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martedì 18 febbraio 2025

pace?

A me pareva già una stronzata l’incontro per la pace dell’estate scorsa a Lucerna, fatto senza la Russia (e con Biden assente), e mi sembra una stronzata quello di oggi senza l’Ucraina. Per il semplice motivo che la pace, se davvero vuoi la pace, si fa tra i litiganti, non con il terzo che gode, non con l’arbitro che come da tradizione è sempre cornuto. Poi possiamo tirare fuori tutte le motivazioni geo-fanta-politiche sulle cause del conflitto, su come sono andate le cose, su chi ha ragione e chi ha torto, su chi fa gli interessi di chi, possiamo tirare in ballo i millemila motivi per cui quello è più vittima di questo, o più cattivo, o più fantoccio, ma se vuoi la pace fra due stati, si fa un tavolo coi due stati che stanno combattendo, per farli parlare alla pari, per mitigare l’odio, rivedere le posizioni e salvare il salvabile con un minino di dignità necessaria per entrambi. Almeno se, come si dice, quello che ci sta a cuore – ma da ciò che leggo non ne sono per nulla convinto – è salvare vite o risarcire le migliaia di vittime di questo conflitto.

venerdì 15 marzo 2024

puposkij

Dopo Jorit, ecco Pupo che "ispirato da un sogno" fa un concerto per la pace al Cremlino, tutto spesato per una settimana, dicendo che quella sarà la sua "trincea"... Povera pace, mi viene da dire. E povera gente in trincea. Leggendolo, mi è tornato alla mente uno sketch di Checco Zalone che una volta a Zelig con Stefano Bollani improvvisò un duetto basato sulla storia di un pianista romantico "russo meridionale" chiamato Gigi van Dalenskij, il quale aveva scritto i famosi "Notturni per la sola mano sinistra" ispirati al suo amore non corrisposto per Anna Tatanjalov, la quale gli aveva invece preferito Puposkij... Tutto torna, allora, in Russia, alla barzelletta, ai notturni per mano sola. Alla maschera di Pupo ovvero Puposkij. È inutile, Ruzante ce lo insegna, forse per la loro stessa storia gli italiani quando parlano di pace riescono solo a fare la commedia all'italiana. Fanno ridere con l'amaro in bocca.

domenica 5 novembre 2023

risolvere il problema alla radice

Chissà perché, mi chiedevo oggi guardando il Tg, quando un cretino di ultradestra vuole risolvere un problema alla radice o dare una prova di forza muscolare quanto inutile, la prima cosa che gli viene in mente di dire è "mo lanciamo una bomba nucleare", gonfiando il petto come un tacchino. Non si capisce più se è coglionaggine del singolo individuo o cultura del pisello duro multifunzionale, visto che queste persone devono di sicuro essere convinte che il loro pisello abbia anche un aspirapolvere incorporato, perché lo sanno tutti che se lanci una bomba nucleare poi di polvere e macerie ne fai un sacco, e qualcuno la dovrà anche pulire un giorno quella polvere, decontaminare, altrimenti non serve più a nessuno: vedi quei poveracci in divisa che si sono avvelenati l'anno scorso a Chernobyl e fatti venire tutti un tumore perché nessuno ha spiegato loro che se un terreno è contaminato dalle radiazioni dopo non può andarci a vivere più nessuno, che sia israeliano o russo, o arabo o americano o coreano o qualsiasi altra razza ti venga in mente di dire: si ammalano tutti allo stesso modo in quanto umani. Di fatto, io a una donna, persino di ultradestra, "mo lanciamo una bomba nucleare e risolviamo il problema alla radice" non l'ho mai sentito dire.

