Visualizzazione post con etichetta chiacchiere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta chiacchiere. Mostra tutti i post

domenica 12 marzo 2017

chiacchiere e vuoto

Per alcuni la poesia migliora la vita e lo credo anch’io, ma solo perché tutte le chiacchiere – e la poesia è una chiacchiera curiosamente impacciata – riempiono il vuoto. Ma per altri il vuoto è meglio e perciò concludo invitandovi a tenere un orecchio aperto e uno chiuso. 

Tiziano Rossi, Spigoli del sonno, Mursia 2012, pag. 96

domenica 26 giugno 2016

cugghijunère

Mia nonna definisce così Matteo Renzi quando lo vede in tv, e subito dopo aggiunge che è il ritratto sputato di quel lontano cugino che ha fatto i soldi in America, ma nessuno ha capito ancora come, perché quando leggevi le sue lettere a un certo punto ti perdevi e non sapevi più distinguere fra il vero e il falso delle sue chiacchiere di martinese.

martedì 22 ottobre 2013

basta

“Non ne posso più di sentire parlare di PD, di rottamazione, di Matteo Renzi e di Pippo Civati, di giovani, di Letta e di D'Alema, di quel mafioso di Napolitano, della vera sinistra e della finta sinistra, di quelli che stanno dalla parte della gente e poi stanno solo dalla loro, non ne posso più! Abbiate pietà di me, non ne posso più! È tutto chiaro, è tutto evidente, è tutto palese! Basta, basta basta!”

[cit. tipo con barba che scrive cose inutili e se la tira un sacco]

lunedì 1 ottobre 2012

finalmente umani

Ecco la pioggia, inonda le aiuole da lato e scortica fuori il tavolino dove usavamo sederci. Il giardino ci è precluso, la pioggia ci ricaccia in casa stamattina. Né lava la mente dai cattivi pensieri. Siamo qui, costretti alla chiacchiera dalla stanza chiusa, dalla finestra grigia, costretti uno ad uno ad aprire il cuore all’altro, pregando sottovoce di saltare il turno. Si sta così bene al caldo, mi dici, mentre disossi il pranzo. Restiamocene qui, finalmente umani, fra noi e noi.

sabato 8 settembre 2012

il passo del granchio

Non avevo mai considerato prima il chiacchiericcio dei bevitori che ammantava gli spettacoli di Shakespeare, alla metà del ‘500, durante le tournée in giro per pub. C’erano strutture fatte apposta, è vero, ma il pubblico migliore lo trovavi fra beoni e sognatori d’ogni risma, puzzo rancido di sudore e piscio misto all’alcol, spifferi autunnali. Era il chiacchiericcio a riportare i versi sulla terra, a dare un peso indispensabile a ogni parola rubata al chiasso del bancone, nella battaglia della voce per affermarsi sulla vita intorno. Anche ieri, verso mezzanotte, due ragazzi inglesi interpretavano Romeo e Giulietta come da secoli, la scena del balcone miracolosamente trapiantata in una piazza italiana, e il pubblico del pub vicino stava fuori, nel primo freddo di settembre, a guardarli con gli occhi e i sorrisi spalancati. Il pubblico parlava, sovrapponendosi agli attori, costringendoci tutti ad aguzzare le orecchie, come quando da bambini si cercava di distinguere il passo del granchio fra gli scogli. Cercavano anche loro la poesia nell’altra lingua, illusi dal suo suono indecifrabile, ma la vita come sempre ha avuto il meglio, rapita e incuriosita dal momento, dal biancore delle cosce di Giulietta.

