La mancanza di senso critico di taluni poeti non finirà mai di stupirmi. Vedi quello che si definisce "strano e sperimentale" a cui consiglio di leggere Zanzotto per fargli capire delle cose e mi risponde serio: "Ecco, lui è quasi come me". Allora preferisco quelli come il professore in pensione che è venuto a trovarmi in studio per propormi il suo libro in abusato stile ungarettiano, ma quando scopre che prima qui c'era la macelleria di mio padre, con tanta ironia mi dice: "Allora siamo andati in perdita, che se c'era tuo padre nu stùzze de carne ci arrivava, invece ddò coi libri c'jème a ffè?". E ci siamo fatti una risata.
Poesie, pensieri e fotografie di Vitantonio Lillo-Tarì de Saavedra, in arte Antonio Lillo ovvero Antonio Hammett
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sabato 10 novembre 2018
mercoledì 15 agosto 2018
la tua aristocrazia
Quei libri di poesia che li leggi, li rileggi, li infili in libreria, li riprendi, non ti lasciano mai andare...
[…] A me, questo tuo chiamarti fuori e sempre essere oltre
tutte le sorti comuni, mi ha sempre urtato,
soprattutto perché una caterva
di buoni a nulla, contenti di sé, che si credono
i giusti, che sanno tutto loro, che sistemano il mondo a ciance e prosecchini,
ti venivano dietro come pagliacci
con la faccenda dei capannoni, i palù, il paesaggio (naturalmente!),
con le frasi intelligenti (le tue) per i cin cin,
e nessun rischio per loro, finito il bla bla bla.
Ma tu stavi a casa tua, andavi a piedi […]
mangiavi formaggio, radicchio, non compravi una giacca
da trent’anni – non gettavi un centimetro
quadro di carta (“Per fare appunti” – dicevi).
E invece chi ti dava ragione
e nel tuo nome ancora ciarla senza requie
brucia una foresta per far festa
come una volta in mezzo a un campo,
e dice “Questo inverno ho fatto lo Yemen,
adesso mi interessa il Ciad”.
A me pare che ‘sta easy ecologia, questo easy diffamare
tutto un Paese di miserie malsofferte
è fraintendere la tua aristocrazia […]
Dovevi lasciar dettato in testamento: “Non è certo
quel capannone, quel cavalcavia, che mi soffocano,
ho parlato aperto e schietto (in allegoria!): quello che dicono i miei versi
è che non ci sarà più posto, non più tempo, non più terra
per una parola che abbia radici”.
Questo dovevi dire ben chiaro a loro, dovevi dirlo
ancora più chiaro a me.
Gian Mario Villalta, Tra mi e ti, in Telepatia, Lietocolle
[…] A me, questo tuo chiamarti fuori e sempre essere oltre
tutte le sorti comuni, mi ha sempre urtato,
soprattutto perché una caterva
di buoni a nulla, contenti di sé, che si credono
i giusti, che sanno tutto loro, che sistemano il mondo a ciance e prosecchini,
ti venivano dietro come pagliacci
con la faccenda dei capannoni, i palù, il paesaggio (naturalmente!),
con le frasi intelligenti (le tue) per i cin cin,
e nessun rischio per loro, finito il bla bla bla.
Ma tu stavi a casa tua, andavi a piedi […]
mangiavi formaggio, radicchio, non compravi una giacca
da trent’anni – non gettavi un centimetro
quadro di carta (“Per fare appunti” – dicevi).
E invece chi ti dava ragione
e nel tuo nome ancora ciarla senza requie
brucia una foresta per far festa
come una volta in mezzo a un campo,
e dice “Questo inverno ho fatto lo Yemen,
adesso mi interessa il Ciad”.
