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giovedì 9 novembre 2023

gaber e noi

Ieri sera con un paio di amici siamo andati a vedere il nuovo docufilm su Gaber uscito quasi a ridosso di quello del sodale Jannacci. A parte i suoi punti di forza (Gaber in se stesso, basta e avanza) e di debolezza (troppo lungo, troppi ospiti, alcuni dei quali non si capisce che ci stanno a fare) tipici di ogni docufilm, le due cose che più mi hanno lasciato stupito/perplesso sono state: 1) i più giovani in sala, ieri, eravamo proprio io e i miei amici, età media fra i 45 e i 50. È un caso, mi sono chiesto, o è la norma? Gaber interessa ancora alle generazioni più giovani della mia, che non hanno ancora avuto il tempo di perdere niente. E se interessa, che cosa gli sta dicendo, visto che praticamente non sanno nulla degli argomenti di cui parla lui specie nella fase più bella della sua carriera, quella del teatro-canzone: a scuola di quegli anni non si parla, e dopo, chi può si informerà da solo, e chi non può ciaone al ‘900 e agli anni di piombo; 2) il finale del docufilm vede tutti gli intervistati riunirsi a teatro per vedere uno spettacolo dove a esibirsi è proprio Gaber, in un montaggio posticcio che mischia un suo vecchio filmato e loro visti oggi, i suoi amici e famigliari invecchiati, alcuni più vecchi di lui, sua figlia che ormai gli è coetanea. A parte l’inutilità della scena, con tanto di lacrime finte, mi è sembrata una trovata talmente in sintonia con quello che hanno fatto i Beatles nell’ultimo video che ho cominciato a pensare che stia diventando una moda questa di non riuscire a seppellire i morti, a fare i conti con loro non attraverso la distanza del tempo, ma in questa continua finzione di un presente che assorbe e livella ogni cosa, ma non come diceva Totò sul piano della morte, invece all’opposto sul piano della vita che deve assolutamente continuare e dove se non muoiono loro forse non moriremo neanche noi. Un finale così posticcio Gaber l’avrebbe odiato, credo.

lunedì 7 agosto 2023

società

Su una bacheca leggevo della società letteraria, di cui si dibatteva se esiste o no. Secondo me sì, ed è come l'ancien régime francese, cioè tutti la odiano perché è ingiusta ed è basata su un sistema che non funziona causando sperperi inimmaginabili e viscide corti di adulatori o vere e proprie bande, ma nessuno la vuole abbattere sul serio, anche se ne parlano male, perché in fondo al cuore sperano un giorno di entrarci per godere degli stessi privilegi dei pochi incoronati. Così, per passare il tempo, si parla di rivoluzione, ma rimandandola ogni volta a domani. Io stesso lo scrivo qui e non sotto la bacheca suddetta perché non facendo parte di quella particolare corte probabilmente non sarei considerato degno di risposta.

lunedì 5 dicembre 2022

stromboli

Stromboli, terra di Dio, girato da Roberto Rossellini nello stesso anno di Francesco, giullare di Dio, il 1949, ha in comune con l’altro la parola Dio nel titolo, ma sviscerato da un altro punto di vista. Tanto quello di Francesco è un film in cui l’alienazione della santità fa da ponte fra individuo società e natura, quanto il film su Stromboli è tutto giocato sulla lucidità dello sguardo, quello di Karin, interpretata da Ingrid Bergman, che lo esclude. In tal senso va interpretato il finale dell’opera, dove Karin riesce sì a trovare una comunione col divino inteso come mistero e natura – rappresentata dall’aspro paesaggio vulcanico dell’isola – ma non con la comunità che vi risiede, incontaminata e selvaggia ma non priva di preconcetti, di cattiverie e di ingiustizie, a cui persino incinta si rifiuta di tornare, così come prima ancora aveva rifiutato la ben più elegante ma non meno crudele società europea che aveva portato alla guerra. Karin, insomma, non riesce a trovare un suo posto fra gli uomini, ma non le viene meno l’orgoglio di chi rifiuta di soccombere alle regole sociali e integrarsi, e in tale rifiuto arriva a conoscersi nella natura dell’isola, a riconoscersi in essa. Da ciò lo scandalo del film. Mancando, dopo la rappresentazione della crisi dell’individuo, qualsiasi pentimento o volontà di accettazione sociale che è insito in tutti i lieto-fine, col protagonista che cerca di trovare un compromesso con la comunità di appartenenza, non stupisce che il film non sia piaciuto negli Stati Uniti, dove l’individualismo è sempre ammesso purché ammantato di patriottismo (ovvero spirito di comunità), e per il quale venne rimaneggiato con una voce fuori campo che lo “spiegava” al pubblico.