martedì 8 agosto 2023

vietare la poesia

Leggevo ieri un articolo satirico di Flaiano, del 1956, in cui si dice: “Volete eliminare il Comunismo dal cuore delle persone? Allora fatelo studiare a scuola, perché se la gente a scuola cominciasse realmente a studiare il Comunismo lo prenderebbe in odio, oppure a noia, come fa adesso con Manzoni e con la matematica. Nessuno si allontana maggiormente dalle cose di chi deve studiarle alla scuola dell’obbligo!”. Ed ecco allora che pensavo stamattina che forse sbagliavamo quando si diceva che la poesia dovrebbe essere meglio studiata a scuola per essere più amata. No, la poesia per essere amata deve essere vietata, censurata, resa clandestina. Provate a dire che la parola poesia è bandita da ogni istituzione, che chi la pronuncia a scuola viene aspramente rimproverato, punito chi pronuncia Dante e bocciato chi ci aggiunge Ariosto, che a chi viene scoperto con un libro di Leopardi in tasca verrà fatto un richiamo scritto ai genitori come ora si fa per i vestiti, abbassata la media se reciti un verso di Ungaretti o di Montale anche per scherzo. Vedrete che il numero dei lettori di poesia aumenterà esponenzialmente e rimarranno lettori anche dopo, come adesso vedo miei coetanei che ancora ascoltano i Led Zeppelin senza vergognarsi. Poesia come ribellione allora, al potere, allo stato e alla scuola che lo rappresenta. Del resto ce lo insegnava già Limonov che la poesia attecchisce meglio dove non si può fare. Nella Russia sovietica la poesia girava clandestina in ciclostilati stampati in cucina, consegnati a mano col passaparola e guai ad essere fermati: se ti coglievano in flagrante, come con Brodskij, ti spedivano in Siberia, se scrivevi versi irrisori contro Stalin, come Mandel'štam, ti spedivano in Siberia. Eppure la poesia resisteva ed era ostinatamente felice.

domenica 25 giugno 2023

siberia

La scommessa di ieri era capire se i Wagner fossero delle cellule impazzite che si rivoltavano contro il padrone, ovvero pagati dagli americani come pure ho letto, ovvero in combutta con lo stesso Putin. Su quest’ultima teoria ho letto stamattina il post di una persona che odia l’Ucraina perché dice hanno i nazisti in Donbass, e tifava quindi per i Wagner – che poi sono altri nazisti – perché secondo lei è tutto un piano organizzato con Putin per scovare i traditori della patria che verranno fuori dalle loro tane come topi attirati dal formaggio e ora che li avranno scoperti questi traditori finiranno tutti in Siberia come si faceva una volta, ai bei tempi. A una persona così, ho pensato leggendo, Iosif Brodskij o Osip Mandel'štam, ma anche Dostoevskij che era più sportivo, ai bei tempi avrebbero, credo, sputato in faccia.

venerdì 25 novembre 2022

umiliati e no

Ieri, non so come hanno fatto, in Russia, dove si fanno le cose in grande, sono stati capaci da una parte di bombardare Cherson, in Ucraina, uccidendo 4 persone e ferendone 10 perché l’Ucraina “non vuole la pace”, che detta così mi ricorda sempre quella scritta nei negozi “per colpa di qualcuno [Zelensky] non si fa credito a nessuno” e dall’altra di emettere una nuova legge interna, che puzza di estremismo religioso, che amplifica il campo punitivo contro la comunità LGBT vietando di fatto la “promozione di relazione sessuali non tradizionali” in qualsiasi ambito, dall’arte alla letteratura fino all’informazione, a internet e alla pubblicità, perché se non se ne parla l’omosessualità non esiste – ma se anche esistesse e decidessi di eliminare un problema di cui non si può parlare, allora non esisterebbe nemmeno un’opinione pubblica, né una punizione adeguata per chi lo elimina. Nessuna umiliazione, insomma, per usare una infelice espressione nata sempre ieri. Nello stesso giorno, dall’altra parte del mondo, Twitter ha ridato la parola a Donald Trump che rimane uno degli stronzi più pericolosi del pianeta, e intanto che il nostro ministro dell’istruzione rimarcava l’importanza di suddetta umiliazione nella scuola, in Iran un popolo umiliato dal potere dell’estremismo religioso fa la rivoluzione e fra le vittime (416 in tutto) si contano ben 51 minorenni. Non abbastanza umiliati.

domenica 6 novembre 2022

perché si scende in piazza?