venerdì 2 ottobre 2009

perché sarebbe meglio risparmiare sul telefono

Sapete, a chi vive in un paese piccolo come il mio capita spesso che la sera non sai che fare e allora ci si ritrova tutti al bar, quello delle foto qui sotto, a parlare. E a furia di parlare sempre con le stesse persone si finisce alla fine per tirare fuori gli argomenti più idioti. Argomento dell’altra sera, ad esempio, è stato (precise parole di Andrea): “Ma secondo voi il Lillo è un tombeur de femmes?” Una proposta doverosa, dicono, e derivata dall’incredibile numero di appuntamenti e facilità di abbordaggio che dimostrerei di continuo. Ho cercato di oppormi alla discussione, giuro, perché odio che si parli così dei cazzi miei in pubblico. Ma non c’è stato nulla da fare. Quando partono queste discussioni, il soggetto delle stesse viene regolarmente ignorato o zittito e più si dibatte, più viene paraculato. Così alla fine mi sono messo in un angolo zitto, sperando che il mio totale immobilismo li ispirasse a lasciarmi perdere. Invece si sono messi lì a sviscerare tutto quello che sapevano di me, per usarlo come esempio di questa o di quella teoria ma in realtà con l’unico intento di mettermi in imbarazzo. Mi sono sorbito battute, battutacce, sberleffi, pizzicate e pure qualche schiaffo dietro la nuca ma così, per simpatia, finché alla fine dell’analisi è venuta fuori l’illuminante realtà: “No, Lillo non è un tombeur de femmes, perché non è abbastanza figlio di puttana!” Bella scoperta, ho concluso io.
Non fosse altro che tutti questi appuntamenti e abbordaggi alla fine non portano mai a niente, niente più di una, massimo due serate, una settimana, salvo che poi tutte, tutte dico, tornano per dirmi che non vogliono perdermi di vista, che per loro sono unico e prezioso, che le ascolto come non fa nessun altro, e insomma: “Possiamo rivederci ma solo per parlare?”. La vecchia storia dell’amico perfetto. Il che, però, da un po’ mi ha messo in allarme. Ho cominciato a interrogarmi e a interrogare i miei amici sulla natura di questi strani ritorni, per capirci qualcosa.
E gli amici hanno parlato chiaro e tondo. Roberto, più tecnico, dice che vi è in me un eccesso di lato femminile, che se da una parte mi rende subito simpatico alle donne, le attira, dall’altro le indirizza poco dopo verso la bell’amicizia. Ale, più diretta, mi ha detto: “Lillo, le donne sono masochiste e totalmente irrazionali! Tu ti apri troppo, le rispetti, le tratti come se fossero dee in terra e quelle magari cercano solo uno che le faccia piangere un poco, che le tratti un po’ da puttane, così possono scoparselo e poi lamentarsi di come sono state trattate male dallo stronzo di turno, quando lui non si fa risentire! Si rispettano le amiche, Lillo! Quelle che ti interessano le devi trattare male!” E su questo non aggiungo nulla perché più chiaro di così si muore, e a parlare è stata una donna, quindi credo che, a meno che non pensiate che sia matta, comunque rappresenta tutta una tipologia.
Ieri sera, quando ne ho parlato con Dani, che è una donna pure lei ma ha un punto di vista e un carattere molto diversi da Ale, mi ha detto che in effetti in me c’è un eccesso di attenzioni, a volte. Che siccome credo giusto e bello richiamare una donna se mi piace, se ci sono stato bene o anche solo se ho voglia di sentirla e non la vedo da un po’, mi aspetto che anche la donna in questione lo faccia con me. E ci rimango male se invece questo non succede. Il punto, mi diceva Dani, è che non è detto che una donna abbia le tue stesse esigenze, magari dà per scontato che se mi piaci basta questo, io lo so e tu lo sai e non c’è bisogno di altre conferme. Soprattutto quando non ti ama. Così quando mi serve vederti, ti chiamo. Altrimenti no. Punto. Per me no invece, non funziona così, per me è importante sentirsi con regolarità, è un’esigenza. Insomma credo sia il mio lato femminile che però, a questo punto, ritengo sia del tutto sballato.
La migliore però me l’ha detta Marina stasera. Eravamo fuori insieme e mi dice, confrontandoci su alcune storie passate: “Lillo, l’importante è non diventare mai oggetto della pietà di lei. È brutto per lei che magari ti vuol anche bene ma non ricambia i tuoi sentimenti, per te che sei migliore di così e hai una tua dignità, e pure per i tuoi amici che ti stanno accanto per darti una mano e si sorbiscono le tue lamentele folli!” Mi ha aperto gli occhi, giuro. Altro che tombeur de femmes!
Che dire, imparerò dai miei errori, anche se non so ancora bene come. Magari mi faccio un uomo, ho pensato. Oppure, più seriamente, non chiamo più nessuna e basta. Sto a casa e aspetto che mi chiamino loro, se ci tengono. Così risparmio anche, che sono sempre al verde! A meno che, ovvio, non abbia un'estrema necessità di lei: “Prontooo?” “Scusi, mi servirebbe un’idraulica!”