La foto, assai celebre, è di Federico Patellani da un reportage sul set (Stromboli 1949).

martedì 7 dicembre 2021

convento

La storia del tipo col braccio di silicone è talmente bella che il vero rammarico è sapere che non c'è (non pare esserci) gente abbastanza brava da trasformare quell'aneddoto in metafora, in arte. In un'altra epoca una storia così sarebbe finita in una commedia di Age & Scarpelli. Oggi al massimo può aspirare a un meme usa e getta sui social. Il mondo è sempre stato folle, ieri come oggi, siamo noi ad avere abbassato le ambizioni del nostro sguardo, anche sul prossimo, e ad accontentarci di ciò che passa il convento.

giovedì 17 maggio 2018

ciao, ciao, bambina

Stasera, rivedendo Il maestro di Vigevano (1963) di Elio Petri, pensavo che nel film Alberto Sordi, forse per via del taglio di capelli e degli occhiali, assomigliava terribilmente a Cesare Pavese. Pensavo anche che le due scene più drammatiche di tutta la sua filmografia sono girate sul ciglio di una strada e per colpa di una donna che lo lascia. In entrambi i casi i due personaggi da lui interpretati vengono lasciati perché incapaci di adattarsi alle nuove regole imposte dal boom economico. Sono persone integre e perciò inadatte a vivere il clima sfaccettato dei nuovi tempi. In questo caso, quando si rende conto che sua moglie lo tradisce con un altro, il maestro Antonio lancia un urlo straziato mentre la vede scappar via sull’auto dell’amante, prima di accasciarsi a terra. Nell’altro film, Una vita difficile (1961) di Dino Risi, del tutto ubriaco dopo essere stato lasciato per l’ennesima volta da sua moglie, il giornalista Silvio comincia a sputare sulle auto che lo sorpassano in un’alba senza sole, mentre suona Ciao, ciao, bambina di Domenico Modugno. In entrambi i casi l’automobile è il simbolo di un male che incombe inesorabile sull’innocenza del protagonista. Nel primo film si porterà via moglie e amante in un incidente mortale. Nel secondo sarà il simbolo dell’avvenuta corruzione di Silvio, che si presenterà al funerale della suocera a bordo di un modello lussuoso, pronto a impressionare sua moglie coi lustrini per riprendersela. Il riscatto finale di Silvio, in questo caso, per quanto affascinante sia, pare più un lieto fine posticcio a una storia già scritta, quella girata ancora una volta da Risi, e senza più nemmeno la scusa di un amore finito, nel Sorpasso (1962).

domenica 17 aprile 2016

quelli che impongono di votare sì

Ho letto post di renziani che attaccano QUELLI CHE IMPONGONO DI VOTARE SI (questa a Jannacci sarebbe piaciuta), li definiscono fascisti, perché se mi obblighi ad andare a votare per dire quello che vuoi tu (ovvero il SI, perché fosse per me direi il NO che vuole Renzi), allora sei un fascista! Ecco, volevo dire a quelle persone che di tutte le boiate ignoranti che ho letto in giro su questo referendum questa è veramente la peggiore. Tanto più che l’età media dei renziani è la mia, e mi aspettavo qualcosa di più dalla mia generazione, non il solito “fascista o non fascista”. Un po’ più di fantasia. 

giovedì 4 febbraio 2016

congiura

Teorie sociali di mio fratello mentre addenta una coscetta di pollo. Secondo lui quello delle unioni civili non è un problema di civiltà, ma semplicemente di reversibilità, cioè economico. Sono pensioni in meno da pagare. Colpevole, quindi, della congiura non è la Chiesa, ma l'INPS.

sabato 1 agosto 2015

rispetto

Me la ricordo ancora una vecchia intervista di TV Sorrisi e Canzoni in cui chiesero ai presentatori dell'epoca, parlo di vent’anni fa, cosa fosse più importante per chi lavora nello spettacolo e tutti (Pippo Baudo, Maurizio Costanzo, Corrado ecc.) risposero con molta eleganza «il rispetto del pubblico» e l'unico fuori dal coro, Mike Bongiorno, rispose: «gli sponsor!» Mike la sapeva lunga. Mica per nulla è finito in un saggio di Umberto Eco sui nostri tempi e gli altri no, con rispetto parlando.