Ho letto poco fa il commento di una donna a un post sull’Ucraina il cui la donna, a favore della pace, diceva sostanzialmente che noi occidentali siamo talmente imbevuti di propaganda da credere, fra le altre, alle storie di stupri delle truppe russe sui civili ucraini, e che “non ci sono prove degli stupri” diceva. Ci sono rimasto. Primo perché, da che mondo è mondo, la prima cosa che fa qualsiasi esercito in una guerra è stuprare i civili; lo fanno tutti, non solo i russi (che conoscono bene questa pratica: basta informarsi su cosa hanno fatto in Germania durante la seconda guerra mondiale), ma anche gli italiani in Grecia e in Africa (Montanelli non era l’eccezione, era la regola), gli americani in Asia, i francesi di Napoleone, gli spagnoli in America, lo facevano gli antichi romani e i greci alla base della nostra cultura, e andando a ritroso nel tempo dubito si possa trovare una qualsiasi civiltà che non abbia avvalorato “l’efficacia” dello stupro in guerra. E mi fa specie, in secondo luogo, che lo dica proprio una donna e proprio in nome della pace, con tutta la cultura dello stupro che si respira oggi nel mondo e con tutte le lotte in corso per la difesa di diritti fondamentali legati alla dignità della donna (vedi l’Iran). Una donna che scrive “non ci sono prove degli stupri” di soldati ecco, a pelle mi sembra quasi un controsenso. Tutto si può dire su Russia e Ucraina secondo me, e io non pretendo di avere ragione in merito, tranne che in una guerra non ci sono stupri a decine, ed è innanzitutto per questo che si dovrebbe lavorare per la pace, non pro questo o contro quello, ma per evitare che un qualsiasi soldato si senta in diritto di stuprare, rapinare o uccidere un altro essere umano. Se non lo si fa per questo, perché si dovrebbe scendere in piazza? A volte, invece, da certe cose che leggo, mi sembra davvero che si vada a dimostrare per idee di civiltà così alte che ci si scorda proprio le persone.

lunedì 10 ottobre 2022

ringraziate che sia in russia

…Fred cominciò: – Hanno ammazzato il nostro compagno, e preso un altro. Il nostro compagno Tito è morto. Tito è morto. – E come gli chiedevano dove e come, allora anche Johnny ci si mise, e disse l’imboscata, e con un gesto infantile, proprio dei bambini richiesti di una adulta spiegazione, tendeva la mano [e] si sorprese a dire le stesse parole di Fred, col medesimo tono: – Hanno ammazzato il nostro compagno, e preso un altro. Il nostro compagno Tito è morto. Tito è morto. – Allora una vecchia si enucleò dal muro dei suoi figli e generi, spostandosi un lattante nipote da uno all’altro seno con un’antica destrezza, e disse: – Ed io che ho un figlio disperso in Russia! – Fred allargò le braccia a croce nel vuoto cielo e disse: – Ringraziate che sia in Russia. Vedete che cosa capita a noi che siamo in Italia.

[Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, cap. 10]

mercoledì 28 settembre 2022

ordine

Forse è per come la raccontano, ma a pelle continuo a sentire che c'è qualcosa di assurdo in questa storia che in Russia da una parte si fanno fare le elezioni per annettere quegli ucraini che vogliono diventare russi ma non li lasciano andare via e dall'altra si tolgono i passaporti a quei russi che vogliono scappare dal paese natale perché non vogliono combattere una guerra per annettere gli ucraini di cui sopra. Lo so che è una situazione tragica, ma più ci penso in questi termini e più mi sembra uno spunto comico alla Woody Allen, per cui mi sono immaginato un plot con delle trattative diplomatiche dove, per sistemare le cose, si organizza una sorta di scambio sul confine in cui prendi gli ucraini che vogliono diventare russi e li metti al posto dei russi che vogliono andare via dall'Ucraina. Poi chiedi agli ucraini diventati russi di arruolarsi per tornare a riprendersi le terre natali e ai russi diventati ucraini di difendersi con le unghie e coi denti per non tornare in patria. Così nei fatti non è cambiato nulla, ma tutti sono molto contenti perché hanno messo un po' ordine fra i motivi degli schieramenti.


