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lunedì 11 marzo 2024

anatomia tito fall of rome

 

Libro sul senso ultimo di tutte le guerre, da leggere e rileggere, ANATOMIA TITO FALL OF ROME (L'Orma ed., 2017), riscrittura del Tito Andronico di Shakespeare a opera di Heiner Müller, contrappone due diverse idee di guerra, una “affaristica”, portata avanti dall’antica Roma che rappresenta qualsiasi potenza coloniale della storia e una più emotiva, bestiale, etnica o religiosa, portata avanti dai Goti assediati, che rappresentano “l’irruzione del terzo mondo nel primo mondo”. Divisi fra queste due concezioni della guerra, si salva nessuno in questo dramma? No. Sono tutti orrendi assassini, traditori, gente o pieno d’odio oppure calcolatrice. Così il generale Tito, “eroe” di Roma è in realtà un freddo calcolatore che prova a usurpare il potere imperiale con l’astuzia, prima favorendo come imperatore il candidato più debole e offrendogli in sposa sua figlia per meglio controllarlo per poi, quando da questi tradito, allearsi coi Goti contro Roma, per mettere suo figlio Lucio al posto dell’imperatore con la violenza. Lucio che prima si allea coi Goti poi una volta preso il potere li scaccia dalla capitale rinfacciandogli che “il Goto è un negro è un ebreo”, smascherando in questo modo l’evidente razzismo che si cela dietro ogni conquistatore. Né i Goti, d’altronde, sono da meno, se mossi da un odio atavico perpetrano stupri di gruppo e mutilazioni sulle donne, ammazzano bambini senza colpa perché meticci, godono dell’umiliazione del nemico. Lì dove ciascuno rimprovera all’altro le sue colpe senza mai ammettere le proprie e il tutto viene suggellato dalla battuta “Fate che il vostro dolore non muoia come sono morto io”, ovvero non smettere di soffrire, di ricordare come sono morto ingiustamente e di trasformare il vostro ricordo in odio. In tal senso la figura chiave della vicenda è proprio quella del generale Tito, che è un uomo di potere, mosso esclusivamente dalla ragion di stato e dal calcolo, che diventa pazzo quando la vendetta dei Goti lo smuove e lo fa entrare nell’altra dimensione della guerra, quella delle vittime, motivata esclusivamente dall’odio e dalla brutale vendetta. In questo senso Müller parla di “irruzione”, nel senso di assimilazione di una mentalità ferina, viscerale, in una affaristica della guerra, e dove, per vincere, il gerarca non può che abbandonarsi ai propri istinti esattamente come i suoi nemici. Müller diceva con amore che di Shakespeare “odiava” la perenne attualità. A me è capitato di leggere questo testo mentre il papa chiedeva di trovare il coraggio per arrendersi e trattare. Probabilmente lo chiedeva alla classe politica. Ma mi sono chiesto, per noi che siamo abituati a considerare la guerra solo in questa chiave “affaristica” (si fa la guerra per soldi, per interesse, quindi soddisfatto l’interesse la guerra può finire e chi è stato stuprato sia silenziato per il bene di tutti), come si fa a chiedere di concludere una guerra motivata dall’odio etnico o religioso che sia (e parlo di una qualsiasi guerra africana o mediorientale)? Con quali parole? Se io ti voglio morto per nessun’altro motivo che ti odio, al punto da considerarti meno di una mosca da stritolare sul tavolo (per usare un’immagine di Müller), come farò mai a venire a patti ragionevoli con te? Come faccio a trovare un accordo sul piano “economico” se tutto ciò che mi interessa è vederti annientato come uomo? Serve molto più che un bravo mediatore per questo. E infatti nell’opera di Müller, così come in quella di Shakespeare, perché ci sia finalmente la pace devono morire tutti, in una sorta di massacro corale che cancellerà ogni memoria o rancore, meno che Lucio, il futuro imperatore, che avendo combattuto su entrambi i fronti ha assimilato i linguaggi di entrambi.

