Fra i tanti disastri degli ultimi giorni mi era del tutto passata inosservata la notizia della morte di Rudy Van Gelder, il 25 agosto. Van Gelder per molti appassionati era IL tecnico del suono, con l’articolo in maiuscolo, avendo registrato alcuni dei capolavori del jazz di metà '900: dai primi dischi di Monk, Miles e Sonny Rollins fino ad A Love Supreme di Coltrane. Lo stesso Monk gli dedicò un pezzo Hackensack, inciso nel 1954, e dedicato alla particolare sala di registrazione utilizzata dal primo Van Gelder, nella cittadina di Hackensack, New Jersey. Poiché l'arte si nutre in entrambe le misure di talento e di leggenda, il successo di Van Gelder, oltre che per le sue capacità, si deve anche alla particolare leggenda costruita dal suo personaggio, e dalla sua particolarità di registrare in casa sua gli artisti che di volta in volta chiedevano il suo apporto. Immaginate di essere poco più di un ragazzo della tranquilla provincia americana di metà anni ’50 e di invitare nella casa dei vostri genitori un gruppo formato da Thelonious Monk, Sonny Rollins e Art Blakey più alcuni altri neri assai poco raccomandabili – i musicisti jazz erano poco più che tossici per l’opinione pubblica – che suonano nel vostro salotto mentre voi li registrate, e avrete l’idea di cosa potessero essere quei giorni. Ne nasceva un suono caldo, pieno, intimo, con un sottile riverbero che lo caricava di elettricità. Magari non era un suono perfetto ma molti lo amavano, e qualcuno anche lo odiava: Mingus ad esempio rifiutò sempre di farsi registrare da lui. Eppure Van Gelder era talmente sicuro di quel suono che, un certo punto, dovendo lasciare la casa dei suoi, si costruì uno studio che era la copia esatta del suo salotto, apposta per mantenerne intatta l’atmosfera e probabilmente il brivido dei primi anni di quell’avventura. Fra l’altro, proprio in virtù di quel suono, nel 1998 chiesero a lui di registrare i pezzi usati come soundtrack di Cowboy Bebop, perché nella fantasia degli autori dell’anime, se c’era un sound jazz che poteva viaggiare fra le stelle, doveva essere il suo.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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domenica 28 agosto 2016
sabato 16 luglio 2016
postilla
E quando un giovane scrittore mi dice che spesso ripeto le parole nei miei testi, anche a distanza di due righi, e che questo non si fa, e che dovrei trovare dei sinonimi invece, io tutte le volte mi viene da dirgli: ne devi friggere polpi. (Aggiungo che: io tutte le volte mi viene da dirgli... non si dovrebbe mai dire, forse, ma se lo fa Paolo Nori allora io anche sì, perché la scrittura è suono).
martedì 19 maggio 2015
le mappe sonore
Sarebbe interessante, pensavo poco fa, tracciare delle mappe sonore dei luoghi in cui viviamo, cercare quei suoni che si ripetono uguali fino a diventare un punto fermo nelle nostre passeggiate, come degli indizi dei nostri percorsi emotivi. Nella mia di mappa c’è la risacca del traffico che sale da via Martina sul lungomare, quando lo percorro ogni pomeriggio partendo dal parcheggio di piazza mercato per finire davanti ai bagni pubblici di Peppe, dove s’infrange contro la sua risata grassa e il suo richiamo irresistibile: «Lilli!». E il suono spettrale della tastierina elettronica che sembra un carillon rotto all’inizio di via Guarnieri, con tutte le sue porte chiuse e i vetri rotti dopo l’abbandono. E ancora il canto allungato della cuccuvascia sulle cummerse vicine al campanile. E il chiacchiericcio basso dei birraioli sulla porta del Poldo e poi più giù, in piazza Marconi, dei muratori rumeni: lo stesso chiacchiericcio modulato in due lingue diverse. La voce dolce del cinese che chiama tutte le sere qualcuno dietro l’ufficio della posta. E il sax appassionato e testardo che prova, dalle sei alle nove, dietro un balcone di via Alberobello, appena dietro casa mia. E ancora il radiogiornale delle otto che parte dalle casse sospese in piazza Marconi, davanti al palazzo del Comune. La piazza è deserta, bianchissima come di ghiaccio, dove la radio gracchia notizie ormai inutili. Poco fa sono passato lì davanti e la radio raccontava di un vecchio ucciso in una rapina. Anche la fontana era ferma e l’acqua ristagnava gialla in tutto quel silenzio mortale, in cui nessun altro avrebbe mai saputo della fine di un uomo.
giovedì 7 agosto 2014
chi è
Chi è
Charlie Parker
un jazzista
un sassofonista
riempie di musica il mondo
ci fa sentire un dondolìo
dentro di noi e fuori
ci fa chiudere gli occhi
sotto le palpebre fluiscono le onde
E adesso Charlie
che stai suonando Now’s the Time
la fisica ci dispensa dalle sue leggi
e ci spostiamo in un'altra dimensione
sentiamo il sassofono ancora per un po’
ma ci lasciamo dietro anche quel suono
(Ryszard Kapuscinski, da Taccuino d'appunti, ed. Forum, trad. Silvano de Fanti)
Charlie Parker
un jazzista
un sassofonista
riempie di musica il mondo
ci fa sentire un dondolìo
dentro di noi e fuori
ci fa chiudere gli occhi
sotto le palpebre fluiscono le onde
E adesso Charlie
che stai suonando Now’s the Time
la fisica ci dispensa dalle sue leggi
e ci spostiamo in un'altra dimensione
sentiamo il sassofono ancora per un po’
ma ci lasciamo dietro anche quel suono
(Ryszard Kapuscinski, da Taccuino d'appunti, ed. Forum, trad. Silvano de Fanti)
sabato 25 gennaio 2014
non ti piaceva la poesia giapponese...