giovedì 1 settembre 2022

casualità

Quando cerchi su Google le parole chiave: Russia+caduto dalla finestra per informarti meglio sulla notizia del giorno e ti esce fra gli altri un articolo di primavera 2020 in cui si lamenta la caduta dalla finestra del terzo medico russo in due settimane per aver diffuso fake news sul coronavirus, ovvero aver sottoscritto un documento in cui si afferma che il coronavirus esiste.

venerdì 5 agosto 2022

caso

Brittney Griner, donna, nera, lesbica, condannata a nove anni di carcere in Russia perché si fa le canne (condanna equanime per gli standard russi). C’è quasi da stare allegri che sia intervenuta la politica. Perché se fosse intervenuto Kirill come minimo la lapidavano in piazza in quanto immonda. Mentre se le fosse capitato in America come minino la strangolava un poliziotto per strada durante un arresto pretestuoso. Invece l’hanno beccata all'areoporto, così il suo caso è diventato un affare internazionale, Biden si sta muovendo per salvarla e dunque, in cambio della sua liberazione offre il rilascio di un pericoloso mercante d’armi russo, che in un altro mondo dovrebbe marcire in carcere a vita, ma che invece così torna libero e contribuisce alla causa della guerra nel mondo.

lunedì 4 aprile 2022

una vecchia

Le immagini di Bucha sono state tremende, né mi va di commentarle, ma ce n’è un’altra che mi ha colpito negli ultimi giorni ed è quella di una vecchia ucraina che ho visto in un servizio al Tg, una donna tozza, coi capelli bianchi, le gambe gonfie, il volto duro da contadina, che mi ha ricordato mia nonna. I russi le hanno bombardato la casa e la TV l’ha ripresa in un centro di accoglienza di Leopoli. Quella vecchia è un cadavere che cammina, perché è troppo vecchia sia per andare altrove a rifarsi una vita sia per ricostruirsi la casa. Quella vecchia è finita per sempre, anche se ancora respira, e forse un infarto sarebbe meglio di tutto ciò che la aspetta. In una situazione così io mi sarei già ammazzato. Lei invece, seduta pesantemente su un letto di fortuna, guardava dritta in macchina con lo sguardo duro e la bocca chiusa e piegata in basso. Forse crede in Dio e aspetta un segno, forse non si rassegna. Fatto sta che noi per quella vecchia non potremo fare nulla, tranne continuare a blaterare che Putin o che Zelensky o che la Nato o che l’Europa blablabla e ribadire l’ovvietà che la guerra è brutta, perché nel nostro piano delle cose quella vecchia contadina è l’ultimo dei problemi da affrontare. E la realtà è proprio questa.

giovedì 17 marzo 2022

nowhere land

In posta incontro un vecchio amico. È allo sportello accanto e si sta lamentando per un ammanco sul suo conto. Conoscendo le sue idee in merito comincio a sfotterlo: “Quelli sono i russi di Putin che ti hanno prosciugato il conto!”. Lui mi guarda di sbieco e mi ribatte: “Quelli i nazifascisti ucraini sono stati!” Io ridacchio: “Beh, qualcuno è stato!”. Interviene un vecchietto da dietro: “Chire i martenìse purce so stète, razze de latre! Facce de cantre!” (trad: “Quelli i martinesi porci sono stati, razza di ladri! Facce di pitali!). Rivanga così antichi dissidi irrisolti fra i nostri due paesi, che porteranno prima o poi alla quarta guerra mondiale.

sabato 12 marzo 2022

la guerra e la macchina

Ci sono quelli che non vogliono la guerra
E me lo gridano in faccia: Coglione, io non voglio la guerra!
In verità sono stressati. Io vado oltre
E dico loro che non voglio la Macchina.
Tutti che mi gridano: Coglione, la Macchina ci serve!
Ma tu pensa che pace
Se non ci fossero le auto per estendere il dominio
Della corsa. Immagina se ti chiamassero: È la guerra mondiale!
Dobbiamo andare in Russia ma a piedi.
La guerra sarebbe già finita prima ancora di arrivare.
Immagina i Russi che entrano a Kiev senza i loro mezzi corazzati
Senza carri armati – non esistono! – con le suole consumate
Da una marcia di 850 chilometri con lo zaino in spalla
E i carri lasciati indietro coi cavalli, arenati in un pantano.
E prendono una boccata d’aria perché sentono
Che finalmente sono arrivati
E hanno appetito perché 850 chilometri a piedi
Mettono fame. E prendono una boccata d’aria
Perché senza le Macchine l’aria è pulita
Il mondo più chiaro, le strade non hanno cadaveri
Sui bordi. Chi vuol farla più una guerra
A questo punto? Uno
Dopo 850 chilometri è stanco morto.
Cade sull’erba e si addormenta.