mercoledì 3 febbraio 2021

carneficina

Una cosa bella che ho imparato da Sciascia è che si può leggere e interpretare i fatti, la nostra storia spicciola, usando il filtro dei libri. Per dire, lui leggeva i fatti del ‘900 alla luce di Voltaire e di Manzoni. Che è un modo per dare un altro valore a ciò che si legge: non leggere soltanto per vivere infinite vite nella nostra sola (Eco) o perché i classici non finiscono mai di informarci del loro messaggio (Calvino), ma leggere per leggerci meglio dentro e per leggere quello che ci circonda e di cui siamo, nostro malgrado, personaggi. Io ho più scrupoli di Sciascia, nel senso che a volte ho il sospetto che la realtà non sia all’altezza della letteratura, che lì dove la letteratura ha perlomeno un senso estetico se non morale, la realtà sia solo brutta e insensata, oltre che profondamente immorale. Ma in tal senso, proprio alla maniera di Sciascia, leggevo i fatti di ieri col filtro di un libro che ho preso di recente, il testo del riadattamento teatrale che il regista tedesco Heiner Müller ha fatto a metà degli anni ’80 del Tito Andronico di Shakespeare: Anatomia Tito Fall of Rome. Un commento shakespeariano (tradotto da Francesco Fiorentino per L’Orma). E che comincia così: «una nuova vittoria devasta roma la capitale/ del mondo due figli di un imperatore morto/ ognuno seguito dalla sua truppa di picchiatori/ avanza pretese sul trono vacante/ l’uno per il suo diritto di primogenito/ l’altro insistendo sui propri meriti tra loro/ sta nella debole mano la corona imperiale/ il tribuno più anziano fratello del generale/ tito andronico che da dieci anni/ fa guerra contro i goti che premono dalla foresta…». «Un testo sull’irruzione del terzo mondo nel primo mondo» lo definiva il suo autore, perché partiva (nel 1984) dalla preoccupazione per quella che considerava la più grossa tragedia dei prossimi cent’anni, quella della violenta immigrazione a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, e che però – come in ogni opera che si rispetti – si presta a diverse chiavi di lettura, dalla caduta della DDR e poi del comunismo alle ultime notizie di ieri. Ma proprio come nell’originale di Shakespeare, dopo una lunga, immorale e insensata serie di vendette e tradimenti, alla fine del testo di Müller tutto si traduce (prevedibilmente) in una carneficina.

martedì 21 gennaio 2020

una scusa

Lo dico sempre con tanto affetto, ma a me quelli che scrivono che non andranno a vedere Hammamet perché Craxi era un ladro, fanno un po' l'effetto di quello che non va a vedere Shakespeare perché Riccardo III era un pezzo di merda. Almeno trovatevi una scusa, tipo io ad esempio non ci vado perché a me il cinema fa venire sonno.

domenica 18 agosto 2019

poetico

VIOLA: È poetico.
OLIVIA: A maggior ragione sarà falso.

(La dodicesima notte, Atto I, Scena V)

lunedì 12 dicembre 2016

è letteratura, questa?

La classe è anche quella cosa per cui afferri tutte le discussioni, articoli, apologie e critiche feroci da parte di scrittori e critici, fan e detrattori, gente che capisce o meno di scrittura, che si esprime su quello che fai, e mandi tutti a fanculo con il sorriso, senza scomporti un solo attimo. 

«...Ero fuori, per strada, quando ho ricevuto questa sorprendente notizia, e ci ho messo più di qualche minuto a elaborarla in maniera opportuna. Ho iniziato a pensare a William Shakespeare, la grande figura letteraria. Pensava a se stesso come a un drammaturgo. Il pensiero che stesse scrivendo della letteratura non avrebbe potuto entrare nella sua testa. Le sue parole furono scritte per il palco. Destinate ad essere recitate, non lette. Quando stava scrivendo l’Amleto, sono sicuro che stesse pensando a un sacco di cose differenti: “Chi sono gli attori più adatti per questi ruoli?” “Come dovrebbe essere messo in scena?” “Voglio veramente ambientarlo in Danimarca?”. La sua visione creativa e le sue ambizioni erano senza dubbio in cima ai suoi pensieri, ma c’erano anche le questioni più banali da affrontare. “Il finanziamento è a posto?” “Ci sono abbastanza buoni posti a sedere per i miei finanziatori?” “Dove posso procurarmi un cranio umano?” Scommetto che la cosa più lontana dalla mente di Shakespeare era stata la domanda: “È letteratura, questa?”».