venerdì 25 settembre 2009

chiacchiere e ricordi

Si chiamava Francuccio e gente un po’ più grande e scafata di me mi dice che era ovvio perché i froci si chiamano tutti Franco e lui sapeva fare dei lavori di bocca che manco una puttana ci riusciva! Tanto che, puttana lui stesso, aveva per clienti molti dei nomi altolocati del paese, gente insospettabile, seri professionisti, politici e trafficoni vari con o senza famiglia, che si mormorava fossero stati visti (ma solo per caso, intendiamoci!) entrargli in casa a tarda notte per partecipare a qualcuno dei festini a base di sesso e droga che Francuccio organizzava di tanto in tanto. Persino qualche vecchio comunista ci era andato, di quelli della linea dura che queste cose le hanno sempre schifate, almeno in pubblico. Questo è quello che la maggior parte della gente si ricorda di lui, e poi che morì a metà anni ottanta di una malattia che molti non sapevano pronunciare ma che all’epoca veniva definita il male del secolo.
Io invece mi ricordo, perché Francuccio era il mio vicino di casa quand’ero piccolo, anche se questo non lo sa nessuno di quelli che mi raccontano certe storie, e se lo rivelo subito si zittiscono un po’ a disagio, io mi ricordo che era un amico di mia madre e il pomeriggio presto veniva a prendere il caffè da noi. Papà lavorava fino a tardi e con lei parlavano di cucina e cucito e giardinaggio, era una visita gradita. Ed era divertente, diceva mia madre, perché di questo fatto non spettegolava mai nessuno, mentre se fosse entrato in casa nostra a quell’ora un qualsiasi altro uomo, apriti cielo sul paese!
Viveva in un piccolo trullo, adesso abbandonato, su via Alberobello. Noi stavamo nella casa accanto, che ora non c’è più perché ci hanno costruito sopra un condominio. E fra le due case c’era un piccolo giardino comune dove con mia madre coltivavano le rose e dove noi due giocavamo sempre ai cow-boy e agli indiani. E un anno, per il mio compleanno, mi ricordo che mi comprò il cappello da sceriffo e la stella, ma non la pistola perché non gli piacevano le armi e non voleva, anche se all’epoca non lo capivo e ci restavo male, che le maneggiassi, anche solo per gioco. Non mi ricordo più nulla di lui, né che faccia avesse né la voce o i piccoli gesti, o come si vestisse, o il modo che aveva di esprimersi. Mi ricordo solo che tutti i pomeriggi giocava con me, senza mai annoiarsi. Poi a una certa ora della sera se ne andava sulla sua 500 (o era una 126, non ricordo più bene, tranne che fosse una macchina piccola) e anche se ci rimanevo male e piangevo in qualche modo sapevo, avevo capito, che non l’avrei rivisto fino al giorno dopo, quando mi salutava dalla porta mentre andavo all’asilo.
Ora so che mio padre non aveva molta simpatia per lui, non tanto per i suoi gusti sessuali (cazzi suoi!, appunto) ma soprattutto per come si guadagnava da vivere. Forse un po’ era anche invidia, chissà? Mio padre, che faceva due lavori per mantenerci non riusciva a guadagnare in un mese quello che Francuccio metteva insieme in pochi giorni di marchette. Francuccio però non parlava mai di queste cose con nessuno, era sempre discreto ed elegante e con mamma e me carino e disponibile. E papà metteva da parte le sue critiche perché in fondo lui non c’era mai e una mano fra vicini è sempre utile.
Ricordavo anche che da qualche parte avevamo in casa una foto di noi tre insieme in giardino, vicino alle rose, io mamma e lui, ma quando ho chiesto a mia madre lei non sembrava rammentarla e forse potrei anche essermi sbagliato. Magari quella foto non è mai stata scattata, oppure mi confondo e siamo con papà. Mi resta dunque solo la sensazione di un’ombra, qualcosa a metà fra memoria e sogno, e poi le chiacchiere della gente quando vado in giro a chiedere, che non coincidono mai con l’immagine che ho in testa. Chiacchiere e ricordi non vanno d’accordo ma in fondo può anche essere che nella realtà convivano perfettamente in qualche loro strano equilibrio e sono invece io che, come spesso mi rimproverano, devo aprire gli occhi e farmi furbo.