giovedì 15 agosto 2019

barzellette, di ascanio celestini

Lancio una suggestione su Barzellette, l’ultimo libro di Ascanio Celestini, pubblicato da Einaudi, che è appunto un’esaustiva raccolta di barzellette – 300 pagine – con la cornice della storia di un’amicizia, quella fra il capostazione di un’infima stazione terminale e il suo aiutante che gli racconta barzellette per far passare il tempo. Mi fa pensare tanto a un racconto di Flaiano che sta in Diario notturno in cui un capostazione annoiato sta in questa stazione persa nel nulla insieme al suo telegrafista – si parla dei primi anni ’40 – aspettando che succeda qualcosa, finché succede un disastro ferroviario. Ecco, magari la cornice di Celestini non c’entra nulla con la mia suggestione, ma il libro, con tutta la cinica fatalità delle barzellette mi sembra quasi un prologo a quel racconto. 
Per quanto riguarda le barzellette vere e proprie, il loro tono è ovviamente discontinuo, passando dalla genialità fulminea di alcune al mero passatempo di grana grossa di altre, ma come avverte lo stesso Celestini il loro valore non sta nel dato estetico e neppure in quello propriamente comico, quanto in quello sociologico: soprattutto dove prevale l’anonimato del testo che può e deve farsi, attraverso il racconto, voce comune. In quell’anonimato, soprattutto, è anche possibile dare libero sfogo alle pulsioni più becere, oscure, infami, con risultati spesso crudeli ma divertenti, lì dove le barzellette si fanno politicamente scorrette, da quelle razziste a quelle sui pedofili: 
– Amore, cosa significa la parola pedofilo? 
E lui: – Che parolone difficile per una bambina di sei anni! 
Ecco, in un romanzo, trovare una tale facilità di linguaggio creerebbe disagio, in una barzelletta è una semplice condizione. Eppure, va anche ammesso che delle centinaia di barzellette qui raccolte – forse perché trascritte perdono molta della loro leggerezza discorsiva – le più affascinanti per il lettore sono quelle che mostrano un sostrato più letterario più evidente. Il tal senso, le migliori risultano probabilmente quelle contenute nel quarto capitolo, tutto dedicato alla Russia di Stalin.

venerdì 18 gennaio 2019

il giappone in valmarecchia


Più mi addentro nei suoi scritti e più mi accorgo che c'è un grosso equivoco intorno alla figura di Tonino Guerra, che lo vede schierato per la nostra critica nel ruolo di poeta contadino, poeta naive, dialettale, un istintivo di grande estro ma di non sempre mirato controllo formale. Invece andrebbe meglio studiato, anche stilisticamente, alla luce delle sue letture, delle sue frequentazioni internazionali. Anche io, all'inizio, sono stato tratto in inganno, lo pensavo un Neorealista, poi un felliniano, e per certi versi influenzato dal suo matrimonio russo. E non mi accorgevo di come Guerra abbia sempre preferito Antonioni a Fellini, che il suo rapporto con l'Est andava, attraverso la mediazione di Pound, ben al di là della Russia di Tarkowskij, arrivava in Medioriente, in Cina, infine in Giappone, al cuore stesso della loro cultura. E non capivo come sia impensabile capire la leggerezza quasi eterea dell'ultimo Guerra, i suoi tentativi di disgregazione della forma romanzo, il suo innalzare il nudo aneddoto a narrazione pura, indipendente da sovrastrutture morali, senza tener conto dello Tsurezuregusa del monaco Kenko, delle Note del guanciale di Sei Shonagon, dei diari di viaggio di Basho, opere che non solo ha letto, ma che a tratti ricalca, lasciandoci degli indizi evidenti del suo percorso letterario trasversale. Percorso che lo ha completamente isolato, a un certo punto, relegandolo nell'alveo dello stravagante cui tutto è concesso in nome della poesia (ruolo che ha evidentemente interpretato al suo meglio). Era un percorso rigoroso, invece, ma molto distante dalla nostra cultura e per questo non sempre decifrabile, o digeribile. In tal senso Guerra è uno dei pochi nostri autori (non solo cinematografici) di respiro internazionale, capace di portare con una facilità ingannevole il Giappone in Valmarecchia e la Valmarecchia in Giappone, e mi meraviglia che ad oggi nessuno studio serio (se non per poche intense intuizioni, come quella di Calvino nelle note al Polverone) abbia mai indagato gli evidenti rapporti tematici e formali (a cominciare dai disegni) da lui intessuti, nella sua opera, con l'Oriente.

