Sono giorni che continuo a pensare a Cognetti. L’ultima volta l’ho sentito giusto un anno fa con uno scambio di messaggi. “Un abbraccio da Chinatown” mi scriveva, citando un film molto amato da entrambi. Ho sempre pensato a Cognetti come una sorta di Hemingway, nello stile, nei gesti, persino nel modo in cui beve la grappa. Vederlo sbarbato nell’intervista televisiva me lo ha reso più fragile, quasi femminile nella delicatezza del volto. Ha ragione a dire che non ci si deve vergognare della depressione. Io mi vergogno di credermi così intelligente e non capire mai niente degli altri. Solo adesso, saputo del suo male, mi è tornato in mente uno dei suoi libri più belli, “L’Antonia” uscito nel 2021, in cui ricostruisce la vicenda di Antonia Pozzi attraverso le sue lettere e poesie. Un libro delicatissimo centrato sul mistero di questa fratellanza nata fra due milanesi a distanza di un secolo. Io lo leggevo e pensavo a Hemingway: “Va bene la montagna, va bene Milano, ma cosa c’entrano fra loro due tipi così diversi?”. Eppure la poesia – è la prima cosa che impari – non sei tu che la scegli, è lei che sceglie te. Vedere il mondo con gli occhi dei poeti quasi mai è una cosa bella, la poesia fa male a chi la scrive e scava nel dolore di chi legge, non ti salva la vita; però ti fa sentire meno solo, a un livello talmente profondo, con una tale densità, che chi non la frequenta non può capire. «La mia anima di oggi, la mia anima dell’anno passato, si sono ritrovate senz’urto e restano ancora abbracciate» scrive la Pozzi in una lettera trascritta da Cognetti nel suo libro. Io credevo ingenuamente che Cognetti avesse il merito di riportare alla ribalta l’universo della Pozzi – col suo aggrovigliamento di pace naturale sconfinata e inferno interiore, le sue notti coltivate di fiori evanescenti, i suoi cimiteri piantati di croci nere e di bimbi mai nati, le eterne illusioni d’amore. Invece, mi accorgo solo adesso, c’era un rapporto di interdipendenza fra i due, dov’era lei che dava a lui, era lui che aveva più bisogno di lei e della sua lingua più concisa, e tutto questo per interrogarla, per sapere come si stava dentro tutto quel vuoto, chiedere se c’era un modo per ritrovare l’accordo perduto fra la sua anima dell’anno passato e quella presente, condividere con lei il peso dell’urto. «E resto come un pioppo nudo / a sopportare / con scarne braccia / tutto il peso dei cieli».
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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lunedì 23 dicembre 2024
lunedì 11 febbraio 2019
addio fantasmi
So che il gioco degli accostamenti facili, quando si parla di un libro-libro come Addio Fantasmi di Nadia Terranova (Einaudi Stile Libero, 2018), è sempre dietro l’angolo. Soprattutto quando l’autrice ha, alle sue spalle, una terra ricca di scrittori com’è la Sicilia, quella di Vittorini della Conversazione così come quella di Pirandello del Mattia Pascal, che qui viene richiamato alla memora con un ribaltamento sostanziale. Lì dove lui si chiedeva: cosa succede quando un uomo decide di venire meno alla propria vita insoddisfacente, qui l’autrice si chiede: cosa succede a chi rimane e resta in balia della sua presenza priva di un corpo da seppellire?
E Laquidara, in tal senso, mi sembra un cognome tanto appropriato quanto pirandelliano da attribuire a questa famiglia, le cui esistenze liquide, racchiuse in una casa i cui segnali – dall’acqua sporca che preme nei termosifoni fino alle perdite del tetto, i cui lavori di riparazione richiamano in Sicilia la protagonista, fuggita anni prima attraverso lo Stretto – rimandano continuamente a una dimensione sommersa.
Intorno a quella domanda, cosa succede a chi rimane?, si muove il nucleo narrativo di un romanzo la cui trama è stringatissima, priva di veri colpi di scena e tutta costruita per quadri e movimenti lievi. La levità è importantissima nell’andamento del romanzo, permeato da un senso di accettazione del dolore, che rifiuta volutamente il registro tragico, pur nell’irrisolta elaborazione del lutto (“incompiuta tristezza”).
Ecco, se c’è un libro a cui avvicinerei questo di Nadia Terranova è Le otto montagne di Paolo Cognetti. Per la stessa trama ridotta all’osso; in cui il paesaggio (lì le alpi, qui il mare siciliano) assume il ruolo fondamentale di coprotagonista; per il tempo lento che dispiega la narrazione, un tempo che ti chiede (con gentilezza) di adeguarti a lui e non il contrario; per la scrittura nitida, solida, colta senza sembrare erudita, spesso basata su chiaroscuri emotivi, una scrittura cordiale, che ti accoglie, ti abbraccia, pur senza consolare. Pochi personaggi imprigionati nei propri vizi, nei propri piccoli egoismi, nei propri rapporti irrisolti a causa dei traumi subiti, si incontrano, si parlano, né risolvono mai del tutto i loro problemi.