Non ti piaceva la poesia giapponese
l’utopia di esprimere
il tuo lasciarmi
senza mai dire “lasciarsi”
con tutto il pudore che hanno le parole
di spiegarsi più
della forma nel suono
come le pietre quando le sfreghi
ne nascono scintille.
Non ti piaceva la poesia giapponese
né altro di me che non so dire
l’estate macchiata di neve
la tua memoria persa in mare.
Non ti piaceva la forza di tanta verità
concentrata in un fiore
la notte ci sovrasta
e preme sul fianco morbido il palato
l’addio bellissimo e studiato
che mai ti ho scritto
e mai ti ha interessato.
l’utopia di esprimere
il tuo lasciarmi
senza mai dire “lasciarsi”
con tutto il pudore che hanno le parole
di spiegarsi più
della forma nel suono
come le pietre quando le sfreghi
ne nascono scintille.
Non ti piaceva la poesia giapponese
né altro di me che non so dire
l’estate macchiata di neve
la tua memoria persa in mare.
Non ti piaceva la forza di tanta verità
concentrata in un fiore
la notte ci sovrasta
e preme sul fianco morbido il palato
l’addio bellissimo e studiato
che mai ti ho scritto
e mai ti ha interessato.
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martedì 24 settembre 2013
the happiness project
Nella scia di un certo sperimentalismo wyattiano, The Happiness Project è uno di quei dischi che, con molta semplicità, si può definire belli. Alla sua base sta la molto poetica convinzione che la felicità è racchiusa nella voce delle persone che amiamo, nel modo in cui muovono le labbra e ne fuoriesce un suono unico, ma imitabile, capace di indirizzare il cuore. L’idea nasce all’autore dalle esperienze della sua infanzia, e dal particolare rapporto che aveva con suo padre, cieco. Charles Spearin, polistrumentista canadese, attraverso la sua musica cerca di catturare il suono e la magia nascosta nella voce di alcune delle persone che ama o che danno un senso alla propria vita. Confesso che non conoscevo l'autore. Ho scoperto il suo primo e unico disco (registrato fra 2007 e 2008 e pubblicato nel 2009) solo stamattina e l'ho già sentito due volte. Come ogni buon concept, va ascoltato nella sua interezza per essere compreso appieno, ma ne vale la pena. Lo consiglio a tutti, consapevole che non tutti riusciranno a penetrarlo. Provarci però non costa nulla. E poi, il progetto della felicità, qualche volta, richiede anche sacrifici.
lunedì 26 agosto 2013
incomprensibile
Potessero mai tradurti in note
direi che sei di Monk al piano solo
così semplice e gentile al suono
fra le dita incomprensibile.
direi che sei di Monk al piano solo
così semplice e gentile al suono
fra le dita incomprensibile.
venerdì 9 agosto 2013
la morte
La prima volta che ho capito com’è quando arriva la morte è stata con Pino. Eravamo davanti al suo negozio e gli spiegavo che, per quanto ne avessi già scritto a lungo, non riuscivo a immaginarmi cosa si potesse provare quando viene a prenderti. Lui mi guardava, prima attento poi più incredulo, anche per sfottermi: possibile che un poeta non sapesse? Fuori dal suo negozio l’estate scoppiava negli alberi pulsanti di piccoli uccelli neri, veloci come schegge, che saltavano di ramo in ramo, mentre cantavano nel fresco della prima sera. Noi stavamo seduti sul muretto, lungo i bordi della piazza, a goderci quel suono.
Pino si è alzato in piedi e mi ha detto guarda. Ha battuto le mani con uno schiocco solo, potente e secco. Gli alberi della piazza allora, tutti insieme, si sono zittiti, e l’aria si è fermata all’improvviso. Pino si è girato verso di me, sorridendo, e col suo sguardo più ammiccante mi ha detto: “Hai visto?” La morte, quando arriva, é una cosa così. Poi tutto torna come prima.
domenica 26 agosto 2012
i rumori
Da tempo sono convinto che i rumori, le parole, i lamenti degli animali non si sciolgano nell’aria. Continuano a vivere muovendosi nel vento così da capitare e farsi sentire in altri paesaggi, magari in altri stati. La conferma di questa mia convinzione l’ho avuta in Georgia dove sono stato sul bordo della conca della musica, una vallata dove arrivano rumori già usati in altre parti del mondo. Pare che uno studioso inglese abbia raccolto i bagliori e le esplosioni della nascita del mondo. E si dice che un tedesco abbia sentito il lamento degli ebrei nelle camere a gas.
Sono stato anch’io sul bordo di questa conca e dopo lunga attesa, nel silenzio, d’improvviso ho sentito la voce di mio padre. Ero tornato dalla prigionia in Germania e stavo in piedi davanti alla porta di casa dove lui mi guardava con uno stupore pieno di commozione.
D’improvviso si toglie il sigaro dalla bocca e mi chiede: “Hai mangiato?” Sono queste parole che ho risentito.
Sono stato anch’io sul bordo di questa conca e dopo lunga attesa, nel silenzio, d’improvviso ho sentito la voce di mio padre. Ero tornato dalla prigionia in Germania e stavo in piedi davanti alla porta di casa dove lui mi guardava con uno stupore pieno di commozione.
D’improvviso si toglie il sigaro dalla bocca e mi chiede: “Hai mangiato?” Sono queste parole che ho risentito.
(Tonino Guerra, da Polvere di sole)
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