venerdì 28 settembre 2018

ciclostilo

Quanta “nostalgia” può suscitare, se confrontata al nostro modello editoriale (ma ti pago o non ti pago, e tu cosa mi dai?), la Russia comunista dei poeti di Limonov, dove i libri passavano sotto censura e si ciclostilavano i propri scritti in poche copie clandestine da far girare fra gli amici, e il segno più deciso del successo arrivava quando qualcun altro ciclostilava le tue poesie per farle leggere in giro.

sabato 7 aprile 2018

centinaia di intellettuali dimenticati

Attorno a Mosca ci sono dei villaggi e anche gruppi di dacie a ridosso di boschi di betulle o nelle vallette sulle sponde della Moscova dove vivono centinaia di intellettuali. Portano a spasso cani e si incontrano a parlare stando appoggiati alle staccionate che racchiudono piccoli orti dove cresce insalata e qualche cavolo. D’autunno trascinano i piedi nelle foglie secche piene di colori e raccolgono mele. D’inverno affondano le calosce nella neve. Attorno a loro sono caduti tutti i rumori e le voci che venivano da lontano non corrono più lungo i fili del telefono. Vivono con l’affitto a stranieri del loro appartamento di Mosca. 
Nei tempi della non libertà c’erano nella capitale almeno 300 drammaturghi e migliaia di scrittori e poeti raccolti in una grande associazione che poteva inviarli a riflettere nelle case di riposo di alta montagna o sulle spiagge del Mar Nero o sul Baltico. I più vivevano con gli aiuti dell’Istituto di Cultura che poi chiudeva le loro opere in qualche cassa per una dimenticanza totale. Quasi tutti si illudevano che la mancata pubblicazione dipendesse da ragioni politiche e cioè per qualcosa nelle loro opere che avrebbe potuto infastidire le alte sfere. La maggior parte, purtroppo, scriveva cose di poco valore anche se verso di loro c’era un’attenzione e un’attesa di amici occidentali pronti a giurare sulla loro qualità. Insomma una stima è un sostegno «al buio» per queste opere censurate. Allora era molto difficile viaggiare a raggiungere le grandi metropoli al di là dei confini della Russia, ora che tutto il mondo è a disposizione, nessuno più li chiama per un invito e mancano i soldi necessari per dei viaggi così costosi. 
Vivono in queste campagne nella tranquillità più assoluta, molto vicini ai personaggi descritti da Čechov. Probabilmente su diversi di loro oggi è caduta la tristezza vera di chi si è reso conto del poco valore della sua scrittura e dei suoi racconti. Ma i più continuano a lamentarsi perché la mancanza di carta ha ridotto i programmi delle case editrici. Qualcuno ha in mente cose eccezionali che potrebbero rasentare la pornografia tanto di moda, però non lo fa per rispetto alla moglie. 
C’è chi pensa che bisognerebbe scrivere in inglese come fece Nabokov ma ci vorrebbero degli inviti per dei soggiorni a Londra o almeno nei dintorni. I traduttori si lamentano perché le case editrici pretendono una somma in valuta di chi Desidera essere pubblicato in Russia. Lo scrittore Babilov, che nel ‘37 scrisse le parole di una canzone molto popolare, non è riuscito a pubblicare più niente e lui incolpa la gelosia di molti per il successo di quella poesia musicata. Con la Perestroika finalmente si sentiva pronto a riprendere il suo lavoro di scrittore ma i dottori gli impediscono di fumare per via di un enfisema polmonare. E lui se non fuma non può concentrarsi. 
Dimenticati da tutti, si invitano a mangiare un decotto e masticano cattiverie, gelosie e rancori. Non parlano di politica e di notte guardano le stelle con la tenerezza di chi ormai si aspetta qualcosa soltanto dal cielo. Ogni tanto appoggiano le teste alle pareti di legno riscaldate delle grandi stufe contadine e sentono con nostalgia l’odore dell’asfalto delle grandi Prospettive della capitale. Si ripetono una decisione che resta sempre sospesa: bisognerebbe tornare a Mosca. Ma le macchine sono rotte, gli autobus sono carichi di popolo e gli appartamenti ormai sono affittati. D’altra parte non si possono abbandonare gli animali che hanno anche loro intrecciato una ragnatela di relazioni. 