A me pare che ‘sta easy ecologia, questo easy diffamare
tutto un Paese di miserie malsofferte
è fraintendere la tua aristocrazia […]
Dovevi lasciar dettato in testamento: “Non è certo
quel capannone, quel cavalcavia, che mi soffocano,
ho parlato aperto e schietto (in allegoria!): quello che dicono i miei versi
è che non ci sarà più posto, non più tempo, non più terra
per una parola che abbia radici”.
Questo dovevi dire ben chiaro a loro, dovevi dirlo
ancora più chiaro a me.
Gian Mario Villalta, Tra mi e ti, in Telepatia, Lietocolle
martedì 15 maggio 2018
sull’utilità o meno di cantare azzurro
Nelle ultime settimane mi è capitato per vari motivi di assistere più volte a delle presentazioni di Franco Arminio in cui, nel momento culminante dell’incontro, canta col pubblico. La performance in genere comincia con Azzurro di Paolo Conte (per sciogliersi) e continua con un canto del luogo secondo un canovaccio bene codificato. Lo stesso Arminio, nell’ultimo incontro in cui ho assistito parlava di “ritualità” richiamando certi schemi della liturgia rivisti in chiave laica. Quello che fa non solo è bello e coinvolgente, ma riesce a spezzare il rigido muro della convenzionalità in cui il pubblico assiste intimidito al dialogo fra autore e relatore per un rapporto diretto, molto fisico, con lo stesso pubblico, che apprezza. Si adatta, inoltre, molto bene alla sua personalità e al suo bisogno di istrionismo, e quindi in sé, in ciò che fa, non c’è nulla di male, anzi. Per quanto, come lui stesso ammette, i “saccenti della poesia” storcano il naso, richiamando le stesso polemiche che animarono la vittoria del Nobel da parte di Bob Dylan. Con una differenza, Dylan era ed è sempre stato un cantante con maggiore o minore forza poetica in base ai gusti. Arminio è un poeta che si presta alla canzone. Il dubbio, devo dire lecito, non è tanto in ciò che fa Arminio, ma in cosa recepisce il pubblico che già di per sé è ineducato al linguaggio poetico e forse in questo caso viene del tutto fuorviato. Molti di coloro che assistono alle performance di Arminio non sono lettori abituali di poesia, sono lettori di Arminio che comprano il suo libro perché è scritto da Arminio, non perché è di poesia. Lì dove invece uno compra Montale o Caproni (ad esempio) perché vuole la poesia di Montale, la poesia di Caproni ecc. Anzi, in questo modo non si avvicineranno alla poesia ma la troveranno sempre più noiosa di quello che è, perché Arminio ha mostrato loro cosa può essere una serata di poesia in cui si canta Azzurro. Quello che si teme è che Azzurro alla fine dei conti diventi il fine e non il mezzo, che il pubblico vada lì perché si canta tutti insieme e non per discutere di letteratura e idee. Il che è bello nell’ottica dell’evento, meno in quella della letteratura. Arminio dice che la cosa è fatta per ritrovare una convivialità di popolo in linea con la sua poetica e anche per alleggerire la serata, per coinvolgere chi la poesia non la legge. Ma è davvero giusto? E se uno la poesia la legge e volesse approfondire determinate tematiche, come fa a sottrarsi al rituale di gruppo? E poi, cosa resta nel lettore a parte Azzurro? Me lo chiedo senza avere una risposta. Non sono che dubbi i miei, nati al Salone. Durante il quale, quest’anno, era presente una scrittrice enorme come Herta Müller. Mi sono chiesto, di fronte al silenzio quasi religioso (a sua volta rituale) con cui veniva ascoltata: ma se Herta Müller venendo qui, invece di parlare della sua opera e di cosa la ispirava, avesse detto al popolo dei suoi lettori: ok, adesso cantiamo Azzurro per ritrovare un po’ di intimità, poi facciamo un canto in torinese, poi ne facciamo uno tradizionale del mio paese, poi vi leggo una o due pagine da un mio libro e ce ne andiamo tutti a casa, ecco, mi sono chiesto, ma il popolo dei lettori della Müller (un popolo preparato sui suoi libri) sarebbe stato altrettanto contento del popolo della poesia di Arminio? E se il popolo della poesia che va da Arminio per cantare si fosse trovato di fronte a una presentazione di Andrea Zanzotto, che usava un linguaggio complesso, stratificato, ammantandolo di ironia, ma senza mai banalizzarlo, richiedendo invece una continua attenzione, mentre affrontava tematiche importanti come quella ecologica, che avrebbe pensato: che bello oppure che palle? Questo mi sono chiesto, senza puntare il dito contro Arminio che fa semplicemente il suo lavoro, ma interrogandomi sugli scopi e i desideri del pubblico. Non è che a volte è proprio il popolo della poesia che aggira l’ostacolo del linguaggio, intanto che va a una serata di “poesia”, e si rifugia nel canto puro e semplice per evitare di parlare e di pensare, di esigere le cose ben più serie che ogni buon verso racchiude?
