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venerdì 15 aprile 2022

scrittore postumo

Leggendo Il Libro di Johnny di Beppe Fenoglio, volume a cura di Gabriele Pedullà che racchiude l’originale versione unitaria di Primavera di Bellezza del 1959 e del postumo Partigiano Johnny del 1968, viene fuori come la nostra Resistenza viene innescata da un’assenza. Nel paese c’erano già dei fenomeni di opposizione al regime ma questi erano per lo più ininfluenti, emarginati e disorganizzati e da soli non sarebbero bastati a far scaturire la scintilla della rivolta. Tutto è descritto con grande intensità alla fine della prima parte di quel libro, quando il paese cade in confusione per l’arresto di Mussolini, lo sbarco degli Alleati e il conseguente ritiro dei tedeschi non più “amici”. L’esercito italiano letteralmente si squaglia per l’improvvisa fuga del re dalla capitale, il quale re abbandona la popolazione al suo destino con deportazioni in massa e stragi da parte dei tedeschi, con gli americani che risalgono la penisola da liberatori e da conquistatori insieme, le città bombardate. Nel disordine creato dall’assenza dello Stato scoppia la guerra civile nel nostro paese con una parte degli italiani che si sente tradita e segue Mussolini nella repubblica di Salò e un’altra parte che si sente altrettanto tradita e crea una prima forma di resistenza mettendo insieme, da sud a nord, volontari di diversa estrazione sociale e fede politica. Altra parola centrale di questa storia, dunque, è “tradimento”. Ancora mi accorgo, leggendolo, di come la guerra civile fu da entrambe le parti un movimento giovanile. Un quarantenne era già visto con sospetto, come portatore di qualcosa di corrotto dalla passata stagione politica. Furono i giovani a vergognarsi di chi erano e a cercare di creare un nuovo ordine italiano, spinti dalla delusione e dalla rabbia. Chi scegliendo la via delle montagne (come il Johnny o il Milton di Fenoglio), chi sbandando percorso a destra (come il Marco di Tiro al piccione di Montaldo). Chi persino restando per sempre nel dubbio amletico di dove stare (come il Corrado della Casa in collina di Pavese) e finendo per non sentirsi più parte di niente. Qualcuno collaborò come poteva, ma la maggior parte dei cittadini avviliti da anni di menzogne e privazioni, non ebbe dubbi sul da farsi: si chiuse in casa aspettando che facessero gli altri anche per loro, per capire quali bandiere sventolare dai balconi dopo la fine dei combattimenti, cercando di sopravvivere come potevano, perché restare vivi era, in fondo, la cosa più importante. Anche così le istanze di quei gruppi di giovani vennero tradite una seconda volta, perché alla fine della guerra non ci fu nessun vero rinnovamento italiano, ma soltanto un più moderato, per quanto necessario, cambio di pelle (La pelle, di Malaparte, altro titolo fondamentale di quegli anni). Noi il 25 aprile ricordiamo il sacrificio di alcuni di quei ragazzi, e deprechiamo quello dei loro avversari, ma nella sostanza condividiamo l’identica materia degli altri, dei più vecchi trasformisti per necessità, quelli che camparono più a lungo*. “L’Italia ripudia la guerra” ricordava giustamente il segretario dell’ANPI. Ma io ho pensato al povero Fenoglio a cui gli editori rispondevano che coi quei suoi “cartonacci” sulla Resistenza, ad appena dieci anni dalla fine della guerra, aveva già rotto i maroni. Era una storia vecchia quella, a cui nessuno voleva più pensare, e infatti Fenoglio rimane uno scrittore postumo.


*Non è per forza un male, ma ogni tanto me lo sento dentro anch’io un vuoto, la mancanza di quella follia ostinata che qualcuno chiama ideale (un ideale per cui anche potrei morire) e che fa la differenza fra chi partecipa alla storia e chi la guarda passare. Io ad oggi non ho fatto altro che guardare e parlare, parlare e scrivere, sperando di non eccedere in retorica, e tutto questo non mi fa sentire migliore degli altri, soltanto un pochino più gretto. Resto umano, come diceva qualcuno, ci provo, ma sento che ormai restare umani non basta.

sabato 20 novembre 2021

il nemico

Oggi più che mai che dovunque tendo l’orecchio non sento altro che astio e ancora astio, e presunzione, scagliati da tutti contro tutti in una gara a chi ha più ragione sugli altri, persino nel fallimento generale, mi pare che il libro più importante, quello che ancora lascia un interrogativo aperto, imprescindibile e irrisolto sul nostro presente e sul futuro sia La Casa in collina di Pavese, quando nell’ultima pagina Pavese si chiede cosa ne faremo dei morti, a prescindere dalla loro bandiera. Mi sembra la domanda delle domande questa. Ecco che sappiamo perfettamente chi è il nostro nemico, ce lo hanno insegnato come si deve, e il primo che ha un dubbio è nemico egli stesso, ma di cosa faremo del nemico nei fatti, e non solo a parole, una volta che lo avremo abbattuto, nessuno ha la più pallida idea.