Dal discorso di Bob Dylan per la consegna del premio Nobel, che si può leggere intero QUI.

mercoledì 20 marzo 2013

hemingway e la senilità mentale degli altri

Ci sono momenti che vorrei trovarmi a tu per tu con quelli che ai ragazzi del liceo consigliano, per appassionarli a Hemingway, di leggersi roba come Il vecchio è il Mare, notoriamente uno dei suoi testi più complessi, sotto tutti i punti di vista e soprattutto per quanto riguarda i suoi contenuti. Il vecchio e il Mare è stato l’ultimo libro pubblicato in vita dallo scrittore e, lo dice il nome stesso, parla di vecchiaia, del rapporto col proprio tempo, e col mondo intorno, poco prima che questo rapporto finisca per sempre. È di sicuro un tema importante, e scritto benissimo, ma come diavolo fa un ragazzo ad appassionarsi a roba così? 
Sarebbe come chiedergli, se invece di Hemingway si parlasse di Shakespeare, di leggersi Re Lear invece di Amleto o Romeo e Giulietta: lo può fare, ma non lo riguarda, pertiene a una sfera emozionale non sua. Che gliene può fregare a un ragazzo dei problemi di vecchio? 
In questo modo, per una visione del testo che è tutta ottocentesca, benintenzionata, borghese, tipica della nostra Scuola (che ancora impone I Promessi Sposi come lettura obbligatoria!), si cerca di uccidere quello che potrebbe diventare un grande amore. 
Hemingway amava a tal punto l’Europa che passò gran parte della sua vita fra la Francia, l’Italia e la Spagna, per certi versi era più italiano che americano, ci appartiene. Volete che i ragazzi ricambino questo amore? E allora dategli quei libri che scrisse da giovane, in Europa, quelli parlano il loro linguaggio, che li riguardano, dategli Fiesta, Addio alle Armi, i bellissimi 49 Racconti, storie dense di avventura, di azione, di una inesorabile voglia di vivere, di amare, di conquistare il mondo. La sua stessa biografia è un vero e proprio romanzo! 
Poi certo, come succede sempre, per tutti, tutto sarebbe finito con il declino fisico e mentale che lo avrebbero portato prima alla tristezza degli ultimi anni e poi al suicidio. Ma tutto questo, e il resto (lo scomodo ciarpame critico che fa “la bella scrittura”, “il buon esempio”), arriva molto tempo dopo.

sabato 8 settembre 2012

il passo del granchio

Non avevo mai considerato prima il chiacchiericcio dei bevitori che ammantava gli spettacoli di Shakespeare, alla metà del ‘500, durante le tournée in giro per pub. C’erano strutture fatte apposta, è vero, ma il pubblico migliore lo trovavi fra beoni e sognatori d’ogni risma, puzzo rancido di sudore e piscio misto all’alcol, spifferi autunnali. Era il chiacchiericcio a riportare i versi sulla terra, a dare un peso indispensabile a ogni parola rubata al chiasso del bancone, nella battaglia della voce per affermarsi sulla vita intorno. Anche ieri, verso mezzanotte, due ragazzi inglesi interpretavano Romeo e Giulietta come da secoli, la scena del balcone miracolosamente trapiantata in una piazza italiana, e il pubblico del pub vicino stava fuori, nel primo freddo di settembre, a guardarli con gli occhi e i sorrisi spalancati. Il pubblico parlava, sovrapponendosi agli attori, costringendoci tutti ad aguzzare le orecchie, come quando da bambini si cercava di distinguere il passo del granchio fra gli scogli. Cercavano anche loro la poesia nell’altra lingua, illusi dal suo suono indecifrabile, ma la vita come sempre ha avuto il meglio, rapita e incuriosita dal momento, dal biancore delle cosce di Giulietta.