In entrambi i libri c’è la figura di un padre scomparso con cui si deve fare i conti, un padre non capito fino in fondo, un padre che è la metafora (causa e proiezione) di qualcosa di irrisolto nella loro maturità. In tutti e due c’è la necessità di ricostruire, senza successo, una casa che ha delle falle evidenti. Vi è dunque, in entrambi, mi pare, una vena fortemente pavesiana che si estrinseca soprattutto nei loro finali, in cui il lutto personale assume una portata esistenziale, dove si comprende come quello dei morti è un mondo più forte, offre una casa più accogliente, ma proprio per questo fare i conti con loro diventa un atto di rivolta necessaria, esprime una volontà di riappropriazione della propria storia che è il primo passo per diventare adulti.
In entrambi i romanzi, infine, questa rivelazione si dispiega attraverso un rapporto d’amicizia (e non d’amore): Bruno, per Cognetti e Nikos, per Terranova, non sono spalle ma figure riflesse che hanno affrontato gli stessi paesaggi perturbati, senza però fuggirne, lasciandosene permeare (avvelenare) lentamente e che per questo sembrano, all’apparenza, più forti nella loro immunità.
Proprio in tal senso, a mio avviso, l’unico difetto riscontrabile nel libro di Nadia Terranova, sta nel fatto di aver dato meno spazio di quello che avrebbe potuto a una figura bella come quella di Nikos, che viene un po’ appiattita nella prima parte (anche se in linea con la psicologia egoistica della protagonista), facendoci desiderare di averne avuto un po’ di più. Nikos, che simboleggia la controparte più concreta, rassegnata ma anche semplicemente “umana” della protagonista, la sua immagine speculare e per questo caratterizzata da una cicatrice sul volto, traccia evidente di una ferita insanabile, mi ha fatto pensare – forse perché suggestionato dalle sue origini greche – a una bellissima poesia di Vittorio Sereni, da Diario d’Algeria, che condivido qui, come omaggio:
Dimitrios
Alla tenda s’accosta
il piccolo nemico
Dimitrios e mi sorprende,
d’uccello tenue strido
sul vetro del meriggio.
Non torce la bocca pura
la grazia che chiede pane,
non si vela di pianto
lo sguardo che fame e paura
stempera nel cielo d’infanzia.
È già lontano,
arguto mulinello
che s’annulla nell’afa,
Dimitrios, su lande avare
appena credibile, appena
vivo sussulto
di me, della mia vita
esitante sul mare.
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giovedì 1 febbraio 2018
new york
New York scrive Sergio Pasquandrea è una città sulla città, una città bella e perduta che sorge sopra la città dei topi, i ratti che ne avvelenano le fogne ed emergono in superficie per rubare nel buio ciò che possono, guidati solo dalla fame. Eppure New York, aggiungeva David Riondino in una telefonata stamattina, è la citta dei facchini e dei commessi, personale senza volto al tuo servizio, strade perennemente accese e brulicare inestinguibile, una continua scoperta, proprio come una passeggiata in montagna: c'è una meta in alto da raggiungere e qualsiasi scorcio è fonte di bellezza e meraviglia, di pericoli nascosti. Questo passaggio mi ha fatto pensare a Paolo Cognetti. Fra ratti e facchini, dunque, si divide il nostro prossimo audiolibro, Topografia della solitudine, che io personalmente avrei chiamato Topografia di New York calcando la mano su questa corrente antropomorfa, kafkiana, per metà umana per metà infernale, come ebbe a descriverla Garcia Lorca con immagini di straordinaria e vivida crudeltà visionaria, carne squartata e putrescente appesa ai muri. Manca ancora un suono e per me, forse, è quello del sax, il sax di Coleman Hawkins o di Sonny Rollins oppure la tromba di Louis Armostrong, un suono selvaggio e mercuriale, il suono della tua mente che gira vorticosamente alla ricerca di un angolo vuoto per spegnere i sensi nel buio.
domenica 12 febbraio 2017
con cognetti
Io, Miles e Paolo Cognetti durante la presentazione di Le otto montagne al Docks 101. Foto di Pepecchio.lunedì 9 gennaio 2017
cognetti & me
Oggi Pepecchio mi ha chiesto di presentare Le otto montagne di Paolo Cognetti al Docks 101 fra circa un mese. Proposta che ho accettato con gran piacere. Ho pensato che visto che sia a me che a Cognetti piace quel certo tipo di scrittori un po' rudi, Hemingway e tutta la generazione perduta, potevamo fare una cosa tipo prendere un paio di bottiglie di whisky e accendere un fuoco in mezzo al locale, mentre discutiamo da veri uomini di quanto cristo è dura la montagna, per chi la fa davvero (lui) e per chi gli basta sognarla da lontano (io).
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