lunedì 11 febbraio 2019

addio fantasmi


So che il gioco degli accostamenti facili, quando si parla di un libro-libro come Addio Fantasmi di Nadia Terranova (Einaudi Stile Libero, 2018), è sempre dietro l’angolo. Soprattutto quando l’autrice ha, alle sue spalle, una terra ricca di scrittori com’è la Sicilia, quella di Vittorini della Conversazione così come quella di Pirandello del Mattia Pascal, che qui viene richiamato alla memora con un ribaltamento sostanziale. Lì dove lui si chiedeva: cosa succede quando un uomo decide di venire meno alla propria vita insoddisfacente, qui l’autrice si chiede: cosa succede a chi rimane e resta in balia della sua presenza priva di un corpo da seppellire?
E Laquidara, in tal senso, mi sembra un cognome tanto appropriato quanto pirandelliano da attribuire a questa famiglia, le cui esistenze liquide, racchiuse in una casa i cui segnali – dall’acqua sporca che preme nei termosifoni fino alle perdite del tetto, i cui lavori di riparazione richiamano in Sicilia la protagonista, fuggita anni prima attraverso lo Stretto – rimandano continuamente a una dimensione sommersa.
Intorno a quella domanda, cosa succede a chi rimane?, si muove il nucleo narrativo di un romanzo la cui trama è stringatissima, priva di veri colpi di scena e tutta costruita per quadri e movimenti lievi. La levità è importantissima nell’andamento del romanzo, permeato da un senso di accettazione del dolore, che rifiuta volutamente il registro tragico, pur nell’irrisolta elaborazione del lutto (“incompiuta tristezza”).
Ecco, se c’è un libro a cui avvicinerei questo di Nadia Terranova è Le otto montagne di Paolo Cognetti. Per la stessa trama ridotta all’osso; in cui il paesaggio (lì le alpi, qui il mare siciliano) assume il ruolo fondamentale di coprotagonista; per il tempo lento che dispiega la narrazione, un tempo che ti chiede (con gentilezza) di adeguarti a lui e non il contrario; per la scrittura nitida, solida, colta senza sembrare erudita, spesso basata su chiaroscuri emotivi, una scrittura cordiale, che ti accoglie, ti abbraccia, pur senza consolare. Pochi personaggi imprigionati nei propri vizi, nei propri piccoli egoismi, nei propri rapporti irrisolti a causa dei traumi subiti, si incontrano, si parlano, né risolvono mai del tutto i loro problemi.
In entrambi i libri c’è la figura di un padre scomparso con cui si deve fare i conti, un padre non capito fino in fondo, un padre che è la metafora (causa e proiezione) di qualcosa di irrisolto nella loro maturità. In tutti e due c’è la necessità di ricostruire, senza successo, una casa che ha delle falle evidenti. Vi è dunque, in entrambi, mi pare, una vena fortemente pavesiana che si estrinseca soprattutto nei loro finali, in cui il lutto personale assume una portata esistenziale, dove si comprende come quello dei morti è un mondo più forte, offre una casa più accogliente, ma proprio per questo fare i conti con loro diventa un atto di rivolta necessaria, esprime una volontà di riappropriazione della propria storia che è il primo passo per diventare adulti.
In entrambi i romanzi, infine, questa rivelazione si dispiega attraverso un rapporto d’amicizia (e non d’amore): Bruno, per Cognetti e Nikos, per Terranova, non sono spalle ma figure riflesse che hanno affrontato gli stessi paesaggi perturbati, senza però fuggirne, lasciandosene permeare (avvelenare) lentamente e che per questo sembrano, all’apparenza, più forti nella loro immunità.
Proprio in tal senso, a mio avviso, l’unico difetto riscontrabile nel libro di Nadia Terranova, sta nel fatto di aver dato meno spazio di quello che avrebbe potuto a una figura bella come quella di Nikos, che viene un po’ appiattita nella prima parte (anche se in linea con la psicologia egoistica della protagonista), facendoci desiderare di averne avuto un po’ di più. Nikos, che simboleggia la controparte più concreta, rassegnata ma anche semplicemente “umana” della protagonista, la sua immagine speculare e per questo caratterizzata da una cicatrice sul volto, traccia evidente di una ferita insanabile, mi ha fatto pensare – forse perché suggestionato dalle sue origini greche – a una bellissima poesia di Vittorio Sereni, da Diario d’Algeria, che condivido qui, come omaggio:

Dimitrios

Alla tenda s’accosta
il piccolo nemico
Dimitrios e mi sorprende,
d’uccello tenue strido
sul vetro del meriggio.
Non torce la bocca pura
la grazia che chiede pane,
non si vela di pianto
lo sguardo che fame e paura
stempera nel cielo d’infanzia.