Tonino Guerra, Tempo di viaggio, Maggioli

lunedì 2 aprile 2018

stalin sul volga


La più grande statua di Stalin era ai bordi del Volga poco lontano dalla grande diga. Purtroppo sulla testa dell’enorme monumento sostavano continuamente centinaia di uccelli che sporcavano il viso del dittatore con escrementi chiari. Bisognava pulirli di continuo. Finché fu deciso di collegare la statua con un filo elettrico ad alta tensione. Da quel momento ai piedi di Stalin c’era sempre un tappeto di uccelli fulminati. Kruscev fece saltare in aria la statua e mandò un carro armato per trascinare nell’acqua del fiume i giganteschi frammenti. Soltanto un piede è un po’ di gambe restarono inchiodati al piedistallo. E proprio all’interno di questo enorme rudere molti giovani dei paesi vicini vanno a fare all’amore. 

Tonino Guerra, Tempo di viaggio, Maggioli

domenica 19 novembre 2017

divagazioni intorno a stoner

Stamattina ho cominciato a leggere Stoner di John Williams a cui, confesso, dopo tutte le meraviglie che se ne sono scritte, mi sono avvicinato forse eccessivamente guardingo. Eppure, al secondo capitolo mi par scritto bene, ma con quel pizzico di inclinazione al sentimentalismo che boh, mi lascia insoddisfatto (magari poi cambia). Al contempo sto leggendo Tempo di viaggio, diario di Russia di Tonino Guerra, modernissimo per scrittura rapida e penetrante, capitoli brevi e pieni di ironia, tanto che mi vien da pensare che se fosse sui social oggi, Guerra spopolerebbe. L'altro che sto leggendo molto in questo periodo è Leonardo Sciascia: Todo modo, Il contesto, L'affaire Moro, che sono di una apertura, lucidità e di un coraggio straordinari, soprattutto se inquadrati negli anni in cui furono scritti. Sciascia aveva le palle. Ecco, fosse per me lo farei studiare nei licei: è molto più utile e incisivo che tanti manuali, con possibilità di approffondimenti interessanti sul potere, sull'etica e sulla fede. Proprio Guerra, fra l'altro, col regista Francesco Rosi hanno ricavato la sceneggiatura di un film, Cadaveri eccellenti, dal Contesto di Sciascia che in meno di due ore non solo condensa la situazione italiana degli anni di piombo, ma anticipa gli attentati mafiosi ai giudici che verranno di lì a poco. Pensavo questo stamattina, mentre leggevo Stoner, che si fa tanto decantare di romanzi che si scrivono all'estero come opere assolute (Stoner, Sylvia, ecc. libri belli ma assoluti per nulla) e ci innamoriamo di questi eroi melanconici che consumano la loro vita nel Missouri, e non sappiamo nulla di quello che si scrive in casa nostra, dei nostri panni sporchi, finché non parlano in tv della morte di Riina e magari un ragazzo ti chiede chi è, e tu a chi dai la colpa se non lo sa, a lui che non si informa o a te stesso che non hai saputo dirglielo?