli altri redattori. Lui a
fare la parte del cattivo ci si divertiva, ma solo un giovane può essere
così avventato. Infatti, agli inizi della sua carriera artistica,
Heiner Müller era considerato uno dei più giovani e arroganti stronzi di
Berlino, era pagato per quello. Appena gli fu possibile smise di fare
il critico per dedicarsi al teatro, ma i nemici gli rimasero appiccicati
per tutta la vita. Celeberrimo il suo primo processo per il primo
scandaloso spettacolo teatrale da lui scritto (Umsiedlerin) in cui non
solo censurarono lo spettacolo dopo la prima, non solo fecero il
lavaggio del cervello a tutti gli attori per costringerli a denunciarlo
come criminale sovversivo, ma quando poi lo rinchiusero e gli imposero,
per liberarlo, una lettera di autocritica in cui si autodenunciava per i
propri crimini d’autore, gli rifiutarono addirittura la lettera di
autocritica perché «troppo curata nello stile». Estremo sputo in faccia a
uno che aveva criticato tanto, in passato, le persone sbagliate.
mercoledì 3 febbraio 2021
carneficina
Una cosa bella che ho imparato da Sciascia è che si può leggere e interpretare i fatti, la nostra storia spicciola, usando il filtro dei libri. Per dire, lui leggeva i fatti del ‘900 alla luce di Voltaire e di Manzoni. Che è un modo per dare un altro valore a ciò che si legge: non leggere soltanto per vivere infinite vite nella nostra sola (Eco) o perché i classici non finiscono mai di informarci del loro messaggio (Calvino), ma leggere per leggerci meglio dentro e per leggere quello che ci circonda e di cui siamo, nostro malgrado, personaggi. Io ho più scrupoli di Sciascia, nel senso che a volte ho il sospetto che la realtà non sia all’altezza della letteratura, che lì dove la letteratura ha perlomeno un senso estetico se non morale, la realtà sia solo brutta e insensata, oltre che profondamente immorale. Ma in tal senso, proprio alla maniera di Sciascia, leggevo i fatti di ieri col filtro di un libro che ho preso di recente, il testo del riadattamento teatrale che il regista tedesco Heiner Müller ha fatto a metà degli anni ’80 del Tito Andronico di Shakespeare: Anatomia Tito Fall of Rome. Un commento shakespeariano (tradotto da Francesco Fiorentino per L’Orma). E che comincia così: «una nuova vittoria devasta roma la capitale/ del mondo due figli di un imperatore morto/ ognuno seguito dalla sua truppa di picchiatori/ avanza pretese sul trono vacante/ l’uno per il suo diritto di primogenito/ l’altro insistendo sui propri meriti tra loro/ sta nella debole mano la corona imperiale/ il tribuno più anziano fratello del generale/ tito andronico che da dieci anni/ fa guerra contro i goti che premono dalla foresta…». «Un testo sull’irruzione del terzo mondo nel primo mondo» lo definiva il suo autore, perché partiva (nel 1984) dalla preoccupazione per quella che considerava la più grossa tragedia dei prossimi cent’anni, quella della violenta immigrazione a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, e che però – come in ogni opera che si rispetti – si presta a diverse chiavi di lettura, dalla caduta della DDR e poi del comunismo alle ultime notizie di ieri. Ma proprio come nell’originale di Shakespeare, dopo una lunga, immorale e insensata serie di vendette e tradimenti, alla fine del testo di Müller tutto si traduce (prevedibilmente) in una carneficina.
domenica 22 dicembre 2013
rassegna mattutina
SGUARDO ESTRANEO: CONGEDO DA BERLINO
Dalla mia cella davanti al foglio vuoto
In testa un dramma per nessun pubblico
Sono sordi i vincitori i vinti muti
Uno sguardo estraneo su una città estranea
Giallogrigie le nubi passano alla finestra
Biancogrigi i piccioni cagano su Berlino
Heiner Müller 14.12.1994
sabato 1 gennaio 2011
da uno scritto di heiner muller
La funzione della politica culturale consiste nell'impedire che qualcosa accada. Ma vita è che qualcosa accada, che qualcosa avvenga. Se non accade più nulla è finita. A questo punto i sistemi diventano nemici della vita, e lo diventa anche lo stesso pensiero concettuale. In questo senso (...) il primo accadimento della vita di Althusser è stato l'assassinio di sua moglie. Certo questo non parla in favore della sua biografia come pensatore e teorico.
lunedì 19 ottobre 2009
cinque poesie di heiner muller
Grazie a Carlo Formigoni per il regalo.