È già lontano,
arguto mulinello
che s’annulla nell’afa,
Dimitrios, su lande avare
appena credibile, appena
vivo sussulto
di me, della mia vita
esitante sul mare.

lunedì 23 luglio 2018

vittoria

Oggi ho realizzato di avere la stessa età di Pavese quando si è sparato. Lui aveva appena vinto il premio Strega per La bella estate, pubblicato La luna e i falò e scritto e nascosto nel cassetto Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Io sto vivendo un'estate personale alquanto brutta, ho appena scritto un libro che non si è cagato quasi nessuno e alla morte ci penso costantemente più o meno da quando avevo vent'anni. Schiacciato dal confronto ho pensato: chissà se almeno lo supero in longevità. Così come stiamo messi, già arrivare ai 42 sarebbe una bella vittoria.

giovedì 21 dicembre 2017

passaggio

Harold Bloom, in Canone occidentale, dice che per acquisire una voce propria gli scrittori (gli artisti) devono prima scendere in polemica coi i propri padri letterari per poi superare questa fase e far pace con loro. Quando fai pace coi tuoi padri letterari allora sei uno scrittore adulto e hai una voce tua. Leggendolo mi è venuto da pensare a quello che invece scriveva Pavese, riprendendo in parte i miti greci e in parte la letteratura americana. Pavese parla di uccidere il padre. Credo che questo passaggio da Pavese a Bloom sia una cosa bellissima e fondamentale: diventare adulto non quando lo guardi dall'alto, quando lui è a terra morto e tu ne prendi il posto (prima eri tu quello più piccolo e lui ti dominava dall'alto), ma quando fai pace con tuo padre e arrivi a guardarlo negli occhi da pari.

domenica 27 agosto 2017

due frasi lette oggi

Il vittimismo non è degli artisti, è degli impiegati. 

[Vittorio Sgarbi] 

A Carlo Levi il confino ha riordinato la vita, a Pavese semplicemente ha fatto perdere la donna. Quando è tornato a Torino c’era questa donna col culo da cavolfiore e l’ha trovata che andava con altri. 

[Franco Ferrarotti]

domenica 17 agosto 2014

corsi di aggiornamento

Talvolta mi imbarazzano certi amici appassionati di scrittura, e che spesso ci lavorano con le parole, e non sanno nulla di poesia contemporanea e sono fermi a Pavese, Gruppo 63 e pochi altri viventi (in genere quelli sponsorizzati da Mondadori o Einaudi), come se considerassero la poesia una cosa a parte, oppure peggio un residuato bellico. E mi dicono che farebbero volentieri dei corsi di aggiornamento, se ne avessero il tempo.

domenica 22 dicembre 2013

le navi

Alcuni fiori andranno a male con le piogge.
Altri seccheranno per il sole.
Il mio amore no sta fermo al centro del giardino
i petali di pane azzimo chiedono vino.

I gatti alla finestra lo sapranno che si muore?
Quale cura contro la disperazione?
Pesci volanti e acque non bagnano il pelo
rincorrendo nel porto le navi crudelmente in orario.

giovedì 14 giugno 2012

tre note intorno a sanguineti, a due anni dalla sua morte

Nota 1



Mikrokosmos, di Béla Bartók, è l’opera da cui Sanguineti ha tratto il titolo per la propria autoantologia (edita da Feltrinelli nel 2004). Sono 153 pezzi per solo piano raccolti in sei volumi, una cosa mastodontica secondo me, comunque quelli pubblicati qui sopra sono gli ultimi pezzi dull'ultimo volume, e fanno un capitolo a sé, intitolato Six Dances in Bulgarian Rhythm da intendersi, credo, come un omaggio alle proprie radici.

Nota 2

“Quando Sanguineti stava iniziando a costituire quello che poi sarebbe divenuto Laborintus mandò alcuni suoi testi a Cesare Pavese, il quale gli rispose che erano più adatti alla “Settimana Enigmistica”, perché più che poesie sembravano cruciverba. Sanguineti non si arrese e verso la fine degli anni '50 fece leggere alcune sue poesie ad Andrea Zanzotto, che gli disse che erano delle trascrizioni in parole di un mal di testa, o comunque di un grave esaurimento nervoso. La risposta altrettanto celebre di Sanguineti a Zanzotto fu che si trattava sì di un mal di testa o di un esaurimento nervoso, ma non suo, bensì sociale, diffuso a tutta la realtà. […] La polemica più famosa fu quella violentissima fra Pier Paolo Pasolini ed Edoardo Sanguineti. Pasolini fu accusato di essere conservatore, di essere utopico, di essere completamente chiuso a quello che stava succedendo nel mondo. Mentre Sanguineti e l'intero Gruppo '63 furono definiti da Pasolini dei figli di papà che si divertivano a fare gli avanguardisti totalmente asserviti al sistema.” (Aldo Nove, tratto da qui )

Nota 3

“La poesia non è una cosa morta, ma vive una vita clandestina.” (Edoardo Sanguineti)