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venerdì 16 novembre 2018

fame

«Felici?» esclamò Mrs. Flat guardandomi con occhi stupiti «come potete essere felici, quando i vostri bambini muoiono di fame e le vostre donne non si vergognano di prostituirsi per un pacchetto di sigarette? Voi non siete felici: siete immorali». 
«Con un pacchetto di sigarette» dissi a voce bassa «si comprano tre chili di pane». 
Mrs. Flat arrossì, e mi fece piacere vederla arrossire. 
«Le nostre donne son tutte degne di rispetto» dissi «anche quelle che si vendono per un pacchetto di sigarette. Tutte le donne oneste di tutto il mondo, anche le donne oneste d’America, dovrebbero imparare dalle povere donne d’Europa come si possa prostituirsi con dignità, per sfamarsi. Sapete che cosa è la fame, Mrs. Flat?» 
«No, grazie a Dio. E voi?» disse Mrs. Flat. […] 
«Quando tornerete in America» dissi «avrete almeno imparato questo fatto orribile e meraviglioso: che la fame, in Europa, si può comprare come un oggetto qualunque». 
«Che cosa intendete dire per comprare la fame?» mi domandò il Generale Cork. 
«Intendo dire comprar la fame» risposi «i soldati americani credono di comprare una donna, e comprano la sua fame. Credono di comprare l’amore, e comprano un pezzo di fame. Se fossi un soldato americano, comprerei un pezzo di fame, e lo porterei in America per farne un regalo a mia moglie, per mostrarle che cosa si può comprare in Europa con un pacchetto di sigarette. È un bel regalo un pezzo di fame». 

Curzio Malaparte, La pelle, Adelphi 2010, pag. 216

giovedì 30 maggio 2013

dark eyes

[…] Alcuni anni prima, a New York, (Arthur) Baker mi aveva aiutato a produrre Empire Burlesque. Tutte le canzoni erano già mixate e finite, solo che Baker insisteva che alla fine del disco avremmo dovuto mettere una canzone acustica, così da portare il tutto alla giusta conclusione. Ci riflettei. Aveva ragione, ma non avevo niente sottomano. La sera che finimmo l’album gli dissi che avrei visto cosa potevo tirar fuori, e che ne capivo l’importanza. Stavo al Plaza Hotel sulla 59th Street. Al mio ritorno era passata la mezzanotte, avevo attraversato l’atrio ed ero diretto ai piani superiori. Appena uscii dal’ascensore vidi una ragazza squillo venire verso di me nel corridoio, capelli biondo pallido e cappotto di volpe, scarpe dai tacchi alti, fatte apposta per lacerare un cuore. Aveva cerchi blu intorno agli occhi, un ombretto nero, occhi neri, l’aspetto di una che è stata picchiata e ha paura che verrà picchiata di nuovo. In mano teneva un bicchiere di vino color cremisi e porpora. “Muoio di sete” disse mentre mi passava accanto nel corridoio. La sua bellezza non era fatta per questo mondo. Povera disgraziata, condannata a percorrere quel corridoio per mille anni.

Più tardi, quella stessa notte, mi sedetti a una finestra che dava sul Central Park e scrissi Dark Eyes. La registrai la sera dopo con la chitarra acustica e nient’altro, ed era quello che ci voleva. Adesso l’album era finito.

(Bob Dylan)

mercoledì 27 marzo 2013

la scoperta dell'acqua calda


Non ho ben capito, ma se sono un semplice puttaniere senza essere padre, posso comunque sentirmi fiero di essere italiano? Ultimamente, per come vanno le cose, mi sembra quasi di dovermene vergognare. Il problema è che io non me ne vergogno proprio. Così come non mi vergogno di dire che non mi frega nulla di quello che ha detto Battiato, ma soprattutto perché alla fine non si è mai capito nulla di quello che diceva Battiato, e forse il messaggio subliminale di tutte le sue canzoni è sempre stato quello: Ci sono troppe TROIE in Parlamento! Sai che scoperta dico io! Qui si condanna la gente per aver scoperto l'acqua calda, questa è la verità! E io proprio non riesco a vergognarmene. Al massimo le prossime vacanze mi unisco al Centro Anziani per il solito giro turistico a Montecitorio, un toccasana per i problemi lombari e della circolazione.