giovedì 14 giugno 2012
tre note intorno a sanguineti, a due anni dalla sua morte
Nota 1
Nota 2
Nota 3
“La poesia non è una cosa morta, ma vive una vita clandestina.” (Edoardo Sanguineti)
Mikrokosmos, di Béla Bartók, è l’opera da cui Sanguineti ha tratto il titolo per la propria autoantologia (edita da Feltrinelli nel 2004). Sono 153 pezzi per solo piano raccolti in sei volumi, una cosa mastodontica secondo me, comunque quelli pubblicati qui sopra sono gli ultimi pezzi dull'ultimo volume, e fanno un capitolo a sé, intitolato Six Dances in Bulgarian Rhythm da intendersi, credo, come un omaggio alle proprie radici.
Nota 2
“Quando Sanguineti stava iniziando a costituire quello che poi sarebbe divenuto Laborintus mandò alcuni suoi testi a Cesare Pavese, il quale gli rispose che erano più adatti alla “Settimana Enigmistica”, perché più che poesie sembravano cruciverba. Sanguineti non si arrese e verso la fine degli anni '50 fece leggere alcune sue poesie ad Andrea Zanzotto, che gli disse che erano delle trascrizioni in parole di un mal di testa, o comunque di un grave esaurimento nervoso. La risposta altrettanto celebre di Sanguineti a Zanzotto fu che si trattava sì di un mal di testa o di un esaurimento nervoso, ma non suo, bensì sociale, diffuso a tutta la realtà. […] La polemica più famosa fu quella violentissima fra Pier Paolo Pasolini ed Edoardo Sanguineti. Pasolini fu accusato di essere conservatore, di essere utopico, di essere completamente chiuso a quello che stava succedendo nel mondo. Mentre Sanguineti e l'intero Gruppo '63 furono definiti da Pasolini dei figli di papà che si divertivano a fare gli avanguardisti totalmente asserviti al sistema.” (Aldo Nove, tratto da qui )
Nota 3
“La poesia non è una cosa morta, ma vive una vita clandestina.” (Edoardo Sanguineti)
mercoledì 19 ottobre 2011
filò sotto la manica
al münchhausen
ci sto bene io nelle vene del mondo
c’ho le chiavi del rapido –
col pene gravido
sulle pareti del fondo
io mi ci arrampico non scalpito
mi solidifico –
nel mio bassomondo io ci sto contento –
e sgrondo sgrondo –
in fondo
poteva andarmi anche più a cazzo
se da macondo non filavo
a razzo –
ci sto bene io nelle vene del mondo
c’ho le chiavi del rapido –
col pene gravido
sulle pareti del fondo
io mi ci arrampico non scalpito
mi solidifico –
nel mio bassomondo io ci sto contento –
e sgrondo sgrondo –
in fondo
poteva andarmi anche più a cazzo
se da macondo non filavo
a razzo –
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