venerdì 19 settembre 2014

il poeta è un emarginato

In Italia il poeta è un emarginato vero e proprio e non conta nulla: basta osservare di passata che non esistono cattedre universitarie di poesia e nessun poeta è invitato come poeta in residence nelle nostre Università dove addirittura il poeta professore è ancora ignorato come poeta (e, anzi, la sua presenza crea un certo imbarazzo) e dove, da secoli, non esistono più nemmeno i poeti laureati. [...] Se, invece, i poeti ricevessero le attenzioni, le cure e il mandato sociale che ricevono altrove, forse avremmo anche un pubblico di lettori più maturi. [...] Per esempio, in Italia non sarebbe possibile avere per una elezione politica un Inaugural poet. Invece Obama (e prima di lui altri tre presidenti) ha invitato al suo giuramento Elizabeth Alexander a leggere una poesia da lei composta per l’occasione. E, si badi bene, si tratta di una poetessa che è anche professoressa di ‘African American Studies and English Literature’ alla Yale University. La partecipazione di un poeta a un evento storico di quel livello ha di fatto ribadito, almeno in America, che il poeta ha ancora un mandato sociale ben preciso e riconosciuto. (Alessandro Polcri) 

Per leggere l'intero articolo vai QUI.

giovedì 30 maggio 2013

sulla maestra di barletta e casi affini

Quando sento al tg casi come quello della maestra di Barletta che picchiava i bambini e poi le interviste ai genitori sconvolti, a me viene sempre da pensare, guardandoli, che un po’ ce lo meritiamo. Non si può sempre fare gli innocenti, soprattutto in casi come questi, non si può di continuo portare avanti la contraddizione di pensare all’insegnamento come a uno sfiatatoio sociale per disoccupati (qualsiasi tipo di disoccupato) e poi lamentarsi, scandalizzati, che “non fa l’insegnante”. Il lavoro non deve venire prima dei bambini. Lo so che quello dell’insegnante oggigiorno è considerato lavoro da sfigati, ma servono delle competenze precise, e quando si dice competenze si parla di competenze attitudinali, capacità di instaurare un rapporto di fiducia col bambino, non mettere la crocetta sul test di storia o geografia. Dove queste competenze vengono rispettate, come all’estero, la scuola prospera e lo Stato pure, perché un bambino felice diventa un cittadino felice. Io che non ho figli l’ho capito. Mi chiedo quando ci arriveranno quelli coi figli. (È vero anche che chi decide queste cose i propri li manda alle scuole private e chi soffre è sempre la plebaglia).

martedì 12 marzo 2013

mieli di marzo

Linko qui, a trent'anni dalla sua scomparsa, un ricordo di Mario Mieli scritto dal suo amico Franco Buffoni, poeta. Mieli, fra i fondatori del movimento gay italiano, è stato uno dei più incredibili ed eversivi personaggi degli anni '70, quando la parola "eversione" (rivoltare, mettere sottosopra) aveva ancora un senso, una sua violenza rigenerante, quando si faceva eversione per cambiare il mondo e non semplicemente per intorbidare le acque.
Certe sue affermazioni hanno ancora oggi un carattere realmente polemico, creativo, ancora più oggi forse, con il ritorno in auge di una Chiesa e di uno Stato tutti chiusi in se stessi e contro l'accettazione di determinate identità, anche al loro interno. Qualcuna di queste affermazioni la trovate su Wikiquote, senza sforzarvi troppo, e credo valga la pena di leggerle: troverete che a volte sono eccessive, forti, indigeste, proprio com'era lui, che usava il suo stesso corpo, la sua sola presenza "disturbante" come un'arma.
In particolare, le mie preferite, sono quelle relative alla sua battaglia contro l'educastrazione, contro l'educazione uniformante e "castrante" dei bambini che vengono spinti a vivere una sessualità normativa, e a considerare squalificante qualsiasi altra pulsione ritenuta offensiva dalla Società perbenista.
In realtà, si scoprirà poi, quella battaglia nasceva da radici profonde, da contrasti interni alla sua stessa casa, dal complicato rapporto col padre. Eppure, proprio per il sentimento alla base di tale rivolta, un sentimento che ha più a che fare col cuore che con l'ideologia, ci pare che questa sua lotta non abbia perso nel tempo un solo briciolo della sua dignità. Anzi, la profonda aspirazione a vivere da persone libere in un mondo libero né fa ancora oggi, e sempre, un messaggio valido, necessario.

giovedì 18 ottobre 2012

motti e aforismi privati

Ripescando un po’ dal passato del blog e un po’ dal mio profilo fb, pubblico qui alcuni aforismi o motti che ho raccolto nel tempo. Quelli senza attribuzione sono miei, gli altri di amici.

Tempi amorali richiedono persone amorali.


La vita fa di questi scherzi. Pensi di aver trovato l'amore, invece cambi solo coinquilino.


Cosa conta essere migliori o peggiori se non si è almeno uguali?


Cosa fai nella vita? Riempio gli spazi.


Il titolo del mio prossimo romanzo: UTERO, ADDIO!


Adieu, ma moustache, au revoir.


Non ci sono molte persone veramente cattive. Il problema è sopportare i difetti di tutti.


La grappa è la migliore amica dell’uomo.