AUTORITRATTO ALLE DUE DI NOTTE, 20 AGOSTO 1959
Sedere davanti alla macchina per scrivere. Sfogliare
Un romanzo poliziesco. Sapere alla fine
Quel che sai già ora:
Il segretario dal viso smunto e dalla barba folta
È l'assassino del senatore
E l'amore del giovane sergente della omicidi
Per la figlia dell'ammiraglio è ricambiato.
Ma tu non tralascerai neppure una riga.
Ogni tanto voltando pagina un rapido sguardo
Al foglio bianco nella macchina per scrivere.
Dunque ci verrà risparmiato almeno questo. È già qualcosa.
Sul giornale: da qualche parte un villaggio
È stato raso al suolo dalle bombe.
È increscioso, ma cosa ti riguarda.
Il sergente è in procinto di impedire
Un secondo omicidio, sebbene la figlia dell'ammiraglio
Gli offra le labbra (per la prima volta!), ma il servizio è servizio.
Non sai quanti morti ci siano stati, il giornale non c'è piú.
Accanto tua moglie sogna il suo primo amore.
Ieri ha tentato di impiccarsi. Domani si taglierà
I polsi o che so io. Almeno ha un obiettivo
Davanti a se. Che raggiungerà in un modo o nell'altro
E il cuore è un cimitero spazioso.
La storia di Fatima sul Neues Deutschland
Era scritta cosí male che ti è venuto da ridere.
È piú facile apprendere la tortura
Che a descrivere la tortura.
L'assassino è caduto nella trappola.
Il sergente chiude il premio tra le braccia.
Ora puoi andare a dormire. Domani è un altro giorno.
POLITICA CULTURALE SECONDO BORIS DJACENKO
Boris Diacenko mi ha detto Dopo che venne vietato
Il mio romanzo CUORE E CENERE parte seconda
In cui venivano descritti per la prima volta gli orrori
Della liberazione da parte dell'ARMATA ROSSA
Il mio censore mi convocò per un colloquio privato
Il lettore burocrate mi mostrò con orgoglio il dattiloscritto
Rilegato in pelle pregiata A TAL PUNTO AMMIRO IL TUO LIBRO
CHE HO DOVUTO PROIBIRE NELL'INTERESSE
LO SAI DELLA NOSTRA CAUSA COMUNE
In futuro disse Boris Djacenko
I libri vietati verranno rilegati
NELL'INTERESSE
LO SAI DELLA NOSTRA CAUSA COMUNE
Con la pelle conciata degli scrittori
Conserviamo intatte le nostre pelli disse Boris Djacenko
Affinché i nostri libri abbiano una rilegatura durevole
Che possa sopravvivere ai lettori burocrati.
TALVOLTA, QUANDO GODO DEI MIEI PRIVILEGI
Per esempio un whisky sull'aereo da Francoforte a Berlino (ovest)
Mi assale quel che gli idioti dello SPIEGEL chiamano
L'amore rabbioso per il mio paese
Selvaggio come l'abbraccio di una regina di cuori
Creduta morta nel giorno del giudizio.
RILEGGENDO I DICIANNOVE DI ALEXANDER FADEJEV
In una notte di vodka IL CIELO PIENO DI VERMI
Scrive la sua immagine con la pistola salda nel barbaglio
Dell'ultimo congresso del partito quando i monumenti sanguinano
CARIE A PARIGI
Qualcosa mi mangia dentro
Fumo troppo
Bevo troppo
Muoio troppo lentamente.