Sei un po’ blues tu. Bevi, sei lento, stai attento alle sfumature. (Claudio Fusillo)

 
Lascia aperte le ferite, è da lì che passa la luce. (Paolo Vites)


L’amore è pratico. Si nutre di concretezza. (Marian)


Una casa non serve, sono solo costi inutili. Basta una stanza per essere liberi. (Alfredo)


Siamo troppo fichi per finire male. Abbi fiducia nella mediocrità italiana. (Licia Vignotto)


L’ottimismo non ci basta! (Rob Lacarbonara)


Internet è un potentissimo mezzo per dare voce agli imbecilli. (Gianluca)

mercoledì 13 giugno 2012

fenomenologia di cassano

Se ci fate attenzione più o meno ogni due anni Cassano se ne esce con qualche cazzata delle sue, di quelle che fa indignare e saltare sulla sedia mezzo mondo, il mezzo mondo bene appassionato di sport, ma con eleganza. A me personalmente viene sempre da ridere e non tanto per ciò che dice, l’equivalente (portato in tv) delle solite stronzate da bar, ma per le reazioni che suscita e che sono frutto, evidentemente, dell’ipocrisia sociale che ci caratterizza e che non riesce ad ammettere che un campione sportivo strapagato, un esempio per i giovani, un uomo venuto dai quartieri poveri che ha realizzato il tipico sogno americano sia anche, no non un uomo di poche letture (come gli rimprovera Vendola), ma un vero e proprio minchione da bar come ce ne sono tanti, uno come te e me per dirla tutta, uno che il sogno americano l’ha realizzato ma solo a metà, quella dei soldi, senza però che questo sogno l’abbia anche cambiato, migliorato come uomo.
La gente rifiuta di ammettere la semplice verità e la semplice verità è che Cassano era e rimane un ragazzo cresciuto nella periferia, brutta sporca e cattiva, di Bari vecchia, un animale da combattimento continuamente nell’arena, uno che se ne frega altamente di essere politically correct (perché può permetterselo) e a cui si rimprovera una mancanza di eleganza che non solo non ha mai avuto ma nemmeno vuole. Perché pretendiamo da lui che sia migliore di ciò che è? Forse perché ci assomiglia troppo e non offre alcuna speranza di redenzione all’immagine fallimentare che abbiamo di noi e del nostro quotidiano? Perché dovrebbe imparare le buone maniere? Per andare a fare le comparsate in tv e far vedere come c’è speranza, invece, per tutti? Ma lui i soldi se li è fatti e continua a farli per essere un animale arrabbiato nell’arena, mica un presentatore “acchittato” del piccolo schermo. Chi vorrebbe davvero assomigliargli, alla fine?
Alla fine dei conti ciò che dice può non piacere, così come può non piacere la cretinata sentita al bar dai vecchietti del tavolino vicino, eppure Cassano resta, incredibilmente, il più onesto di tutti per il semplice motivo che se ne fotte delle convenzioni, di essere altri che se stesso e di dire, pane al pane, tutte le incredibili minchiate o battutacce volgari che gli vengono in mente, come farebbe un qualsiasi stronzo da bar, uno come te e me. Al massimo poi chiederà scusa per quietare gli animi. Ma tanto cosa gli possono fare? Sospenderlo dalle dirette televisive? O dalle partite da cui lui e tanti altri dietro di lui guadagnano quelle cifre straordinarie che tanto gli invidiamo?
No, la cosa sconcertante è che ci sia ancora gente che spalanca la bocca, indignata, di fronte alle sue dichiarazioni invece di fare la cosa più semplice, quella che normalmente si fa nei bar, e cioè prendere e andarsene, cambiare canale. Qualcuno adesso dirà che la tv non è il bar, ha un altro peso, un’altra risonanza e io invece rispondo che la tv in questo preciso momento storico è proprio come con un vecchio bar di Bari vecchia, allo stesso livello, non ha un grammo di qualità o di eleganza in più, anzi, le manca persino quell’umanità che fa del bar di Bari vecchia un’esperienza interessante o quantomeno curiosa, comunque meritevole.
La gente si indigna e il problema di fondo è tutto loro, che magari segretamente sognano per i propri figli un futuro di successo “facile” simile a quello di Cassano, e non si capacitano che un simile “rozzo” non corrisponda alla propria idea di eroe nell’arena: bello giusto e immacolato. Possibile che mio figlio possa diventare un tale stronzo? Sì, è possibile, anzi, forse ci è già arrivato da solo mentre tu stai ancora pensando a quello che ha detto ieri Cassano.
La realtà spesso è molto elementare e Cassano è una cura necessaria, per la nostra immaginazione imbevuta di sogni televisivi e telecronache sportive, di realtà pura al 100%.